Ventunesimo Secolo
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L'antisionismo e l'estrema destra italiana

di Roberto Chiarini

Quando si parla di estrema destra italiana, almeno per tutta la stagione cosiddetta della Prima Repubblica, è bene chiarire in via preliminare un tratto originale di quest’ultima, destinato peraltro a ripercuotersi sullo stesso sistema politico. Quale sia questo tratto è presto detto. In Italia, a differenza praticamente di tutte le altre democrazie europee, esiste un saldo e stabile legame culturale, ideologico ed anche politico fra tutte le espressioni politiche della destra, estrema o moderata, partito o movimento che sia; il che concorre – sia detto marginalmente - in maniera determinante a connotare in senso anti-sistemico lo stesso sistema politico strutturandolo in forma tripolare, ossia con un centro (il solo legittimato, e legittimante, a governare), una destra ed una sinistra entrambe delegittimate, e quindi impedendo una fisiologia dell’alternanza alla democrazia repubblicana.[1]
Il legame che finisce coll’unificare al fondo tutto il cosmo, eppur variopinto, della destra italiana è il riconoscimento del fascismo come fonte di ispirazione imprescindibile - per quanto sia interpretato in termini e secondo registri assai diversificati - del proprio universo politico. Il risultato è che si stabilisce una sostanziale circolarità della cultura politica tra tutte le espressioni di questa parte politica. Innanzitutto tra quello che secondo il lessico politologico si definisce “movimento” e il “partito”, ossia tra le varie espressioni (dalla stampa alle case editrici), associazioni varie informali, culturali, metapolitiche (come “Ordine Nuovo” di Rauti, operante a partire del 1956), extra-parlamentari ed anti-parlamentari (per tutti il Movimento Politico Ordine Nuovo di Clemente Graziani sorto nel 1969 da una costola di ON, quando quest’ultimo rientra nel Msi, e Avanguardia nazionale di Stefano Delle Chiaie fondata nel 1959) od eversive che siano (a partire dai Fasci di Azione Rivoluzionaria sorti all’indomani della caduta del fascismo, per arrivare al Fronte Nazionale del principe Junio Valerio Borghese, protagonista il 7 dicembre del 1970 di un tentativo di colpo di stato, a “Costruiamo l’azione”, ai Nuclei Armati Proletari e a Terza Posizione, animatori tutti di uno spontaneismo armato nel vivo degli “anni di piombo” a cavallo del 1980)[2] da una parte e, dall’altra, l’unica formazione istituzionalizzata espressamente “di destra” (dal dicembre ’46 fino al 1995, il Movimento sociale italiano, trasformatosi nel ’72 in Msi-Destra Nazionale a seguito dell’unificazione del Msi con gli esangui resti del partito monarchico) che opera ininterrottamente dalla caduta del fascismo all’interno delle istituzioni rappresentative. Più in generale, tra i sentimenti profondi del cosiddetto “popolo di destra” e tutte le sue espressioni a qualsiasi titolo politiche.
Destini biografici personali e generazionali, individuali e collettivi così come identità, fini e orientamenti programmatici del partito: tutto si inscrive stabilmente, se non sempre espressamente, all’interno del patrimonio ideale, politico e programmatico lasciato dal fascismo. Tutto il fascismo, sia – per usare la distinzione introdotta da Renzo De Felice - nella sua versione di “regime” (la dittatura mussoliniana, 1922-‘43) che in quella di “movimento” (Repubblica sociale italiana, 1943-‘45).

Varia la natura di questo attaccamento al fascismo, ma per tutto un cinquantennio e più, fino a quando esiste – e resiste - il Msi, il richiamo alla precedente esperienza mussoliniana non è abbandonato. Può risolversi in un innocuo sentimento di nostalgia, senz’altre implicazioni politiche, per gli “eroici” - o anche, più innocenti - ardori giovanili. Può essere animato da una più convinta volontà di rinverdire le fortune di un regime autoritario. Può essere motivato da un generico, velleitario giovanilismo ribelle. Può ispirare anche un progetto eversivo teso a chiudere la pagina “ingloriosa” della Repubblica antifascista, figlia del “tradimento” politico e del “disonore” militare, e servire di conseguenza a rilanciare l’ambizione di andare “oltre” sia il comunismo che il liberalismo.[3] Resta, comunque, inossidabile e ben saldo il riferimento al ventennio come fonte ispiratrice: ora solo come conforto sentimentale, ora in forza dell’eredità storico-politica lasciata, ora per la lezione ideologica impartita.

