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Il 1947 e il neofascismodi Giuseppe Parlato Il referendum istituzionale del 2 giugno 1946 contribuì a qualificare i neofascisti come interlocutori ufficiosi delle forze antifasciste. Comunisti, socialisti, democristiani, liberali e monarchici, riservatamente, ebbero contatti con Romualdi e con i vertici del neofascismo, radunati nel cosiddetto «Senato» in occasione del referendum. I contatti non portarono a risultati clamorosi: tuttavia, Romualdi ebbe l’abilità di presentare i neofascisti come una forza coesa e cospicua, ma soprattutto come una forza che cercava a ogni costo la legalità, dopo le vicende della guerra civile. Ai repubblicani Romualdi assicurò che, se avesse vinto la repubblica e i monarchici avessero tentato azioni eversive, i neofascisti avrebbero difeso la repubblica; al contrario, il futuro leader missino, assicurò i monarchici che, in caso di vittoria del re e di tentativo rivoluzionario da parte del Pci, i neofascisti si sarebbero schierati con la corona[1]. Al di là dei risultati immediati, l’evento referendario determinò tre fattori fondamentali per gli sviluppi della storia del neofascismo. In primo luogo modificò sostanzialmente il rapporto tra neofascisti e monarchici: se, infatti, prima del referendum i monarchici agivano da una posizione di forza, consapevoli di avere vinto la battaglia con il fascismo ma contemporaneamente in grado di offrire ai vinti una sponda politica importante in cambio dell’appoggio al referendum, dopo il 2 giugno la situazione si era ribaltata. I neofascisti, grazie alla capacità diplomatica di Romualdi e ai contatti pregressi della Decima e del fascismo clandestino, erano usciti dal referendum con alcuni significativi vantaggi, mentre i monarchici erano, questa volta, i veri sconfitti. La situazione si era ribaltata – e tale inversione di tendenza si accentuerà con il tempo – in quanto, dopo la sconfitta del 1946, sarebbero stati i monarchici ad avere bisogno dei neofascisti; i milioni di voti a favore del re si sarebbero vanificati rapidamente, mentre gli eredi di Mussolini sarebbero entrati in Parlamento. In secondo luogo, l’amnistia permise a diverse migliaia di fascisti di uscire dalla galera o dal campo di concentramento e di riprendere immediatamente l’attività politica; non si trattava, poi, di fascisti qualsiasi: quelli che erano stati internati o che erano stati in galera erano i capi del movimento fascista in Rsi, avevano esperienza politica, erano ancora relativamente giovani, non avrebbero accettato facilmente una ipotesi di abbandono della vita politica, attività che, insieme con il giornalismo, era l’unica, in genere, che sapessero fare bene. Il ministero dell’Interno, quasi immediatamente, si preoccupò della presenza di molti fascisti in circolazione e, in alcuni casi più evidenti, cercò di correre ai ripari, ma con scarsi risultati[2]. In terzo luogo, la vittoria della repubblica al referendum istituzionale apriva una serie di incognite, a cominciare dal condizionamento del Pci sul governo e sulle istituzioni repubblicane: ciò favoriva, evidentemente, i neofascisti, più attenti ai rapporti con gli alleati, e consapevoli di avere di fronte una possibilità insperata di tornare a contare nel quadro politico italiano. Da non dimenticare, poi, il progressivo reinserimento dei fascisti nella pubblica amministrazione, il che conferiva a questa parte politica nuove speranze e nuove ipotesi di potere influire, tecnicamente, nella evoluzione politica del paese. Se a tutto ciò si aggiunge la delicatezza della situazione internazionale, l’inizio della guerra fredda, la tenacia con la quale il Pci difendeva il proprio ruolo politico contro l’Alleanza atlantica e la possibilità di pervenire alla «seconda ondata» realizzando così quella «guerra di classe» per la quale così tanto il partito di Togliatti si era battuto durante la guerra civile, si può constatare come l’agibilità politica dei fascisti, dopo il referendum, fosse decisamente aumentata. Sicuramente però, l’aspetto più rilevante del periodo che va dal referendum alle elezioni del 1948 è costituito dal proliferare delle organizzazioni clandestine neofasciste o di sostegno al neofascismo che accompagnarono la costituzione del Msi alla fine del 1946. La maggior parte dei movimenti che operarono in questa fase si caratterizzò per una forte valenza anticomunista, in una posizione di collaborazione con i servizi segreti alleati, in particolare con una parte dell’Oss americano. Tale azione fu indirizzata principalmente alla ricerca di contatti politici e militari, alla individuazione di adepti alla causa, a sollecitare l’adesione di forze che, almeno sulla carta, potessero garantire un minimo di proselitismo. In questo senso – e solo in questo senso – tali movimenti diventarono un fattore fondamentale per la nascita e la costituzione dell’organizzazione neofascista. La maggior parte dei personaggi che operarono in funzione anticomunista non era affatto fascista: anzi, il più delle volte si trattava di personaggi che avevano avuto un ruolo nella resistenza monarchica contro il fascismo e il nazismo. Tuttavia, costoro ritennero che proprio la difficile condizione umana dei vinti, il loro rancore e l’impossibile restaurazione del regime avrebbero potuto trasformare i fascisti in una buona massa di manovra: bene addestrati, reduci da una lotta antipartigiana che ne aveva messo a dura prova la preparazione, con armi nascoste (almeno così si presumeva), caratterizzati da un forte spirito di corpo che si era confermato e accresciuto nei campi di concentramento per fascisti o nella prigionia all’estero, i fascisti erano considerati gli unici che potevano tornare utili per combattere un nemico comune, il comunismo, appunto. I movimenti più significativi furono l’Esercito clandestino anticomunista (Eca) e l’Armata italiana di liberazione (Ail): oltre a questi si era creata una piccola galassia di movimenti monarchici o sedicenti tali che si può considerare una sorta di humus nel quale si intrecciavano