Bettino Craxi e la questione sindacale
di Giuliano Cazzola
Prima di essere chiamato alla segreteria del Psi, Bettino Craxi aveva
accumulato un bagaglio culturale ricco di una lunga esperienza politica
nella Milano di tradizioni riformiste, allora capitale morale (come si
diceva allora) ed economica del Paese. Diversamente dalla
torinese nell’industria dell’auto, Milano era la capitale della
metalmeccanica e vantava un tessuto manifatturiero diffuso e
diversificato con una classe operaia matura e sindacalizzata, occupata
nei grandi stabilimenti del Gotha del capitalismo italiano. Craxi non
si
come si diceva del suo acerrimo avversario Enrico Berlinguer. Veniva
dalla gavetta, aveva lavorato nelle sezioni socialiste e nel
territorio, prima di approdare come consigliere comunale a Palazzo
Marino, poi alla Camera dei Deputati. Giunto ai vertici del partito,
Craxi ne aveva diretto la politica internazionale e in questa veste
aveva allacciato stretti rapporti con le grandi socialdemocrazie
europee, coltivando la comune appartenenza all'Internazionale
socialista in cui il Psi era entrato da qualche anno (dopo
l'unificazione col Psdi). In quei tempi (siamo a cavallo tra la fine
degli anni '60 e e l’inizio degli anni '70 del secolo scorso), gran
parte della sinistra italiana (non solo quella comunista) pagava ancora
il prezzo del suo provincialismo e del suo
per la rivoluzione d’ottobre e l’Urss. Occorreva, dunque, molta
lungimiranza per capire che il presente ed la prospettiva futura della
sinistra democratica stava altrove, come poi i fatti si incaricarono di
dimostrare mandando al potere, nella maggior parte dei Paesi europei, i
partiti socialisti che si erano conquistati una cultura di governo.
Furono queste esperienze a tracciare le coordinate dell'universo
culturale di Bettino Craxi. Il suo era un riformismo saldamente legato
alle istituzioni delle classi lavoratrici (il sindacato, il movimento
cooperativo, l'associazionismo professionale) tanto ricche e diffuse
nella Milano erede di Filippo Turati e nell'Europa uscita dalla seconda
guerra mondiale. L'azione di queste istituzioni (attraverso l'esercizio
quotidiano e responsabile dei diritti loro riconosciuti) era parte
integrante, secondo Craxi, dell'iniziativa riformista del partito,
ispirata al gradualismo, alla soluzione dei problemi, al miglioramento
delle condizioni di lavoro e di vita, mediante una linea di condotta
perennemente ispirata a valori e a principi fermi e immutabili, ma
capaci di adattarsi all’empirismo dettato dalla realtà. In fondo, un
sindacato, una cooperativa sono per definizione dei soggetti
geneticamente condannati ad una pratica riformista: lo erano,
nonostante tutto, anche quando l'aggettivo veniva aborrito come se
fosse una parola ,
evocativa di una deviazione rinunciataria, opportunista e di destra. Ma
la missione di un sindacato non può che essere quella di vendere al
meglio la forza lavoro rappresentata, mediante la contrattazione
collettiva che altro non è se non un compromesso con i datori di lavoro
e le loro associazioni. E Craxi ne era consapevole, tanto che, assurto
alla segreteria dopo la svolta dell'hotel Midas, si impegnò a
rafforzare la guida delle componenti socialiste della Uil e della Cgil.
