La Nazione in rosso. Socialismo, Comunismo e "Questione nazionale": 1889-1953
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La Nazione in rosso. Socialismo, Comunismo e "Questione nazionale": 1889-1953
A cura di Marina Cattaruzza
Rubbettino Editore, 2005
334 pagine - € 18,00
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Per l'Urss e per la patria
di Emilio Gentile
«I proletari non hanno patria», proclamò nel 1848 il «Manifesto del
partito comunista». «Gli operai hanno una patria» e la difesa della
patria è «la più alta legge della vita», affermava ottantasei anni dopo
la «Pravda», organo del Partito comunista dell'Unione Sovietica. La
patria degli operai era ovviamente la Russia, dove il comunismo aveva
conquistato il potere nel 1917, dando vita alla Terza Internazionale
(Comintern). A essa aderivano i partiti comunisti di tutto il mondo,
che obbedivano con militaresca disciplina e dedizione religiosa alle
direttive sovietiche, subordinando gli interessi dei loro rispettivi
Paesi agli interessi della patria del socialismo.
Esempi di come l'Urss usò per la propria politica di potenza la
politica "nazionale" dei partiti comunisti in Francia, Italia, Polonia
e Cecoslovacchia, soprattutto durante e dopo la Seconda guerra, sono
illustrati in alcuni dei saggi raccolti in questo libro sulla questione
nazionale nel socialismo e nel comunismo dal 1889 al 1953, curato da
Marina Cattaruzza. Dal volume appare evidente quanto la questione
nazionale sia «un problema ineludibile per il movimento operaio
internazionalista sia nella versione socialdemocratica che in quella
comunista», come osserva la curatrice, anche se le versioni furono
molto diverse, sia per l'ideologia sia, cosa più importante, per la
politica concreta attuata dai due movimenti internazionalisti.
Socialisti e comunisti dovettero fare i conti con la realtà del mito
nazionale, delle nazionalità e degli Stati nazionali.
I loro atteggiamenti, e le scelte che ne derivarono, sia quando erano
all'opposizione sia quando erano ai governo, ebbero conseguenze gravi,
e talora disastrose, nella vita dei popoli europei.
Dalla fine dell'Ottocento alla Prima guerra mondiale, nel socialismo
europeo vi furono posizioni
contrastanti sulla questione nazionale. L'ignoranza, l'indifferenza,
l'ostilità furono gli atteggiamenti
prevalenti fra i socialisti italiani. Invece marxisti austriaci come
Otto Bauer e Karl Renner meditarono con originalità sul problema della
nazione e dello Stato nazionale, analizzandolo attraverso la realtà
multinazionale dell'impero austro ungarico.
L'esperienza della Grande Guerra, attraverso le "unioni sacre" dei
governi belligeranti, contribuì a
conciliare i partiti socialisti col patriottismo nazionale in molti
Paesi, come in Francia e in
Germania, mentre il Partito socialista italiano, come dimostra il caso
rappresentativo di Amadeo Bordiga, rimase assolutamente contrario a
ogni forma di integrazione patriottica; anzi, dopo la guerra, il
Partito socialista acuì l'odio per lo Stato nazionale, inneggiando
all'internazionalismo bolscevico in attesa della rivoluzione, finché
l'attesa non fu stroncata dalla reazione nazionalista del fascismo.
Negli anni fra le due guerre, la nazione acquisì piena cittadinanza
nella socialdemocrazia europea, che pur mirava a superare il principio
borghese della nazionalità, attraverso la «limitazione della
sovranità dei singoli Stati a vantaggio della sovranità dell'insieme
delle nazioni», come affermava
il socialista tedesco Rudolf Hilferding. Ci furono anche ipotesi di
socialismo nazionale: «La parola
d'ordine della lotta di classe non può essere che questa: la classe
deve diventare nazione», scriveva
Herman Heller, esponente della socialdemocrazia tedesca; «la sua
missione storica universale è quella di attuare l'idea. socialista
nella nazione».
L'atteggiamento dei partiti comunisti nei confronti della questione
nazionale fu sempre dettato da Stalin, che nel 1913 aveva scritto un
saggio sul marxismo e il problema della nazione, e nel 1934 riscoprì
l'utilità del patriottismo i per la sua politica di potenza. Nel 1941
il Comintern ritenne necessario «combinare l'internazionalismo
proletario con i sani sentimenti nazionali di ogni popolo, e preparare
i nostri nazionalisti». I partiti comunisti europei obbedirono con
disciplina e indossarono subito i colori della nazione. Nacque così la
leggenda dell'autonomia dei comunisti italiani dall'Unione Sovietica.
(Il Sole-24 Ore, 18 dicembre 2005)