contatti, progetti eversivi e molte velleità. Infatti, occorre dire che, al di là delle affermazioni di principio e al di là anche delle informative di polizia, tutti questi movimenti non ebbero esiti apprezzabili né dal punto di vista della formazione di nuovi soggetti politici legali, né tanto meno dal punto di vista della capacità di operare in termini insurrezionali. Si dirà che la posizione di tutti costoro era fondamentalmente costituita dalla possibilità di realizzare una «risposta» alla probabile azione eversiva comunista che tutti costoro erano convinti si realizzasse nel 1947 e che, pertanto, essendo venuta a mancare quest’ultima, anche la contromossa moderata finiva per diventare una semplice ipotesi non realizzata. È vero, ma ciò non toglie che la potenzialità operativa di tali gruppi fosse decisamente bassa: e ogni tentativo di dimostrare il contrario, costruendo ipotesi fantasiose quanto contorte circa una loro funzionalità anche per il futuro, si scontra con l’assenza di documentazione che lo provi. L’Esercito clandestino anticomunista (Eca) era stato fondato poco prima del referendum, probabilmente tra il mese di marzo e aprile, come braccio armato del Fronte anticomunista italiano che, secondo un informatore di polizia, annoverava come principali esponenti il senatore Bergamini, l’ammiraglio de Courten, ministro della Marina nel governo Badoglio, il gen. Bencivenga; pare che fosse vicino, come finanziatore, anche l’industriale milanese Enrico Falck[3]. Da questo movimento sarebbe nato l’Eca, guidato dal gen. Ennio Muratori, ex generale della Milizia fascista e che troveremo tra i fondatori del Msi, e da Nino Buttazzoni, longa manus del principe Borghese. Buttazzoni, in particolare, ricorda che il movimento disponeva di scarse ma efficienti forze, che lo stesso esponente degli Np della Decima volle «schierare» al Pincio, a Roma, per presentare l’organico (212 uomini) a un inviato del comando nazionale. Si trattava di uomini legati alla Decima e a Borghese, che avevano combattuto al nord nella Rsi; ma non mancavano anche Np che appartenevano alla regia Marina del Sud. Li aveva avviati a tale iniziativa l’amm. Calosi, amico di Buttazzoni e capo del Sis, il servizio di informazioni della Marina militare, il quale aveva anche messo a disposizione del movimento un deposito di armi a Saxa Rubra, alla periferia di Roma, in caso di attacco comunista[4]. Il movimento non ebbe vita lunga e soprattutto non compì azioni significative. Nel 1947 Buttazzoni strinse contatti con altri movimenti più o meno clandestini, tutti connotati dalle medesime finalità, dall’Armata italiana di liberazione agli Arditi di Vittorio Ambrosini, dal sedicente «Partito fascista repubblicano», del quale faceva parte Bruno Puccioni, al Movimento nazionalista di democrazia sociale di Emilio Patrissi. Calosi e Buttazzoni si conoscevano dal periodo della guerra; il loro rapporto era ripreso alla fine del 1945 allorché Buttazzoni, a Roma, ricevette la visita di un vecchio amico d’infanzia, Huppert, medico ebreo triestino in quel periodo in forza all’Oss in qualità di maggiore. Huppert, in quella occasione, chiese a Buttazzoni di arruolarsi nell’esercito americano in vista di un possibile conflitto con la Jugoslavia per l’italianità di Trieste e della zona orientale. Il capo degli Np rifiutò l’offerta, essendo latitante e ricercato, e l’amico triestino si mosse presso Angleton affinché facesse pressioni sulla Marina italiana per convincere Buttazzoni ad arruolarsi: il capo dell’Oss si rivolse all’amm. Calosi, il quale così seppe che l’ex ufficiale della Decima stava a Roma. Successivamente Calosi e Buttazzoni si incontrarono e definirono la collaborazione in ordine alla organizzazione del già ricordato Esercito clandestino anticomunista. Oltre l’Eca e oltre l’azione personale di Buttazzoni – della quale più che i risultati «eversivi» sono da sottolineare i contatti a livello nazionale e internazionale – i movimenti neofascisti della seconda metà del 1946 furono caratterizzati dalla presenza di poche altre organizzazioni di qualche significato e soprattutto da una serie di azioni velleitarie e basate soprattutto sulla iniziativa personale. L’organizzazione più significativa di questo periodo, dopo l’Eca, fu l’Armata italiana di liberazione, che operò per tutto il 1947. Si trattava sicuramente della maggiore fra le organizzazioni filo monarchiche: collegata con i servizi americani, frequentata e diretta da esponenti della massoneria, l’Ail era stata fondata nell’aprile 1946 con lo scopo di tutelare e diffondere le «quattro libertà”» previste dalla Carta atlantica e di riunire in un unico ente morale tutti i combattenti per la libertà, tutti i reduci dalle varie campagne contro il nazifascismo, ivi compresi gli ex internati italiani in Germania, i congiunti dei caduti e tutti coloro che, anche da civili, avevano operato contro l’invasore. Guidata dal colonnello dell’aeronautica Ugo Corrado Musco, l’organizzazione ebbe uno spiccato sentimento monarchico e gli aderenti, fin dall’inizio, si dichiararono disposti ad agire contro chiunque volesse attentare alla libertà: in particolare quest’ultimo aspetto del suo programma ha caratterizzato l’Ail in senso fortemente anticomunista, anzi ha fatto ipotizzare che l’organizzazione si prefiggesse, implicitamente, di offrire spazi politici ai partigiani non comunisti. Secondo alcune note di polizia, l’Ail sarebbe stata anche appoggiata da elementi americani, come Fiorello La Guardia e l’amm. Stone[5]. All’inizio si riscontrò un lusinghiero successo di adesioni (le informazioni riservate riferivano di 80 – 120 mila iscritti nei primi mesi dalla sua costituzione), segno che ampio era lo spazio disponibile per una posizione contemporaneamente antifascista e anticomunista; anzi, in una relazione del questore di Torino al capo della polizia si sottolineava come l’Ail era riuscita ad attirare l’attenzione del comandante partigiano monarchico «Mauri» (Enrico Martini), del vertice dell’Unione monarchica italiana, che istituzionalmente