E’, questo, un primo, decisivo punto fermo da cui muovere per orientarci nella storia della complicata e convulsa galassia dell’estrema destra italiana. Non se ne deve desumere, però, che essa ne abbia derivato un orientamento lineare, omogeneo e costante in tema di sionismo e Stato d’Israele, così come su razzismo e politica estera. Per quanto ben diversamente mobile e fantasioso rispetto al “fascismo storico”, riconosciuto maestro di rivolgimenti acrobatici e di incoerenze totali (e appunto per questo capace di essere insieme razzista e anticolonialista, rivoluzionario e d’ordine, monarchico e repubblicano, anticlericale e clericale), il neofascismo non osa uscire fuori dell’alveo tracciato dal suo modello storico (in questo almeno assai poco “fascista”). Il fatto è che il movimento guidato da Mussolini era pregiudizialmente contrario a legarsi le mani a dei principi. Opponendo che il fascismo è vita e la vita è movimento, le sue opzioni erano (relativamente) libere da assiomi ideologici vincolanti, variabili dipendenti (entro certi limiti, ovviamente) dei calcoli di opportunità politici del dittatore. Questo vale anche per la “questione sionismo”. Nel corso del ventennio, come vedremo meglio più avanti, le oscillazioni in materia sono state molto ampie e, per certi versi, anche contraddittorie. Quindi, chi guarda – come fa il neofascismo - a quel precedente può trovare un po’ gli appigli che vuole.
A questa causa di mutevolezza e variabilità degli orientamenti dell’estrema destra italiana sul tema se ne aggiunge una seconda, pur esso decisiva: il suo ruolo di forza estranea, se non ostile, alla cultura democratica, eppure chiamata ad operare all’interno di una democrazia. Essa ne deriva una condizione che è stata definita “incapacitante” e paradossale. Incapacitante perché essa, se vuole esistere, non può che coltivare la propria identità (appunto anti-sistemica) ma, se vuole sopravvivere in una democrazia, ha bisogno di adottare comportamenti sistemici. Paradossale perché, se vuole reperire le risorse utili a resistere in un ambiente ostile (evidenziabile nella “pregiudiziale antifascista” fissata dalla stessa Costituzione del ’48), si deve tenere stretta la sua “diversità” (neo)fascista ma, in ragione proprio di questa, essa finisce col precludersi la possibilità di superarla e quindi anche di mettere a frutto le risorse offerte, prima ancora che dal gioco parlamentare, da un’integrazione democratica nelle istituzioni repubblicane. Si istituisce in tal modo una polarità fedeltà/superamento del fascismo che accompagna l’intera esistenza della destra italiana e che valorizza il primo o il secondo termine del dualismo a seconda che entri in gioco il richiamo identitario o il calcolo politico, l’acculturazione ideologica o la propaganda elettorale, il movimento o il partito.

Poche questioni come quella rappresentata dalla catena tematica Stato d’Israele-ebrei-sionismo-razzismo evidenzia ed insieme riassume l’irrisolta condizione della destra italiana: neofascista per identità e democratica per necessità.[4] Essa mette in risonanza sia l’identità storica ed ideologica sia gli orientamenti di politica estera e di politica interna. Mentre la prima però resta fissa, i secondi mutano al mutare della congiuntura nazionale ed internazionale. Accade così che all’indomani della caduta del fascismo, finchè valgono, sia nel quadro nazionale che nel concerto internazionale, le ragioni ideali e politiche fissate dalla lotta al nazifascismo, la destra italiana non trova difficoltà a tenere insieme l’identità con la politica. La difesa del antigiudaismo (in qualche misura anche la difesa dell’antisionismo, in casi estremi, pur tra mille imbarazzi, delle stesse leggi razziali di memoria fascista e, nell’immediato, l’opposizione allo Stato d’Israele) con una politica interna anti-antifascista (e cioè di opposizione frontale al governo ed alla repubblica, alla Dc e al Pci insieme al rigetto della “democrazia dei partiti”) e con politica estera ostile agli “alleati” del ’40-’45, alle potenze plutocratiche degli Usa e della Gran Bretagna disinvoltamente accomunate alla centrale del sovversivismo comunista di Mosca. Tutto questo in ottemperanza all’aspirazione, da essa mai dismessa, a dar vita a una “terza via” alternativa, e parimenti ostile, sia al capitalismo che al comunismo.
