Ventunesimo Secolo
Documenti

Il 1947 e il neofascismo

di Giuseppe Parlato 

Il referendum istituzionale del 2 giugno 1946 contribuì a qualificare i neofascisti come interlocutori ufficiosi delle forze antifasciste. Comunisti, socialisti, democristiani, liberali e monarchici, riservatamente, ebbero contatti con Romualdi e con i vertici del neofascismo, radunati nel cosiddetto «Senato» in occasione del referendum. I contatti non portarono a risultati clamorosi: tuttavia, Romualdi ebbe l’abilità di presentare i neofascisti come una forza coesa e cospicua, ma soprattutto come una forza che cercava a ogni costo la legalità, dopo le vicende della guerra civile. Ai repubblicani Romualdi assicurò che, se avesse vinto la repubblica e i monarchici avessero tentato azioni eversive, i neofascisti avrebbero difeso la repubblica; al contrario, il futuro leader missino, assicurò i monarchici che, in caso di vittoria del re e di tentativo rivoluzionario da parte del Pci, i neofascisti si sarebbero schierati con la corona[1].

Al di là dei risultati immediati, l’evento referendario determinò tre fattori fondamentali per gli sviluppi della storia del neofascismo.

In primo luogo modificò sostanzialmente il rapporto tra neofascisti e monarchici: se, infatti, prima del referendum i monarchici agivano da una posizione di forza, consapevoli di avere vinto la battaglia con il fascismo ma contemporaneamente in grado di offrire ai vinti una sponda politica importante in cambio dell’appoggio al referendum, dopo il 2 giugno la situazione si era ribaltata. I neofascisti, grazie alla capacità diplomatica di Romualdi e ai contatti pregressi della Decima e del fascismo clandestino, erano usciti dal referendum con alcuni significativi vantaggi, mentre i monarchici erano, questa volta, i veri sconfitti. La situazione si era ribaltata – e tale inversione di tendenza si accentuerà con il tempo – in quanto, dopo la sconfitta del 1946, sarebbero stati i monarchici ad avere bisogno dei neofascisti; i milioni di voti a favore del re si sarebbero vanificati rapidamente, mentre gli eredi di Mussolini sarebbero entrati in Parlamento.

In secondo luogo, l’amnistia permise a diverse migliaia di fascisti di uscire dalla galera o dal campo di concentramento e di riprendere immediatamente l’attività politica; non si trattava, poi, di fascisti qualsiasi: quelli che erano stati internati o che erano stati in galera erano i capi del movimento fascista in Rsi, avevano esperienza politica, erano ancora relativamente giovani, non avrebbero accettato facilmente una ipotesi di abbandono della vita politica, attività che, insieme con il giornalismo, era l’unica, in genere, che sapessero fare bene. Il ministero dell’Interno, quasi immediatamente, si preoccupò della presenza di molti fascisti in circolazione e, in alcuni casi più evidenti, cercò di correre ai ripari, ma con scarsi risultati[2].

In terzo luogo, la vittoria della repubblica al referendum istituzionale apriva una serie di incognite, a cominciare dal condizionamento del Pci sul governo e sulle istituzioni repubblicane: ciò favoriva, evidentemente, i neofascisti, più attenti ai rapporti con gli alleati, e consapevoli di avere di fronte una possibilità insperata di tornare a contare nel quadro politico italiano. Da non dimenticare, poi, il progressivo reinserimento dei fascisti nella pubblica amministrazione, il che conferiva a questa parte politica nuove speranze e nuove ipotesi di potere influire, tecnicamente, nella evoluzione politica del paese. Se a tutto ciò si aggiunge la delicatezza della situazione internazionale, l’inizio della guerra fredda, la tenacia con la quale il Pci difendeva il proprio ruolo politico contro l’Alleanza atlantica e la possibilità di pervenire alla «seconda ondata» realizzando così quella «guerra di classe» per la quale così tanto il partito di Togliatti si era battuto durante la guerra civile, si può constatare come l’agibilità politica dei fascisti, dopo il referendum, fosse decisamente aumentata.

Sicuramente però, l’aspetto più rilevante del periodo che va dal referendum alle elezioni del 1948 è costituito dal proliferare delle organizzazioni clandestine neofasciste o di sostegno al neofascismo che accompagnarono la costituzione del Msi alla fine del 1946.

La maggior parte dei movimenti che operarono in questa fase si caratterizzò per una forte valenza anticomunista, in una posizione di collaborazione con i servizi segreti alleati, in particolare con una parte dell’Oss americano. Tale azione fu indirizzata principalmente alla ricerca di contatti politici e militari, alla individuazione di adepti alla causa, a sollecitare l’adesione di forze che, almeno sulla carta, potessero garantire un minimo di proselitismo. In questo senso – e solo in questo senso – tali movimenti diventarono un fattore fondamentale per la nascita e la costituzione dell’organizzazione neofascista. La maggior parte dei personaggi che operarono in funzione anticomunista non era affatto fascista: anzi, il più delle volte si trattava di personaggi che avevano avuto un ruolo nella resistenza monarchica contro il fascismo e il nazismo. Tuttavia, costoro ritennero che proprio la difficile condizione umana dei vinti, il loro rancore e l’impossibile restaurazione del regime avrebbero potuto trasformare i fascisti in una buona massa di manovra: bene addestrati, reduci da una lotta antipartigiana che ne aveva messo a dura prova la preparazione, con armi nascoste (almeno così si presumeva), caratterizzati da un forte spirito di corpo che si era confermato e accresciuto nei campi di concentramento per fascisti o nella prigionia all’estero, i fascisti erano considerati gli unici che potevano tornare utili per combattere un nemico comune, il comunismo, appunto.

I movimenti più significativi furono l’Esercito clandestino anticomunista (Eca) e l’Armata italiana di liberazione (Ail): oltre a questi si era creata una piccola galassia di movimenti monarchici o sedicenti tali che si può considerare una sorta di humus nel quale si intrecciavano contatti, progetti eversivi e molte velleità. Infatti, occorre dire che, al di là delle affermazioni di principio e al di là anche delle informative di polizia, tutti questi movimenti non ebbero esiti apprezzabili né dal punto di vista della formazione di nuovi soggetti politici legali, né tanto meno dal punto di vista della capacità di operare in termini insurrezionali. Si dirà che la posizione di tutti costoro era fondamentalmente costituita dalla possibilità di realizzare una «risposta» alla probabile azione eversiva comunista che tutti costoro erano convinti si realizzasse nel 1947 e che, pertanto, essendo venuta a mancare quest’ultima, anche la contromossa moderata finiva per diventare una semplice ipotesi non realizzata. È vero, ma ciò non toglie che la potenzialità operativa di tali gruppi fosse decisamente bassa: e ogni tentativo di dimostrare il contrario, costruendo ipotesi fantasiose quanto contorte circa una loro funzionalità anche per il futuro, si scontra con l’assenza di documentazione che lo provi.

L’Esercito clandestino anticomunista (Eca) era stato fondato poco prima del referendum, probabilmente tra il mese di marzo e aprile, come braccio armato del Fronte anticomunista italiano che, secondo un informatore di polizia, annoverava come principali esponenti il senatore Bergamini, l’ammiraglio de Courten, ministro della Marina nel governo Badoglio, il gen. Bencivenga; pare che fosse vicino, come finanziatore, anche l’industriale milanese Enrico Falck[3]. Da questo movimento sarebbe nato l’Eca, guidato dal gen. Ennio Muratori, ex generale della Milizia fascista e che troveremo tra i fondatori del Msi, e da Nino Buttazzoni, longa manus del principe Borghese. Buttazzoni, in particolare, ricorda che il movimento disponeva di scarse ma efficienti forze, che lo stesso esponente degli Np della Decima volle «schierare» al Pincio, a Roma, per presentare l’organico (212 uomini) a un inviato del comando nazionale. Si trattava di uomini legati alla Decima e a Borghese, che avevano combattuto al nord nella Rsi; ma non mancavano anche Np che appartenevano alla regia Marina del Sud. Li aveva avviati a tale iniziativa l’amm. Calosi, amico di Buttazzoni e capo del Sis, il servizio di informazioni della Marina militare, il quale aveva anche messo a disposizione del movimento un deposito di armi a Saxa Rubra, alla periferia di Roma, in caso di attacco comunista[4].

Il movimento non ebbe vita lunga e soprattutto non compì azioni significative. Nel 1947 Buttazzoni strinse contatti con altri movimenti più o meno clandestini, tutti connotati dalle medesime finalità, dall’Armata italiana di liberazione agli Arditi di Vittorio Ambrosini, dal sedicente «Partito fascista repubblicano», del quale faceva parte Bruno Puccioni, al Movimento nazionalista di democrazia sociale di Emilio Patrissi.

Calosi e Buttazzoni si conoscevano dal periodo della guerra; il loro rapporto era ripreso alla fine del 1945 allorché Buttazzoni, a Roma, ricevette la visita di un vecchio amico d’infanzia, Huppert, medico ebreo triestino in quel periodo in forza all’Oss in qualità di maggiore. Huppert, in quella occasione, chiese a Buttazzoni di arruolarsi nell’esercito americano in vista di un possibile conflitto con la Jugoslavia per l’italianità di Trieste e della zona orientale. Il capo degli Np rifiutò l’offerta, essendo latitante e ricercato, e l’amico triestino si mosse presso Angleton affinché facesse pressioni sulla Marina italiana per convincere Buttazzoni ad arruolarsi: il capo dell’Oss si rivolse all’amm. Calosi, il quale così seppe che l’ex ufficiale della Decima stava a Roma. Successivamente Calosi e Buttazzoni si incontrarono e definirono la collaborazione in ordine alla organizzazione del già ricordato Esercito clandestino anticomunista.

Oltre l’Eca e oltre l’azione personale di Buttazzoni – della quale più che i risultati «eversivi» sono da sottolineare i contatti a livello nazionale e internazionale – i movimenti neofascisti della seconda metà del 1946 furono caratterizzati dalla presenza di poche altre organizzazioni di qualche significato e soprattutto da una serie di azioni velleitarie e basate soprattutto sulla iniziativa personale.

L’organizzazione più significativa di questo periodo, dopo l’Eca, fu l’Armata italiana di liberazione, che operò per tutto il 1947. Si trattava sicuramente della maggiore fra le organizzazioni filo monarchiche: collegata con i servizi americani, frequentata e diretta da esponenti della massoneria, l’Ail era stata fondata nell’aprile 1946 con lo scopo di tutelare e diffondere le «quattro libertà”» previste dalla Carta atlantica e di riunire in un unico ente morale tutti i combattenti per la libertà, tutti i reduci dalle varie campagne contro il nazifascismo, ivi compresi gli ex internati italiani in Germania, i congiunti dei caduti e tutti coloro che, anche da civili, avevano operato contro l’invasore. Guidata dal colonnello dell’aeronautica Ugo Corrado Musco, l’organizzazione ebbe uno spiccato sentimento monarchico e gli aderenti, fin dall’inizio, si dichiararono disposti ad agire contro chiunque volesse attentare alla libertà: in particolare quest’ultimo aspetto del suo programma ha caratterizzato l’Ail in senso fortemente anticomunista, anzi ha fatto ipotizzare che l’organizzazione si prefiggesse, implicitamente, di offrire spazi politici ai partigiani non comunisti. Secondo alcune note di polizia, l’Ail sarebbe stata anche appoggiata da elementi americani, come Fiorello La Guardia e l’amm. Stone[5].