L'iniziativa, allora, suscitò anche delle critiche (farisaiche) di
ingerenza (come se anche gli altri partiti non avessero voce in
capitolo nella formazione dei gruppi dirigenti dei sindacati di
riferimento), ma diede certamente degli esiti positivi nell'interesse
di tutto il sindacato. Nella Uil governava da anni una maggioranza
composta da socialdemocratici e repubblicani (mi rendo conto di evocare
vicende di trent'anni or sono e di parlare di realtà travolte dalle
trasformazioni che hanno sconvolto la politica). Tale maggiornaza a
metà degli anni '70 si era assunta la responsabilità di bloccare
(insieme alla minoranza della Cisl raccolta intorno alla Federazioni
dei braccianti e alle organizzazioni meridionali) il processo di
unificazione sindacale ed esprimeva, come segretario, il repubblicano
Raffaele Vanni, una personalità "storica" del sindacalismo italiano. I
socialisti stavano in minoranza da alcuni anni. Con la spregiudicatezza
che gli era consueta quando era convinto di operare nell'interesse
della causa riformista, Craxi concordò con il gruppo dirigente del Psdi
un rovesciamento di alleanze nella Uil. La nuova maggioranza
socialdemocratica e socialista portò alla segreteria generale Giorgio
Benvenuto, un leader giovane e dinamico che per alcuni lustri fu
l'immagine vivente della Uil. Poi, la nemesi volle che, nel 1993, fosse
Giorgio Benvenuto a sostituire Craxi, per alcuni mesi, al vertice del
partito dopo il terremoto di Tangentopoli.
A suo tempo, Craxi
non si occupò solo della confederazione di via Lucullo, ma anche della
Cgil, promuovendo un ricambio al vertice della componente socialista,
dove Agostino Marianetti prese il posto di Piero Boni. Non fu
un'operazione facile, perché Boni - uno dei più valorosi sindacalisti
socialisti del dopoguerra - non accettò di buon grado di passare la
mano. Ma la scelta di Marianetti si rivelò felicissima e riuscì a dare
grande prestigio ed autorevolezza ai socialisti della Cgil. A questo
punto, specie per i più giovani, è necessario dare qualche spiegazione
sul perché i socialisti (una componente ora scomparsa dal sindacalismo
italiano) fossero presenti in differenti confederazioni. Nel
dopoguerra, la Cgil, in forza di un patto tra i maggiori partiti (Dc,
Pci, Psi) era rinata come confederazione unitaria, comprensiva di tutte
le principali componenti del mondo politico di allora (comunisti,
democristiani, socialisti, repubblicani). Dopo la crisi del 1948
(quando la fragile alleanza ciellenista si sfasciò sulla questione
della cruciale scelta di campo che decise del destino del Paese), le
correnti democratiche, in varie fasi, uscirono dalla Cgil, allora
d’ispirazione
dando vita alla Cisl (in cui si riconoscevano i lavoratori cattolici,
anche se la confederazione si agganciò subito al sindacalismo
democratico occidentale non a quello di impronta confessionale) e alla
Uil (dove confluirono i lavoratori socialdemocratici, repubblicani e
laici). I socialisti del Psi restarono insieme ai comunisti nella Cgil
(anzi lo statuto del partito imponeva addirittura l'iscrizione alla
Cgil, a prova che, anche in politica, gli ascari sono i soldati più
fedeli del potere coloniale). Dopo l'unificazione socialista del 1966,
i lavoratori socialisti si ritrovarono tanto nella Cgil quanto nella
Uil. Il nuovo partito respinse l'idea di dar vita ad un sindacato
socialista (nonostante che vi fossero notevoli pressioni in tal senso),
impegnando le due componenti a lavorare per la riunificazione sindacale
(il grande tema, poi la più grande di quegli
anni). Nel 1969 l'esperienza dell'unità socialista fallì, ma molti
dirigenti e militanti della Uil restarono nel Psi; così anche in quella
confederazione si costituì un'agguerrita componente socialista. Ma il
pluralismo sindacale socialista non fu mai un handicap né per i
militanti socialisti né per il sindacato nel suo insieme. Ancor più dei
suoi predecessori, Craxi fu sempre rispettoso di questo pluralismo e
attento a non violare l'autonomia del sindacato: una scelta questa che
non si compie a parole o con l’applicazione di qualche (pur
indispensabile) regola di incompatibilità, ma tollerando come un dato
fisiologico l’espressione di un dissenso e di un conflitto, su
questioni di merito, tra il sindacato e il partito, specie se
quest’ultimo è al Governo. Sembra una considerazione banale, ma gli
eredi del Pci a questo approdo non sono ancora arrivati e per questo
motivo i loro Governi sono soltanto capaci di quando il sindacato (in particolare la Cgil) alza la voce e sbatte i pugni sul tavolo.