Non appena, però, nella vita politica interna si rompe la solidarietà antifascista (1947) e il quadro politico si imposta (stabilmente a partire dagli anni cinquanta) sulla contrapposizione anticomunismo del governo e filocomunismo dell’opposizione di sinistra, la destra è spinta a sposare sempre più le ragioni ideali e politiche dell’anticomunismo e perciò a mettere in sordina tutti richiami delegittimanti al fascismo: nella fattispecie l’antipatia per Israele in quanto “avamposto” dell’Occidente, per non dire dell’antisionismo e delle leggi razziali del ’38.

Il passo successivo verso uno stemperamento, se non verso l’abbandono, delle matrici originarie fasciste è sollecitato dall’evoluzione della politica estera, in particolare dall’aggravarsi della “questione mediorientale”. E’ del ’67, con la guerra dei “sei giorni” che il Msi compie una scelta inequivoca a favore di Israele e mette in sordina le originarie simpatie per il mondo arabo e l’Islam, per i palestinesi e l’Egitto di Nasser, ora accusato di “cripto-comunismo”.[5] Da questo momento in poi l’eredità fascista, ideale e politica, dell’antigiudaismo, dell’antisionismo, del filoarabismo (del Mussolini “spada dell’Islam”) non scompare, ma si ritrae nelle sommerso del mondo giovanile e dell’estremismo: un estremismo prevalentemente extra-parlamentare ma spesso assai contiguo o addirittura sotterraneo al partito (tramite la battaglia culturale e ideale condotta dalle riviste gravitanti attorno agli eredi di Evola ed ai seguaci di Rauti).
Un superamento senza se e senza ma del lascito morale e politico del ventennio si compie solo con la nascita di Alleanza Nazionale. Nelle tesi politiche approvate al Congresso di Fiuggi (1995) si trova la “condanna esplicita, definitiva, senza appello […] verso ogni forma di antisemitismo ed antiebraismo” anche “camuffati con la patina propagandistica dell’antisionismo e della polemica anti-israeliana”. “L’odio razziale è una forma di totalitarismo: la più crudele, è il mancato riconoscimento della dignità del , dell’estraneo, dello straniero”.[6] Da questo momento in poi le pulsioni razziste ed anti-sioniste trovano cultori e spazio solo nelle uscite estemporanee e violente dei naziskin o negli striscioni dei tifosi della “curva nord” agli stadi.
Seguono atti riparatori altamente simbolici da parte dello stato maggiore di An, in particolare e con maggior risalto, da parte del suo leader Gianfranco Fini. Il presidente del partito erede del Msi. Già nel 1993, esattamente l’11 dicembre, rende omaggio al Mausoleo delle Fosse Ardeatine. Ma le prese di posizione più impegnative, e persino imbarazzanti per un mondo politico cresciuto almeno nella nostalgia del tempo che fu, sono recenti. Due per tutte. Il 15 aprile 2002 numerosi esponenti di Alleanza Nazionale aderiscono all’Israel Day organizzato a Roma dal quotidiano di Giuliano Ferrara “Il Foglio”,[7] una testata simpatizzante per il centro-destra ma non imputabile di condiscendenze con il mondo dei nostalgici. Il 13 settembre successivo Fini, vice-premier in carica. Rilascia un’intervista al giornale israeliano Ha’aretz in cui esplicitamente assume “la responsabilità”, a nome dell’intero popolo italiano, “per ciò che accadde da noi dopo la promulgazione delle leggi razziali”, chiedendo “perdono” al popolo ebraico.[8] Intervista che gli procura l’invito ufficiale del governo israeliano a compiere il 15 ottobre successivo una visita a Gerusalemme. Con il che la riappacificazione della destra italiana col popolo, oltre che con lo stato, d’Israele si può dire, anche ufficialmente, conclusa. Riappacificazione sanzionata in termini di condivisione più larga dell’opinione pubblica con l’allestimento televisivo di una fiction dedicata alla figura di Giorgio Perlasca, volontario della guerra di Spagna, che durante la seconda guerra mondiale si finse console di Spagna a Budapest e in questa veste riuscì ad ospitare, ed in tal modo a salvare, migliaia di ebrei in fuga.[9]

II. Entrando a questo punto nel dettaglio dell’atteggiamento adottato dall’estrema destra italiana in tema di antisionismo, antisemitismo nonché - per venire al terreno strettamente politico - nei confronti dello Stato d’Israele, va esaminato in via preliminare il retaggio consegnatole dal ventennio. Il fascismo, Mussolini in particolare, non aveva assunto, su questa materia come su tante altre, una posizione lineare né, tanto meno, stabile.[10] I due poli estremi entro i quali si era compiuta l’oscillazione si possono individuare da un lato nell’auspicio di un’integrazione degli ebrei italiani nell’Italia fascista e, dall’altro, nella loro aperta persecuzione.