All’inizio si riscontrò un lusinghiero successo di adesioni (le informazioni riservate riferivano di 80 – 120 mila iscritti nei primi mesi dalla sua costituzione), segno che ampio era lo spazio disponibile per una posizione contemporaneamente antifascista e anticomunista; anzi, in una relazione del questore di Torino al capo della polizia si sottolineava come l’Ail era riuscita ad attirare l’attenzione del comandante partigiano monarchico «Mauri» (Enrico Martini), del vertice dell’Unione monarchica italiana, che istituzionalmente tutelava gli interessi della corona e, soprattutto, del comandante della Marina Dessì, quello stesso che ebbe incarichi riservati per conto dell’Oss in occasione della fine del fascismo e della morte di Mussolini; non era escluso dai contatti neppure Raffaele Cadorna, ex capo del Comitato di liberazione dell’Alta Italia[6]. Ancora nel novembre, lo stesso questore di Torino aggiungeva, alla lista delle adesioni, anche il gen. Bencivenga, il gen. Sorice e il maresciallo Bastico: la forte penetrazione negli alti gradi delle forze armate veniva spiegata dal questore con la grave crisi dell’Associazione nazionale partigiani d’Italia (Anpi), dalla quale, si diceva, stavano per uscire tutti i partigiani non comunisti, a cominciare dai democristiani; in questo modo, si sarebbero creati due tronconi del movimento partigiano, uno dei quali sarebbe stato sicuramente controllato dall’Ail[7].

Alcuni mesi più tardi, verso la fine del 1946, il consenso iniziò a scemare, e ciò per tre motivi: in primo luogo perché, ridimensionatosi l’«effetto referendum», i monarchici incominciavano ad operare scelte autonome e sicuramente legalitarie (ad esempio verso la Dc o il Partito liberale); in secondo luogo perché lo scopo reale della organizzazione stava venendo meno: la prevista azione insurrezionale del Pci tardava a manifestarsi e quindi la necessità di riunirsi in vista di un attacco comunista allo Stato era meno urgente. In terzo luogo, occorre ricordare che – come testimoniano tutte le note di polizia sull’Ail – a partire dalla conclusione del referendum, sempre più massiccio fu l’apporto degli ex fascisti all’organizzazione, anche con incarichi di rilievo. Tale situazione determinò un sostanziale allontanamento di molti partigiani monarchici che non intendevano dividere le sorti della organizzazione con i fascisti reduci dai campi di concentramento. Una specie di organizzazione segreta regolava l’afflusso dei fascisti nell’Ail: secondo una fonte informativa, che peraltro pone la notizia in termini dubitativi, si parlò di una fantomatica «direzione» del Sif (Servizio di informazioni fascista), operante a Milano e in grado di infiltrare nella organizzazione ex militanti della Muti o della Decima Mas[8]. Ciò determinò l’allentarsi dei contatti e dei rapporti della organizzazione con i referenti monarchici istituzionali, Umi in testa, mentre spinse l’Ail ad avere rapporti sempre più saldi con l’Uomo qualunque[9]. Anche se rimasero forti i legami con il Partito democratico italiano, il partito dei monarchici (a Milano ospitava la sede dell’Ail), nell’agosto 1946 veniva annunciata la nascita del Partito nazionale italiano, costituito da qualunquisti indipendenti, con lo scopo di unire tutti i neofascisti in un unico partito; presieduto da Emilio Profeta Trigona, questa formazione non ebbe molta fortun[10].

Ben diverso invece il discorso sul Movimento di resistenza partigiana di Carlo Andreoni. Fin dal 1944, Andreoni aveva costituito il Movimento partigiani d’Italia, con sede a Roma, che aveva raccolto elementi provenienti da formazioni autonome; in genere si trattava di partigiani che avevano abbandonato per ragioni ideologiche le formazioni comuniste o socialiste. In quel periodo, Andreoni prendeva contatti con il Movimento comunista italiano di Sardella e Poce e contemporaneamente con il Centro democratico di Bencivenga e Musco, dal quale poi sarebbe nata l’Ail. Sul «Partigiano», organo del suo movimento, Andreoni si scagliava contro il Cln, condizionato dal Pci. Conclusa l’esperienza del Movimento partigiani d’Italia, passò a fondare l’Unione spartaco, un movimento di carattere libertario e anarchico. Costituito infine il Mrp, Andreoni strinse ottimi rapporti con l’Ail e, secondo una informativa riservata di polizia, il movimento creato da Andreoni nel Biellese a favore del Mrp altro non sarebbe stato altro che un tentativo di spezzare l’unità del movimento partigiano in seno all’Anpi[11]; si rilevavano anche i suoi contatti con alcune missioni americane e con ufficiali già appartenenti al Sim[12]. Il movimento, che si giovò dell’appoggio del partigiano Piero Marozin, detto «Vero», si collocava quindi in una posizione anarco-socialista in polemica con quella del Pci. In sostanza, «esso tende a riunire le brigate partigiane di destra e monarchiche. (…) Lo scopo è quello di sottrarre alle organizzazioni comuniste la base partigiana. Starebbero per aderire le brigate Matteotti e quelle formate da socialisti antifusionisti”[13].

Anche il Macri (Movimento anticomunista repubblicano italiano), anticomunista e di destra, accreditato dalle informative confidenziali (gonfiate) di 11 mila uomini «armati», aveva stabilito un patto di collaborazione con il Mrp di Andreoni. Oltre a questo movimento, ve n’era un altro, anch’esso in rapporto con l’Ail, il Momisore, una sigla astrusa che stava per «Movimento militare sociale e repubblicano»: originato dal battaglione Forlì in Rsi, questo centro era accreditato di circa duemila aderenti e aveva il centro di principale sviluppo a Firenze[14].

La galassia filo monarchica si sostanziava, però, di una miriade di movimenti e di attività isolate che, tuttavia, diedero l’idea, poi naufragata con gli insuccessi elettorali, di una forte mobilitazione popolare. Se ne accorsero anche le autorità di polizia, che nell’ottobre 1946 lanciavano un allarme, un po’ generico, sul pericolo che le istituzioni potevano correre a causa del proliferare delle organizzazioni clandestine di destra[15]. Contemporaneamente, tuttavia, le stesse autorità di polizia ponevano in chiara evidenza il ruolo, più o meno occulto, degli Alleati nel sostegno dei movimenti sicuramente anticomunisti, sottolineando sempre l’azione di contenimento rispetto alla possibilità di un colpo di mano da parte del partito di Togliatti[16].

Poiché già nell’anno precedente si era verificato il continuo ricorso alla motivazione della possibile svolta eversiva del Pci per giustificare l’esistenza e il potenziamento delle formazioni armate monarchiche e neofasciste – complici sia la propaganda antiborghese del Pci, sia ciò che era successo nei paesi dell’Est – occorre dire che, sotto questo aspetto, il 1947 non costituì un elemento di innovazione rispetto al passato.

D’altra parte, le due relazioni riservate inviate a mano al sottosegretario all’Interno Marazza del 25 settembre e del 16 ottobre 1947 legittimano ampiamente i timori percepiti da larga parte dell’opinione pubblica. Se nella prima si minimizzava il timore di un’azione eversiva del Pci, motivandola con il totale controllo di Togliatti sulla situazione e, soprattutto, sui progetti rivoluzionari di Pietro Secchia, nella seconda relazione veniva sottolineato il deteriorarsi del clima politico e la sempre maggiore difficoltà in cui veniva a trovarsi la linea espressa dal capo del Pci, incalzato non solo da Secchia ma anche da una serie di pressioni sovietiche tali da dubitare sulla tenuta legale di Botteghe Oscure, soprattutto in considerazione dell’aiuto che alla struttura illegale del Pci stava giungendo da gruppi e da strutture jugoslave; in particolare, informative firmate dal solito e informato agente «U» (probabilmente Luca Osteria, «Ugo»), davano per certo un radicale cambio di impostazione della strategia comunista[17].


Non è senza timore – scriveva a Marazza il 15 ottobre 1947 – infatti che si considera che, mentre il governo è costretto a discutere quasi continuamente se lo sciopero si farà o non si farà, se a novembre ricomincerà o non ricomincerà il sabotaggio politico contro il governo, mentre gli indici economici si abbassano e crescono le apprensioni del capitale e del credito e quindi i commerci e le industrie non riescono a liberarsi delle penose angustie che ne arrestano lo sviluppo, l’orizzonte internazionale si è improvvisamente coperto di una nube oscura per la costituzione dell’ufficio internazionale di informazione comunista, con sede centrale a Belgrado. […]. Nel rapporto precedente abbiamo scritto che le forze attive comuniste in Italia, per quanto esse sono in numero considerevole, non disponevano di abbondanti mezzi finanziari […]. Abbiamo anche scritto che non era da temere un’insurrezione comunista almeno fino a quando esistono certi fattori che i comunisti considerano ostacoli insormontabili. […].Quanto abbiamo affermato in passato non corrisponde più alla situazione presente e le informazioni devono essere così modificate: 1. Negli ambienti della sinistra comunista si ha chiara la convinzione che dopo l’adesione del partito al «patto» di Byalistock, gli aiuti finanziari del nuovo Comintern continueranno nuovamente ad affluire e tali aiuti permetteranno all’apparato illegale di sviluppare l’organizzazione rivoluzionaria in profondità. 2. L’on. Togliatti, dolente o nolente (sic), è stato costretto ad accettare, suo malgrado, la linea di condotta politica della Sezione integrale. Conseguentemente è chiaro che il Partito comunista adotterà – come tutto autorizza a credere e come del resto si è sempre creduto – il suo carattere rivoluzionario e di azione «offensiva». Riteniamo pertanto urgente informare che nel «piano» del nuovo Comintern, l’Italia è considerata una delle strade maestre per arrivare alla bolscevizzazione di tutta l’Europa occidentale. […]. L’adesione del Pci al Comintern è considerata dai comunisti di sinistra un grande trionfo ed in modo speciale un trionfo degli on. Secchia e Longo; ed in un certo senso si può dire che hanno ragione di considerarla come tale perché, con uno sforzo politico relativamente moderato, gli estremisti ne escono molto rinforzati come mezzi e come prestigio. Il giorno 12 andante a Biella, alla presenza di Secchia, Longo, Valerio ed altri esponenti della sinistra comunista, si sono riuniti circa 8 mila garibaldini. Alla cerimonia indetta dallo stesso on. Secchia per dimostrare con fatti concreti al Comintern la serietà delle sue intenzioni, hanno partecipato pure alcuni delegati del partito comunista jugoslavo giunti a Milano il 10 andante in compagnia del funzionario comunista triestino Croncick Franz di Alberto, nativo di Lussinpiccolo. Subito dopo il convegno di Byalistock si è costituito un Comitato segreto di liberazione italo-jugoslavo che ha sede a Lubiana per quanto riguarda la Jugoslavia ed a Milano per parte italiana.Il nuovo Comitato di liberazione, che si compone di sei membri e un segretario generale con diritto di voto, ha il seguente scopo: 1°- Creare una sezione di informazioni, la quale, valendosi di un certo numero di cittadini giuliani, di sicuri sentimenti comunisti e con molteplici e serie relazioni, agisca sotto forme diverse, in maniera da raccogliere e fornire notizie sulla Venezia Giulia. 2°- Creare una sezione commerciale i cui agenti possano viaggiare insospettati attraverso l’Italia e raccogliere informazioni di carattere economico, militare e politico. 3°- Creare una sezione che agisca tra le fila dell’esercito e della polizia italiana e le organizzazioni dipendenti dal governo e dal Partito socialista. 4°- Creare una sezione di studio che raccolga le notizie delle sezioni di cui sopra, le coordini, ne rilevi le relazioni e gli scopi raggruppandole per carattere e importanza. Tutte queste informazioni che abbiamo surriferito ed altre ancora che omettiamo di menzionare per brevità, danno chiaro il sentimento e l’impressione che qualche cosa sta per cambiare anche nell’apparato legale del partito comunista italiano.


