Ventunesimo Secolo
Collana di studi storici

I comunisti di fronte alla nazione

di Aldo G. Ricci


Chi aveva pensato che il tema della nazione fosse ormai uscito dall’orizzonte della politica e quindi della ricerca storica, almeno in ambito europeo, la conclusione del secolo scorso si è affrettata a fornire sonore e spesso sanguinose smentite, prima con la disintegrazione dell’ex impero sovietico, poi con il conflitto dei Balcani, conseguente all’entrata in crisi della Federazione iugoslava. Proprio il caso della Iugoslavia fornisce probabilmente l’esempio più eloquente all’interrogativo centrale che il grande storicotedesco Friedrich Meinecke si pose al termine del secondo conflitto mondiale sul rapporto tra quelle che giudicava le due grandi forze storiche dell’Europa del XX° secolo, vale a dire i movimenti politici del nazionalismo e del socialismo. Nella Iugoslavia infatti, dopo quasi 40 anni di coabitazione forzata sotto un regime autoritario, le due forze entrarono in un conflitto insanabile, che si concluse con la disgregazione della Federazione all’insegna di un ritrovato nazionalismo balcanico in cui l’elemento etnico e quello religioso s’intersecavano, formando una miscela esplosiva.

Due poli fratelli
In realtà tra nazionalismo e socialismo non c’era stata solo la coabitazione forzata di stampo iugoslavo, perché, come osservava proprio MeinecKe nel 1945, i due movimenti proprio in Germania e in Italia avevano conosciuto una fusione spontanea quanto storicamente anomala, nel nazionalsocialismo e nel fascismo, generando fenomeni politici che avevano provocato una catastrofe immane non solo per i loro rispettivi paesi, ma per l’intera Europa.
In sostanza, nazione e socialismo rappresentano i due poli della dialettica politica del Vecchio continente a partire dalla metà dell’800, e questa dialettica si prolunga in forme diverse per tutta la prima metà del XX° secolo, lasciando problemi aperti, come quello iugoslavo, ma non solo, che hanno trovato soluzione, e non completamente, soltanto con la fine del 900.
Da quanto detto finora dovrebbe risultare evidente l’interesse del recente volume curato da Marina Cattaruzza ( La Nazione in rosso. Socialismo, comunismo e questione nazionale. 1889-1953, Rubbettino editore, pp. 340, euro 18), che raccoglie una serie di saggi di diversi autori sull’argomento, seguendo l’evoluzione del pensiero e della prassi politica, socialista prima e comunista poi, a partire da quel nucleo di ambiguità che accompagna questo tema fin dalle enunciazioni del Manifesto del partito comunista di Marx ed Engels. In quel testo chiave si afferma infatti che “i proletari non hanno patria”, ma si afferma anche che il proletariato deve ascendere a “classe nazionale”. Affermazioni importanti alle quali fece seguito poi il sostegno alterno dato dai padri fondatori del marxismo ai movimenti di emancipazione nazionale. Sull’ambiguità di fondo che stava alla base del dilemma tra solidarietà nazionale e solidarietà di classe si arrovellò tutta la Seconda Internazionale, come spiegano i saggi di Philippe Buton (Movimento operaio e democrazia) e di Dieter Langewiesche, dedicato alle riflessioni dell’“austromarxismo” sul tema della nazione.
Quest’ultimo in particolare riflette sui tentativi della socialdemocrazia austriaca di dare al concetto di nazione un contenuto di autonomia svincolato dall’elemento etnico, all’interno di uno Stato plurinazionale. Nobili tentativi, in contrasto però con la tendenza dei tempi, come rivelò in modo drammatico il primo conflitto mondiale, al termine del quale la solidarietà di classe si era rivelata un baluardo quanto mai fragile per evitare la guerra. La socialdemocrazia per sopravvivere doveva rinunciare alla proiezione internazionalista, come nel caso del laburismo inglese, ricostruito nel saggio di Leonardo Rapone.
Ma il conflitto segnava anche il passaggio del testimone dalla Seconda alla Terza Internazionale, con l’affacciarsi del movimento comunista sulla scena politica, una novità destinata a cambiare completamente il rapporto tra socialismo e questione nazionale. Infatti, dopo una prima fase costituente o di movimento, in cui la questione venne messa in sordine, di fronte alla prospettiva di una rivoluzione europea, con il consolidarsi dello Stato sovietico, la politica delle nazionalità divenne una semplice variabile nell’ambito della strategia internazionale dell’Urss, utilizzata quando se ne presentava la possibilità a vantaggio degli interessi dell’Urss e della politica di espansionismo della stessa Unione Sovietica o dei suoi satelliti.

Di Ribbentrop-Molotov e altre cose
Su questi temi si confrontano alcuni dei saggi più interessanti per il lettore italiano, a cominciare da quelli di Gaetano Quagliariello (“Il Pci, il Pcf e le conseguenze del patto Molotov-Ribbentrop”) e di Elena Aga Rossi (“Il Pci tra identità comunista e interesse nazionale”), senza dimenticare quello di Malgorzata Swider sulla Polonia e di Detlef Brandes sulla Cecoslovacchia.
Il patto Hitler-Stalin (o Molotov-Robbentrop) rappresenta probabilmente il passaggio che meglio dimostra l’assoluta indifferenza della politica sovietica sia nei confronti delle esigenze nazionali dei diversi partiti comunisti, sia nei confronti dei princìpi fino a quel momento sostenuti. Quel patto ebbe un effetto dirompente sui diversi partiti comunisti e in particolare sul partito francese, il cui paese stava per soccombere sotto le armate naziste. Paradossalmente fu invece favorito il Pci, in quanto l’Italia era da tempo alleata della Germania nazista e questo non imponeva al partito quelle scelte laceranti e autodistruttive cui furono invece costretti i comunisti francesi. Nel suo saggio Gaetano Quagliariello dimostra con tutta evidenza come la pretesa eccezionalità di cui si è sempre fregiato il Partito comunista italiano sia in realtà dipesa dalle diverse circostanze storiche in cui si trovarono a operare e non da una presunta differenza genetica. Ma è sulla frontiera orientale dell’Italia, e in particolare sulla questione di Trieste, che il Pci visse in forme laceranti la profonda contraddizione tra la sua obbedienza internazionalista, ma in realtà alla politica mondiale dell’Urss, e la sua collocazione nazionale. Il saggio di Elena Aga Rossi, che con Victor Zaslavsky, nel volume “Togliatti e Stalin” di alcuni anni fa, ha offerto alla pubblica conoscenza i documenti più clamorosi e convincenti che confermano la totale subordinazione del Pci alle direttive staliniane, anche in questo caso, sulla questione di Trieste, dimostra come il Partito comunista italiano abbia pagato un prezzo alto alla sudditanza all’Urss, sia in termini di crisi dei suoi militanti, sia per le contraddizioni che queste scelte alimentarono all’interno dei governi di unità nazionale ai quali il Pci partecipò dalla svolta di Salerno in poi, per esserne poi cacciato nel 1947, con lo scoppio della guerra fredda. Solo dopo il crollo dell’Urss il Pci ha cominciato timidamente a interrogarsi su quelle scelte, ma in un contesto in cui questione nazionale e collocazione internazionale sono ormai ben lontane da quelle di 60 anni fa.

(L’Indipendente, 24 dicembre 2005)