Il 1947 rimane immortalato nella storia come l’anno nel quale si consumò «l’alleanza innaturale» tra i paesi liberaldemocratici occidentali e il regime dittatoriale staliniano.
Fino al 1947 gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, usciti dalla seconda guerra mondiale come le due superpotenze, avevano provato a proseguire il corso della collaborazione stabilita durante il conflitto contro il nemico comune.
Entrambi avevano fin lì dimostrato di voler provare a rispettare gli accordi raggiunti a Teheran e Yalta, adottando una linea di politica estera prudente e circospetta.
Nonostante una sostanziale differenza di impostazione tra gli alleati occidentali e la leadership staliniana, la gran parte dei problemi erano discussi collettivamente, per giungere a decisioni concordate o, quanto meno, rispettose delle obiezioni della parte avversa. L’amministrazione staliniana, ad esempio, esercitò una forte pressione sull’Iran nel tentativo di annettersi il territorio dell’Azerbaigian del Sud al fine di acquisire il controllo sui depositi di petrolio e l’accesso al Golfo Persico. Ma le proteste angloamericane costrinsero Stalin nel maggio 1946 a ritirare le truppe dall’Iran. Analogamente, al cospetto della resistenza occidentale, Stalin lasciò anche cadere la richiesta alla Turchia che la convenzione di Montreux fosse rivista e che, dunque, fosse concessa la costruzione di basi sovietiche. Quando poi gli angloamericani, nell’autunno del 1946, si accordarono per assicurare assistenza economica e militare al governo greco in lotta contro la rivolta dei partigiani comunisti, Stalin si astenne dal fornire un diretto appoggio militare all’insurrezione comunista.
Così come, per evitare l’accusa di violare gli accordi di Yalta, cercò di non forzare i tempi della sovietizzazione dell’Europa orientale. Stalin, piuttosto, preferì procedere passo dopo passo, rafforzando il controllo sovietico attraverso la maggioranza comunista nei Parlamenti e nei governi dei diversi paesi.
In questo stesso frangente, l’Europa occidentale postbellica precipitava nella crisi economica. Il segretario di Stato americano George Marshall, nell’incontro con Stalin del 15 aprile 1947, ammonì il suo interlocutore che il continuo peggioramento economico avrebbe potuto portare «all’eliminazione di ogni possibilità di sopravvivenza democratica» in Europa. Il dittatore georgiano, dal canto suo, con il suo sarcastico senso dell’umorismo, replicò consigliandogli di «aver pazienza e di non deprimersi». Di lì a poco, però, l’annuncio del piano Marshall avrebbe segnato la fine dell’inerzia della politica estera americana. Dopo un’iniziale reazione possibilista, da parte di Mosca giunse l’inappellabile bocciatura unita al divieto ai paesi dell’Europa orientale di parteciparvi. A posteriori la reazione può ritenersi scontata e inevitabile. La sorveglianza internazionale sull’utilizzo degli aiuti, infatti, avrebbe impedito ai sovietici di consolidare la sfera d’influenza appena conquistata. Questa decisione, così come dimostra l’articolo di Elena Aga-Rossi che apre questo numero della rivista, chiudeva definitivamente la fase di collaborazione sovietica con le potenze occidentali.
La risposta staliniana all’iniziativa americana, infatti, non tardò. Essa si concretizzò nell’assistenza militare ai comunisti greci; nella ricostruzione del vecchio Comintern, sotto le nuove spoglie del Cominform, attraverso la quale si proclamò la divisione del mondo in due campi opposti e fu inviata ai Partiti comunisti occidentali la direttiva di contrastare con tutte le forze i propri governi, colpevoli di aver accettato il piano Marshall; nella drastica accelerazione della sovietizzazione dell’Europa orientale, che sarebbe culminata nel colpo di Stato in Cecoslovacchia del febbraio 1948.
Il ministro degli Esteri Jan Masarik che il 10 marzo si suicidò, secondo la versione ufficiale gettandosi dalla finestra del palazzo del ministero, aveva scritto alla vigilia della sua morte una lettera a Stalin. La missiva, ritrovata 50 anni dopo nell’archivio segreto del Partito comunista cecoslovacco, potrebbe servire come epitaffio dell’anno 1947: «Non si tratta più della libertà in Cecoslovacchia. La libertà è sostituita dalla repressione degli oppositori politici del Partito comunista. Si prepara il terreno per instaurare un regime poliziesco e autoritario. Io non posso vivere senza la libertà, ma non sono in grado di difenderla. Perché Jan Masarik non è in grado di lottare contro la Russia e il suo governo. Sono prigioniero della mia propria coscienza. A me resta soltanto la morte. Lei ha ancora il tempo per sospendere la politica di sovietizzazione del mio paese. Lo faccia in fretta, altrimenti sarà troppo tardi!».
L’estremo appello del patriota cecoslovacco, però, non sarebbe stato ascoltato dal tiranno sovietico. E la circostanza avrebbe ancor più caricato di significati epocali le imminenti elezioni politiche italiane, la cui posta in gioco andava ben al di là delle pur importanti sorti della penisola.
