Compagno cittadino. Il PCI tra via parlamentare e lotta armata
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Compagno cittadino. Il PCI tra via parlamentare e lotta armata
Salvatore Sechi
Rubbettino Editore, 2006
510 pagine - € 26,00
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Dalla lotta al fascismo e dalla guerra di liberazione il Pci ricava la
convinzione che sia possibile limitare, se non abbattere, il potere del
capitalismo e dei ceti sociali che lo rappresentano. Pertanto, nel
1943-1945 si combina la politica delle alleanze (estesa ai sei
partiti-DC, Psi, Pri, Pli ecc.-del Comitato di Liberazione nazionale e
del governo) con una guerra civile spietata contro i fascisti e i loro
alleati nazisti.
La guerra di liberazione diventa lunga e si proietta ben oltre il 25
aprile 1945. Le armi, soprattutto da parte dei comunisti, non vengono
consegnate alle autorità statali e a quelle alleate.Si contano a
diverse migliaia le vittime di processi sommari, di delitti e di
vendette che, soprattutto in Emilia Romagna, insanguinano il
dopoguerra. Il gruppo dirigente, come nel caso della Volante rissa, ne
è un testimone muto, se non un protagonista furtivo.
Questa continuazione della guerra civile significa che per il Pci non
ci fu, come spesso sostiene la storiografia comunista,una scelta
immediata e definitiva per la democrazia politica. La via parlamentare,
cioè il metodo costituzionale per il socialismo, venne sancito solo nel
1956, all’VIII congresso.
I comunisti italiani erano dei rivoluzionari e non dei riformisti, dei
marxisti-leninisti e non dei liberal-democratici. Pertanto, furono
attenti a studiare i rapporti di forza per decidere fin quando, anche
grazie agli equilibri internazionali tra Stati Uniti e Unione
sovietica, e alle tensioni interne tra l’avventurismo
insurrezionalistico di Tiro e le cautele di Stalin, la via parlamentare
potesse conciliarsi con l’obiettivo della conquista del potere.
Salvatore Sechi, avvalendosi anche della sua esperienza di “ospite
ingrato” nelle fila del Pci, documenta il volto oscuro dei comunisti,
cioè l’insieme delle azioni che furono predisposte sia per lastricare
la via all’instaurazione di un regime socialista sia per difendersi da
un’eventuale messa fuori legge del partito, come chiedono diverse voci,
in seno alle amministrazioni Truman ed Eisenhower e nei sacri palazzi
(Pio XII) , Franco ecc..
Un rilievo centrale viene dato in questo volume alla formazione di un
esercito di riserva, cioè un apparato clandestino militare che
dall’Emilia-Romagna si spinge fino alla Cecoslovacchia.A Praga e nelle
altre città ceche si formarono campi di addestramento alla sovversione
e alla guerriglia dove migliaia di comunisti (a cominciare dai capi
della Volante rossa), per lo più ex partigiani condannati o in attesa
di condanna per i crimini commessi durante la Resistenza e negli anni
successivi si addestrarono per rovesciare l’ordine politico e sociale
esistente in Italia. Il servizio segreto sovietico, che controllava il
partito e lo Stato, si prese cura dell’addestramento sia alle armi sia
all’uso di radio-ricetrasmittenti, di parrucche e altri mezzi di
travestimento come di carte di identità false per i membri della
Direzione e del Comitato centrale degli esperti comunisti mandati a
Mosca da Longo e Berlinguer.
Oltrechè ad armarsi, i comunisti italiani si preoccuparono di creare un
sistema di prelievo di tangenti sui profitti delle società, pubbliche e
private, che commerciavano con i paesi dell’Europa orientale.Queste
florido commercio si cumula ai finanziamenti miliardari che il Pci fino
allo scioglimento ricevette da Mosca.
Si spiega, con queste premesse, la preoccupazione che un partito così
rigorosamente predisposto per la rivoluzione suscita in seno al
Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, come Sechi documenta. Anche
l’opinione del servizio segreto italiano è che il Pci abbia una doppia
natura. Insieme alla politica di rispetto della costituzione segue
quella di una possibile insurrezione, a fianco della Unione sovietica
di cui accetta i piani militari di invasione dell’Europa.
Nella lunga introduzione Sechi ricorda alcune sue vicende di iscritto
assai trasgressivo. Dalla militanza a Torino nel gruppo dei “Quaderni
rossi” di Raniero Panzieri si dipana fino a quella a Bologna. Qui “il
partito emiliano” ha i tratti di una rude pagana razza padrona che
Sechi illustra fino a quando lo si costringe a fare fagotto. Bologna,
fatte tutte le differenze, diventa per lui come Praga.
Sommario
Introduzione Da Torino a Bologna: itinerario di un compagno per sbaglio Capitolo 1 Togliatti, il Risorgimento e la questione nazionale Capitolo 2 Il PCI e il liberalismo: la sindrome del 99,76% Capitolo 3 Truman e la grande paura del PCI Capitolo 4 Il Dipartimento di Stato e l’“esercito rosso” Capitolo 5 Compagni e spie Capitolo 6 PCI: “partito della guerra civile” e “partito nuovo”