Craxi volle avere rapporti franchi e paritari con i socialisti della
Uil di Benvenuto e con i compagni della Cgil, con Marianetti prima e
con Ottaviano Del Turco poi; con quest'ultimo era legato poi da
un'antica militanza autonomista. Soprattutto Craxi non ritenne mai che
il rapporto col sindacato si esaurisse nel rapporto con le componenti
sindacali socialiste. Il Psi non rinunciò, dunque, a relazioni dirette
con le confederazioni sindacali. Bettino stimava Luciano Lama, il
grande leader riformista della Cgil, il quale - purtroppo quelli erano
tempi difficili - gli volle mandare un segnale di attenzione,
accettando il suo invito a commemorare, in morte, Pietro Nenni, con
toni e riconoscimenti esplicitamente autocritici nei confronti
dell'ostracismo che il Pci aveva riservato alle scelte del vecchio
leader socialista. Anche con la Cisl di Pierre Carniti i rapporti
furono eccellenti. Addirittura, durante il suo Governo (dal 1983 al
1987), vi fu una vera e propria convergenza strategica tra Craxi e
Carniti, nel senso che il valoroso sindacalista (in seguito divenuto
parlamentare europeo per il Psi) trovò nell'esecutivo diretto dal
leader socialista (e nell’ottimo e competente ministro del Lavoro
Gianni De Michelis) un solido interlocutore per dar corso alle proposte
di Ezio Tarantelli in materia di lotta all'inflazione di quegli anni e
ai suoi effetti devastanti.
Siamo arrivati così a quel passaggio cruciale del 14 febbraio del 1984
che ha fortemente contribuito a cambiare la storia economica e politica
del Paese. Altri relatori - immagino - parleranno di quell'evento che
tanta importanza conserva nella ricostruzione del profilo, del
carattere e della politica di Bettino Craxi. Allora il Paese versava in
una condizione di emergenza: gli esecutivi in carica cercavano un
rapporto costruttivo con le potenti organizzazioni sindacali, allo
scopo di combattere il flagello dell’inflazione a due cifre. Durante
gli anni della ,
quando il Pci faceva parte della maggioranza, i sindacati confederali
avevano dato prova di grande responsabilità (sono gli anni della c.d.
strategia dell’Eur). Poi, quando i comunisti erano tornati
all’opposizione il sindacato non fu più in grado di dialogare
unitariamente col Governo, proprio per le pressioni esercitate dal Pci
sulla Cgil, alle cui posizioni mediate, con Cisl e Uil, il partito
contrapponeva le proprie attraverso le sezioni e i militanti comunisti
delle grandi aziende. Nel mirino c’era la scala mobile, un meccanismo
di rivalutazione automatica delle retribuzioni collegato al costo della
vita, che consolidava e trascinava, nel tempo, l’inflazione. Nei primi
anni ’80 cominciò la stagione dei grandi accordi triangolari (tra
Governo e parti sociali). Come si vede non c’è mai nulla di nuovo sotto
il sole.
La procedura era più o meno sempre la stessa. Cgil, Cisl e Uil
redigevano (con laboriose trattative di vertice) una piattaforma
rivendicativa, nella quale le disponibilità al negoziato (le cose da
dare) erano inserite in un lungo elenco di richieste (la logica era
sempre quella dei sacrifici in cambio di sviluppo, equità, riforme).