Pur trattandosi di note informative ufficiose, la lunghissima citazione può facilmente dimostrare come il clima politico del 1947, risenta, più ancora di quello che aveva caratterizzato l’anno precedente, delle voci e delle ipotesi circa una minaccia allo Stato da sinistra, in piena sintonia con i mutamenti internazionali che videro, nel marzo 1947, affermarsi la «dottrina Truman», che poneva la lotta al comunismo al centro della strategia dei paesi occidentali, recependo un tema sul quale da non poco tempo stava insistendo Churchill.

Diventò così essenziale, anche nella politica interna italiana, il formarsi di un solco sempre più profondo tra i comunisti e i loro alleati, da una parte, e le forze che invece si ponevano a difesa dell’Occidente minacciato. Se a questo elemento si aggiungono l’inopinata apertura di Guglielmo Giannini a Togliatti nel dicembre 1946, la scissione di Palazzo Barberini che determinò la nascita, meno di un mese più tardi, di un partito socialista non più alleato del Pci, la svolta in senso anticomunista della Dc, che culminò nel maggio 1947 con la formazione del primo governo di coalizione senza i comunisti e i socialisti di Nenni, il quadro politico appare sufficientemente chiaro: in questa prospettiva, per il neofascismo, si potevano riaprire i giochi; i neofascismo, in altri termini, non si poneva ipotesi eversive «in proprio», cioè non mirava alla conquista dello Stato come nel 1922, né riteneva di avere le forze sufficienti per ingaggiare con lo Stato un’azione di lotta clandestina. Più semplicemente, in linea con il «legalitarismo» dimostrato da Romualdi in occasione del referendum, i neofascisti si dichiaravano disponibili a sostenere eventuali azioni contro il pericolo eversivo che poteva giungere da sinistra. È da notare che le informazioni circa una probabile azione comunista contro lo Stato democratico erano praticamente di dominio pubblico, anzi, convenientemente esagerate dagli stessi informatori, secondo una usuale pratica di chi a questa funzione si proponeva. Pertanto a Romualdi e ai suoi amici del «Senato» poco importava di un’azione eversiva neofascista: essi ritenevano che la dinamica della guerra fredda avrebbe portato con relativa facilità il neofascismo a una posizione di rilievo, mettendo anche in discussione l’unità antifascista: di qui la possibilità che si aprissero spazi nuovi di agibilità politica per gli eredi di Mussolini. Naturalmente perché ciò accadesse era necessario che il neofascismo trovasse un punto di coagulo politico e organizzativo. Diversi e divisi erano ancora, nei primi mesi del 1947, i gruppi che al neofascismo si richiamavano, anche dopo la nascita del Msi.

Il Partito fusionista, la prima formazione politica neofascista, diffusa soprattutto in Puglia, aveva vissuto con disappunto la nascita della Fiamma e aveva tentato, nei primi giorni del 1947, una riaggregazione in qualche modo alternativa al partito di Romualdi. Questo disegno non era riuscito e ciò aveva impedito al partito di Evano Arani e di Fernando Ciarrapico di risolvere i propri problemi organizzativi e finanziari, ma soprattutto quelli relativi al consenso e alla linea politica, la quale continuava ad oscillare fra tentazioni estremistiche di tipo neofascista e l’inconfessata speranza di trovare sponde politicamente utili negli ambienti del conservatorismo meridionale prefascista.

Nel settembre 1946 erano nati i Fasci di azione rivoluzionaria, una sorta di braccio clandestino operativo, pronto, se necessario, ad azioni eversive. Tuttavia la scelta legalitaria del «Senato», che aveva determinato la nascita di un Msi legale, mise in crisi questa struttura, in verità piuttosto debole: i Far proseguirono la loro azione, fatta di piccole e modeste attività sediziose al limite dell’eversione, senza però riuscire a catalizzare un consenso all’interno del neofascismo. La nascita del Msi determinò nei Far la divisione in tre gruppi: il primo, decisamente maggioritario, guidato da Romualdi, entrò nel Msi; un altro, agguerrito ma numericamente ridotto, scelse di proseguire decisamente la lotta clandestina (Lucci Chiarissi); si era poi venuto formando un terzo gruppo, guidato da Baghino, che sosteneva la politica del «doppio binario». Se la scelta legalitaria si fosse rivelata utile e politicamente vantaggiosa, la struttura clandestina si sarebbe sciolta; ma se, per qualsiasi motivo, l’opzione democratica non si fosse dimostrata più percorribile, si sarebbe tornati alla macchia: intanto era opportuno mantenerla in attività. Baghino, quindi, come altri, continuò a tenere contatti e a dirigere i Far, pur essendo a tutti gli effetti nel Msi[18].

Il Partito fascista democratico era l’organizzazione costituita da Domenico Leccisi a Milano nell’autunno del 1945. Esso aveva avuto un forte momento di notorietà in una Milano diventata difficile per il neofascismo, allorché si era distinto in azioni clamorose e visibili: l’incendio dei cartelloni del film Roma città aperta, le scritte luminose nel centro di Milano e soprattutto il trafugamento della salma di Mussolini, nell’aprile 1946. Tuttavia, nel corso dell’anno la sua attività si esaurì e i suoi aderenti finirono in parte con il neo costituito Msi, in parte negli irriducibili dei Far. Le fantomatiche squadre armate Mussolini furono assunte come denominazione dai gruppi armati monarchici, ma anche da delinquenti comuni, per disorientare le indagini della polizia.

In tutt’altro contesto, si affermava, nei primi mesi del 1947, la rivista «Vita del lavoro», nata nel dicembre precedente dall’attivismo di Luigi Fontanelli, il quale con alcuni dirigenti sindacali ex fascisti, aveva deciso di dare vita, all’interno della Cgil allora unitaria, alla corrente sindaca-rivoluzionaria: si trattava di sostenere il ruolo del sindacato oltre e, qualche volta, contro quello, sempre più determinante, dei partiti politici. Verso la fine del 1947 la rivista dava vita al Mo.Si. (Movimento sindacalista) con Amilcare De Ambris, Elio Lodolini, Arnaldo Fioretti e, ovviamente, lo stesso Fontanelli[19].

I gruppi monarchici anticomunisti, più o meno clandestini, si erano in parte esauriti, lasciando spazio sempre più evidente alla formazioni ufficiali monarchiche, prima fra tutte l’Unione monarchica italiana di Falcone Lucifero e il Partito democratico italiano di Selvaggi[20]. Erano rimasti l’Esercito clandestino anticomunista, destinato a confluire nel Msi, e soprattutto l’Armata italiana della libertà di Bencivenga e Musco, con i suoi rapporti sempre criptici con partiti italiani, servizi segreti e Alleati. A metà del 1947 nasceva uno strano ed effimero movimento, dal nome fin troppo inequivocabile, il Partito fascista repubblicano, erede del Movimento degli arditi formato e guidato da un personaggio altrettanto pittoresco, Vittorio Ambrosini. Fu con queste due ultime realtà che il neonato Msi dovette confrontarsi, non tanto per avere assicurato un appoggio, quanto per evitarlo, sia per non incorrere in accuse di illegalità, sia per non farsi condizionare da elementi che avevano altri obiettivi.

Proseguiva la sua attività di assistenza e latamente politica il Movimento italiano femminile «Fede e Famiglia» della principessa Pignatelli. Si trattava del primo movimento femminile neofascista, nato nell’ottobre 1946 per iniziativa della principessa Maria Pignatelli, moglie di Valerio, colui che aveva organizzato il fascismo clandestino al Sud tra il 1943 e il 1945. La Pignatelli si era distinta per avere attraversato le linee nell’aprile 1944, raggiungendo da Napoli il lago di Garda per potersi incontrare con Mussolini; l’avevano aiutata in tale iniziativa alcuni agenti americani dell’Oss e ciò ha fatto ipotizzare un interesse dei servizi americani nei confronti delle iniziative tese a coagulare in funzione anticomunista il neofascismo. Dopo la guerra, arrestata e detenuta in un campo di concentramento, era riuscita a fuggire e aveva poi trovato rifugio in una struttura ecclesiastica, da dove aveva costituito il Mif: nella medesima struttura si erano svolte, nell’autunno 1946, le prime riunioni del costituendo Movimento sociale. Nel 1947 si era avvicinata, senza mai diventarne organica, al Msi (soprattutto finché alla segreteria ci fu Almirante, che non godeva delle simpatie dei Pignatelli), sviluppando molto le proprie attività verso i fascisti che ancora restavano in prigione o erano sotto procedimento dopo l’amnistia[21].