tutelava gli interessi della corona e, soprattutto, del comandante della Marina Dessì, quello stesso che ebbe incarichi riservati per conto dell’Oss in occasione della fine del fascismo e della morte di Mussolini; non era escluso dai contatti neppure Raffaele Cadorna, ex capo del Comitato di liberazione dell’Alta Italia[6]. Ancora nel novembre, lo stesso questore di Torino aggiungeva, alla lista delle adesioni, anche il gen. Bencivenga, il gen. Sorice e il maresciallo Bastico: la forte penetrazione negli alti gradi delle forze armate veniva spiegata dal questore con la grave crisi dell’Associazione nazionale partigiani d’Italia (Anpi), dalla quale, si diceva, stavano per uscire tutti i partigiani non comunisti, a cominciare dai democristiani; in questo modo, si sarebbero creati due tronconi del movimento partigiano, uno dei quali sarebbe stato sicuramente controllato dall’Ail[7]. Alcuni mesi più tardi, verso la fine del 1946, il consenso iniziò a scemare, e ciò per tre motivi: in primo luogo perché, ridimensionatosi l’«effetto referendum», i monarchici incominciavano ad operare scelte autonome e sicuramente legalitarie (ad esempio verso la Dc o il Partito liberale); in secondo luogo perché lo scopo reale della organizzazione stava venendo meno: la prevista azione insurrezionale del Pci tardava a manifestarsi e quindi la necessità di riunirsi in vista di un attacco comunista allo Stato era meno urgente. In terzo luogo, occorre ricordare che – come testimoniano tutte le note di polizia sull’Ail – a partire dalla conclusione del referendum, sempre più massiccio fu l’apporto degli ex fascisti all’organizzazione, anche con incarichi di rilievo. Tale situazione determinò un sostanziale allontanamento di molti partigiani monarchici che non intendevano dividere le sorti della organizzazione con i fascisti reduci dai campi di concentramento. Una specie di organizzazione segreta regolava l’afflusso dei fascisti nell’Ail: secondo una fonte informativa, che peraltro pone la notizia in termini dubitativi, si parlò di una fantomatica «direzione» del Sif (Servizio di informazioni fascista), operante a Milano e in grado di infiltrare nella organizzazione ex militanti della Muti o della Decima Mas[8]. Ciò determinò l’allentarsi dei contatti e dei rapporti della organizzazione con i referenti monarchici istituzionali, Umi in testa, mentre spinse l’Ail ad avere rapporti sempre più saldi con l’Uomo qualunque[9]. Anche se rimasero forti i legami con il Partito democratico italiano, il partito dei monarchici (a Milano ospitava la sede dell’Ail), nell’agosto 1946 veniva annunciata la nascita del Partito nazionale italiano, costituito da qualunquisti indipendenti, con lo scopo di unire tutti i neofascisti in un unico partito; presieduto da Emilio Profeta Trigona, questa formazione non ebbe molta fortun[10]. Ben diverso invece il discorso sul Movimento di resistenza partigiana di Carlo Andreoni. Fin dal 1944, Andreoni aveva costituito il Movimento partigiani d’Italia, con sede a Roma, che aveva raccolto elementi provenienti da formazioni autonome; in genere si trattava di partigiani che avevano abbandonato per ragioni ideologiche le formazioni comuniste o socialiste. In quel periodo, Andreoni prendeva contatti con il Movimento comunista italiano di Sardella e Poce e contemporaneamente con il Centro democratico di Bencivenga e Musco, dal quale poi sarebbe nata l’Ail. Sul «Partigiano», organo del suo movimento, Andreoni si scagliava contro il Cln, condizionato dal Pci. Conclusa l’esperienza del Movimento partigiani d’Italia, passò a fondare l’Unione spartaco, un movimento di carattere libertario e anarchico. Costituito infine il Mrp, Andreoni strinse ottimi rapporti con l’Ail e, secondo una informativa riservata di polizia, il movimento creato da Andreoni nel Biellese a favore del Mrp altro non sarebbe stato altro che un tentativo di spezzare l’unità del movimento partigiano in seno all’Anpi[11]; si rilevavano anche i suoi contatti con alcune missioni americane e con ufficiali già appartenenti al Sim[12]. Il movimento, che si giovò dell’appoggio del partigiano Piero Marozin, detto «Vero», si collocava quindi in una posizione anarco-socialista in polemica con quella del Pci. In sostanza, «esso tende a riunire le brigate partigiane di destra e monarchiche. (…) Lo scopo è quello di sottrarre alle organizzazioni comuniste la base partigiana. Starebbero per aderire le brigate Matteotti e quelle formate da socialisti antifusionisti”[13]. Anche il Macri (Movimento anticomunista repubblicano italiano), anticomunista e di destra, accreditato dalle informative confidenziali (gonfiate) di 11 mila uomini «armati», aveva stabilito un patto di collaborazione con il Mrp di Andreoni. Oltre a questo movimento, ve n’era un altro, anch’esso in rapporto con l’Ail, il Momisore, una sigla astrusa che stava per «Movimento militare sociale e repubblicano»: originato dal battaglione Forlì in Rsi, questo centro era accreditato di circa duemila aderenti e aveva il centro di principale sviluppo a Firenze[14]. La galassia filo monarchica si sostanziava, però, di una miriade di movimenti e di attività isolate che, tuttavia, diedero l’idea, poi naufragata con gli insuccessi elettorali, di una forte mobilitazione popolare. Se ne accorsero anche le autorità di polizia, che nell’ottobre 1946 lanciavano un allarme, un po’ generico, sul pericolo che le istituzioni potevano correre a causa del proliferare delle organizzazioni clandestine di destra[15]. Contemporaneamente, tuttavia, le stesse autorità di polizia ponevano in chiara evidenza il ruolo, più o meno occulto, degli Alleati nel sostegno dei movimenti sicuramente anticomunisti, sottolineando sempre l’azione di contenimento rispetto alla possibilità di un colpo di mano da parte del partito di Togliatti[16]. Poiché già nell’anno precedente si era verificato il continuo ricorso alla motivazione della possibile svolta eversiva del Pci per giustificare l’esistenza e il potenziamento delle formazioni armate monarchiche e neofasciste – complici sia la