Ventunesimo Secolo
Collana di studi storici

Per l'Urss e per la patria

di Emilio Gentile


«I proletari non hanno patria», proclamò nel 1848 il «Manifesto del partito comunista». «Gli operai hanno una patria» e la difesa della patria è «la più alta legge della vita», affermava ottantasei anni dopo la «Pravda», organo del Partito comunista dell'Unione Sovietica. La patria degli operai era ovviamente la Russia, dove il comunismo aveva conquistato il potere nel 1917, dando vita alla Terza Internazionale (Comintern). A essa aderivano i partiti comunisti di tutto il mondo, che obbedivano con militaresca disciplina e dedizione religiosa alle direttive sovietiche, subordinando gli interessi dei loro rispettivi Paesi agli interessi della patria del socialismo.
Esempi di come l'Urss usò per la propria politica di potenza la politica "nazionale" dei partiti comunisti in Francia, Italia, Polonia e Cecoslovacchia, soprattutto durante e dopo la Seconda guerra, sono illustrati in alcuni dei saggi raccolti in questo libro sulla questione nazionale nel socialismo e nel comunismo dal 1889 al 1953, curato da Marina Cattaruzza. Dal volume appare evidente quanto la questione nazionale sia «un problema ineludibile per il movimento operaio internazionalista sia nella versione socialdemocratica che in quella comunista», come osserva la curatrice, anche se le versioni furono molto diverse, sia per l'ideologia sia, cosa più importante, per la politica concreta attuata dai due movimenti internazionalisti. Socialisti e comunisti dovettero fare i conti con la realtà del mito nazionale, delle nazionalità e degli Stati nazionali.
I loro atteggiamenti, e le scelte che ne derivarono, sia quando erano all'opposizione sia quando erano ai governo, ebbero conseguenze gravi, e talora disastrose, nella vita dei popoli europei. Dalla fine dell'Ottocento alla Prima guerra mondiale, nel socialismo europeo vi furono posizioni contrastanti sulla questione nazionale. L'ignoranza, l'indifferenza, l'ostilità furono gli atteggiamenti prevalenti fra i socialisti italiani. Invece marxisti austriaci come Otto Bauer e Karl Renner meditarono con originalità sul problema della nazione e dello Stato nazionale, analizzandolo attraverso la realtà multinazionale dell'impero austro ungarico.
L'esperienza della Grande Guerra, attraverso le "unioni sacre" dei governi belligeranti, contribuì a conciliare i partiti socialisti col patriottismo nazionale in molti Paesi, come in Francia e in Germania, mentre il Partito socialista italiano, come dimostra il caso rappresentativo di Amadeo Bordiga, rimase assolutamente contrario a ogni forma di integrazione patriottica; anzi, dopo la guerra, il Partito socialista acuì l'odio per lo Stato nazionale, inneggiando all'internazionalismo bolscevico in attesa della rivoluzione, finché l'attesa non fu stroncata dalla reazione nazionalista del fascismo.
Negli anni fra le due guerre, la nazione acquisì piena cittadinanza nella socialdemocrazia europea, che pur mirava a superare il principio borghese della nazionalità, attraverso la «limitazione della sovranità dei singoli Stati a vantaggio della sovranità dell'insieme delle nazioni», come affermava il socialista tedesco Rudolf Hilferding. Ci furono anche ipotesi di socialismo nazionale: «La parola d'ordine della lotta di classe non può essere che questa: la classe deve diventare nazione», scriveva Herman Heller, esponente della socialdemocrazia tedesca; «la sua missione storica universale è quella di attuare l'idea. socialista nella nazione».
L'atteggiamento dei partiti comunisti nei confronti della questione nazionale fu sempre dettato da Stalin, che nel 1913 aveva scritto un saggio sul marxismo e il problema della nazione, e nel 1934 riscoprì l'utilità del patriottismo i per la sua politica di potenza. Nel 1941 il Comintern ritenne necessario «combinare l'internazionalismo proletario con i sani sentimenti nazionali di ogni popolo, e preparare i nostri nazionalisti». I partiti comunisti europei obbedirono con disciplina e indossarono subito i colori della nazione. Nacque così la leggenda dell'autonomia dei comunisti italiani dall'Unione Sovietica.

(Il Sole-24 Ore, 18 dicembre 2005)