Bettino Craxi, il riformismo e la sinistra italiana
Il revisionismo di Bettino Craxi di Luciano Cafagna e Luciano Pellicani
Qualche anno fa, sulle pagine del “Corriere della Sera”, Stefano Folli,
appoggiandosi a una dichiarazione fatta da Massimo d’Alema, indicò nel
“progetto riformista per il rinnovamento dello Stato e delle
istituzioni il nucleo centrale dell’eredità politica di Bettino Craxi”.
Che l’idea della Grande Riforma, lanciata da Craxi nel 1979, sia stata
una felice intuizione, è senz’altro vero; ma ancora più vero, se è
lecito esprimersi così, è che in essa non risiede la cosa più
importante del ruolo svolto da Craxi nella storia italiana. La cosa di
gran lunga più importante è stata la sua battaglia – tenace, continua,
martellante – contro il massimalismo della Sinistra.
Per intendere l’importanza storica del revisionismo di Bettino Craxi...
Bettino Craxi e la questione sindacale di Giuliano Cazzola
Prima di essere chiamato alla segreteria del Psi, Bettino Craxi aveva
accumulato un bagaglio culturale ricco di una lunga esperienza politica
nella Milano di tradizioni riformiste, allora capitale morale (come si
diceva allora) ed economica del Paese. Diversamente dalla
torinese nell’industria dell’auto, Milano era la capitale della
metalmeccanica e vantava un tessuto manifatturiero diffuso e
diversificato con una classe operaia matura e sindacalizzata, occupata
nei grandi stabilimenti del Gotha del capitalismo italiano. Craxi non
si
come si diceva del suo acerrimo avversario Enrico Berlinguer. Veniva
dalla gavetta, aveva lavorato nelle sezioni socialiste e nel
territorio, prima di approdare come consigliere comunale a Palazzo
Marino, poi alla Camera dei Deputati. Giunto ai vertici del partito,
Craxi ne aveva diretto la politica internazionale e in questa veste
aveva allacciato stretti rapporti con le grandi socialdemocrazie
europee...