Il primo è ben espresso dall’affermazione di Mussolini “L’Italia non conosce l’antisemitismo e crediamo che non lo conoscerà mai […], in Italia non si fa assolutamente nessuna differenza fra ebrei e non ebrei […]. La nuova Sionne, gli ebrei italiani l’hanno qui, in questa nostra adorabile terra, che del resto, molti di essi, hanno difeso eroicamente, col sangue”[11].
Il secondo può essere individuato nella promulgazione, nel 1938, delle leggi razziali cui segue il rincrudimento della persecuzione degli ebrei, destinato a raggiungere l’acme con la Repubblica sociale italiana.[12] Nel progetto della sua costituzione, redatto dal ministro dell’Educazione Carlo Alberto Biggini, al Capo III è previsto che “la cittadinanza non può essere acquistata da appartenenti alla razza ebraica”, oltre che a “razze di colore”; con il che si sanzionerebbe anche dal punto di vista giuridico la reductio degli ebrei a sudditi.[13]
Tra questi due estremi si compie – abbiamo accennato - un’ampia oscillazione. Essa investe sia il regime sia l’intellettualità e la stampa più ispirata che nel corso del ventennio si esercita sul tema esprimendo anche posizioni di inequivocabile antisionismo ed antisemitismo. Abbiamo parlato di oscillazione ma, se vogliamo essere precisi, dobbiamo anche aggiungere che nel tempo il pendolo tende a spostarsi sempre più dalla parte dell’antisemitismo. Siamo in presenza cioè di un ventaglio di orientamenti che sono, e restano per l’intero arco di vita del fascismo, diversi nella gradazione, comunque sempre all’interno di un’opzione sfavorevole al mondo ebraico, ma che strada facendo si polarizzano verso l’estremismo.

Prima ancora che una scelta del regime, l’antisemitismo è un sentimento serpeggiante nel paese: in Italia come del resto nella maggior parte dei paesi del Vecchio Continente. E’ un sentimento, sì, per lo più inarticolato e sfuggente ma radicato, che poggia le sue più antiche fondamenta nel pregiudizio antigiudaico di matrice cattolica e che ha trovato ultimamente un energico rinforzo in un nuovo pregiudizio: quello populista che equipara l’ebreo al capitalista speculatore. A radicalizzare e valorizzare questa disposizione ci ha pensato il fascismo con la sua ideologia. Questa, da un lato, fa leva su un nazionalismo - potremmo chiamarlo – metastorico, che dilata cioè il suo tempo oltre i confini della contemporaneità, nonchè il suo spazio fuori dei confini statali; il che gli serve ad animare – e legittimare - ambizioni di predominio, e di autentico dominio, su gli altri popoli. Dall’altro, appoggiandosi ad un sentimento spiccatamente anti-egualitario e darvinisticamente sopraffattore. inscrive nel suo orizzonte una logica inesorabile di violenza e di aggressività, oltre che di bellicismo. Tutto ciò non implica che il fascismo adotti un antisemitismo e un antisionismo dottrinari, ma apre generosamente il campo ad una loro applicazione nella politica.
