Il revisionismo di Bettino Craxi
di Luciano Cafagna e Luciano Pellicani
Qualche anno fa, sulle pagine del “Corriere della Sera”, Stefano Folli,
appoggiandosi a una dichiarazione fatta da Massimo d’Alema, indicò nel
“progetto riformista per il rinnovamento dello Stato e delle
istituzioni il nucleo centrale dell’eredità politica di Bettino Craxi”.
Che l’idea della Grande Riforma, lanciata da Craxi nel 1979, sia stata
una felice intuizione, è senz’altro vero; ma ancora più vero, se è
lecito esprimersi così, è che in essa non risiede la cosa più
importante del ruolo svolto da Craxi nella storia italiana. La cosa di
gran lunga più importante è stata la sua battaglia – tenace, continua,
martellante – contro il massimalismo della Sinistra.
Per intendere l’importanza storica del revisionismo di Bettino Craxi ,
un eccellente punto di partenza è il libro di Massimo Salvadori , La
Sinistra nella storia italiana. La tesi che vi è sviluppata è così
riassumibile. La Sinistra maggioritaria, in Italia, per ben 80 anni – a
partire dal congresso de Reggio Emilia ( 1912) , quando i massimalisti
conquistarono la direzione del Psi, sino alla nascita del Partito
democratico della sinistra (1991) – ha opposto il volto dell’arme alla
filosofia del gradualismo riformista. E’ vero che spesso ha praticato
la politica delle riforme, ma lo ha fatto sempre con una riserva
mentale, convinta come era che la sua “missione storica” era – e non
poteva non essere – la distruzione del sistema capitalistico e
l’edificazione del socialismo concepito come un ordine centrato sulla
statizzazione intrigarle dei mezzi di produzione e sulla pianificazione
economica. Essa, pertanto, è stata sempre dominata ossessivamente dal
mito della rottura rivoluzionaria . E lo è stata perché è riuscita ,
con un a tenacia degna di miglior causa, a resistere ad ogni tentazione
riformista e a ogni tentativo di revisione dei principi teorici del
marxismo. Di qui la serie di scissioni e di sconfitte che hanno
scandito l’esistenza storica della Sinistra italiana. Di qui altresì la
debolezza organica della nostra democrazia, la quale, fino
all’implosione del sistema sovietico, non ha mai potuto contare sul
sostegno della Sinistra maggioritaria e, precisamente per questo, ha
assunto forme anomale, quando, addirittura, non è collassata, come è
accaduto nel 1922. In breve: il tratto diacritico e permanente della
Sinistra maggioritaria è stato il massimalismo, vale a dir il rifiuto
tenace, accanito, irriducibile di qualsiasi ipotesi politica che non
contemplasse la trasformazione rivoluzionaria della società, il “salto
dialettico” dall’ordine esistente, percepito come radicalmente
negativo, a un ordine totalmente altro. Certo, una Sinistra non
massimalista, in Italia, è sempre esistita; ma, mentre negli altri
Paesi dell’Europa occidentale – con la sola eccezione della Francia –
la Sinistra riformista, a partire dalla fine della Seconda Guerra
Mondiale, è stata grandemente maggioritaria, da noi essa è stata sempre
minoritaria e , di conseguenza, sempre perdente. E’ accaduto, così, che
la Sinistra italiana si è scissa in due grandi famiglie : la famiglia
di coloro che hanno avuto ragione ma che, per il loro scarso peso
politico, non hanno fatto la storia e la famiglia di coloro che non
hanno avuto ragione, ma che, forti del sostegno delle grandi masse,
hanno fatto la storia. Con la conseguenza che sia i riformisti che i
massimalisti sono risultati sconfitti. I primi sono stati dei
riformisti senza riforme; i secondi dei rivoluzionari senza
rivoluzione. La conclusione che Salvadori estrae dalla sua lucida
ricostruzione della anomalia permanente che è stata la storia della
Sinistra italiana è che l’unico porto che gli ex-comunisti “possono
trovare aperto è quello idealmente apprestato da quel socialismo
riformista e liberale che in Italia ha avuto ragione ma non ha fatto la
storia”.
