Ventunesimo Secolo
Collana di studi storici

La via francese al comunismo e la svolta di Salerno staliniana

di Alceo Riosa


Il termine "nazione" è stato utilizzato in vario modo da politici e da storici appartenenti alla tradizione socialista e comunista, ingenerando non poche incertezze. Ce ne dà conto il volume collettaneo, La nazione in rosso. Socialismo, comunismo e questione nazionale 1889 1953 (dalla nascita cioè della seconda Internazionale socialista al periodo dominato dall'esistenza dello stalinismo in Urss), che Marina Cattaruzza, ha curato per Rubettino editore.
L'accezione più comune e diciamo anche più inflazionata è legata alla diatriba sul carattere più o meno autonomo della via al socialismo elaborata specialmente dal partito comunista italiano, in polemica con le direttive centralizzatrici dell'Unione sovietica e con la tristemente nota teoria della sovranità limitata, imposta dall'Urss ai paesi satelliti ed al riparo della quale furono represse la rivoluzione ungherese nel 1956 e l'utopia di un comunismo dal volto umano fiorita durante la «primavera di Praga» nel 1968.
II tema dell'autonomia nazionale fu fatto valere con forza dal comunismo italiano già durante la Resistenza, per rivendicare il proprio radicamento nella storia italiana e candidarsi a forza politica in grado di condurre a soluzione i problemi drammatici lasciati irrisolti dal Risorgimento in poi.
Dietro a questa linea politica c'era il poderoso sforzo teorico tentato da Antonio Granisci, nella solitudine delle galere fasciste. Ma basta questo precedente a garantire la sincerità e la coerenza della politica perseguita dall'epoca della lotta partigiana in poi dal leader del Pci Togliatti, tra l'altro promotore zelante quanto prudente della prima pubblicazione (purgata) dei «Quaderni dal carcere»? O nel valutarne la linea politica non deve invece prevalere la considerazione del ruolo di fedele, quando non zelante, interprete delle direttive staliniane che Togliatti aveva avuto come dirigente dell'Internazionale comunista negli anni trenta?
Proprio questo versante è indagato da Gaetano Quagliariello nel quadro delle diverse conseguenze del patto Molotov Ribbentrop, concluso nell'agosto 1939, sul partito comunista francese e su quello italiano. A lungo la memoria storica ha fatto pesare sui comunisti francesi l'accusa di tradimento degli interessi nazionali a favore di quelli dell'Urss, risparmiandola invece al partito di Togliatti. Piuttosto convincente risulta la tesi di Quagliariello, secondo cui la diversa percezione della condotta seguita dai due partiti fratelli non avrebbe tanto a che fare con presunte diversità ideologiche (anche se tuttavia esse non sono del tutto da escludere) quanto, invece, con il diverso contesto geo politico in cui essi agivano e che rendeva assai più appetibile per Mosca l'allineamento del Pcf che quello di un piccolo partito clandestino, privo di risonanza, come l'omonimo italiano. Ma ancor più decisivamente la diversa percezione dipenderebbe dalle vicende successive ed in primo luogo dal rovesciamento dei pesi specifici dei due comunismi durante la Resistenza.
Il ruolo protagonistico che nella lotta partigiana italiana ebbero i comunisti di Togliatti in nome dell'unità nazionale contro il nazifascismo, potè essere fatta valere come prova di lealtà agli interessi generali del Paese senza suscitare rilevanti obiezioni da parte degli altri antifascisti. Ciò invece non accadde nella resistenza francese, dove i comunisti furono costretti ad un ruolo assai più defilato sia per effetto dell'egemonia ottenuta dal generale de Gaulle sia per la perseveranza con cui i socialisti, pur loro compagni di viaggio, continuarono ad insistere sulle ambiguità politiche passate e presenti dei comunisti. Sui limiti della lealtà nazionale rivendicata dai comunisti italiani e largamente riconosciuta dalla storiografia insiste il saggio di Elena Aga Rossi, che sulla base della nuova documentazione resa disponibile dagli archivi sovietici contesta l'ispirazione autonoma della famosa «svolta di Salerno» con cui agli inizi del '44 Togliatti inaugurò la linea di unità nazionale, attribuendone invece la paternità nascosta a Stalin medesimo, per motivi strettamente legati alla collocazione sovietica nel quadro dei rapporti di forza alleati. Si tratta di una messa a punto stimolante grazie ai puntigliosi riferimenti documentari e in attesa che il venir meno della comprensibile urgenza polemica contro la vulgata sinora prevalsa ne consenta una loro maggiore articolazione contestuale. E in particolare inquadrandoli nella tradizione storicista ereditata dalla cultura comunista, una tradizione costituzionalmente, si potrebbe dire, attenta alle specificità nazionali dell'agire politico.
Il che, peraltro, se significa attenzione allo spazio nazionale, non di per sé equivale al recupero della nazione come valore o meglio come patriottismo.
Sottolinea in questo medesimo volume Dieter Langewiescheche che soltanto gli austro marxisti di Renner e Bauer all'epoca dell'Internazionale socialista cercarono di offrire una risposta alla questione nazionale intesa in questa accezione e non solamente come fenomeno storico transeunte. La soluzione proposta era svincolare le molteplici rivendicazioni provenienti dal mosaico di popoli che costituiva l'impero asburgico dal demone della territorialità, a cui era rimasto legato ancora il Mazzini. In questa luce era indispensabile che l'Impero si trasformasse in «stato delle nazioni» democratico e federale, garante sia dell'autonomia culturale nazionale di ciascun gruppo sia di quella personale, nel caso specialmente dei lavoratori costretti alla mobilità all'interno del territorio asburgico.
Non fu solamente la fine dell'impero asburgico nel 1918 a segnare la dissoluzione di questo generoso sogno, visto che i nuovi stati sorti dalle sue ceneri ne ereditarono, nel loro piccolo, i medesimi problemi nazionali. Inoltre tali e quali essi si ripresentarono alle truppe di occupazione sovietica dell'Europa centro orientale. E furono risolti con gli esodi di massa forzata a spese particolarmente delle minoranze nazionali tedesche. Come dire che prevalse la logica della spada su quella della fraterna convivenza tra i popoli. Il dramma peggiore fu che questa soluzione incontrò il consenso anche della masse popolari polacche non comuniste, come illustra nel volume Malgorzata Swidler, mentre nel caso della Cecoslovacchia, illustrato da Detlef Brandes, un progetto analogo era stata già proposta negli anni trenta dal leader democratico, Benes.

(Il Riformista, 7 dicembre 2005)