Emilio Patrissi era uscito dall’Uomo qualunque dopo l’inizio di dialogo tra Giannini e Togliatti: il dirigente romano considerava pericolosa tale apertura per l’identità dell’Uq visto da tutti come un partito a forte connotazione anticomunista; Giannini aveva tentato la «sortita» su Togliatti per fare comprendere alla Dc che il suo partito poteva fare a meno dello scudo crociato: incassato il rifiuto liberale, non riuscendo a stabilire con la Dc un rapporto di collaborazione, Giannini tentò di accreditarsi sul fronte antifascista dichiarando, strumentalmente, che il suo partito era il più antifascista di tutti e provando a mettere in difficoltà la Dc, «aprendo» al Pci. I risultati di questa strategia furono disastrosi: una buona parte dei dirigenti del partito si allontanarono (Patrissi in testa), la Dc confermò che l’unico anticomunismo spendibile politicamente era il proprio, Togliatti si divertì ad illudere Giannini per poi ribadire la propria indisponibilità a qualsiasi accordo. Giannini si trovò da solo, privato dei migliori tra i dirigenti dell’Uq; non accettò la sconfitta e contribuì, con il suo atteggiamento arrogante e insolente, a distruggere un partito che nelle elezioni per la Costituente aveva ottenuto un buon risultato, tale da fare pensare all’Uq come punto di riferimento, almeno transitorio, di coloro i quali non si riconoscevano nei valori espressi dall’antifascismo di sinistra[22].

Patrissi, che già dell’Uq rappresentava la destra conservatrice e che aveva accentuato la linea anticomunista e fortemente critica nei confronti della resistenza – pur avendovi lui stesso partecipato – uscì nel febbraio 1947 dal partito di Giannini e prese contatti con gli ambienti neofascisti (si parlò di tentati accordi con l’ex segretario del Pnf, Turati) per cercare di costituire un nuovo movimento[23]; di qui le già ricordate preoccupazioni di de Agazio, che auspicava il passaggio di Patrissi al Msi. Evidentemente l’ex qualunquista riteneva il Msi troppo connotato nell’ambito del neofascismo; probabilmente qualcuno lo aveva spinto a creare un nuovo movimento assicurando appoggi e finanziamenti; Patrissi si fidò delle promesse che venivano da ambienti politici e finanziari americani, con i quali egli aveva un ottimo rapporto, se quegli stessi ambienti gli avevano proposto la rappresentanza della Coca-Cola in Italia[24]. Sta di fatto che in agosto nasceva il Movimento nazionalista per la democrazia sociale, con un programma politico decisamente simile a quello missino: la presenza delle parole «movimento» e «sociale» aveva la funzione di attirare i consensi neofascisti, mentre il termine «nazionalista» avrebbe dovuto convincere i monarchici: si sosteneva la dignità e la difesa del ruolo dell’Italia a livello internazionale, si propugnava la pacificazione tra italiani e il superamento della contrapposizione tra fascismo e antifascismo, si parlava di una forte politica sociale che non si spingeva fino alla socializzazione ma comunque prevedeva un deciso intervento dello Stato nell’economia e una contemporanea difesa della proprietà privata, si accettavano i patti Lateranensi. Si trattava, quindi, di un programma decisamente condivisibile da parte dei neofascisti moderati[25].

Questa formazione, sia nelle elezioni amministrative romane dell’ottobre 1947, sia in quelle politiche del 1948 fu in concorrenza con il Msi per coprire lo spazio all’estrema destra dello schieramento politico; con la conquista dei sei parlamentari da parte del partito di Almirante, il Mnds confluì in buona misura nel Msi, mentre una parte minoritaria si unì alla battaglia monarchica.

La sensazione che il neofascismo dovesse fungere da difesa dell’Occidente minacciato dal comunismo, in appoggio alle forze moderate e con l’aiuto degli Stati Uniti – al di là dell’effettivo assenso delle stesse forze moderate e, soprattutto, degli Stati Uniti – spingeva quegli stessi neofascisti che non credevano nella soluzione legalitaria rappresentata dal Msi a un impegno militante in vista della ritenuta imminente «ora X», quando cioè si fosse verificato l’attacco comunista allo Stato. Imminente e, per certi versi, auspicata l’azione comunista, in quanto questi gruppi ritenevano che solo uno sconvolgimento militare, con implicazioni internazionali, avrebbe sbloccato la situazione trasformando i vinti in preziosi alleati, determinando una situazione certamente confusa e grave ma la sola ritenuta idonea a fare rientrare effettivamente i neofascisti nel grande gioco politico. È questo il senso di una lettera di Lucci Chiarissi, uno dei più lucidi esponenti del neofascismo che non accettò l’inserimento «nel sistema», preferendo l’azione clandestina dei Far:


Assai pericolosa mi sembra la tendenza, rilevabile in tutti, di gettarsi a priori da una parte o dall’altra, assumendone mentalità e stile, ove si dovrebbe ricordare che solo una politica autonoma ha un senso anche sul piano concreto, perché potrà permetterci un atteggiamento sereno alle prime battute e un intervento da far pesare assai sulla bilancia degli avvenimenti. Ritengo che la democrazia cristiana non possa reggere ancora a lungo la situazione pressata dalla piazza e delle chiamate di correo che le sinistre le rivolgono con una simpatica tempestività circa gli avvenimenti della sagra liberatoria. Forse dopo questo fallimento gli italiani potranno comprendere dove orientarsi e le forze internazionali che hanno interesse alla trincea Italia dovranno prenderne le necessarie conclusioni. D’altra parte non ritengo assolutamente che le agitazioni delle sinistre avanzino su un piano rivoluzionario se ciò non rientra nei prodromi del conflitto internazionale tra i due blocchi che, per mille e una ragione, ritengo ancora molto lontano[26].


In tutto il corso del 1947, l’azione dei Far fu in costante regresso e ciò soprattutto a causa dell’emergere del Msi e della sua linea legalitaria alla quale i neofascisti clandestini progressivamente si adeguarono. Ciò emerge con sicurezza sia dalle dichiarazioni degli stessi militanti[27], sia soprattutto dalle indagini di polizia effettuate, soprattutto sulle indicazioni di alcuni giornali di sinistra, nel corso dell’anno. Rilevava, infatti, il questore di Roma Polito, riferendosi ai Far che:


Il neofascismo, inteso come organizzazione clandestina è da ritenersi in regresso, sia perché le sue manifestazioni sono andate declinando, sia perché è stato scoraggiato dalle sue numerose cadute e non ha colto nessun frutto dalla sua attività, sia perché, come è risultato dagli accertamenti eseguiti in occasione della scoperta di gruppi di neofascisti organizzati, non dispone di mezzi. […] In conclusione, l’efficienza e l’azione delle organizzazioni neofasciste clandestine sono risultate sinora assai modeste, né si hanno indizi che in avvenire possano assumere forme o consistenze da costituire un qualsiasi pericolo per lo Stato[28].


La crisi dei Far aveva comunque ragioni che andavano al di là dell’efficienza dei gruppi che li costituivano. Nel momento in cui De Gasperi escluse i comunisti e i socialisti dal governo del paese, la strategia dei Far incominciò a mostrare segni evidenti di difficoltà. Se, infatti, i Far, nella intenzione originaria, avrebbero dovuto rappresentare la punta più avanzata dell’anticomunismo per coagulare quelle forze moderate che non si sentivano tutelate dai partiti di centro (svolgendo la stessa funzione che il Pci aveva compiuto nel fronte antifascista), la svolta della Dc in senso anticomunista di metà ’47 spiazzava completamente l’organizzazione clandestina neofascista. La nascita del Msi, poi, indusse molti militanti a scegliere la strada della legalità e del gioco democratico, togliendo così gli elementi migliori all’organizzazione clandestina. Mario Tedeschi, che dopo la svolta legalitaria di Romualdi, fu il vero leader del movimento, rilevava come la Democrazia cristiana aveva iniziato il recupero delle forze nazionali e sociali neofasciste allo scopo «di rispolverare le antiche tesi dell’ordine pubblico e di darci su una verniciatina di patriottico, tanto per non guastare», iniziando a svuotare l’Uomo qualunque dopo i clamorosi errori di Giannini. I Far furono così costretti a ricorrere a un’ultima impennata di orgoglio con un documento farneticante e velleitario nel quale si ribadiva, il 4 agosto 1947, contro tutto e contro tutti, eterna fedeltà al fascismo e a Mussolini e la volontà di ricostituire la Repubblica sociale. In quel momento erano finiti i Far:


A partire dal 4 agosto 1947, le organizzazioni clandestine fasciste vennero man mano abbandonate da coloro che vi avevano aderito per motivi di ordine politico e s’erano poi trovati a cozzare contro la barriera di uno sterile astrattismo teoricamente rivoluzionario e sostanzialmente forcaiolo. Già alla fine del 1947 solo pochissimi elementi, non più organizzati ma collegati sulla base di rapporti personali, restavano ancora fermi su quelle che erano diventate pian piano posizioni di natura puramente estetica[29].


Più dei Far, ciò che risultava interessante – e che, contemporaneamente, attirava l’attenzione della autorità di polizia – era un clima di strano nostalgismo che si diffondeva in diverse zone, ma soprattutto nella capitale: un clima che non sempre si andava trasformando in scelte politiche ma che di quelle costituiva il necessario presupposto. Già nel 1946, intorno al 25 aprile e soprattutto in occasione del primo anniversario della morte di Mussolini, vi erano state a Roma diverse cerimonie religiose che avevano dato l’occasione per manifestare in favore del fascismo. Il 24 aprile furono distribuiti volantini che ricordavano l’uccisione di Giovanni Gentile, il 28 e il 29 furono celebrate funzioni religiose in quattro chiese romane, tra le quali quella dei Gesuiti, Sant’Ignazio. Qui l’affluenza, secondo la polizia, fu di almeno 400 persone; un sacerdote, interrogato dagli inquirenti, ammise di avere celebrato senza sapere a chi fosse dedicata la funzione: ricordava soltanto che il defunto si chiamava Benito. Tutte le funzioni si concludevano con la «Preghiera del legionario», che costituiva un po’ il canto identitario consentito dai tempi; non mancarono i saluti romani. Nel giugno del 1946, tre ragazzi furono accusati di organizzare un movimento clandestino neofascista presso la parrocchia di San Giuseppe al Nomentano, dove, si è visto, era stato ospitato per un certo periodo Giorgio Pini. Anche nel 1947 i neofascisti romani godettero di indubbie coperture ecclesiastiche: il 28 aprile si celebrarono funzioni religiose a Santa Maria in Aquiro e a Santa Maria del Popolo; più intima la cerimonia funebre nella cappella del Rettore dell’Istituto dei Fratelli delle Scuole Cristiane, De Merode, dove fratel Sigismondo, collaboratore di “Rivolta Ideale” con il nome di “Italicus”, celebrò una messa per Mussolini di fronte ai principali rappresentanti del neofascismo romano[30]. Oltre alla ricorrenza per la morte di Mussolini, l’altra data che vide numerose manifestazioni nostalgiche fu naturalmente il 28 ottobre, anniversario della marcia su Roma: le manifestazioni avvennero un po’ in tutta Italia e si limitarono soprattutto a scritte murarie e a distribuzione di volantini che ricordavano l’evento (a Palermo i volantini furono lanciati con un razzo in piazza, ma alla fine risultarono illeggibili perché bruciacchiati); in un caso ci fu il lancio di una bomba carta davanti alla sede del partito socialista; a Firenze, ai piedi del David fu deposto un drappo nero con un vistoso fascio littorio[31].