Questo documento veniva portato alla consultazione dei lavoratori. A
questo punto interveniva il Pci, le cui strutture di azienda (allora
molto più diffuse ed articolate di quelle rimaste all’ombra della
Quercia) intervenivano nella consultazione con propri emendamenti, tesi
ad “indurire”, in nome della democrazia di base, mortificata dalle
mediazioni di vertice, la posizione dei sindacati. Per i quadri della
Cgil, combattuti tra due discipline in parziale conflitto tra loro, si
apriva una partita delicatissima ed imbarazzante. Quella prassi, poi,
irritava – e giustamente – i socialisti della Cgil e le altre
organizzazioni. Tale stato di cose andò avanti per anni, fino alla
citata rottura del 1984, quando, a seguito di una verificata
indisponibilità della maggioranza comunista della Cgil ad accettare un
modesto intervento sulla scala mobile (un taglio di alcuni punti), il
Governo presieduto da Bettino Craxi (di cui era braccio destro Giuliano
Amato e ministro del Lavoro, come già ricordato, Gianni De Michelis)
varò un decreto legge e ne difese la conversione in Parlamento
nonostante le incertezze e i dubbi della Democrazia cristiana, la
durissima opposizione del Pci in Parlamento e la dura contestazione
nelle piazze ad opera appunto della componente maggioritaria della Cgil
e dei consigli di fabbrica “autoconvocati” (così si chiamavano le
strutture di base egemonizzati dal Pci). Il movimento sindacale
(compresa la stessa Cgil) si spaccò in due come una mela. Cisl e Uil
aderirono all'intesa (insieme alla quasi totalità delle maggiori
organizzazioni economiche e sociali del Paese) che venne giudicata
positiva anche dai socialisti di Del Turco. Lama stette con i suoi,
anche se era evidente che, nel corso di quegli anni, il Partito aveva
deciso di agire in proprio, di avere rapporti diretti col mondo del
lavoro, senza bisogno di intermediari prestigiosi. La vicenda si chiuse
nel 1985 all’indomani della sconfitta del Pci nel referendum promossa,
da sinistra, a scopo abrogativo della legge che aveva tagliato la scala
mobile. Fu una vittoria di Craxi e di Carniti, i quali sfatarono un
mito che da anni non veniva più messo in discussione (ne era fedele
custode persino la Dc): l'impossibilità di decidere senza coinvolgere
il Pci o non obbedendo all'esercizio del suo diritto di veto.
Durante la
del 1984-1985, circolarono addirittura alcune leggende metropolitane
secondo le quali a Ottaviano Del Turco era stato offerto di diventare
il segretario di un costituendo sindacato democratico (Cisl + Uil +
socialisti Cgil), ma Ottaviano non prese mai in considerazione tale
ipotesi. Craxi era d'accordo con lui e fece tutto il possibile, prima
di emanare il decreto legge detto di S.Valentino, poi in sede di
conversione, per tenere agganciata e recuperare la Cgil, alla quale
dedicò sempre un'attenzione particolare. Dopo gli eventi del 1989
Craxi, nell’occasione di una visita da lui richiesta alla Cgil, evocò
l’immagine della : volle cioè indicare nella
Confederazione di Corso Italia la sede per l’apertura di un dialogo
unitario tra le grandi forze della sinistra italiana. Ancora prima, da
presidente del Consiglio - allora non si verificavano spesso eventi
siffatti - Craxi volle intervenire nel Congresso della Cgil. In quella
occasione - con un discorso che fece scalpore - denuncio il grande
ammontare di risorse trasferito - a fondo perduto - dallo Stato alle
grandi imprese. Craxi non era amato dall'establishment imprenditoriale,
sempre pronto in Italia, in quei tempi, ad avvalersi del potere
democristiano e a genuflettersi ai piedi del Pci. Craxi era un
personaggio leale, ma scomodo; e soprattutto fermo sul terreno delle
scelte politiche. E’ anche per questo motivo che su di lui si
scatenarono forze potentissime fino a provarne la caduta e….la morte
civile prima ancora di quella corporale. Ma noi, che non abbiamo
dimenticato il vento di innovazione portato da Craxi (trent’anni prima
di Tony Blair) siamo qui oggi a ricordarlo con i versi di Walt Whitman:
“Oh ! Capitano, mio Capitano, alzati a sentire le campane”.