propaganda antiborghese del Pci, sia ciò che era successo nei paesi dell’Est – occorre dire che, sotto questo aspetto, il 1947 non costituì un elemento di innovazione rispetto al passato. D’altra parte, le due relazioni riservate inviate a mano al sottosegretario all’Interno Marazza del 25 settembre e del 16 ottobre 1947 legittimano ampiamente i timori percepiti da larga parte dell’opinione pubblica. Se nella prima si minimizzava il timore di un’azione eversiva del Pci, motivandola con il totale controllo di Togliatti sulla situazione e, soprattutto, sui progetti rivoluzionari di Pietro Secchia, nella seconda relazione veniva sottolineato il deteriorarsi del clima politico e la sempre maggiore difficoltà in cui veniva a trovarsi la linea espressa dal capo del Pci, incalzato non solo da Secchia ma anche da una serie di pressioni sovietiche tali da dubitare sulla tenuta legale di Botteghe Oscure, soprattutto in considerazione dell’aiuto che alla struttura illegale del Pci stava giungendo da gruppi e da strutture jugoslave; in particolare, informative firmate dal solito e informato agente «U» (probabilmente Luca Osteria, «Ugo»), davano per certo un radicale cambio di impostazione della strategia comunista[17].
Diventò così essenziale, anche nella politica interna italiana, il formarsi di un solco sempre più profondo tra i comunisti e i loro alleati, da una parte, e le forze che invece si ponevano a difesa dell’Occidente minacciato. Se a questo elemento si aggiungono l’inopinata apertura di Guglielmo Giannini a Togliatti nel dicembre 1946, la scissione di Palazzo Barberini che determinò la nascita, meno di un mese più tardi, di un partito socialista non più alleato del Pci, la svolta in senso anticomunista della Dc, che culminò nel maggio 1947 con la formazione del primo governo di coalizione senza i comunisti e i socialisti di Nenni, il quadro politico appare sufficientemente chiaro: in questa prospettiva, per il neofascismo, si potevano riaprire i giochi; i neofascismo, in altri termini, non si poneva ipotesi eversive «in proprio», cioè non mirava alla conquista dello Stato come nel 1922, né riteneva di avere le forze sufficienti per ingaggiare con lo Stato un’azione di lotta clandestina. Più semplicemente, in linea con il «legalitarismo» dimostrato da Romualdi in occasione del referendum, i neofascisti si dichiaravano disponibili a sostenere eventuali azioni contro il pericolo eversivo che poteva giungere da sinistra. È da notare che le informazioni circa una probabile azione comunista contro lo Stato democratico erano praticamente di dominio pubblico, anzi, convenientemente esagerate dagli stessi informatori, secondo una usuale pratica di chi a questa funzione si proponeva. Pertanto a Romualdi e ai suoi amici del «Senato» poco importava di un’azione eversiva neofascista: essi ritenevano che la dinamica della guerra fredda avrebbe portato con relativa facilità il neofascismo a una posizione di rilievo, mettendo anche in discussione l’unità antifascista: di qui la possibilità che si aprissero spazi nuovi di agibilità politica per gli eredi di Mussolini. Naturalmente perché ciò accadesse era necessario che il neofascismo trovasse un punto di coagulo politico e organizzativo. Diversi e divisi erano ancora, nei primi mesi del 1947, i gruppi che al neofascismo si richiamavano, anche dopo la nascita del Msi. Il Partito fusionista, la prima formazione politica neofascista, diffusa soprattutto in Puglia, aveva vissuto con disappunto la nascita della Fiamma e aveva tentato, nei primi giorni del 1947, una riaggregazione in qualche modo alternativa al partito di Romualdi. Questo disegno non era riuscito e ciò aveva impedito al partito di Evano Arani e di Fernando Ciarrapico di risolvere i propri problemi organizzativi e finanziari, ma soprattutto quelli relativi al consenso e alla linea politica, la quale continuava ad oscillare fra tentazioni estremistiche di tipo neofascista e l’inconfessata speranza di trovare sponde politicamente utili negli ambienti del conservatorismo meridionale prefascista. Nel settembre 1946 erano nati i Fasci di azione rivoluzionaria, una sorta di braccio clandestino operativo, pronto, se necessario, ad azioni eversive. Tuttavia la scelta legalitaria del «Senato», che aveva determinato la nascita di un Msi legale, mise in crisi questa struttura, in verità piuttosto debole: i Far proseguirono la loro azione, fatta di piccole e modeste attività sediziose al limite dell’eversione, senza però riuscire a catalizzare un consenso all’interno del neofascismo. La nascita del Msi determinò nei Far la divisione in tre gruppi: il primo, decisamente maggioritario, guidato da Romualdi, entrò nel Msi; un altro, agguerrito ma numericamente ridotto, scelse di proseguire decisamente la lotta clandestina (Lucci Chiarissi); si era poi venuto formando un terzo gruppo, guidato da Baghino, che sosteneva la politica del «doppio binario». Se la scelta legalitaria si fosse rivelata utile e politicamente vantaggiosa, la struttura clandestina si sarebbe sciolta; ma se, per qualsiasi motivo, l’opzione democratica non si fosse dimostrata più percorribile, si sarebbe tornati alla macchia: intanto era opportuno mantenerla in attività. Baghino, quindi, come altri, continuò a tenere contatti e a dirigere i Far, pur essendo a tutti gli effetti nel Msi[18]. Il Partito fascista democratico era l’organizzazione costituita da Domenico Leccisi a Milano nell’autunno del 1945. Esso aveva avuto un forte momento di notorietà in una Milano diventata difficile per il neofascismo, allorché si era distinto in azioni clamorose e visibili: l’incendio dei cartelloni del film Roma città aperta, le scritte luminose nel centro di Milano e soprattutto il trafugamento della salma di Mussolini, nell’aprile 1946. Tuttavia, nel corso dell’anno la sua attività si esaurì e i suoi aderenti finirono in parte con il neo costituito Msi, in parte negli irriducibili dei Far. Le fantomatiche squadre armate Mussolini furono assunte come denominazione dai gruppi armati monarchici, ma anche da delinquenti