L’«ora X» fu attesa con spasmodica ansia da tutta la rete delle organizzazioni di destra, monarchiche, conservatrici e filoamericane, che riempirono le cronache – e, ancor di più, le note degli informatori di polizia – del 1947. È complesso ricostruire il pesante reticolo di piccole, minuscole organizzazioni, variabili nei vertici, quasi tutte prive di finanziamenti, sempre in attesa di un assenso oltre oceano. Il 1947 fu l’anno della grande attesa dell’azione eversiva di Togliatti, ma fu anche l’anno della fine delle organizzazioni paramilitari di destra; e non soltanto perché la fatidica «ora X» non scoccò mai, ma soprattutto perché in Italia si strutturò in quei mesi, legalmente e al governo, l’anticomunismo sul quale gli alleati americani potevano puntare. Già era difficile che a Washington trovassero ragioni valide per appoggiare il Msi, l’estrema destra legale; meno che mai avrebbero appoggiato l’estrema destra illegale, comandata da generali in pensione, popolata di personaggi pittoreschi, privi di reale seguito, con l’abitudine di millantare crediti inesistenti e appoggi soltanto ipotizzati.

L’armata italiana della libertà, ad esempio, veniva considerata «a corto di quattrini» dagli americani; avrebbe potuto diventare – confermava l’informatore americano – uno dei poli di attrazione del nazionalismo italiano, ma chi la guidava non era in grado di dirigerla con efficienza: contava non più di 20 mila aderenti, mentre ne proclamava dieci volte di più. Veniva anche confermata dal suo stesso capo, Musco, la presenza di molti fascisti al suo interno; l’agente dell’Oss, alla fine del colloquio con Musco, nell’ottobre 1947, con delicata fermezza spiegava che gli Usa non avevano intenzione di finanziare movimenti politici nei paesi stranieri: un modo elegante per sottolineare il totale disinteresse per un movimento che non sembrava destinato a particolari fortune[32].

Che ci fossero molti fascisti all’interno dell’Ail è stato confermato da una significativa testimonianza, l’unica, a quanto pare, su questa organizzazione, quella di Gian Maria Guasti, interessante soprattutto perché pone in luce le relazioni e i contatti che i neofascisti avevano all’interno della struttura militare dell’Ail. Ex combattente della Rsi presso uffici investigativi e impegnato in missioni speciali, dopo essere stato detenuto e quindi epurato, decise di entrare nell’Ail; contemporaneamente fu tra i fondatori del Msi milanese. In clandestinità fu nel Movimento resistenza partigiani, guidato dal col. Carnevali, partigiano monarchico che aveva combattuto in Val d’Ossola, considerato braccio armato dell’Ail:


Divenni vicecomandante del gruppo clandestino armato «Verde-Azzurro» formato da una trentina di elementi decisi e profondamente patriottici. La mia nomina a vicecomandante fu merito della preponderanza numerica di ex fascisti nel gruppo dove esisteva una reciproca stima e rispetto fra le forze malgrado la diversa opposta provenienza. Eravamo tacitamente appoggiati e finanziati dalla direzione provinciale del Partito liberale con sede in Corso Venezia. Anche il comandante del gruppo contemporaneamente ricopriva una carica ufficiale nel Pli ed era in contatto segreto con il consolato inglese all’angolo di via Palestro. Fu proprio in seguito a informazioni riservate provenienti dal Consolato inglese che ci mobilitammo, nel giugno 1947, per far fronte ad un presunto colpo di stato che avrebbe dovuto avvenire contemporaneamente in Italia, Grecia e Turchia[33].


In vista dell’attacco comunista, il gruppo di Guasti usò come base logistica un importante istituto religioso milanese, il San Carlo, al cui interno avevano costituito il deposito di armi grazie all’appoggio che, a dire di Guasti, il responsabile dell’istituto garantiva all’organizzazione[34]; l’ordine era quello di occupare il Palazzo di Giustizia, prendendo possesso immediatamente delle armi presenti nel Magazzino corpi di reato, pieno all’inverosimile. L’azione militare non ci fu in quanto nessun attacco si verificò da parte del Pci.

Tuttavia, il coinvolgimento del Collegio San Carlo, collegio diocesano e, quindi, alle dirette dipendenze del cardinale[35], non stupiva più di tanto. Infatti, il San Carlo era stato, nel periodo fascista, sede di uno dei più importanti centri scoutistici italiani; dopo lo scioglimento dell’organizzazione in Italia, voluto dal regime, gli scouts milanesi, sotto il nome di copertura di «Aquile randagie», si ritrovavano all’interno del Collegio, grazie a un gruppo di sacerdoti, tra i quali don Andrea Ghetti, don Aurelio Giussani e don Giovanni Barbareschi, che nel collegio insegnavano. Dopo l’8 settembre, in quel Collegio, sempre per iniziativa dei medesimi sacerdoti, nasceva l’Oscar (Opera soccorso cattolico aiuto ricercati) che riuscì a fare espatriare clandestinamente in Svizzera più di duemila ricercati dalle polizie fascista e tedesca, in maggioranza ebrei. Terminata la guerra, «l’attività delle Aquile randagie prosegue con gesti di prevenzione contro gli odii e verso i vinti», costituendo una importante zona rifugio per salvare i fascisti dalle violenze comuniste dei giorni immediatamente successivi al 25 aprile[36].

Il Collegio San Carlo fu poi, nel periodo tra il 1946 e il 1948, uno dei centri di maggiore attivismo del Movimento dell’avanguardia cattolica italiana (Maci), animato dai medesimi sacerdoti che avevano promosso le «Aquile randagie»: “si custodivano le armi dell’Avanguardia e si tenevano corsi di lotta libera e lotta giapponese con istruttori della polizia”[37]. Il Maci era considerato, anche dagli americani, il gruppo più coeso e determinato nell’azione militare anticomunista[38].

La testimonianza di Guasti, circa un collegamento fra l’Armata italiana della libertà, la struttura operativa diocesana e la questura milanese, è confermata da un rapporto della prefettura di Milano nella quale si citano le tre organizzazioni anticomuniste del capoluogo: l’Ail, guidata dal maggiore Cesare Carnevale, l’Avanguardia cattolica, con importanti appoggi presso i gesuiti milanesi, e le unità operative dei saragattiani guidate da Ezio Vigorelli[39]; non solo Carnevale era il comandante diretto di Guasti, ma il punto di riferimento del neofascista con i carabinieri era lo stesso dei cattolici e degli altri militanti anticomunisti, e cioè il col. Antonio Di Dato: diventato confidente dell’ufficiale dell’arma, Guasti informava i carabinieri del luogo dove i partigiani o i comunisti tenevano nascoste le armi; quindi, una volta requisite dall’Arma, una parte veniva «donata» agli informatori, i quali così potevano rifornire di armi i gruppi neofascisti[40].

Il caso di Guasti può essere assunto a significativo esempio di connessioni che si vennero a creare fra neofascismo e anticomunismo: anche se ufficialmente rifiutato, il neofascismo era parte dell’anticomunismo e i combattenti di Salò, con la loro discreta preparazione tecnica, potevano tornare utili. Se i cattolici, soprattutto a Milano, attendevano l’«ora X» preparandosi anche dal punto di vista militare, a Roma l’attesa riguardava soprattutto i militari delle varie formazioni semiclandestine che dal 1946 facevano, qualche volta, parlare di sé.

La confusione delle sigle e degli obiettivi era notevole: nel dicembre 1946 era nato il Macri (Movimento anticomunista reduci italiani)[41] nel quale magna pars doveva essere il gen. Canevari, vice di Graziani in Rsi; il 31 maggio, quando De Gasperi formava il primo governo senza i comunisti e i socialisti, Canevari dichiara di mettere a disposizione del presidente del Consiglio ben 300 mila uomini armati: non si sa che cosa lo statista trentino abbia risposto di fronte a una siffatta offerta; tra i capi figuravano, un po’ defilati, anche il gen. Pièche, Fulgenzio Dall’Ora, un generale massone che ai primi del 1947 fu anche in contatto con il Msi, e Patrissi, i quali tuttavia non riuscirono ad evitare la crisi del folto esercito. Come nuovo punto di riferimento, una nota di polizia citava il maresciallo Messe, ben presto sostituito da Roatta, che aveva, pare, tutte le caratteristiche per diventare l’uomo forte in attesa del previsto golpe rosso: nel frattempo, tuttavia, il movimento aveva assunto la sigla «Mari», acronimo di un ben poco marziale «Movimento assistenziale reduci italiani». Il giudizio dell’informatore di polizia sull’«operazione Roatta» era impietoso:


Egli sta in Vaticano dove mantiene vivi contatti con personalità civili italiani ed esteri e più esattamente americani. Il gen. Roatta ha preparato un piano geniale, per l’attuazione del quale occorrerebbero uomini di fegato, soldi e armi. Gli americani che sono al corrente di tutto, in un primo momento avevano promesso mari e monti specie in materia di armamento, ma poi si sono ritirati in buon ordine. Da quanto mi risulta gli americani non appoggerebbero un movimento del genere; interverrebbero piuttosto ed in maniera risolutiva, qualora salissero al governo i comunisti e mettessero in atto le loro teorie. Un rovesciamento energico della situazione presente non troverebbe un valido appoggio nelle forze americane e neppure un aiuto indiretto di armi e munizioni come in un primo tempo si sperava. Questa dunque la reale situazione delle cose. Il resto è parto della fantasia o quanto meno dolce aspirazione, lontana dalla realtà dei fatti[42].


Strettamente collegata a questo ambiente era ancora l’Upa (Unione patriottica anticomunista), nata nel giugno 1947 per fiancheggiare l’Eca (l’Esercito clandestino anticomunista), in crisi dopo l’arresto di Buttazzoni, che, nonostante fosse ricercato, aveva voluto ugualmente assistere alle prime fasi del processo a Borghese e, subito dopo, era stato arrestato[43]; assorbito dal Msi quel che restava dell’Eca, la nuova formazione era guidata da Navarra Viggiani – ex generale della Milizia e, a quanto pare, vecchio 33 di una loggia massonica intitolata al garibaldino Romano Avezzana –, personaggio molto chiacchierato per presunti finanziamenti avuti dal Pci in cambio del controllo della sua organizzazione. Anche di questo ufficiale si narravano grandi e importanti rapporti con vertici militari[44], ecclesiastici e con massonerie varie; tuttavia, più che altrove, in questo caso le informazioni di polizia sono contraddittorie ed errate: più che un aiuto per lo storico esse rappresentano vere e proprie trappole[45].

