Ventunesimo Secolo
Rivista di studi sulle transizioni

Editoriale

La parte monografica di questo numero è dedicata alla storia del Partito liberale. Non si tratta, però, di un ritorno alla storia dei partiti politici così come nella tradizione della storiografia italiana. Con la pubblicazione di questi articoli si è inteso, piuttosto, dare seguito a un discorso sulla storia d’Italia che Ventunesimo Secolo ha inaugurato nel numero 8, curato e fortemente voluto da Fabio Grassi Orsini, sul ruolo svolto dalla vecchia classe politica liberale nella transizione dal fascismo al postfascismo.

Con quelle analisi si volle sostenere come le interpretazioni sulla Repubblica non possano prescindere da una linea di continuità di fondo che attraversa tutta la vicenda unitaria. Si riaffermò, per questo, il ruolo che, accanto a De Gasperi, ebbero uomini e idee che provenivano dal periodo liberale. Si negò l’esistenza di una cesura di tale profondità da consentire all’accordo costituzionale di vergare una pagina completamente bianca, proponendosi come un nuovo inizio. Si evidenziò, infine, come alla centralità sociale dei partiti, provocata innanzi tutto dallo smarrimento improvviso di ogni punto di riferimento politico (monarchia, esercito, regime, partito unico) che fece seguito all’8 settembre, a lungo non corrispose la loro centralità istituzionale.

Il numero che qui s’inaugura, proseguendo nello stesso solco analitico, prova a fare un passo avanti. Vuole fornire nuovi materiali storiografici per opporsi all’interpretazione teleologica della storia repubblicana: alla vulgata che la sua direzione, nel senso della modernità e del progresso, si fosse stabilita attraverso il patto costituzionale, con il quale avrebbe trovato una forma istituzionale stabile e proiettato verso il futuro quell’incontro epocale fra cattolicesimo e culture marxiste che nel periodo resistenziale era avvenuto nei fatti e sotto la pressione delle circostanze. Da allora, e per lungo tempo, fino all’ennesima invasione degli hyksos, tutto si sarebbe compiuto nel solco di quel nuovo principio: la parabola del centrismo, la stagione del centrosinistra, fino alla vicenda dell’unità nazionale e alla sua drammatica interruzione.

Quest’interpretazione ha trovato la sua espressione storiograficamente più matura nella produzione di Pietro Scoppola, un grande interprete della storia repubblicana da poco scomparso. Sin dalla ricostruzione del periodo degasperiano, tutta la sua analisi ha mirato a dimostrare come vi fosse una distanza marcata tra le élite liberali e i partiti popolari dell’epoca postbellica (cattolici, socialisti e, ancor più, comunisti). Di conseguenza, la stagione del centrismo s’è trasformata nel preambolo di una lunga e sostanziale collaborazione tra sinistre marxiste e cattolicesimo popolare: una collaborazione resa difficile dall’esplodere della guerra fredda ma che poi, in coerenza con le radici del periodo resistenziale e costituente, sarebbe stata scritta persino a dispetto delle logiche che presiedevano alla divisione bipolare del mondo.

La trama della politica italiana dell’epoca repubblicana, in tal modo, ha perduto la sua tensione di fondo, e le cesure anche profonde che l’hanno attraversata sono state ricondotte a una dimensione episodica – evenementielle, si potrebbe dire. L’elemento liberale – sia nella sua espressione politica, sia in quella più squisitamente esistenziale – ne è stato emarginato: ridotto a «residuo paretiano» quando sconfitto, o a «insorgenza populista» quando, come nel 1994, è ricomparso all’improvviso per scompaginare giochi che sembravano fatti.

Oggi, di fronte ai progressi degli studi, e in particolare di quelli sul periodo centrista, è più facile affermare che l’ipotesi storica di Scoppola era sostanzialmente sbagliata. Di essa resiste l’intelligente coerenza del disegno, e molte intuizioni che sollecitano approfondimenti e verifiche archivistiche. Che quell’interpretazione non tenga più, non significa tuttavia che un’altra lettura coerente e a tutto tondo della Repubblica si sia affermata al suo posto.

Non è un male. Perché se sul periodo repubblicano s’intende fare storia, e per questo si accetta che le ricostruzioni su questa fase della vicenda nazionale siano tenute al riparo da un utilizzo immediatamente politico, è proprio la sua coerenza di fondo che va preventivamente messa in discussione.

Il numero di Ventunesimo Secolo che stiamo qui presentando va letto alla luce di quest’ambizione. Esso non pretende d’indicare, neppure ipoteticamente, un’altra storia della Repubblica. Ha un’ambizione più grande, se misurata col metro della storiografia: quella di fornire altri materiali atti a smentire il finalismo che continua a ispirare la maggior parte degli studi storici sul periodo repubblicano. Questi saggi su Malagodi e il Pli confermano, infatti, come all’indomani del centrismo non vi fosse una strada politicamente obbligata. E, cosa ancora più importante, che non esiste, sia nell’ambito delle idee che delle risorse politiche, una sola idea di modernità da declinare obbligatoriamente attraverso l’apertura a sinistra.

Non si tratta – compiendo un’operazione antistorica – di utilizzare il senno di poi per dimostrare che posizioni vinte nel breve e medio periodo, sul lungo si sono in realtà dimostrate vittoriose. Attraverso la ricostruzione di una sconfitta, s’intende piuttosto restituire alla loro effettiva drammaticità gli snodi politici autentici che la politica italiana ha conosciuto lungo il corso di oltre un quarantennio.

Questo sforzo, come si potrà constatare leggendo i saggi raccolti di seguito, investe la ricostruzione delle interpretazioni complessive della storia d’Italia, delle opzioni di politica internazionale così come delle scelte contingenti di alleanze fra partiti, che maturarono in particolare nella fase di passaggio dal centrismo al centrosinistra. Esso investe anche, però, luoghi e costumi della lotta politica.

Non c’è dubbio che il fallimento del Pli di Malagodi e l’avvento del centrosinistra abbiano segnato una tappa verso l’affermarsi definitivo di una forma-partito d’integrazione sociale di massa, alla quale d’allora in poi vi furono ancora meno alternative. Così come, assieme al tentativo malagodiano, appassì anche una modalità di rapporto tra gli interessi organizzati della borghesia produttiva italiana e la vicenda partitica che avrebbe concesso spazio a forme d’intervento meno visibili e dirette, ma fondate al contempo su meccanismi più profondi e vischiosi di collusione.

Sarebbe del tutto improprio affermare che Malagodi e il suo partito abbiano rappresentato il braccio armato di Confindustria. Ma è d’altro canto evidente come essi interpretassero, nelle forme stesse della loro presenza e della loro elaborazione, ancor più che nelle posizioni politiche assunte, una versione ideologicamente alta e coerente del pensiero e degli interessi dell’ambiente produttivo. Non è sbagliato sostenere, perciò, che la storia della sconfitta che qui si ricostruisce è anche la storia del declino di una modalità d’intervento della borghesia produttiva nell’agone politico. E che d’allora in poi il rapporto tra politica e quella che Eugenio Scalfari avrebbe chiamato con malcelato disprezzo «razza padrona», avrebbe seguito altri percorsi.