Ebbene, fra coloro che hanno apprestato il “porto” del socialismo
riformista e liberale non si può non annoverare Bettino Craxi . Non
fosse altro che per questo, il craxismo deve essere ricordato, sia in
sede storica che in sede politica, come una pagina decisiva del
processo di “rinsavimento” della Sinistra italiana. Tanto decisiva che
oggi, a dispetto del fatto che gli attuali dirigenti di quello che un
tempo è stato il Pci amano definirsi “i ragazzi di Berlinguer”, di
fatto sono gli eredi – illegittimi, ingrati e vergognosi – del
revisionismo craxiano.
Non appena , nel luglio del 976, fu eletto segretario del Psi, Craxi
diede una intervista a “Le Monde” nella quale dichiarò che una vera a
propria “malattia del sangue” affliggeva il socialismo italiano. Questa
malattia era il massimalismo, che portava il Psi a rifiutare con sdegno
ogni ipotesi politica che non fosse la fuoriuscita dal sistema. Qualche
settimana più tardi, Craxi, intervistato da “L’Europeo”, dichiarava
che, per ritrovare se stesso, il Psi doveva recuperare le sue radici
storiche, che erano quelle del riformismo turatiano. E aggiungeva che
la più coerente dottrina riformista era quella proposta, sin dalla fine
del XIX secolo, da Eduard Bernstein.
Erano, quelle di Craxi, affermazioni a dir poco ardite. Con esse, il
neosegretario del Psi sfidava apertamente il massimalismo imperante nei
partiti e nei sindacati, nelle università e nei mas-media. Infatti, a
partire dal 1968, grazie alla Contestazione Studentesca, il marxismo,
nella versione leninista, aveva preso a dilagare e a investire sfere
della vita e della condotta un tempo regolate dalla tradizione e dai
costumi e lo spirito rivoluzionario sembrò che stesse riportando una
vittoria definitiva sul suo nemico di sempre : lo spirito riformista.
In quegli anni, tutto veniva letto, interpretato, valutato, vissuto in
nome dell’ideologia della contestazione globale della civiltà
occidentale, di cui nulla si sottrasse a una condanna senza appello: né
la scienza, né la tecnologia, né lo Stato di diritto, né la
socialdemocrazia, né, tanto meno, l’economia di mercato. Ne era
risultato un clima ideologico nel quale non c’era spazio alcuno per il
riformismo e per il revisionismo. Tant’è che Piero Ottone, allora
direttore del “Corriere della Sera”, durante la campagna elettorale del
1976 scrisse un editoriale nel quale affermò che bisognava riconoscere
che l’ideologia marxista aveva vinto su tutta la linea. Era, quella di
Ottone, una capitolazione totale della cultura liberale di fronte
all’ideologia comunista. Talché giustamente Lucio Lombardo Radice ,
qualche mese più tardi, sarebbe giunto alla conclusione che ormai il
marxismo era divenuto il linguaggio comune della gente pensante e
l’orizzonte teorico entro il quale tutti coloro che si volevano
progressisti e democratici erano obbligati a muoversi. In effetti, la
strategia gramsciana della occupazione delle agenzie di socializzazione
– scuola, università, stampa, ecc. -- , sapientemente calata nella
realtà italiana da Palmiro Togliatti, aveva conseguito il suo
obbiettivo: l’ideologia comunista era diventata il “nuovo senso
comune”, che nessuno, a sinistra, osava contrastare apertamente. Tant’è
che Umberto Eco pubblicò sul “Corriere della Sera” un articolo nel
quale così si esprimeva: “ A cento anni e passa dalla sua prima
proposta, la visione marxista della società si sta imponendo come un
valore acquisito. I suoi valori sono diventati di tutti, come
nell’Ottocento erano divenuti di tutti gli immortali principi
dell’Ottantanove”. E aggiungeva: “ Mai come oggi quell’insieme di
principi filosofici e di strategie politiche che vanno sotto il nome di
marxismo è stato minacciato, oggi che viene accettato come valore
diffuso e indiscutibile”. Ebbene: Craxi osò discutere
l’”indiscutibile”. Non solo si dichiarò apertamente riformista, ma ebbe
l’ardire di fare quello che nessun leader politico della Sinistra
italiana aveva osato fare : si richiamò esplicitamente alla eredità del
revisionista Bernstein !