Il più originale, per certi versi, dei movimenti nati e vissuti nel 1947, fu sicuramente quello che ebbe come protagonista l’avv. Vittorio Ambrosini: personaggio pittoresco e discusso, faceva parte del gruppo dei fascisti di sinistra, propugnava una sorta di socialismo nazionale e, fornito di una personalità indubbiamente forte, era riuscito, anche durante il regime, a segnalarsi come avventuriero e come fascista controcorrente[46]. Era riconoscibile per l’immancabile giubbetto nero accollato, la cravatta nera alla Lavallière come gli anarchici d’inizio secolo e, sul petto, ben distinto il pugnale degli arditi. Alla fine del 1946, era diventato presidente dell’Associazione arditi d’Italia, trasformandola da associazione d’arma in movimento politico. Nel febbraio 1947 aveva costituito a Milano il «Fronte Sociale-Movimento», dalla polizia qualche volta scambiato con il Msi. Si trattava di un gruppo di non più di 400 aderenti, che aveva un programma politico confuso come quello del suo fondatore, basato su un socialismo nazionale che sfociava in un nazional-comunismo. Uomo di punta del movimento, oltre all’Ambrosini, pareva essere Raffaele Algonzino, giornalista del «Meridiano d’Italia»[47]. Nel giugno 1947, aveva cercato, anche lui, di riorganizzare il neofascismo sotto un’unica sigla, riunendo una ventina di organizzazioni, più fittizie che reali. Da parte degli stessi informatori si rilevavano la scarsa chiarezza della iniziativa e la disinvoltura del personaggio[48]. È probabile che il notevole attivismo di Ambrosini avesse come obiettivo quello di scatenare un’azione di piazza condotta dalla destra per provocare la reazione comunista e, quindi, dare l’occasione alle forze conservatrici di ristabilire l’ordine: un percorso non esattamente lineare che, comunque, non ebbe alcun risultato, nel senso che non ci fu neppure l’azione eversiva della destra. Oltre tutto, negli Arditi comparve, in quegli stessi mesi, anche il nome di Giuseppe Cambareri, che già si è ricordato a proposito dei movimenti neofascisti nella seconda metà del 1945, personaggio anche questo particolarmente disinvolto e legato a poteri non bene definiti[49].

Estromesso dall’Associazione arditi, a giugno Ambrosini decise di fondare un movimento che non lasciava dubbi sull’obiettivo, almeno formalmente: il Partito fascista repubblicano. Agli inizi, il movimento di Ambrosini andò ad inserirsi sui traumi che il neofascismo ebbe nel momento in cui, con tutte le cautele del caso, decise di passare dalla clandestinità alla legalità: il nuovo Pfr sembrò, ad alcuni, il riscatto dopo i compromessi e le rinunce che i neofascisti avevano dovuto subire per potersi presentare all’opinione pubblica. L’elenco degli aderenti al nuovo partito era nutrito, anche se vi sono dei dubbi che tutti coloro che furono indicati dalla polizia avessero aderito veramente alla nuova formazione[50].

La parabola politica di Ambrosini in quel lasso di tempo si concluse con la candidatura in un collegio senatoriale di Roma per il Movimento sociale, nelle elezioni politiche del 1948: fino ad allora si era tenuto in equilibrio fra Msi e il movimento di Patrissi, finché quest’ultimo non lo aveva liquidato.

Un ultimo aspetto merita di essere considerato per quanto concerne il neofascismo nel 1947-48 e sono i rapporti internazionali. I paesi nei quali i neofascisti avevano punti di riferimento politico erano il Portogallo, in minima parte, il Cile e l’Argentina, questi ultimi molto importanti soprattutto a causa delle rispettive forti comunità italiane, incrementate dall’emigrazione politica fascista in seguito alla seconda guerra mondiale.

Se in Portogallo la presenza italiana era modesta e la polizia aveva rilevato soltanto un gruppo di connazionali che aveva tentato, dopo l’armistizio, di aprire una legazione diplomatica della Rsi a Lisbona, senza per altro riuscirvi[51], per quanto riguardò Argentina e Cile le dinamiche furono ben diverse.

In Argentina si era rifugiata la maggior parte dei fascisti emigrati dopo il 25 aprile, o perché ricercati o nel timore di esserlo anche in futuro. Divenne il provvido rifugio di molti che, pur non essendo inquisiti, ritennero di essere diventati, con la fine del fascismo, «stranieri in patria». Si trattò di oltre un migliaio di persone che trovò un ambiente economicamente favorevole e politicamente disponibile[52]. Alle autorità italiane il caso argentino si pose in tutta la sua gravità allorché si seppe che Vittorio Mussolini, nell’estate del 1947, era andato a Buenos Aires, per prendere contatto con la comunità italiana e per sostenere l’attività neofascista in Argentina, che già aveva destato qualche preoccupazione nel ministero degli Esteri italiano l’anno precedente. La presenza degli emigrati politici fascisti era significativa («Risorgimento», il giornale della comunità, era decisamente filo fascista) anche se prevalentemente temporanea: molti infatti avevano deciso di raggiungere amici o parenti oltre oceano perché la situazione era diventata pericolosa. Tra il 1946 e il 1947, coloro i quali avevano voluto evitare la giustizia sommaria del dopo 25 aprile, nella maggioranza dei casi ritornarono in Italia, anche in considerazione dell’amnistia e della fine del periodo delle epurazioni. Tuttavia, anche tornando, mantennero i contatti con i fascisti rimasti in America latina (anche grazie all’iniziale presenza del regime peronista) e ciò rese possibile un rapporto costante del quale il Msi si giovò sempre, anche nei decenni successivi[53]. Il figlio del duce era accompagnato da padre Eusebio Zappaterreni, cappellano delle Brigate nere in Rsi, il quale svolgeva, con molto successo, attività propagandistica tra i connazionali: si erano create così le condizioni per un forte finanziamento al Movimento sociale, del quale lo stesso religioso aveva dato notizia al segretario della giunta del Msi, Trevisonno[54].

L’Argentina, poi, era decisamente importante anche ai fini del salvataggio dei fascisti ricercati anche dopo l’estate del 1945: alcuni elementi dei Far, come Tullio Abelli, inquisito per la organizzazione del movimento neofascista a Torino, dovette trovare rifugio in Argentina, da dove, qualche mese più tardi, sistemata la sua situazione giudiziaria, poté ritornare, in tempo per contribuire alla nascita del Msi torinese; nel frattempo, tuttavia, Abelli in America Latina era riuscito a trovare piccoli finanziamenti per il Msi[55]. I canali che consentivano gli espatrii politici erano quasi sempre religiosi: il Movimento italiano femminile della principessa Pignatelli, ad esempio, riuscì a inviare in America latina diversi fascisti che si trovavano in pericolo in Italia e ciò fu possibile anche grazie agli ottimi rapporti che la Pignatelli ebbe con i vertici politici di Buenos Aires, come confermava l’incontro di Evita Peron a Roma, il 26 giugno 1947, con le dirigenti del Mif[56]. Notizia di espatrii si ebbe anche dal questore di Torino, Giorgio Agosti, che riferì alla direzione dei Servizi investigativi speciali (Sis) che nel Collegio dei padri francescani di Genova si organizzava l’espatrio dei fascisti in Argentina; dopo accertamenti delle autorità di polizia di Genova si era chiarito che si trattava di fascisti e di slavi, presumibilmente ustascia croati: nei casi più semplici, i religiosi si appoggiavano a elementi dell’ufficio passaporti della questura di Genova; nei casi più complessi il documento di espatrio era fornito direttamente dal Vaticano[57].

Non molto dissimile era il caso cileno. A differenza dell’Argentina, l’emigrazione italiana era soltanto in minima parte politica, mentre vi era una cospicua comunità italiana che risiedeva in Cile da almeno trenta o quarant’anni; il fascismo non era stato vissuto direttamente ma di riflesso e, come spesso è accaduto agli italiani all’estero fra le due guerre, il fascismo era diventato sinonimo di prestigio nazionale, una sorta di tutela dell’immagine italiana all’estero, tale da avvicinare al regime una comunità in precedenza se non ostile certamente poco propensa alle tematiche del fascismo. Ciò spiegava – sottolineava il consolato italiano di Valparaiso in una lettera al ministero degli Esteri – il grande consenso di cui il fascismo godeva tra i connazionali in Cile, i larghi mezzi di cui disponeva, procurati attraverso l’attività di import-export, la presenza di organi di stampa («Le Campane di San Giusto» era la testata degli italiani filofascisti in Cile, con evidente allusione alla situazione di Trieste; il mensile, più esplicitamente, era «Gerarchia»), i contatti con i fascisti argentini, la premura nell’organizzare collette per aiuti ai fascisti italiani, «perseguitati dalla giustizia». Cile e Argentina, pertanto, costituivano due importanti punti di riferimento – psicologico, politico e finanziario – del neofascismo e si vedrà più avanti come dall’America latina siano giunti i primi concreti, e determinanti, aiuti al Msi.

Con le elezioni amministrative del 1947 apparve chiaro a molti che il Msi cominciava a rappresentare il vero punto di incontro della complessa galassia neofascista. Molti militanti si avvicinarono alla Fiamma e le elezioni politiche del 1948 confermarono la avvenuta istituzionalizazione del Msi. La presenza al vertice di Giorgio Almirante determinò una forte sottolineatura identitaria del partito e ciò consentì al variegato mondo neofascista di riunirsi più in nome degli elementi nostalgici e mitici che per un effettivo disegno politico.

