La Nazione in rosso. Socialismo, Comunismo e "Questione nazionale": 1889-1953
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La Nazione in rosso. Socialismo, Comunismo e "Questione nazionale": 1889-1953
A cura di Marina Cattaruzza
Rubbettino Editore, 2005
334 pagine - € 18,00
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Anche i comunisti amavano la patria Sovietica
di Giovanni Belardelli
«Proletari di tutti i Paesi unitevi!»: il famosissimo slogan del
Manifesto di Marx ed Engels ci ricorda che l’ideologia alla quale si
ispirarono i vari partiti socialisti e comunisti nasceva, per molti
aspetti, con un carattere antinazionale e dunque con fini politici che
trascendevano la dimensione dei singoli Stati. Ma in realtà poche cose
dimostrano la forza dell’idea di nazione nel mondo contemporaneo come
il fatto che quegli stessi partiti dovettero progressivamente prendere
atto dei rispettivi interessi nazionali. L’austriaco Karl Renner, assai
sensibile al tema dell’autonomia delle nazionalità in quanto suddito di
un impero multinazionale come quello asburgico, scrisse che «la
socialdemocrazia considera la nazione indistruttibile e da non
distruggere». Ma, a ben vedere, i tanti esempi forniti ora in un libro
curato da Marina Cattaruzza (La nazione in rosso, edito da Rubbettino)
mostrano come il processo di «nazionalizzazione» interessasse
soprattutto le formazioni di orientamento socialista, presentandosi
invece in modo assai problematico nel caso dei partiti comunisti, nati
sotto il segno di una dipendenza da Mosca che li portava a valutare
come prevalente «interesse nazionale» appunto quello sovietico. Molti
saggi del libro mostrano quanto in tutti i partiti comunisti il
riferimento all’interesse nazionale, fattosi frequente dalla metà degli
anni Trenta, fosse largamente strumentale. Vediamo così che in
Cecoslovacchia i comunisti, favorevoli a una ricostituzione del Paese
smembrato da Hitler dopo Monaco, abbandonarono questa posizione subito
dopo la firma del patto tedesco-sovietico del 1939. Per tornare però a
chiedere la ricostituzione della Cecoslovacchia dopo che l’alleanza
Hitler-Stalin si ruppe con l’attacco tedesco all’Urss. La
rivendicazione dell’interesse nazionale ci appare, in questo e in molti
altri casi, strettamente collegata alle posizioni (e alle direttive) di
Mosca.
Un caso particolare sembrerebbe quello del Pci, che - secondo quel che
affermarono molti storici vicini al partito - avrebbe rappresentato una
sorta di «terza via» tra il pieno riconoscimento dell’interesse
nazionale, realizzato dai partiti socialisti europei, e il richiamo
strumentale a quel medesimo interesse che caratterizzò invece i partiti
comunisti. Come ricorda Elena Aga Rossi in uno dei saggi del volume, la
documentazione degli archivi sovietici ha mostrato ormai come la stessa
«svolta di Salerno» del marzo 1944 - con la quale un Togliatti reduce
da Mosca, si è a lungo sostenuto, avrebbe imposto al partito una via
insieme democratica e nazionale - fu anzitutto il frutto delle
direttive che il segretario del Pci aveva ricevuto da Stalin.
In un altro saggio, Gaetano Quagliariello sottopone invece la vulgata
storiografica comunista a una critica di tipo diverso. Confrontando il
caso dei partiti comunisti francese e italiano negli anni di guerra,
egli arriva alla conclusione che la vera differenza tra le vicende dei
due partiti non dipese da una intrinseca «diversità» di quello
italiano, quasi che esso avesse davvero, già allora, l’obiettivo di
quel distacco da Mosca che si sarebbe manifestato molti anni dopo. La
principale differenza era legata piuttosto ai diversi contesti nei
quali i due partiti si trovarono a operare a partire dal 1939. Il Pcf
era allora un grande partito di massa, costretto dal patto
Ribbentrop-Molotov ad abbandonare le precedenti posizioni antinaziste
fino al punto di cercare un modus vivendi con l’occupante tedesco. Da
ciò una crisi gravissima e, terminata la guerra, l’accusa di aver
sostenuto posizioni antinazionali. I comunisti italiani accettarono
anch’essi l’alleanza tra Urss e Germania e l’abbandono della politica
antifascista che essa comportava. Ma questo ebbe conseguenze ben
diverse su un partito piccolo come quello italiano, da tempo ridotto
alla clandestinità. Nel 1940, quando con l’appello di de Gaulle si
compiva il primo atto della Resistenza francese, il Pcf si trovava
costretto dall’obbedienza a Mosca a posizioni di fatto filonaziste;
invece nel 1943, quando ebbe inizio la Resistenza italiana, il Pci e
tutto il movimento comunista internazionale seguivano ormai la linea
antifascista a cui era tornata l’Urss dopo l’attacco di Hitler del
giugno 1941. Sicché il partito di Togliatti poté ricoprire dall’inizio
un ruolo di primo piano nella lotta di liberazione del Paese.
Detto questo, c’è un aspetto ulteriore che merita di essere ricordato.
È vero, come osserva Elena Aga Rossi, che oggi appare senza fondamento
un’affermazione come quella fatta nel 1990 da Giuseppe Vacca, il quale
sosteneva l’esistenza nel Pci di «una tradizione comunista autonoma,
non stalinista» a partire dalla metà degli anni Trenta. Tuttavia, non è
stato privo di rilievo che a tale idea tanti comunisti delle
generazioni formatesi nell’Italia repubblicana finissero col credere:
che pensassero cioè di appartenere a un peculiarissimo partito
comunista-nazionale, comportandosi di conseguenza. L’evoluzione
successiva degli ex comunisti italiani, compresa la loro indubbia
difficoltà a riconoscere il loro passato comunista come tale, vengono
in larga misura da lì: da quell’immagine di un partito nazionale,
abilmente (e spregiudicatamente) costruita da Togliatti, che i suoi
successori finirono col considerare vera.
(Corriere della Sera, 7 novembre 2005)