Era, quella di Craxi, una posizione ad altissimo rischio, poiché nel
suo stesso partito – ritornato ad essere, dopo la fallimentare
unificazione socialista, un mal riuscito clone ideologico del Pci – il
revisionismo era guardato come il fumo negli occhi. Basterebbe solo
questo per smentire l’idea, molto diffusa, secondo la quale Craxi ebbe
una sola passione : il potere per il potere. Che la passione per il
potere è stata in Craxi – come, del resto, in qualsiasi leader politico
degno di questo nome – forte è cosa incontestabile. Ma ancora più
forte, in lui, l’appassionato attaccamento ai valori del socialismo
liberale. Lo prova, per l’appunto, il coraggio che egli dimostrò nel
contestare apertamente e frontalmente quello che era diventato il
“senso comune” di quasi tutta la Sinistra italiana. Un “senso comune”
che regnava con l’arma tipica della tradizione bolscevica : il
terrorismo ideologico. Su chiunque osava criticare il marxleninismo, si
abbatteva, puntuale e impalcabile, l’arma della scomunica: diventava un
traditore dell’idea socialista e, come tale, veniva bollato. Il
terrorismo ideologico , in quegli anni, era così potente che persino i
dirigenti del Psdi , per mantenere una qualche credibilità, si
dichiaravano marxisti. Ma non Craxi. E questo non solo perché le sue
convinzioni politiche erano in netto contrasto con l’ideologia allora
imperante, ma anche e soprattutto perché era giunto alla ragionata
conclusione che il massimalismo, che della ideologia marxista era la
logica conseguenza politica, avrebbe portato l’Italia al disastro. Di
qui la sua avversione al compromesso storico, cioè alla strategia con
la quale Enrico Berlinguer intendeva realizzare nel nostro Paese un
inedito esperimento : innestare il pluralismo politico sul tronco della
tradizione terzointernazionalista . Era, quella di Berlinguer, una
nobile quanto accecante illusione. Ed era anche una illusione ad
altissimo rischio per il nostro Paese, se è vero, come è vero, ciò che
Walter Veltroni ha finalmente riconosciuto, e cioè che comunismo e
libertà sono cose incompatibili. Ma questo Berlinguer, tutto chiuso
nelle sue certezze ideologiche, non poteva neanche sospettarlo. Accadde
così che egli progettò di estrarre dal marxleninismo una nuova versione
del comunismo : la così detta “terza via”. Questa – tenne sempre a
precisare il segretario del Pci – doveva essere rigorosamente distinta
dalla via socialdemocratica, ché la sua meta non poteva non essere la
fuoriuscita “dalla logica del capitalismo, per muoversi nella direzione
di uno sviluppo economico, sociale e politico di tipo nuovo, orientato
verso il socialismo”. Non solo : tale fuoriuscita doveva essere
compiuta tenendo costantemente presente i Paesi del blocco sovietico,
dove – affermava con la massima serenità Berlignuer – era
“universalmente riconosciuto che esisteva un clima morale superiore,
mentre le società capitalistiche erano sempre più colpite da un
decadimento di idealità e valori etici e da processi sempre più ampi di
corruzione e disgregazione”. Aggiungeva Berlinguer che era un fatto di
evidenza solare che “nel mondo capitalistico c’era crisi, nel mondo
socialista no”.