Note

1. Sulla vicende che videro i neofascisti raccogliersi politicamente in occasione del referendum si vedano G. Artieri, Umberto II e la crisi della monarchia, Mondadori, Milano 1989, pp. 525 ss; P. Romualdi, L’ora di Catilina, Ed. Ter, Roma 1962, pp. 202 ss.; Id., I “padri” fascisti della Repubblica, i«Il Borghese», 6 giugno 1971, pp. 431 ss. Per un inquadramento generale si veda G. Parlato, Fascisti senza Mussolini, Il Mulino, Bologna 2006, pp. 183 ss.
2. Una informazione di polizia del 30 agosto 1946 segnalava «Fascisti alla macchia e amnistiati. Vivo e grande fermento in questi giorni per le richieste dei partigiani e del ministro Nenni al Consiglio dei ministri di adottare provvedimenti di polizia contro gli amnistiati». Si evidenziavano anche molte proteste dei partigiani ai processi nei quali si applicava l’amnistia (soprattutto a Vercelli, Bologna, Milano, Parma). Il questore di Catanzaro, Magaldi, inviava il 4 luglio 1946 al ministro dell’Interno e ai comandi dei carabinieri un allarmato telegramma relativo ai fascisti calabresi: «Risultano dimessi carceri per amnistia e avviati rispettive residenze condannati per associazione sovversiva noto processo ottantotto punto pregasi segnalare telegraficamente arrivo specificandone nominativi et adottando loro carico rigorosissime misure vigilanza punto», cfr. Archivio centrale dello Stato (d’ora in avanti Acs), Sis, b. 66, fasc. Mp 210. Amnistia.
3. Le indicazioni sono contenute in Acs, Archivio Ferruccio Parri, b. 34, fasc. 193, riservata personale di «Ugo» [Luca Osteria» a Parri del 18 maggio 1946; si veda in dettaglio A. Ungari, In nome del Re. I monarchici italiani dal 1943 al 1948, Le Lettere, Firenze 2004, pp. 246 ss.
4. N. Buttazzoni, Solo per la bandiera. I nuotatori paracadutisti della Marina, Mursia, Milano 2002, pp. 122-123. Sulla presentazione della «forza» al Pincio se ne veda il gustoso resoconto di E. de Boccard, «Il momento dei colpi di Stato», in Non è ancora storia: i tre anni del dopoguerra italiano, «Cronaca italiana», n. 20, 31 maggio 1956.
5. Acs, Min. Interno, Gabinetto, Partiti Politici, 1944-1966, b. 98, fasc. Armata italiana di liberazione, appunto della direzione generale di Pubblica sicurezza (d’ora in avanti Ps) del 15 ottobre 1946; ibidem, Relazione del capo della Polizia al gabinetto del ministro dell’Interno, 1° febbraio 1947. Si vedano anche le note informative preparatorie in Acs, Sis, b. 42, fasc. Lp 9, Partiti politici e ivi, b. 45, fasc. Lp 71, Movimenti politici clandestini.
6. Acs, Min. Interno, Gabinetto, Partiti Politici, 1944-1966, b. 98, cit., Lettera riservatissima personale del Questore di Torino al capo della Polizia del 6 novembre 1946.
7. Ivi, Appunto del Questore di Torino al ministro dell’Interno, 27 novembre 1946.
8. Acs, Sis, , b. 45, fasc. Lp 71, Movimenti politici clandestini, cit.
9. National Archives Records Administration (d’ora in avanti Nara), Oss, rg. 84, e. 2780, b. 5. Lettera del magg. Berrisford H. Walker del Cac a Joseph N. Greene, terzo segretario dell’ambasciata statunitense a Roma, del 25 settembre 1946. Si veda anche la lettera di Greene a Angleton, della stessa data, nella quale si chiede ulteriormente conferma se Musco fosse dell’Uomo qualunque, ibidem.
10. Acs, Min. Interno, Gabinetto, Partiti Politici, 1944-1966, b. 98, fasc. Armata italiana di liberazione.
11. Nell’ottobre 1946, il Mrp concentrava nel Biellese un centinaio di ex partigiani per costituire un «esercito del lavoro» composto da disoccupati adibiti a lavori di pubblica utilità. L’Anpi protestò ritenendo il Mrp legato ad ambienti conservatori e fece inviare la polizia ad arrestare tutti i partecipanti all’iniziativa. Cfr. C. Guerriero e F. Rondinelli, La Volante Rossa, Datanews, Roma 1996, pp. 26-27.
12. Promemoria riservato della Direzione generale Ps per il ministero dell’Interno del 8 novembre 1946, ibidem.
13. Acs, Sis, b. 45, fasc. LP 71, Movimenti politici clandestini. Sul personaggio non vi è una biografia completa: si veda il recente volume di G. Gabrielli, Gli amici americani. I socialisti italiani dalla guerra fredda alle amministrative del 1952, Lacaita, Milano 2005, pp. 114 ss., che tuttavia non tratta del periodo partigiano e di quello immediatamente successivo. Una nota informativa del 31 dicembre 1946 riferiva: «Il Movimento di resistenza partigiana, Mrp, prenderà parte come forza attiva militante ai moti anticomunisti – prettamente tali – che il comando generale delle Formazioni nere indirà quando il Pci tenterà il colpo di Stato. Carlo Andreoni ha avuto a questo scopo vari incontri che hanno fruttato la stesura di un patto di alleanza», Acs, Sis, b. 41, fasc. KP 28, Formazioni clandestine armate.
14. Acs, Sis, b. 45, fasc. LP 71, Movimenti politici clandestini. Il gruppo si era costituito poco prima della fine della Rsi, come movimento clandestino destinato a continuare la battaglia fascista e aveva assunto la denominazione di «momital» (probabilmente, «Movimento militare italiano»); il nuovo nome era stato assunto dopo il crollo della Rsi. Guidato da due personaggi (Amodeo e Mario Simonini), aveva fissato la direzione a Torino e il centro «militare» a Firenze. In realtà si limitava ad occuparsi dell’assistenza degli ex fascisti e delle loro famiglie; dal punto di vista politico millantavano contatti politici con Giannini e militari con l’amm. Stone. Cfr. Acs, Sis, b. 41, fasc. KP 28, Formazioni clandestine armate.
15. «Notizie pervenute da fonti confidenziali hanno segnalato che taluni movimenti politici di recente costituzione, svolgerebbero attività clandestina contraria alle istituzioni democratiche, con lo scopo di impadronirsi del potere anche con la forza. Si tratterebbe di organizzazioni, alcune di tendenza anticomunista, in possesso di armi e munizioni, con ordinamenti a carattere militare che, raccogliendo adesioni negli ambienti monarchici ed ex fascisti,e tra gli scontenti in genere,andrebbero preparando un movimento reazionario che dovrebbe portare alla direzione del paese». Appunto della Direzione generale di Ps, 15 ottobre 1946, ibidem.
16. In una informativa riservata del 10 ottobre 1946 si comunicava l’esistenza di un non meglio precisato «Movimento italo-americani» i cui aderenti «mediante loro emissari costituiscono dei gruppi in Italia, appoggiando di preferenza elementi dell’esercito e gerarchi fascisti. Scopo del movimento, tenere le masse pronte, per non farsi sorprendere da un eventuale colpo dei comunisti, i quali giornalmente perdono terreno, ma intensificano la propaganda nelle masse operaie, disoccupati e contadini», Acs, Sis, b. 45, fasc. LP 66, Movimento italo-americani.
17. Acs, Sis, b. 4, fasc. A 14 ,Relazioni inviate a S.E. Marazza, sottosegretario di Stato all’Interno. In particolare si rilevava come non tutte le forze di polizia fossero affidabili. Sui contatti comunisti con elementi jugoslavi si veda anche Acs, Sis, b. 14, fasc. Dp 6/1, Contrabbando per la Jugoslavia.
18. Taa di Cesco Giulio Baghino del 20 maggio 1986 (?).
19. Sul Mo.Si. si veda lo studio di P. Neglie, Fratelli in camicia nera. Comunisti e fascisti dal corporativismo alla Cgil (1928-1948), Il Mulino, Bologna 1996.
20. Sulle vicende dei monarchici nel 1947 si veda A. Ungari, In nome del Re, cit., pp. 254 ss.
21. Una dettagliata analisi dell’attività del Mif, soprattutto in relazione agli espatrii dei fascisti verso l’Argentina, si veda in F. Bertagna, La patria di riserva. L’emigrazione fascista in Argentina, Donzelli, Roma 2006, pp. 103 ss.22. Sulla crisi dell’Uomo qualunque si veda la puntuale analisi di S. Setta, L’Uomo Qualunque 1944-1948, cit., pp. 217 ss.
23. U. Zatterin, Emilio Patrissi all’assalto, «Oggi», 4 marzo 1947.
24. Taa di Silverio Patrissi del 5 maggio 2004 (?)
25. Afus (?), Fondo Movimento Sociale Italiano, b. 22, fasc. 67, fasc. Mnds
26. Lettera di Luciano Lucci Chiarissi a Giorgio Pini del 29 novembre 1947, in Acs, Carte Pini, b. 36, fasc. 1947. Novembre-dicembre.
27. Si vedano le osservazioni sull’azione dei Far espresse dallo stesso L. Lucci Chiarissi, Esame di coscienza di un fascista, cit., pp. 106 ss., ovvero un articolo di De Agazio nel quale si accusano i Far di svolgere un’azione funzionale alla strategia comunista: «Taluni arrivano ad affermare che quelle sporadiche e insignificanti quanto innocue manifestazioni romantiche di “neofascismo” che si verificano qua e là, siano addirittura organizzate dal partito comunista. Noi, meno sospettosi, ci fermiamo un po’ prima di questa ammissione estrema. È un fatto però che quelle manifestazioni se a qualcuno possono giovare è ai comunisti. Non è azzardato dire perciò che il neofascismo se non opera al loro servizio, rende loro dei servizi. Infatti. Diversamente non lo avrebbero inventato», F. De Agazio, Il neofascismo e i comunisti, «Meridiano d’Italia», 23 febbraio 1947.
28. Appunto del questore Saverio Polito del 30 gennaio 1948, in Acs, Min. Interno, Dgps, b. 66, fasc. Neofascismo. Si veda anche una relazione dello stesso questore al procuratore della repubblica di Roma, relativa ad azioni dei Far (lancio di bombe carta, diffusione di manifestini, organizzazione del «prestito della riscossa», riunioni di militanti in appartamenti privati, in Acs, ivi, b. 66, fasc. Far.
29. Si veda l’acuta analisi della fine del neofascismo clandestino in M. Tedeschi, Fascisti dopo Mussolini. Le organizzazioni clandestine neofasciste, Settimo Sigillo, Roma 1996 , pp. 135 ss. La cit. è a p. 163.
30. Acs, Sis, b. 56, fasc. Mp 49, Attività fascista nel Lazio; sulle reazioni comuniste alla messa celebrata presso i Fratelli cristiani si veda l’art. non firmato Rito fascista al Collegio De Merode, «L’Unità», 30 aprile 1947.
31. Furono segnalate dalla polizia manifestazioni nelle province di Udine, Milano, Rieti, Bologna, Firenze, Bolzano, Gorizia, L’Aquila, Caltanissetta, Teramo, Latina, Perugia, Bari, Arezzo, Pescara, Grosseto e, ovviamente, Roma, in Acs, Sis, b. 38, fasc. Hp 48, 28 ottobre.
32. Nara, Oss, Rg. 226, e. 2780, b. 18, f. 800, Memorandum of Conversation, october 27, 1947.
33. G.M. Guasti, Caino contro Caino, Ed. in proprio, s. l. 1997, pp. 129-130.
34. Taa di G.M. Guasti del 23 dicembre 2003.
