La Nazione in rosso. Socialismo, Comunismo e "Questione nazionale": 1889-1953
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La Nazione in rosso. Socialismo, Comunismo e "Questione nazionale": 1889-1953
A cura di Marina Cattaruzza
Rubbettino Editore, 2005
334 pagine - € 18,00
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La via francese al comunismo e la svolta di Salerno staliniana
di Alceo Riosa
Il termine "nazione" è stato utilizzato in vario modo da politici e da
storici appartenenti alla tradizione socialista e comunista,
ingenerando non poche incertezze. Ce ne dà conto il volume collettaneo,
La nazione in rosso. Socialismo, comunismo e questione nazionale 1889
1953 (dalla nascita cioè della seconda Internazionale socialista al
periodo dominato dall'esistenza dello stalinismo in Urss), che Marina
Cattaruzza, ha curato per Rubettino editore.
L'accezione più comune e diciamo anche più inflazionata è legata alla
diatriba sul carattere più o meno autonomo della via al socialismo
elaborata specialmente dal partito comunista italiano, in
polemica con le direttive centralizzatrici dell'Unione sovietica e con
la tristemente nota teoria della sovranità limitata, imposta dall'Urss
ai paesi satelliti ed al riparo della quale furono represse la
rivoluzione ungherese nel 1956 e l'utopia di un comunismo dal volto
umano fiorita durante la «primavera di Praga» nel 1968.
II tema dell'autonomia nazionale fu fatto valere con forza dal
comunismo italiano già durante la
Resistenza, per rivendicare il proprio radicamento nella storia
italiana e candidarsi a forza politica in grado di condurre a soluzione
i problemi drammatici lasciati irrisolti dal Risorgimento in poi.
Dietro a questa linea politica c'era il poderoso sforzo teorico tentato
da Antonio Granisci, nella solitudine delle galere fasciste. Ma basta
questo precedente a garantire la sincerità e la coerenza della politica
perseguita dall'epoca della lotta partigiana in poi dal leader del Pci
Togliatti, tra l'altro promotore zelante quanto prudente della prima
pubblicazione (purgata) dei «Quaderni dal carcere»? O nel valutarne la
linea politica non deve invece prevalere la considerazione del ruolo di
fedele, quando non zelante, interprete delle direttive staliniane che
Togliatti aveva avuto come dirigente dell'Internazionale comunista
negli anni trenta?
Proprio questo versante è indagato da Gaetano Quagliariello nel quadro
delle diverse conseguenze del patto Molotov Ribbentrop, concluso
nell'agosto 1939, sul partito comunista francese e su quello italiano.
A lungo la memoria storica ha fatto pesare sui comunisti francesi
l'accusa di tradimento degli interessi nazionali a favore di quelli
dell'Urss, risparmiandola invece al partito di Togliatti. Piuttosto
convincente risulta la tesi di Quagliariello, secondo cui la diversa
percezione della condotta seguita dai due partiti fratelli non avrebbe
tanto a che fare con presunte diversità ideologiche (anche se tuttavia
esse non sono del tutto da escludere) quanto, invece, con il diverso
contesto geo politico in cui essi agivano e che rendeva assai più
appetibile per Mosca l'allineamento del Pcf che quello di un piccolo
partito clandestino, privo di risonanza, come l'omonimo italiano. Ma
ancor più decisivamente la diversa percezione dipenderebbe dalle
vicende successive ed in primo luogo dal rovesciamento dei pesi
specifici dei due comunismi durante la Resistenza.
Il ruolo protagonistico che nella lotta partigiana italiana ebbero i
comunisti di Togliatti in nome dell'unità nazionale contro il
nazifascismo, potè essere fatta valere come prova di lealtà agli
interessi generali del Paese senza suscitare rilevanti obiezioni da
parte degli altri antifascisti. Ciò
invece non accadde nella resistenza francese, dove i comunisti furono
costretti ad un ruolo assai più
defilato sia per effetto dell'egemonia ottenuta dal generale de Gaulle
sia per la perseveranza con cui i socialisti, pur loro compagni di
viaggio, continuarono ad insistere sulle ambiguità politiche passate e
presenti dei comunisti. Sui limiti della lealtà nazionale rivendicata
dai comunisti italiani e largamente riconosciuta dalla storiografia
insiste il saggio di Elena Aga Rossi, che sulla base della nuova
documentazione resa disponibile dagli archivi sovietici contesta
l'ispirazione autonoma della famosa «svolta di Salerno» con cui agli
inizi del '44 Togliatti inaugurò la linea di unità nazionale,
attribuendone invece la paternità nascosta a Stalin medesimo, per
motivi strettamente legati alla collocazione sovietica nel quadro dei
rapporti di forza alleati. Si tratta di una messa a punto stimolante
grazie ai puntigliosi riferimenti documentari e in attesa che il venir
meno della comprensibile urgenza polemica contro la vulgata sinora
prevalsa ne consenta una loro maggiore
articolazione contestuale. E in particolare inquadrandoli nella
tradizione storicista ereditata dalla cultura comunista, una tradizione
costituzionalmente, si potrebbe dire, attenta alle specificità
nazionali dell'agire politico.
Il che, peraltro, se significa attenzione allo spazio nazionale, non di per sé equivale al recupero della
nazione come valore o meglio come patriottismo.
Sottolinea in questo medesimo volume Dieter Langewiescheche che
soltanto gli austro marxisti di Renner e Bauer all'epoca
dell'Internazionale socialista cercarono di offrire una risposta alla
questione nazionale intesa in questa accezione e non solamente come
fenomeno storico transeunte. La soluzione proposta era svincolare le
molteplici rivendicazioni provenienti dal mosaico di popoli che
costituiva l'impero asburgico dal demone della territorialità, a cui
era rimasto legato ancora il
Mazzini. In questa luce era indispensabile che l'Impero si trasformasse
in «stato delle nazioni»
democratico e federale, garante sia dell'autonomia culturale nazionale
di ciascun gruppo sia di quella personale, nel caso specialmente dei
lavoratori costretti alla mobilità all'interno del territorio
asburgico.
Non fu solamente la fine dell'impero asburgico nel 1918 a segnare la
dissoluzione di questo generoso sogno, visto che i nuovi stati sorti
dalle sue ceneri ne ereditarono, nel loro piccolo, i medesimi problemi
nazionali. Inoltre tali e quali essi si ripresentarono alle truppe di
occupazione sovietica dell'Europa centro orientale. E furono risolti
con gli esodi di massa forzata a spese particolarmente delle minoranze
nazionali tedesche. Come dire che prevalse la logica della spada su
quella della fraterna convivenza tra i popoli. Il dramma peggiore fu
che questa soluzione
incontrò il consenso anche della masse popolari polacche non comuniste,
come illustra nel volume
Malgorzata Swidler, mentre nel caso della Cecoslovacchia, illustrato da
Detlef Brandes, un progetto analogo era stata già proposta negli anni
trenta dal leader democratico, Benes.
(Il Riformista, 7 dicembre 2005)