comuni, per disorientare le indagini della polizia. In tutt’altro contesto, si affermava, nei primi mesi del 1947, la rivista «Vita del lavoro», nata nel dicembre precedente dall’attivismo di Luigi Fontanelli, il quale con alcuni dirigenti sindacali ex fascisti, aveva deciso di dare vita, all’interno della Cgil allora unitaria, alla corrente sindaca-rivoluzionaria: si trattava di sostenere il ruolo del sindacato oltre e, qualche volta, contro quello, sempre più determinante, dei partiti politici. Verso la fine del 1947 la rivista dava vita al Mo.Si. (Movimento sindacalista) con Amilcare De Ambris, Elio Lodolini, Arnaldo Fioretti e, ovviamente, lo stesso Fontanelli[19]. I gruppi monarchici anticomunisti, più o meno clandestini, si erano in parte esauriti, lasciando spazio sempre più evidente alla formazioni ufficiali monarchiche, prima fra tutte l’Unione monarchica italiana di Falcone Lucifero e il Partito democratico italiano di Selvaggi[20]. Erano rimasti l’Esercito clandestino anticomunista, destinato a confluire nel Msi, e soprattutto l’Armata italiana della libertà di Bencivenga e Musco, con i suoi rapporti sempre criptici con partiti italiani, servizi segreti e Alleati. A metà del 1947 nasceva uno strano ed effimero movimento, dal nome fin troppo inequivocabile, il Partito fascista repubblicano, erede del Movimento degli arditi formato e guidato da un personaggio altrettanto pittoresco, Vittorio Ambrosini. Fu con queste due ultime realtà che il neonato Msi dovette confrontarsi, non tanto per avere assicurato un appoggio, quanto per evitarlo, sia per non incorrere in accuse di illegalità, sia per non farsi condizionare da elementi che avevano altri obiettivi. Proseguiva la sua attività di assistenza e latamente politica il Movimento italiano femminile «Fede e Famiglia» della principessa Pignatelli. Si trattava del primo movimento femminile neofascista, nato nell’ottobre 1946 per iniziativa della principessa Maria Pignatelli, moglie di Valerio, colui che aveva organizzato il fascismo clandestino al Sud tra il 1943 e il 1945. La Pignatelli si era distinta per avere attraversato le linee nell’aprile 1944, raggiungendo da Napoli il lago di Garda per potersi incontrare con Mussolini; l’avevano aiutata in tale iniziativa alcuni agenti americani dell’Oss e ciò ha fatto ipotizzare un interesse dei servizi americani nei confronti delle iniziative tese a coagulare in funzione anticomunista il neofascismo. Dopo la guerra, arrestata e detenuta in un campo di concentramento, era riuscita a fuggire e aveva poi trovato rifugio in una struttura ecclesiastica, da dove aveva costituito il Mif: nella medesima struttura si erano svolte, nell’autunno 1946, le prime riunioni del costituendo Movimento sociale. Nel 1947 si era avvicinata, senza mai diventarne organica, al Msi (soprattutto finché alla segreteria ci fu Almirante, che non godeva delle simpatie dei Pignatelli), sviluppando molto le proprie attività verso i fascisti che ancora restavano in prigione o erano sotto procedimento dopo l’amnistia[21]. Emilio Patrissi era uscito dall’Uomo qualunque dopo l’inizio di dialogo tra Giannini e Togliatti: il dirigente romano considerava pericolosa tale apertura per l’identità dell’Uq visto da tutti come un partito a forte connotazione anticomunista; Giannini aveva tentato la «sortita» su Togliatti per fare comprendere alla Dc che il suo partito poteva fare a meno dello scudo crociato: incassato il rifiuto liberale, non riuscendo a stabilire con la Dc un rapporto di collaborazione, Giannini tentò di accreditarsi sul fronte antifascista dichiarando, strumentalmente, che il suo partito era il più antifascista di tutti e provando a mettere in difficoltà la Dc, «aprendo» al Pci. I risultati di questa strategia furono disastrosi: una buona parte dei dirigenti del partito si allontanarono (Patrissi in testa), la Dc confermò che l’unico anticomunismo spendibile politicamente era il proprio, Togliatti si divertì ad illudere Giannini per poi ribadire la propria indisponibilità a qualsiasi accordo. Giannini si trovò da solo, privato dei migliori tra i dirigenti dell’Uq; non accettò la sconfitta e contribuì, con il suo atteggiamento arrogante e insolente, a distruggere un partito che nelle elezioni per la Costituente aveva ottenuto un buon risultato, tale da fare pensare all’Uq come punto di riferimento, almeno transitorio, di coloro i quali non si riconoscevano nei valori espressi dall’antifascismo di sinistra[22]. Patrissi, che già dell’Uq rappresentava la destra conservatrice e che aveva accentuato la linea anticomunista e fortemente critica nei confronti della resistenza – pur avendovi lui stesso partecipato – uscì nel febbraio 1947 dal partito di Giannini e prese contatti con gli ambienti neofascisti (si parlò di tentati accordi con l’ex segretario del Pnf, Turati) per cercare di costituire un nuovo movimento[23]; di qui le già ricordate preoccupazioni di de Agazio, che auspicava il passaggio di Patrissi al Msi. Evidentemente l’ex qualunquista riteneva il Msi troppo connotato nell’ambito del neofascismo; probabilmente qualcuno lo aveva spinto a creare un nuovo movimento assicurando appoggi e finanziamenti; Patrissi si fidò delle promesse che venivano da ambienti politici e finanziari americani, con i quali egli aveva un ottimo rapporto, se quegli stessi ambienti gli avevano proposto la rappresentanza della Coca-Cola in Italia[24]. Sta di fatto che in agosto nasceva il Movimento nazionalista per la democrazia sociale, con un programma politico decisamente simile a quello missino: la presenza delle parole «movimento» e «sociale» aveva la funzione di attirare i consensi neofascisti, mentre il termine «nazionalista» avrebbe dovuto convincere i monarchici: si sosteneva la dignità e la difesa del ruolo dell’Italia a livello internazionale, si propugnava la pacificazione tra italiani e il superamento della contrapposizione tra fascismo e antifascismo, si parlava di una forte politica sociale che non si spingeva fino alla socializzazione ma comunque prevedeva un deciso intervento