35. Il card. Schuster si era adoperato affinché si sviluppasse nella diocesi milanese il Maci (Movimento dell’avanguardia cattolica italiana), uno dei più importanti movimenti armati cattolici, anche quello in funzione anticomunista (cfr. A. Fiorani, A. Lega, 1948: tutti armati. Cattolici e comunisti pronti allo scontro, Mursia, Milano 1998, pp. 68 ss.). In una omelia del 1° gennaio 1947, il cardinale affermava: «La guerra guerreggiata, più che finita è pel momento solo sospesa; ma la pace degli spiriti non è ancora apparsa sul nostro cielo; tanto che molti dei vecchi combattenti conservano tuttavia le proprie armi, da impugnare in un domani, che non sappiamo se sarà prossimo o remoto», ivi p. 68).
36. Cfr. G. Barbareschi (a cura di), Memoria di sacerdoti “ribelli per amore”, Centro diocesano di documentazione e studi religiosi, Milano 1986; si veda anche il sito internet www.tuttoscout.org/storia/aquila.htlm. Tra i «vinti» salvati dalle Aquile randagie, Host Venturi e Dolmann: cfr. A. Fiorani, A. Lega,1948, cit., pp. 193 e 197.
37. Ivi, p. 237. Altro deposito di armi era, a Monza, presso il convento dei Carmelitani.
38. Il consolato americano di Milano inviava all’ambasciata a Roma una nota nella quale si affermava: «Alcune delle organizzazioni anticomuniste di questa zona hanno già valutato congiuntamente l’ipotesi di schierare le loro forze, visti i numerosi rapporti su un’insurrezione comunista. Le organizzazioni coinvolte sono il Mpr, l’Ail, l’Uq e i seguaci di Patrissi. Queste organizzazioni sono estremamente piccole, male equipaggiate e brancolanti nel buio, ma violentemente anticomuniste. Gli avanguardisti cattolici sono di gran lunga l’organizzazione paramilitare più efficace tra tutte quelle nominate. Sono anch’essi un piccolo gruppo ma ben organizzato e ben attrezzato. Non si conosce il numero complessivo degli iscritti di questa organizzazione a Milano. Comprende ragazzi e uomini tra i 16 e i 50 anni e comunque solo quelli senza responsabilità familiari. Provengono da tutte le classi sociali e comprendono anche alcuni operai di fabbrica. Sono i cosiddetti «volontari» in quanto preparati a intervenire prontamente e scelti per la totale fede nella Chiesa cattolica e per l’assoluta obbedienza agli ordini dei loro capi che, al livello più alto sono sacerdoti. Il Vaticano li ha preparati e sostenuti», dalla nota di Charles A. Bay, console generale Usa a Milano del 12 gennaio 1948, in Nara, Oss, Rg. 84, e. 2780, b. 30, f. 800, Italy Milan.
39. A. Fiorani, A. Lega, 1948., cit., p. 262.
40. «Nel verbale [dei carabinieri] non vennero menzionate quelle (armi) che mi furono consegnate in premio e che furono da me destinate alle formazioni clandestine anticomuniste», G.M. Guasti, Caino contro Caino, cit., p. 134; Taa. di G. M. Guasti del 23 dicembre 2003; cfr. A. Fiorani, A. Lega, 1948., cit., p. 318).
41. Secondo informazioni provenienti dalla sinistra, il Macri avrebbe avuto sede presso il convento degli agostiniani a Roma, in via della Scrofa, 80: si tratterebbe del medesimo indirizzo che, nel medesimo periodo, fu assunto dal Movimento italiano femminile della Pignatelli, dopo lo sfratto dall’appartamento di mons. Mattei (cfr. l’art. non firmato La Dc a braccetto col MSI, «La Repubblica d’Italia», 9 novembre 1947).
42. Acs, Sis, b. 45, fasc. Lp 96, MARI. Movimento Assistenziale Reduci Italiani.
43.N. Buttazzoni, Solo per la bandiera, cit., p. 126.
44. Un informatore di polizia aveva parlato di contatti fra l’Upa di Messe e i comandi territoriali di Roma e di altre città, nonché di accordi con l’Arma. Il questore di Roma, Polito, si sentì in dovere di smentire, ma lo fece in una maniera un po’ troppo ufficiale, rischiando di far pensare a qualcosa di reale: «Con riferimento alla nota a margine si comunica che, dagli accertamenti esperiti, non è risultato che il comando militare territoriale di Roma abbia stretti rapporti di collaborazione con movimenti clandestini di destra. Tali contatti potrebbero essere eventualmente tenuti, a titolo personale, da qualche elemento facente parte del comando ma, anche a questo proposito, nulla è risultato di positivo. Si fa inoltre presente che nei circoli militari si afferma che, in base al principio di apoliticità, al quale l’esercito intende restare fedele, vada esclusa ogni ipotesi di collaborazione più o meno stretta con qualsiasi partito politico e, tanto meno, con movimenti clandestini il cui origine (sic) e le cui intenzioni sono in ogni caso dubbie», Acs, Sis, b. 41, fasc. K 48, Comandi militari in collaborazione con movimenti clandestini di destra.
45. Acs, Sis, b. 48, fasc. Lp, 138, Esercito clandestino anticomunista, b. 46, fasc. 124, Formazione Navarra e b. 45, fasc. 113, UPA. Unione Patriottica Italiana. L’inattendibilità delle notizie riferite dagli informatori è qui evidente: si considera Buttazzoni ancora capo della formazione, nonostante il suo arresto e la conseguente detenzione; inoltre si definisce «filocomunista» Vanni Teodorani, nipote acquisito di Mussolini, che in realtà era il più filocattolico tra i capi missini; infine si attribuisce all’ing. Ugo Gobbato la direzione di un fantomatico Fronte nazionale antibolscevico: Gobbato, importante tecnico dell’Alfa Romeo, in realtà, era stato eliminato dai partigiani il 28 aprile 1945 (se ne veda il bel profilo in G.P. Pansa, Sconosciuto 1945, Sperling & Kupfer 2005, pp. 50 ss.). La notizia di Gobbato leader neofascista nel novembre 1946 viene puntualmente riportata da G. Casarrubea, Storia segreta della Sicilia. Dallo sbarco alleato a Portella della Ginestra, intr. di N. Tranfaglia, Bompiani, Milano 2005, p. 50).
46. Sull’attività di Ambrosini nei primi anni del fascismo si veda V. Montana, Amarostico. Testimonianze euro-americane, Bastoni, Livorno 1975 , pp. 31-32.
47. Acs, Min. Interno, Gabinetto, Partiti politici 1944-66, b. 83, fasc. Msi-Milano.
48. «Tutta questa faccenda degli Arditi che si agitano è, in una parola, poco chiara, come tutti i movimenti creati da Ambrosini, che nel passato ottenne finanziamenti da Mussolini come da Rotschild – che gli permise di pubblicare il suo “Giornale degli Italiani” – da Rosselli e dal Partito comunista italiano», Acs, Sis, b. 44, fasc. Lp 40, Arditi d’Italia.
49. Ibidem, e inoltre Acs, Sis, b. 46, fasc. 155, Fronte nazionale antibolscevico e b. 44, fasc. Lp 39, Movimento anticomunista. Sulla figura e le attività di Cambareri si veda S. Corvisieri, Il mago dei generali, Odadrek, Roma 2001; sull’attività precedente di Ambrosini, e in particolare del suo ruolo di fiduciario presso la polizia politica del ministero dell’Interno, a stretto contatto con il gen. Giuseppe Pièche, si veda M. Canali, Le spie del regime, Il Mulino, Bologna 2004, ad nomen. Il nome di Cambareri risulta anche nel Fronte internazionale antibolscevico, nella sua sezione italiana, Unione nazionale anticomunista, e nell’Associazione dei cavalieri di Colombo: quest’ultima, fondata negli Usa alla fine dell’Ottocento, aveva lo scopo di difendere e sviluppare la Chiesa cattolica negli Stati Uniti. Cfr. Acs, Sis, b. 46, fasc. Lp, 155, Fronte internazionale antibolscevico; ivi, b. 46, fasc. Lp 133, Unione nazionale anticomunista; ivi, b. 46, fasc. Lp 145, Associazione dei Cavalieri di Colombo.
50. L’elenco comprendeva Navarra Viggiani, il gen. Muratori, il capo dei Far romani e direttore della birreria Dreher della capitale, Puccioni, Buttazzoni, Teodorani, Tuttoilmondo, Edith Mingoni Toussant, Di Lauro, oltre a personaggi minori; molti di essi facevano già parte del Msi o si sarebbero avvicinati alla Fiamma nei mesi successivi (Acs, Sis, b. 39, fasc. Hp 68, Partito fascista repubblicano). In una nota di polizia ivi contenuta si collegava il nome di Ambrosini con il bandito Giuliano: tramite sarebbe stato un certo Garase, il quale avrebbe incontrato, fra gli altri Puccioni; in realtà, ulteriori indagini smentivano sia il nome, sia l’identità del tramite e, di conseguenza, lo stesso incontro con i presunti vertici del partito di Ambrosini, con il quale, per altro, Puccioni non risulta avere avuto contatti (si veda, a tale proposito, invece la tesi di Casarrubea, per il quale il contatto risulterebbe avvenuto, sulla base della prima documentazione sull’argomento: G. Casarrubea, Storia segreta della Sicilia, cit., p. 290).
51. Acs, Sis, b. 39, fasc. Hp 70, Portogallo. Connazionali dissidenti.
52. Sulle motivazioni e sulla realtà dell’emigrazione fascista in Argentina si veda il già citato volume di F. Bertagna, La patria di riserva.
53. Il ministero degli Esteri, con due telespressi del 23 maggio e del 13 luglio 1946 aveva segnalato alla divisione Sis del ministero dell’Interno la chiusura del giornale «Il Repubblicano», espressione di ambienti legati a Salò, e la celebrazione della messa in suffragio di Mussolini, a Buenos Aires, il 28 aprile 1946, con la partecipazione di 1200 persone (Acs, Sis, b. 39, fasc. Hp 64, Movimento fascista italiano in Argentina.
54. In una delle lettere a Trevisonno, p. Zappaterreni aveva comunicato che, in merito al finanziamento, «nonostante la gazzarra della stampa italiana sul movimento fascista in Argentina, tutto procede regolarmente e presto se ne vedranno i frutti», lettera del 3 luglio 1947, ibidem.
55. Cfr. G. Tonelli, Come il Movimento è nato e come sta morendo. Cronaca minima di una battaglia ideale perduta, in Archivio Giovanni Tonelli, Roma, p. 34-35.
56. Cfr. R. Guarasci, La lampada e il fascio. Archivio e storia di un movimento neofascista. Il “Movimento Italiano Femminile”, Baruffa, Regio Calabria 1987, pp. XXVIII-XXXIX; si veda anche Saluto a Evita Peron, «Fracassa», 29 giugno 1947.
57. Il questore Agosti tendeva comunque a mantenere il caso nelle sue giuste dimensioni: «Ho l’impressione che dietro a questa faccenda ci sia più una speculazione privata che un vero e proprio fenomeno di riorganizzazione neofascista, ma è certo che gli espatrii avvengono o per via illegale o clandestinamente e che ne beneficiano elementi compromessi con il fascismo», riservatissima di Giorgio Agosti al ministero dell’Interno del 28 settembre 1947, in Acs, Sis, b. 68, fasc. Mp 320, Emigrazione italiana in Argentina.