Questo numero di «Ventunesimo Secolo» vede la luce in occasione del cinquantennale dei trattati di Roma, portando con sé una vena di malcelata polemica nei confronti delle celebrazioni che hanno attraversato questo 2007. L’introduzione alla sezione monografica curata da Maria Elena Cavallaro lascia, al proposito, pochi dubbi. Vi si esprime il timore che l’eccesso di retorica suscitata dall’anniversario possa contaminare la ricerca storica e che, di conseguenza, gli studi sull’Europa, anziché divenire affluenti importanti delle più complessive ricostruzioni del secondo dopoguerra, si trincerino in un ambito separato della storiografia, sostenuti da urgenze ideologicopolitiche assai più che da effettive ragioni scientifiche. In Italia è già accaduto con la storia dei partiti. Sarebbe il caso di non ripetere l’esperimento.
Il rischio, non c’è dubbio, è reale e viene da lontano. Le celebrazioni del quarantennale, infatti, non hanno fatto altro che rilanciare un’antica propensione ideologica, insita nelle radici stesse dell’europeismo postbellico. Per rendersene conto, basterebbe riprendere tra le mani il bellissimo volume autobiografico di Altiero Spinelli Come ho fatto a divenire saggio: l’avvincente racconto di come un ragazzo divenuto uomo, pur trattenuto dalle spire dei drammi novecenteschi, abbia trovato nel federalismo europeo un’uscita di sicurezza dal comunismo che, per lui, aveva rappresentato ben più di un’ideologia. L’analisi dei contenuti del Manifesto di Ventotene, d’altro canto, conferma questa tesi.
Questa radice dell’europeismo non è l’unica e neppure la più importante. Essa si sarebbe aggiunta ad altre ben più robuste, presenti a quanti – De Gasperi, Adenauer, Schumann innanzi tutto – per esperienza di vita ancor prima che per formazione culturale, individuarono nella costruzione dell’Europa il tentativo di riannodare i fili di una civiltà che la prima guerra mondiale aveva allentato e la stagione dei totalitarismi aveva troncato di netto. Ma come spesso accade, nella storia così come nella vita, le necessità della contingenza pesano assai più delle urgenze delle ideologie. Per questo, la guerra fredda e i problemi in essa insiti ebbero l’effetto non solo di attutire l’importanza dei diversi approcci ideologici ma anche di determinarne una relativa contaminazione. E di lì la costruzione dell’unità europea si è sviluppata al di fuori da ogni preordinata progettualità, determinando un’evidente asimmetria tra il suo versante economico e quello politico.
Sarebbe però un errore ritenere che la distinzione tra quegli approcci originari sia venuta del tutto meno o che essi siano plasmati in un progetto infine condiviso. Già prima e soprattutto dopo la caduta del Muro, infatti, per tanti orfani, l’europeismo è assurto al ruolo di ideologia di riserva, in grado di riclassificare un’insopprimibile esigenza progettuale. Non è un caso se un intellettuale come Ralf Dahrendorf abbia affermato anni fa che l’Europa si era trasformata nell’ultima ideologia della sinistra. E non è nemmeno casuale che proprio in quelle lande della politica e della cultura ci si sia rifiutati di prendere atto di ciò che è incontrovertibile fatto storico: la rilevanza che la tradizione giudaico-cristiana ha avuto nella storia europea.
Si è trattato di negazionismo ancor più che di negazione, perché esso non può avere significato se non in prospettiva ideologica.
Se tutto ciò è vero, riproporre il metodo realista per gli studi sull’Europa, rivendicare cioè spazio per le contingenze internazionali e per le insopprimibili esigenze delle nazioni, rappresentano giusti antidoti a pericolose derive. A condizione, però, che non si esageri. Perché se l’approccio ideologico ha avuto un peso non solo per gli storici ma anche per i protagonisti dell’integrazione – e un peso crescente man mano che le ideologie ufficiali del Novecento e i vincoli da esse veicolate s’indebolivano – è necessario che di esso, in sede di ricostruzione storica, si tenga debitamente conto. Limitarsi a capovolgere il paradigma rischia di riproporre quanto si vorrebbe scongiurare, cioè un approccio pregiudizialmente ideologico. Sebbene ispirato da considerazioni diverse.
La lettura dei saggi raccolti in questo numero evidenzia come quei rischi siano stati per lo più evitati. Essi, infatti, accanto a un problema generale di metodo, presentano al lettore alcuni nodi storici che un approccio ideologico avrebbe omesso o, peggio, risolto in modo irriflesso.
Per quanto concerne il rapporto tra Italia ed Europa, l’articolo di Maria Elena Cavallaro che ricostruisce i dibattiti al momento dell’approvazione della Ueo pone il tema del rapporto tra centrismo ed europeismo al tramonto della stagione degasperiana. Esso evidenzia la natura prevalentemente empirica dell’impegno europeista di quella generazione politica e lo spazio che in esso sempre ebbe la considerazione dell’interesse nazionale.