dello Stato nell’economia e una contemporanea difesa della proprietà privata, si accettavano i patti Lateranensi. Si trattava, quindi, di un programma decisamente condivisibile da parte dei neofascisti moderati[25]. Questa formazione, sia nelle elezioni amministrative romane dell’ottobre 1947, sia in quelle politiche del 1948 fu in concorrenza con il Msi per coprire lo spazio all’estrema destra dello schieramento politico; con la conquista dei sei parlamentari da parte del partito di Almirante, il Mnds confluì in buona misura nel Msi, mentre una parte minoritaria si unì alla battaglia monarchica. La sensazione che il neofascismo dovesse fungere da difesa dell’Occidente minacciato dal comunismo, in appoggio alle forze moderate e con l’aiuto degli Stati Uniti – al di là dell’effettivo assenso delle stesse forze moderate e, soprattutto, degli Stati Uniti – spingeva quegli stessi neofascisti che non credevano nella soluzione legalitaria rappresentata dal Msi a un impegno militante in vista della ritenuta imminente «ora X», quando cioè si fosse verificato l’attacco comunista allo Stato. Imminente e, per certi versi, auspicata l’azione comunista, in quanto questi gruppi ritenevano che solo uno sconvolgimento militare, con implicazioni internazionali, avrebbe sbloccato la situazione trasformando i vinti in preziosi alleati, determinando una situazione certamente confusa e grave ma la sola ritenuta idonea a fare rientrare effettivamente i neofascisti nel grande gioco politico. È questo il senso di una lettera di Lucci Chiarissi, uno dei più lucidi esponenti del neofascismo che non accettò l’inserimento «nel sistema», preferendo l’azione clandestina dei Far:
L’«ora X» fu attesa con spasmodica ansia da tutta la rete delle organizzazioni di destra, monarchiche, conservatrici e filoamericane, che riempirono le cronache – e, ancor di più, le note degli informatori di polizia – del 1947. È complesso ricostruire il pesante reticolo di piccole, minuscole organizzazioni, variabili nei vertici, quasi tutte prive di finanziamenti, sempre in attesa di un assenso oltre oceano. Il 1947 fu l’anno della grande attesa dell’azione eversiva di Togliatti, ma fu anche l’anno della fine delle organizzazioni paramilitari di destra; e non soltanto perché la fatidica «ora X» non scoccò mai, ma soprattutto perché in Italia si strutturò in quei mesi, legalmente e al governo, l’anticomunismo sul quale gli alleati americani potevano puntare. Già era difficile che a Washington trovassero ragioni valide per appoggiare il Msi, l’estrema destra legale; meno che mai avrebbero appoggiato l’estrema destra illegale, comandata da generali in pensione, popolata di personaggi pittoreschi, privi di reale seguito, con l’abitudine di millantare crediti inesistenti e appoggi soltanto ipotizzati. L’armata italiana della libertà, ad esempio, veniva considerata «a corto di quattrini» dagli americani; avrebbe potuto diventare – confermava l’informatore americano – uno dei poli di attrazione del nazionalismo italiano, ma chi la guidava non era in grado di dirigerla con efficienza: contava non più di 20 mila aderenti, mentre ne proclamava dieci volte di più. Veniva anche confermata dal suo stesso capo, Musco, la presenza di molti fascisti al suo interno; l’agente dell’Oss, alla fine del colloquio con Musco, nell’ottobre 1947, con delicata fermezza spiegava che gli Usa non avevano intenzione di finanziare movimenti politici nei paesi stranieri: un modo elegante per sottolineare il totale disinteresse per un movimento che non sembrava destinato a particolari fortune[32]. Che ci fossero molti fascisti all’interno dell’Ail è stato confermato da una significativa testimonianza, l’unica, a quanto pare, su questa organizzazione, quella di Gian Maria Guasti, interessante soprattutto perché pone in luce le relazioni e i contatti che i neofascisti avevano all’interno della struttura militare dell’Ail. Ex combattente della Rsi presso uffici investigativi e impegnato in missioni speciali, dopo essere stato detenuto e quindi epurato, decise di entrare nell’Ail; contemporaneamente fu tra i fondatori del Msi milanese. In clandestinità fu nel Movimento resistenza partigiani, guidato dal col. Carnevali, partigiano monarchico che aveva combattuto in Val d’Ossola, considerato braccio armato dell’Ail:
Tuttavia, il coinvolgimento del Collegio San Carlo, collegio diocesano e, quindi, alle dirette dipendenze del cardinale[35], non stupiva più di tanto. Infatti, il San Carlo era stato, nel periodo fascista, sede di uno dei più importanti centri scoutistici italiani; dopo lo scioglimento dell’organizzazione in Italia, voluto dal regime, gli scouts milanesi, sotto il nome di copertura di «Aquile randagie», si ritrovavano all’interno del Collegio, grazie a un gruppo di sacerdoti, tra i quali don Andrea Ghetti, don Aurelio Giussani e don Giovanni Barbareschi, che nel collegio insegnavano. Dopo l’8 settembre, in quel Collegio, sempre per iniziativa dei medesimi sacerdoti, nasceva l’Oscar (Opera soccorso cattolico aiuto ricercati) che riuscì a fare espatriare clandestinamente in Svizzera più di duemila ricercati dalle polizie fascista e tedesca, in maggioranza ebrei. Terminata la guerra, «l’attività delle Aquile randagie prosegue con gesti di prevenzione contro gli odii e verso i vinti», costituendo una importante zona rifugio per salvare i fascisti dalle violenze comuniste dei giorni immediatamente successivi al 25 aprile[36]. Il Collegio San Carlo fu poi, nel periodo tra il 1946 e il 1948, uno dei centri di maggiore attivismo del Movimento dell’avanguardia cattolica italiana (Maci), animato dai medesimi sacerdoti che avevano promosso le «Aquile randagie»: “si custodivano le armi dell’Avanguardia e si tenevano corsi di lotta libera e lotta giapponese con istruttori della polizia”[37]. Il Maci era considerato, anche dagli americani, il gruppo più coeso e determinato nell’azione militare anticomunista[38]. La testimonianza di Guasti, circa un collegamento fra l’Armata italiana della libertà, la struttura operativa diocesana