La Nazione in rosso. Socialismo, Comunismo e "Questione nazionale": 1889-1953
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La Nazione in rosso. Socialismo, Comunismo e "Questione nazionale": 1889-1953
A cura di Marina Cattaruzza
Rubbettino Editore, 2005
334 pagine - € 18,00
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I comunisti di fronte alla nazione
di Aldo G. Ricci
Chi aveva pensato che il tema della nazione fosse ormai uscito
dall’orizzonte della politica e quindi della ricerca storica, almeno in
ambito europeo, la conclusione del secolo scorso si è affrettata a
fornire sonore e spesso sanguinose smentite, prima con la
disintegrazione dell’ex impero sovietico, poi con il conflitto dei
Balcani, conseguente all’entrata in crisi della Federazione iugoslava.
Proprio il caso della Iugoslavia fornisce probabilmente l’esempio più
eloquente all’interrogativo centrale che il grande storicotedesco
Friedrich Meinecke si pose al termine del secondo conflitto mondiale
sul rapporto tra quelle che giudicava le due grandi forze storiche
dell’Europa del XX° secolo, vale a dire i movimenti politici del
nazionalismo e del socialismo. Nella Iugoslavia infatti, dopo quasi 40
anni di coabitazione forzata sotto un regime autoritario, le due forze
entrarono in un conflitto insanabile, che si concluse con la
disgregazione della Federazione all’insegna di un ritrovato
nazionalismo balcanico in cui l’elemento etnico e quello religioso
s’intersecavano, formando una miscela esplosiva.
Due poli fratelli
In realtà tra nazionalismo e socialismo non c’era stata solo la
coabitazione forzata di stampo iugoslavo, perché, come osservava
proprio MeinecKe nel 1945, i due movimenti proprio in Germania e in
Italia avevano conosciuto una fusione spontanea quanto storicamente
anomala, nel nazionalsocialismo e nel fascismo, generando fenomeni
politici che avevano provocato una catastrofe immane non solo per i
loro rispettivi paesi, ma per l’intera Europa.
In sostanza, nazione e socialismo rappresentano i due poli della
dialettica politica del Vecchio continente a partire dalla metà
dell’800, e questa dialettica si prolunga in forme diverse per tutta la
prima metà del XX° secolo, lasciando problemi aperti, come quello
iugoslavo, ma non solo, che hanno trovato soluzione, e non
completamente, soltanto con la fine del 900.
Da quanto detto finora dovrebbe risultare evidente l’interesse del
recente volume curato da Marina Cattaruzza ( La Nazione in rosso.
Socialismo, comunismo e questione nazionale. 1889-1953, Rubbettino
editore, pp. 340, euro 18), che raccoglie una serie di saggi di diversi
autori sull’argomento, seguendo l’evoluzione del pensiero e della
prassi politica,
socialista prima e comunista poi, a partire da quel nucleo di ambiguità
che accompagna questo tema fin dalle enunciazioni del Manifesto del
partito comunista di Marx ed Engels. In quel testo chiave si afferma
infatti che “i proletari non hanno patria”, ma si afferma anche che il
proletariato deve ascendere a “classe nazionale”. Affermazioni
importanti alle quali fece seguito poi il sostegno alterno dato dai
padri fondatori del marxismo ai movimenti di emancipazione nazionale.
Sull’ambiguità di fondo che stava alla base del dilemma tra solidarietà
nazionale e solidarietà di classe si arrovellò tutta la Seconda
Internazionale, come spiegano i saggi di Philippe Buton (Movimento
operaio e democrazia) e di Dieter Langewiesche, dedicato alle
riflessioni dell’“austromarxismo” sul tema della nazione.