Evidenzia, ancor più, come tale approccio non fu di un sol uomo – De Gasperi – ma dell’intera classe dirigente raccolta intorno a lui. Che alla sua morte, attraverso la risorsa della politica, trovò i modi di preservarlo e riproporlo.
In questo stesso solco si pongono le riflessioni dedicate a Fanfani. Sull’uomo di Stato aretino la disponibilità dei suoi archivi e dei suoi diari sta inaugurando una nuova stagione di studi. Gli echi si risentono anche in questo numero monografico, laddove gli interessantissimi documenti sulla visita a Nasser curati da Evelina Martelli e l’articolo di Alessandro Marucci creano una tensione interpretativa che sollecita nuove ricerche e ulteriori approfondimenti. In discussione è l’europeismo di Fanfani e, in particolare, lo stabilire se esso fosse un’opzione primaria ovvero l’elemento di una più complessiva concezione delle relazioni internazionali che traeva la sua originalità proprio dal considerare la propensione dell’Italia verso l’Europa nel più ampio scenario planetario. Non mancano motivi di riflessione anche negli scritti dedicati agli altri paesi protagonisti – direttamente o indirettamente – del processo d’integrazione. Silvio Fagiolo nel suo articolo su Adenauer e l’Europa sottolinea la proficuità del processo costituente nella Germania occidentale condizionato direttamente dalle esigenze del bipolarismo mondiale, nonché la sua capacità di contaminare il contesto europeo. In tal modo, indirettamente, si mette in luce come, nella sua parte migliore, il processo d’unificazione continentale offrì uno spazio politico-istituzionale che consentì alle nazioni che avevano subito l’era delle tirannie di sfuggire ai residui che, inevitabilmente, questa aveva lasciato loro in eredità.
Da quest’angolo visuale risulta ancora più interessante l’approccio al caso inglese sviluppato da Ilaria Poggiolini, laddove si sostiene come la mancata adesione al Mercato comune abbia scontato non tanto una rigidità ideologica quanto un ritardo di comprensione politica, che ben presto si sarebbe mostrato in tutte le sue conseguenze empiriche. La proficuità di questa impostazione la si comprende ancor meglio dalla lettura dell’articolo di Vodovar e Bonfreschi sul rapporto tra i trattati di Roma e il ritorno di de Gaulle al potere. Il nodo è cruciale. Aron, nell’affrontarlo, evidenziava l’imprevedibilità del processo storico laddove, per il suo autorevole giudizio, i trattati non avrebbero mai visto la luce se nel 1957 fosse stato al potere il generale ma, d’altra parte, non sarebbero mai decollati se nel 1958 non fosse ancora crollata la IV Repubblica. Vodovar e Bonfreschi esprimono la convinzione che l’apertura non ebbe soltanto ragioni economiche legate al varo del piano Rueff ma che quell’adesione cogliesse l’occasione storica di sfruttare il diniego inglese per proiettare la Francia nella dimensione di potenza più conveniente possibile, dopo che il 1956 e la crisi di Suez avevano espresso una verità non eludibile sui rapporti di forza tra le potenze in vigenza di guerra fredda. Per quanto a nessuno storico sia dato penetrare l’animo del suo soggetto d’indagine, allo stato dei documenti la tesi appare convincente. Così come convince il fatto che l’Europa sarebbe progredita ogni qual volta gli interessi nazionali trovarono il modo d’interagire con i progetti dei funzionalisti. In tal senso, si potrebbe infine affermare, il rapporto tra Monnet e De Gaulle, ancor più che la relazione tra due grandi personalità, descrive una dinamica generale della storia dell’integrazione. E questa acquisizione, ancora una volta, sottolinea come la vicenda europeista del secondo dopoguerra sia consustanzialmente legata alle vicende del mondo bipolare, ai suoi equilibri, alle sue occasioni. E proprio qui risiede, probabilmente, la ragione più forte per la quale il quarantennale del mercato unico, nonostante abbia celebrato un innegabile successo, si sia consumato nel segno di una crisi che nemmeno la retorica che tanto spiace agli autori degli articoli qui raccolti è riuscita a occultare. Nella sezione Documenti pubblichiamo un appunto di Togliatti relativo a una conversazione con Stalin del dicembre 1949 in occasione del sessantesimo genetliaco del dittatore sovietico e una lettera del Politburo a Togliatti del giugno 1952, in preparazione della visita di Nenni a Stalin. Si tratta di due documenti di notevole importanza per la comprensione della politica sovietica verso l’Italia e, in particolare, per il ruolo che in essa giocò il rapporto di Stalin con Togliatti e Nenni.