e la questura milanese, è confermata da un rapporto della prefettura di Milano nella quale si citano le tre organizzazioni anticomuniste del capoluogo: l’Ail, guidata dal maggiore Cesare Carnevale, l’Avanguardia cattolica, con importanti appoggi presso i gesuiti milanesi, e le unità operative dei saragattiani guidate da Ezio Vigorelli[39]; non solo Carnevale era il comandante diretto di Guasti, ma il punto di riferimento del neofascista con i carabinieri era lo stesso dei cattolici e degli altri militanti anticomunisti, e cioè il col. Antonio Di Dato: diventato confidente dell’ufficiale dell’arma, Guasti informava i carabinieri del luogo dove i partigiani o i comunisti tenevano nascoste le armi; quindi, una volta requisite dall’Arma, una parte veniva «donata» agli informatori, i quali così potevano rifornire di armi i gruppi neofascisti[40]. Il caso di Guasti può essere assunto a significativo esempio di connessioni che si vennero a creare fra neofascismo e anticomunismo: anche se ufficialmente rifiutato, il neofascismo era parte dell’anticomunismo e i combattenti di Salò, con la loro discreta preparazione tecnica, potevano tornare utili. Se i cattolici, soprattutto a Milano, attendevano l’«ora X» preparandosi anche dal punto di vista militare, a Roma l’attesa riguardava soprattutto i militari delle varie formazioni semiclandestine che dal 1946 facevano, qualche volta, parlare di sé. La confusione delle sigle e degli obiettivi era notevole: nel dicembre 1946 era nato il Macri (Movimento anticomunista reduci italiani)[41] nel quale magna pars doveva essere il gen. Canevari, vice di Graziani in Rsi; il 31 maggio, quando De Gasperi formava il primo governo senza i comunisti e i socialisti, Canevari dichiara di mettere a disposizione del presidente del Consiglio ben 300 mila uomini armati: non si sa che cosa lo statista trentino abbia risposto di fronte a una siffatta offerta; tra i capi figuravano, un po’ defilati, anche il gen. Pièche, Fulgenzio Dall’Ora, un generale massone che ai primi del 1947 fu anche in contatto con il Msi, e Patrissi, i quali tuttavia non riuscirono ad evitare la crisi del folto esercito. Come nuovo punto di riferimento, una nota di polizia citava il maresciallo Messe, ben presto sostituito da Roatta, che aveva, pare, tutte le caratteristiche per diventare l’uomo forte in attesa del previsto golpe rosso: nel frattempo, tuttavia, il movimento aveva assunto la sigla «Mari», acronimo di un ben poco marziale «Movimento assistenziale reduci italiani». Il giudizio dell’informatore di polizia sull’«operazione Roatta» era impietoso:
Il più originale, per certi versi, dei movimenti nati e vissuti nel 1947, fu sicuramente quello che ebbe come protagonista l’avv. Vittorio Ambrosini: personaggio pittoresco e discusso, faceva parte del gruppo dei fascisti di sinistra, propugnava una sorta di socialismo nazionale e, fornito di una personalità indubbiamente forte, era riuscito, anche durante il regime, a segnalarsi come avventuriero e come fascista controcorrente[46]. Era riconoscibile per l’immancabile giubbetto nero accollato, la cravatta nera alla Lavallière come gli anarchici d’inizio secolo e, sul petto, ben distinto il pugnale degli arditi. Alla fine del 1946, era diventato presidente dell’Associazione arditi d’Italia, trasformandola da associazione d’arma in movimento politico. Nel febbraio 1947 aveva costituito a Milano il «Fronte Sociale-Movimento», dalla polizia qualche volta scambiato con il Msi. Si trattava di un gruppo di non più di 400 aderenti, che aveva un programma politico confuso come quello del suo fondatore, basato su un socialismo nazionale che sfociava in un nazional-comunismo. Uomo di punta del movimento, oltre all’Ambrosini, pareva essere Raffaele Algonzino, giornalista del «Meridiano d’Italia»[47]. Nel giugno 1947, aveva cercato, anche lui, di riorganizzare il neofascismo sotto un’unica sigla, riunendo una ventina di organizzazioni, più fittizie che reali. Da parte degli stessi informatori si rilevavano la scarsa chiarezza della iniziativa e la disinvoltura del personaggio[48]. È probabile che il notevole attivismo di Ambrosini avesse come obiettivo quello di scatenare un’azione di piazza condotta dalla destra per provocare la reazione comunista e, quindi, dare l’occasione alle forze conservatrici di ristabilire l’ordine: un percorso non esattamente lineare che, comunque, non ebbe alcun risultato, nel senso che non ci fu neppure l’azione eversiva della destra. Oltre tutto, negli Arditi comparve, in quegli stessi mesi, anche il nome di Giuseppe Cambareri, che già si è ricordato a proposito dei movimenti neofascisti nella seconda metà del 1945, personaggio anche questo particolarmente disinvolto e legato a poteri non bene definiti[49]. Estromesso dall’Associazione arditi, a giugno Ambrosini decise di fondare un movimento che non lasciava dubbi sull’obiettivo, almeno formalmente: il Partito fascista repubblicano. Agli inizi, il movimento di Ambrosini andò ad inserirsi sui traumi che il neofascismo ebbe nel momento in cui, con tutte le cautele del caso, decise di passare dalla clandestinità alla legalità: il nuovo Pfr sembrò, ad alcuni, il riscatto dopo i compromessi e le rinunce che i neofascisti avevano dovuto subire per potersi presentare all’opinione pubblica. L’elenco degli aderenti al nuovo partito era nutrito, anche se vi sono dei dubbi che tutti coloro che furono indicati dalla polizia avessero aderito veramente alla nuova formazione[50]. La parabola politica di Ambrosini in quel lasso di tempo si concluse con la candidatura in un collegio senatoriale di Roma per il Movimento sociale, nelle elezioni politiche del 1948: fino ad allora si era tenuto in equilibrio fra Msi e il movimento di Patrissi, finché quest’ultimo non lo aveva liquidato. Un ultimo aspetto merita di essere considerato per quanto concerne il neofascismo nel 1947-48 e sono i rapporti internazionali. I paesi nei quali i neofascisti avevano punti di riferimento politico erano il Portogallo, in minima parte, il Cile e l’Argentina, questi ultimi