A spostare il pendolo sempre più verso l’antisemitismo sono state le esigenze ed i calcoli della politica, soprattutto di quella estera. Prima l’avventura dell’Etiopia, poi l’abbraccio con la Germania di Hitler tolgono ogni spazio alle posizioni sfumate, a favore di un progressivo allineamento del fascismo al credo razzista; allineamento che diventa pieno a partire dall’emanazione appunto delle famose leggi del ’38. E’ vero che in Italia non si toccano, per atrocità né per vastità, le vette dell’alleato. Ciò non toglie che il suo cammino sia costellato da arresti, deportazioni, spogliazioni di beni, internamenti in campi di concentramento nonché da precise, impegnative enunciazioni di un’organica politica persecutoria anti-ebraica. Una per tutte: nei 18 punti del manifesto di Verona del ’43 si degrada gli “appartenenti alla razza ebraica” alla condizione di “stranieri”. Essi finiscono in tal modo per essere considerati a pieno titolo cittadini di “una nazione nemica”. Nella campagna d’odio verso gli ebrei supera tutti il campione di razzismo, Giovanni Preziosi, responsabile dell’Ufficio problemi della razza, che propone tra l’altro la creazione di una carta di identità genealogica per certificare la “purezza razziale dei cittadini”.[14]

A guerra finita, è un’eredità di tal fatta che i sopravvissuti e i nostalgici del regime si ritrovano a gestire. Per quanto ingombrante e compromettente essa sia, nessuno di loro la rigetta o, anche solo, la oscura. Si ripete per certi versi nel caso del neofascismo, a lungo, la stessa irrisolta oscillazione e, a distanza, si ripercorre la stessa traiettoria propria del fascismo, ma in senso inverso. Se vent’anni prima la destra fascista era rovinata dal livello dell’accettazione del “diverso” (l’ebreo) all’abisso della sua persecuzione, nel dopoguerra la destra neofascista risale (lentamente e con continui sbandamenti, bisogna precisare) dalla voragine dell’antisemitismo e dell’antisionismo, cui fa da corredo l’opposizione al neonato Stato d’Israele, alla vetta dell’antirazzismo. Se per il fascismo l’asse che ha portato alla perdizione è stato il legame a doppio filo stretto col nazismo, per il neofascismo prima è stato, in negativo, l’anticomunismo a procurargli l’abbandono della sponda anti-israeliana. Poi, a più lungo termine, è stata la ricerca dell’integrazione nella Repubblica e nell’Occidente a garantire la sua piena accettazione dei valori del pluralismo e della tolleranza.
L’eredità del passato regime, nonostante rappresenti - valori abbracciati a parte - l’ostacolo insormontabile ad un suo reingresso nel gioco democratico e di conseguenza anche in quello politico-parlamentare, resta un punto fermo nell’immaginario, prima ancora che nell’orizzonte politico, della destra estrema postbellica. Quel che non autorizza la fedeltà alla propria storia, lo consente però, in parte almeno, la mutevolezza, persino la contraddittorietà di quella storia.
Sin dai primi affacci pubblici, le scompaginate fila del neofascismo rivivono per intero, reinterpretandole alla luce del nuovo quadro politico uscito dalla guerra, lo spettro delle posizioni che furono dei padri. Si ripete l’oscillazione tra le polarità opposte della benevolenza e dell’inimicizia nei confronti degli ebrei e di Israele: le uniche due modalità consentite dalla fisiologia democratica della repubblica antifascista e dal quadro internazionale dominato dalle potenze vincitrici.
C’è chi mette in scena l’atto dell’autocritica confessando sentimenti di “ripugnanza” per le colpe del regime macchiatosi di un’”odiosa persecuzione contro gli ebrei”[15] e ne trae motivo per guardare con simpatia alla nascita del nuovo Stato di Israele[16]. C’è persino anche chi, esponente di primo piano del regime caduto come Cesare Rossi, vice-segretario del Pnf ai tempi dell’omicidio Matteotti, non ha difficoltà ora a riconoscere che l’antisemitismo sia stato la “bestialità maggiore” del fascismo, anche se cerca in qualche modo di scaricarne la responsabilità sulla Germania hitleriana per l’attrazione fatale esercitata sull’Italia di Musssolini[17]. E c’è chi, viceversa, tradisce pesanti impronte di razzismo e di antisemitismo.
