Ventunesimo Secolo
Collana di studi storici

Anche i comunisti amavano la patria Sovietica

di Giovanni Belardelli


«Proletari di tutti i Paesi unitevi!»: il famosissimo slogan del Manifesto di Marx ed Engels ci ricorda che l’ideologia alla quale si ispirarono i vari partiti socialisti e comunisti nasceva, per molti aspetti, con un carattere antinazionale e dunque con fini politici che trascendevano la dimensione dei singoli Stati. Ma in realtà poche cose dimostrano la forza dell’idea di nazione nel mondo contemporaneo come il fatto che quegli stessi partiti dovettero progressivamente prendere atto dei rispettivi interessi nazionali. L’austriaco Karl Renner, assai sensibile al tema dell’autonomia delle nazionalità in quanto suddito di un impero multinazionale come quello asburgico, scrisse che «la socialdemocrazia considera la nazione indistruttibile e da non distruggere». Ma, a ben vedere, i tanti esempi forniti ora in un libro curato da Marina Cattaruzza (La nazione in rosso, edito da Rubbettino) mostrano come il processo di «nazionalizzazione» interessasse soprattutto le formazioni di orientamento socialista, presentandosi invece in modo assai problematico nel caso dei partiti comunisti, nati sotto il segno di una dipendenza da Mosca che li portava a valutare come prevalente «interesse nazionale» appunto quello sovietico. Molti saggi del libro mostrano quanto in tutti i partiti comunisti il riferimento all’interesse nazionale, fattosi frequente dalla metà degli anni Trenta, fosse largamente strumentale. Vediamo così che in Cecoslovacchia i comunisti, favorevoli a una ricostituzione del Paese smembrato da Hitler dopo Monaco, abbandonarono questa posizione subito dopo la firma del patto tedesco-sovietico del 1939. Per tornare però a chiedere la ricostituzione della Cecoslovacchia dopo che l’alleanza Hitler-Stalin si ruppe con l’attacco tedesco all’Urss. La rivendicazione dell’interesse nazionale ci appare, in questo e in molti altri casi, strettamente collegata alle posizioni (e alle direttive) di Mosca.
Un caso particolare sembrerebbe quello del Pci, che - secondo quel che affermarono molti storici vicini al partito - avrebbe rappresentato una sorta di «terza via» tra il pieno riconoscimento dell’interesse nazionale, realizzato dai partiti socialisti europei, e il richiamo strumentale a quel medesimo interesse che caratterizzò invece i partiti comunisti. Come ricorda Elena Aga Rossi in uno dei saggi del volume, la documentazione degli archivi sovietici ha mostrato ormai come la stessa «svolta di Salerno» del marzo 1944 - con la quale un Togliatti reduce da Mosca, si è a lungo sostenuto, avrebbe imposto al partito una via insieme democratica e nazionale - fu anzitutto il frutto delle direttive che il segretario del Pci aveva ricevuto da Stalin.
In un altro saggio, Gaetano Quagliariello sottopone invece la vulgata storiografica comunista a una critica di tipo diverso. Confrontando il caso dei partiti comunisti francese e italiano negli anni di guerra, egli arriva alla conclusione che la vera differenza tra le vicende dei due partiti non dipese da una intrinseca «diversità» di quello italiano, quasi che esso avesse davvero, già allora, l’obiettivo di quel distacco da Mosca che si sarebbe manifestato molti anni dopo. La principale differenza era legata piuttosto ai diversi contesti nei quali i due partiti si trovarono a operare a partire dal 1939. Il Pcf era allora un grande partito di massa, costretto dal patto Ribbentrop-Molotov ad abbandonare le precedenti posizioni antinaziste fino al punto di cercare un modus vivendi con l’occupante tedesco. Da ciò una crisi gravissima e, terminata la guerra, l’accusa di aver sostenuto posizioni antinazionali. I comunisti italiani accettarono anch’essi l’alleanza tra Urss e Germania e l’abbandono della politica antifascista che essa comportava. Ma questo ebbe conseguenze ben diverse su un partito piccolo come quello italiano, da tempo ridotto alla clandestinità. Nel 1940, quando con l’appello di de Gaulle si compiva il primo atto della Resistenza francese, il Pcf si trovava costretto dall’obbedienza a Mosca a posizioni di fatto filonaziste; invece nel 1943, quando ebbe inizio la Resistenza italiana, il Pci e tutto il movimento comunista internazionale seguivano ormai la linea antifascista a cui era tornata l’Urss dopo l’attacco di Hitler del giugno 1941. Sicché il partito di Togliatti poté ricoprire dall’inizio un ruolo di primo piano nella lotta di liberazione del Paese.
Detto questo, c’è un aspetto ulteriore che merita di essere ricordato. È vero, come osserva Elena Aga Rossi, che oggi appare senza fondamento un’affermazione come quella fatta nel 1990 da Giuseppe Vacca, il quale sosteneva l’esistenza nel Pci di «una tradizione comunista autonoma, non stalinista» a partire dalla metà degli anni Trenta. Tuttavia, non è stato privo di rilievo che a tale idea tanti comunisti delle generazioni formatesi nell’Italia repubblicana finissero col credere: che pensassero cioè di appartenere a un peculiarissimo partito comunista-nazionale, comportandosi di conseguenza. L’evoluzione successiva degli ex comunisti italiani, compresa la loro indubbia difficoltà a riconoscere il loro passato comunista come tale, vengono in larga misura da lì: da quell’immagine di un partito nazionale, abilmente (e spregiudicatamente) costruita da Togliatti, che i suoi successori finirono col considerare vera.

(Corriere della Sera, 7 novembre 2005)