molto importanti soprattutto a causa delle rispettive forti comunità italiane, incrementate dall’emigrazione politica fascista in seguito alla seconda guerra mondiale. Se in Portogallo la presenza italiana era modesta e la polizia aveva rilevato soltanto un gruppo di connazionali che aveva tentato, dopo l’armistizio, di aprire una legazione diplomatica della Rsi a Lisbona, senza per altro riuscirvi[51], per quanto riguardò Argentina e Cile le dinamiche furono ben diverse. In Argentina si era rifugiata la maggior parte dei fascisti emigrati dopo il 25 aprile, o perché ricercati o nel timore di esserlo anche in futuro. Divenne il provvido rifugio di molti che, pur non essendo inquisiti, ritennero di essere diventati, con la fine del fascismo, «stranieri in patria». Si trattò di oltre un migliaio di persone che trovò un ambiente economicamente favorevole e politicamente disponibile[52]. Alle autorità italiane il caso argentino si pose in tutta la sua gravità allorché si seppe che Vittorio Mussolini, nell’estate del 1947, era andato a Buenos Aires, per prendere contatto con la comunità italiana e per sostenere l’attività neofascista in Argentina, che già aveva destato qualche preoccupazione nel ministero degli Esteri italiano l’anno precedente. La presenza degli emigrati politici fascisti era significativa («Risorgimento», il giornale della comunità, era decisamente filo fascista) anche se prevalentemente temporanea: molti infatti avevano deciso di raggiungere amici o parenti oltre oceano perché la situazione era diventata pericolosa. Tra il 1946 e il 1947, coloro i quali avevano voluto evitare la giustizia sommaria del dopo 25 aprile, nella maggioranza dei casi ritornarono in Italia, anche in considerazione dell’amnistia e della fine del periodo delle epurazioni. Tuttavia, anche tornando, mantennero i contatti con i fascisti rimasti in America latina (anche grazie all’iniziale presenza del regime peronista) e ciò rese possibile un rapporto costante del quale il Msi si giovò sempre, anche nei decenni successivi[53]. Il figlio del duce era accompagnato da padre Eusebio Zappaterreni, cappellano delle Brigate nere in Rsi, il quale svolgeva, con molto successo, attività propagandistica tra i connazionali: si erano create così le condizioni per un forte finanziamento al Movimento sociale, del quale lo stesso religioso aveva dato notizia al segretario della giunta del Msi, Trevisonno[54]. L’Argentina, poi, era decisamente importante anche ai fini del salvataggio dei fascisti ricercati anche dopo l’estate del 1945: alcuni elementi dei Far, come Tullio Abelli, inquisito per la organizzazione del movimento neofascista a Torino, dovette trovare rifugio in Argentina, da dove, qualche mese più tardi, sistemata la sua situazione giudiziaria, poté ritornare, in tempo per contribuire alla nascita del Msi torinese; nel frattempo, tuttavia, Abelli in America Latina era riuscito a trovare piccoli finanziamenti per il Msi[55]. I canali che consentivano gli espatrii politici erano quasi sempre religiosi: il Movimento italiano femminile della principessa Pignatelli, ad esempio, riuscì a inviare in America latina diversi fascisti che si trovavano in pericolo in Italia e ciò fu possibile anche grazie agli ottimi rapporti che la Pignatelli ebbe con i vertici politici di Buenos Aires, come confermava l’incontro di Evita Peron a Roma, il 26 giugno 1947, con le dirigenti del Mif[56]. Notizia di espatrii si ebbe anche dal questore di Torino, Giorgio Agosti, che riferì alla direzione dei Servizi investigativi speciali (Sis) che nel Collegio dei padri francescani di Genova si organizzava l’espatrio dei fascisti in Argentina; dopo accertamenti delle autorità di polizia di Genova si era chiarito che si trattava di fascisti e di slavi, presumibilmente ustascia croati: nei casi più semplici, i religiosi si appoggiavano a elementi dell’ufficio passaporti della questura di Genova; nei casi più complessi il documento di espatrio era fornito direttamente dal Vaticano[57]. Non molto dissimile era il caso cileno. A differenza dell’Argentina, l’emigrazione italiana era soltanto in minima parte politica, mentre vi era una cospicua comunità italiana che risiedeva in Cile da almeno trenta o quarant’anni; il fascismo non era stato vissuto direttamente ma di riflesso e, come spesso è accaduto agli italiani all’estero fra le due guerre, il fascismo era diventato sinonimo di prestigio nazionale, una sorta di tutela dell’immagine italiana all’estero, tale da avvicinare al regime una comunità in precedenza se non ostile certamente poco propensa alle tematiche del fascismo. Ciò spiegava – sottolineava il consolato italiano di Valparaiso in una lettera al ministero degli Esteri – il grande consenso di cui il fascismo godeva tra i connazionali in Cile, i larghi mezzi di cui disponeva, procurati attraverso l’attività di import-export, la presenza di organi di stampa («Le Campane di San Giusto» era la testata degli italiani filofascisti in Cile, con evidente allusione alla situazione di Trieste; il mensile, più esplicitamente, era «Gerarchia»), i contatti con i fascisti argentini, la premura nell’organizzare collette per aiuti ai fascisti italiani, «perseguitati dalla giustizia». Cile e Argentina, pertanto, costituivano due importanti punti di riferimento – psicologico, politico e finanziario – del neofascismo e si vedrà più avanti come dall’America latina siano giunti i primi concreti, e determinanti, aiuti al Msi. Con le elezioni amministrative del 1947 apparve chiaro a molti che il Msi cominciava a rappresentare il vero punto di incontro della complessa galassia neofascista. Molti militanti si avvicinarono alla Fiamma e le elezioni politiche del 1948 confermarono la avvenuta istituzionalizazione del Msi. La presenza al vertice di Giorgio Almirante determinò una forte sottolineatura identitaria del partito e ciò consentì al variegato mondo neofascista di riunirsi più in nome degli elementi nostalgici e mitici che per un effettivo disegno politico.
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