Ebbene : mentre Berlinguer proponeva come modello da imitare , sia pure
con le correzioni del caso, quel mostruoso impasto di dispotismo,
miseria, corruzione, irrazionalità economica e imperialismo ideologico
che corrispondeva al nome di Unione Sovietica, Craxi teneva a Treviri
una relazione su “Marxismo e revisionismo”, nella quale, dopo aver
criticato il giacobinismo di Lenin e Trockij, tesseva l’elogio del
“compromesso socialdemocratico” fra Stato e mercato così esprimendosi :
“ I partiti socialisti e socialdemocratici hanno seguito una via
opposta ( a quella leninista). Hanno preferito attenersi alle
indicazioni del vecchio Engels e alla metodologia operativa abbozzata
da Bernstein. Anziché distruggere la democrazia rappresentativa,
l’hanno potenziata; anziché cancellare il mercato, hanno mirato a
sottoporlo al controllo politico; anziché accentrare i processi
decisionali, hanno cercato di decentrarli, in modo da avvicinare la
cosa pubblica ai lavoratori. Certo, non sono risulti ancora creare un
tipo di società conforme ai principi della democrazia socialista, dal
momento che ancora oggi le società europee presentano tratti
tipicamente classisti. Ma il metodo da essi adottato è risultato essere
l’unico capace di accrescer e la libertà e l’influenza delle classi
lavoratrici”. E concludeva : “Oggi, alla luce degli esperimenti
compiuti nei Paesi che hanno saggiato la via leninista, ci appare
chiaro che la statizzazione integrale dei mezzi di produzione fagocita
la logia pluralistica e tende a distruggere tutte le precondizioni che
hanno reso possibile lo sviluppo della libertà delle classi
lavoratrici”.
Alla luce di queste parole si capisce perché , quando, nell’estate del
1978, Berlignuer, intervistato dalla “Repubblica”, esaltò la “ricca
lezione leniniana”, Craxi rispose con quello che impropriamente fu
battezzato il “Saggio su Proudhon”, nel quale dimostrò , testi alla
mano, che, sin dai primi anni del XX secolo , era esistito un
anti-bolscevisno di sinistra, che si era rifiutato di identificare il
socialismo con la dittatura monopartitica e che, profeticamente, aveva
visto e denunciato il catastrofico paradosso del leninismo: la pretesa
di estrarre la società senza classi e senza Stato attraverso la
statizzazione integrale dell’economia. “Leninismo e pluralismo – così
concludeva Craxi la sua risposta a Berlignuer – sono termini antitetici
: se prevale il primo muore il secondo. E ciò perché l’essenza
specifica, il principio animatore del progetto leninista consiste
nell’istituzione del comando unico e della centralizzazione assoluta:
il che, evidentemente, implica la statizzazione integrale della vita
umana individuale e collettiva. La democrazia ( liberale o socialista)
presuppone l’esistenza di una pluralità di centri si potere (
economici, politici , religiosi, ecc. ) in concorrenza fra di loro la
cui dialettica impedisce il formarsi di un potere assorbente e
totalitario. Di qui la possibilità che la società civile abbia una
certa autonomia rispetto allo Stato e che gli individui e i gruppi
possano fruire di zone protette dall’ingerenza della burocrazia. La
società pluralista è inoltre una società laica nel senso che non c’è
alcuna filosofia ufficiale di Stato, alcuna verità obbligatoria. Nella
società pluralista la legge della concorrenza non opera solo nella
sfera economica, ma anche in quella politica e in quella delle idee .
Il che presuppone che lo stato è laico nella misura in cui non pretende
di esercitare , oltre al monopolio della violenza, il monopolio delle
gestione dell’economia e della produzione scientifica. In breve:
l’essenza del pluralismo è l’assenza del monopolio. Tutto il contrario
delle tendenze che si sono affermate nel sistema comunista. I veri
marxisti-leninsiti non possono tollerare contro-poteri, ideali
comunitari di versi da quelle collettivistico. Per questo essi sentono
di avere il diritto-dovere di imporre il socialismo scientifico ai
recalcitranti. Per questo Gramsci aveva teorizzato la figura del
moderno Principe come solo regolatore della vita umana. La meta finale
è la società senza Stato, ma per giungervi bisogna statizzare ogni
cosa. Questo, in sintesi è il grande paradosso del leninismo… Pertanto,
se vogliamo procedere verso il pluralismo socialista, dobbiamo muoverci
in direzione opposta a quella indicata dal leninismo: dobbiamo
diffondere il più possibile il potere economico, politico e culturale.
Il socialismo non coincide con lo statalismo. Il socialismo, come ha
ricordato Norberto Bobbio, è la democrazia pienamente sviluppata,
dunque il superamento del liberalismo non già il suo annietamento”.