La storia d’Italia nel 1947, nelle grandi linee, non si discostò dagli sviluppi internazionali: l’acuta polarizzazione della società e della politica, fin lìmal celata da governi d’unità nazionale, cominciò a manifestarsi apertamente, portando il paese sulla soglia della guerra civile. Ma se la Cecoslovacchia, inghiottita nel campo socialista, avrebbe vissuto la distruzione dell’ordine democratico, in Italia, parte integrante della sfera d’influenza occidentale, lo sviluppo della situazione avrebbe assunto una direzione opposta. Si trattò, però, di un esito drammatico e non scontato che la storiografia finora ha trascurato e che, invece, questo numero di «Ventunesimo Secolo» contribuisce a restituirci nei suoi effettivi termini storici.
Nel corso del 1947, sul piano interno, si ruppe quell’equilibrio tra differenti visioni della stagione ciellenistica, che aveva trovato traduzione empirica nei governi di unità nazionale. Sul terreno istituzionale, ciò significò che lo sbocco della ricostruzione sarebbe tornato a farsi incerto. Ne risentirono, innanzitutto, i lavori dell’Assemblea costituente, troppo spesso presentati come il frutto consapevole di una diffusa volontà di far vivere l’accordo resistenziale oltre le contingenze della guerra fredda da poco inauguratasi. E che, invece, a una visione maggiormente critica, sembrano subire nel secondo semestre del 1947 le conseguenze di un atteggiamento prudenziale e difensivo da parte di tutte le principali forze politiche, giustificato dall’incertezza sugli esiti di un conflitto che avrebbe visto il suo epilogo soltanto il successivo 18 aprile 1948.
Sicché quell’accordo storico, senza nulla togliere alla lungimiranza e alla capacità politica di quanti lo stipularono, va considerato più un armistiziosancito nel corso di una lotta politica dagli esiti ancora aperti che l’acquisizione stabile di una serie di principi e istituti condivisi, interpretati con ugual sentire da tutti coloro che l’avevano sottoscritto.
Gli articoli di seguito proposti ricostruiscono alcuni degli aspetti che, nel corso di quell’anno, alimentarono l’incertezza di una situazione politica che scontava uno scontro senza esclusione di colpi. Il saggio di Juan Carlos Martinez Oliva, in particolare, dimostra una volta per tutte come la stabilizzazione economica conseguita dal IV governo De Gasperi, dopo che la situazione economica del paese era giunta al limite estremo della sostenibilità, non possa in nessun modo considerarsi come il risultato miracolistico di un intervento esterno deciso per compensare l’avvenuta cacciata delle sinistre dal governo. Essa, piuttosto, deve giudicarsi come l’esito felice di un intreccio tra fattori interni e condizioni internazionali, sfruttato con sapienza e abilità da un’alleanza inedita di politici e tecnici, tenuti insieme innanzitutto dalla consapevolezza della gravità dell’emergenza. Fabio Grassi Orsini ed Emanuele Bernardi, da angolature differenti, prendono in considerazione la situazione dell’ordine pubblico che, dopo la «piccola distensione» del III governo De Gasperi, nell’autunno del 1947 tornò ad aggravarsi. La direzione delle loro analisi sostanzialmente coincide.
Per entrambi, l’inasprimento dello scontro politico ebbe motivazioni largamente autonome rispetto all’andamento del conflitto sociale; interessò in modo non contingente l’apparato paramilitare del Pci e, una volta ancora, condusse il paese al limite della guerra civile scoprendo l’insufficienza dei suoi dispositivi di sicurezza.
La loro analisi, d’altro canto, trova un’indiretta conferma nell’articolo che Andrea Guiso dedica alle politiche dei Partiti comunisti italiano e francese al cospetto del 1947. Esso giunge alla conclusione che la diversa uscita dei due partiti da quell’«anno terribile» – che avrebbe consolidato la diversa immagine esterna di Pci e Pcf – dipese assai più da contingenze storiche e geopolitiche che da differenze strategiche e scelte politiche di fondo.
L’insieme di tutti questi articoli contribuisce alla rivalutazione storica di quel periodo della nostra storia repubblicana che va sotto il nome di «centrismo» e che, vedendo al centro la figura di Alcide De Gasperi, può anche dirsi «Italia degasperiana». A condizione, però, di considerare come, in quei difficili frangenti, il leader trentino si trovò accanto una classe dirigente consapevole fatta di uomini politici e di tecnici che oltrepassò i confini del proprio partito.
Assai più che da un’ideologia particolare, questi uomini furono uniti dalla volontà di far avanzare la faticosa ripresa del paese lungo i binari della democrazia capitalista. Questo numero aiuta a farci capire fino a che punto la loro opera debba storicamente considerarsi un successo. Ed anche perché a loro, sostanzialmente, sarebbe toccato in sorte di non lasciare eredi all’altezza della riuscita della quale sono stati protagonisti.
di Gaetano Quagliariello e Victor Zaslavsky