Quest’ultimo in particolare riflette sui tentativi della
socialdemocrazia austriaca di dare al concetto di nazione un contenuto
di autonomia svincolato dall’elemento etnico, all’interno di uno Stato
plurinazionale. Nobili tentativi, in contrasto però con la tendenza dei
tempi, come rivelò in modo drammatico il primo conflitto mondiale, al
termine del quale la solidarietà di classe si era rivelata un baluardo
quanto mai fragile per evitare la guerra. La socialdemocrazia per
sopravvivere doveva rinunciare alla proiezione internazionalista, come
nel caso del laburismo inglese, ricostruito nel saggio di Leonardo
Rapone.
Ma il conflitto segnava anche il passaggio del testimone dalla Seconda
alla Terza Internazionale, con l’affacciarsi del movimento comunista
sulla scena politica, una novità destinata a cambiare completamente il
rapporto tra socialismo e questione nazionale. Infatti, dopo una prima
fase costituente o di movimento, in cui la questione venne messa in
sordine, di fronte alla prospettiva di una rivoluzione europea, con il
consolidarsi dello Stato sovietico, la politica delle nazionalità
divenne una semplice variabile nell’ambito della strategia
internazionale dell’Urss, utilizzata quando se ne presentava la
possibilità a vantaggio degli interessi dell’Urss e della politica di
espansionismo della stessa Unione Sovietica o dei suoi satelliti.
Di Ribbentrop-Molotov e altre cose
Su questi temi si confrontano alcuni dei saggi più interessanti per il
lettore italiano, a cominciare da quelli di Gaetano Quagliariello (“Il
Pci, il Pcf e le conseguenze del patto Molotov-Ribbentrop”) e di Elena
Aga Rossi (“Il Pci tra identità comunista e interesse nazionale”),
senza dimenticare quello di Malgorzata Swider sulla Polonia e di Detlef
Brandes sulla Cecoslovacchia.
Il patto Hitler-Stalin (o Molotov-Robbentrop) rappresenta probabilmente
il passaggio che meglio dimostra l’assoluta indifferenza della politica
sovietica sia nei confronti delle esigenze nazionali dei diversi
partiti comunisti, sia nei confronti dei princìpi fino a quel momento
sostenuti. Quel patto ebbe un effetto dirompente sui diversi partiti
comunisti e in particolare sul partito francese, il cui paese stava per
soccombere sotto le armate naziste. Paradossalmente fu invece favorito
il Pci, in quanto l’Italia era da tempo alleata della Germania nazista
e questo non imponeva al partito quelle scelte laceranti e
autodistruttive cui furono invece costretti i comunisti francesi. Nel
suo saggio Gaetano Quagliariello dimostra con tutta evidenza come la
pretesa eccezionalità di cui si è sempre fregiato il Partito comunista
italiano sia in realtà dipesa dalle diverse circostanze storiche in cui
si trovarono a operare e non da una presunta differenza genetica. Ma è
sulla frontiera orientale dell’Italia, e in particolare sulla questione
di Trieste, che il Pci visse in forme laceranti la profonda
contraddizione tra la sua obbedienza internazionalista, ma in realtà
alla politica mondiale dell’Urss, e la sua collocazione nazionale. Il
saggio di Elena Aga Rossi, che con Victor Zaslavsky, nel volume
“Togliatti e Stalin” di alcuni anni fa, ha offerto alla pubblica
conoscenza i documenti più clamorosi e convincenti che confermano la
totale subordinazione del Pci alle direttive staliniane, anche in
questo caso, sulla questione di Trieste, dimostra come il Partito
comunista italiano abbia pagato un prezzo alto alla sudditanza
all’Urss, sia in termini di crisi dei suoi militanti, sia per le
contraddizioni che queste scelte alimentarono all’interno dei governi
di unità nazionale ai quali il Pci partecipò dalla svolta di Salerno in
poi, per esserne poi cacciato nel 1947, con lo scoppio della guerra
fredda. Solo dopo il crollo dell’Urss il Pci ha cominciato timidamente
a interrogarsi su quelle scelte, ma in un contesto in cui questione
nazionale e collocazione internazionale sono ormai ben lontane da
quelle di 60 anni fa.
(L’Indipendente, 24 dicembre 2005)