Il “Saggio su Proudhon”, con la sua documentata critica del leninismo,
avrebbe pututo e dovuto essere una occasione storica per aprire, nella
Sinistra, un serio e coraggioso dibattito sulle radici ideologiche del
totalitarismo sovietico. Per contro, nelle tesi approvare al XV
congresso del Pci ( 1879) fu espressa la rituale critica ai partiti
socialdemocratici , rei di “non aver portato la società fuori della
logica del capitalismo”. Con il che, il Pci ribadiva che non intendeva
punto rinunciare al suo legame organico con l’Unione Sovietica e con
tutti ciò che essa simbolizzava. E lo faceva con il sostegno di una
buona parte dell’intellighenzia che amava definirsi progressista,
mentre, in realtà, altro non era che l’erede storica della tradizione
giacobina , radicalmente ostile alla libertà dei moderni e, come tale,
profondamente e irrimediabilmente reazionaria.
Una conclusione si impone da sé. È doveroso riconoscere a Craxi un
grande merito storico : di aver aggredito frontalmente la mitologia
marxleninista proprio quando quella mitologia sembrava esser trionfante
su tutta la linea. Prima che Craxi irrompesse sulla scena, nessun
dirigente socialista o socialdemocratico aveva osato mettere in
discussione il marxismo. Non lo aveva fatto Saragat e non lo aveva
fatto Nenni. Persino la “Carta dell’unificazione socialista” del 1966
era un documento sostanzialmente marxista. In essa, si parlava
addirittura di “tendenze all’involuzione autoritaria e dittatoriale
sempre presenti del capitalismo”, cioè si ribadiva uno dei più
perniciosi dogmi dell’ideologia bolscevica: che il capitalismo
conteneva nel suo seno le tossine del fascismo; donde l’idea che il
pericolo fascista , sempre presente, avrebbe potuto essere estirpato
solo radendo al suolo il mercato. Non può sorprendere, pertanto, il
fatto che, allorché esplose la Contestazione Studentesca, il
massimalismo tornò a infuriare fra le file socialiste e così riemerse
più forte che mai l’ostilità ideologica nei confronti della democrazia
“borghese”. Si arrivò al punto che, di fronte all’eversione
terroristica delle Brigate Rosse, intellettuali del calibro di Montale
e di Sciascia ritennero che lo Stato liberal-democratico non meritava
di essere difeso. Tale era la crisi morale in cui era precipitata la
Repubblica che persino il segretario della DC – all’epoca Benigno
Zaccagnini – dichiarò che anche il suo partito aveva come obbiettivo il
“superamento del capitalismo” !
Hanno quindi ragione coloro che hanno indicato nella restaurazione
dell’autorità morale dello Stato il contributo più importate dato da
Craxi alla difesa delle libertà faticosamente riconquistate dopo il
crollo della dittatura fascista. Un contributo che fu possibile
precisamente nella misura in cui Craxi – portando alle logiche
conseguenze la battaglia revisionista, iniziata sulle colonne di
“Mondoperaio”, da Norberto Bobbio -- osò sfidare la Sinistra
massimalista in tutte le sue versioni.
Purtroppo, il successo dell’offensiva revisionista di Craxi fu limitato
al Psi. Il Pci non volle -- o non potè -- arrivare sulla sponda
socialdemocratica. Si fermò, per usare l’efficace immagine di Giorgio
Napolitano, “in mezzo al guado”. Il risultato fu che , mentre in tutti
i Paesi della Unione Europea la cultura riformista conquistava
l’egemonia, la Sinistra italiana rimase una anomalia che rendeva
anomalo il funzionamento della nostra democrazia. Questa, fino al
crollo del Muro di Berlino e della bancarotta planetaria del comunismo,
continuò ad essere priva di una credibile – e rassicurante –
alternativa di governo in quanto il Pci non ascoltò neanche la voce
interna dei “miglioristi”, che, alla luce dei disastrosi risultati
della Rivoluzione bolscevica, auspicavano un radicale ripensamento
dell’idea socialista. Quel ripensamento che – non lo si ripeterà mai
abbastanza – Craxi aveva avuto il coraggio di compiere proprio nel
momento in cui l’ideologia bolscevica aveva reso gran parte
dell’intellighenzia italiana cieca e sorda di fronte all’evidenza
storica e fermamente determinata a cercare la vera democrazia al di
fuori della tradizione del socialismo liberale.