Enzo Erra, un esponente di spicco dell’estremismo neofascista, non ha remore a scrivere: “Nessun’altra civiltà ci ha dato l’esempio di pionieri […] che dominassero popoli come è avvenuto per la razza bianca.[…] La superiorità della razza sta tutta qui”.[18]
Persistenze antisemite si trovano anche in testate vicine, se non interne, allo stesso “partito della fiamma”. Sul quindicinale ufficiale dei giovani missini non si fatica a trovare compromettenti richiami alle pagine più nere del nazismo, addirittura espliciti tentativi di minimalizzazione dell’Olocausto, degni di figurare in un’antologia della storiografia negazionista.[19]
Per quanto in maniera sfumata, il partito sin dai suoi primi passi tende comunque a non esporsi con prese di posizione troppo compromettenti. Sul piano retrospettivo si limita a cercare di alleggerire le responsabilità del regime, riesumando la teoria degli italiani “brava gente”. Il giornale portavoce del Msi si affida alla facile retorica buonista che vuole “ nessun popolo, al pari dell’Italiano” essere altrettanto “buono e generoso”. Accredita perciò la tesi secondo cui “anche dopo il ’39 gli ebrei [avrebbero avuto] molta protezione in Italia”.[20]
Passando all’aspetto più propositivo, non si può sottacere che il Msi si astenga dall’adottare misure discriminatorie nei confronti degli ebrei. Al momento della fondazione non indica tra le “indegnità” verso la patria che ne rendano incompatibile l’appartenenza quella di “essere di razza israelita”;[21] il che invece viene espressamente indicato come impedimento ad iscriversi alla loro formazione da parte dei Far (Fasci di azione rivoluzionaria), un gruppo clandestino che si propone di rinverdire le fortune del fascismo e sarà sciolto nei primi anni ’50.
Il partito, però, una discriminazione la introduce quando traccia una gerarchia indicando la “religione cattolica apostolica romana” come “religione di Stato”. Relega infatti con ciò gli altri culti nell’angolo, anche se si impegna a riservare loro il “dovuto rispetto”.[22]

Quel che fa la vera differenza tra movimento e partito, tra estremisti e moderati dell’estrema destra non è la conferma o il rigetto della matrice culturale fascista. E’ la declinazione che di questa viene offerta. E’ la minore o maggiore attenzione riservata a renderla compatibile con il quadro politico interno ed internazionale del dopoguerra. Che si guardi con simpatia o con spirito di rivalsa alla nascita dello Stato d’Israele, si sta comunque attenti a trattare la questione arabi/israeliani in modo da salvaguardare l’autonomia e l’identità di una tradizione politica.
Il Msi legittima la nascita del nuovo stato ma non manca di esprimere al contempo preoccupazione per la sorte dei luoghi santi. Soprattutto intravede dietro la concessione di una patria al popolo ebraico la manovra dei vincitori della seconda guerra mondiale (Gran Bretagna, Stati Uniti e Urss) tesa a realizzare le loro mire coloniali. Essi utilizzerebbero le aspirazioni degli ebrei per mettere le mani sul Mediterraneo. E’ insomma sempre la stessa vecchia idea della “terza via”, diversa e contrapposta a quella proposta dal capitalismo plutocratico o dall’espansionismo comunista dell’unione Sovietica.
Senza remore e senza pudori sono le prese di posizione dei “duri”. Franco Freda, un personaggio legato a gruppi eversivi, più tardi coinvolto (anche se poi assolto) nell’inchiesta sulla strage di Milano del 1969, parla di “politica di rapina, di assassini […] di genocidio svolta dal colonialismo ebraico nella Palestina sionizzata”.[23] Pino Rauti, il leader di Ordine Nuovo, intellettuale e politico di grande influenza nell’ambiente giovanile missino, rivolta l’interpretazione minimalista secondo cui il fascismo avrebbe adottato la politica razzista “per servile imitazione” del nazismo, rivendicandola come “frutto autonomo del regime fascista”. Ne discende al presente un’opzione anti-israeliana[24]: opzione che si traduce in alcune frange dell’estremismo neofascista nell’aperta esaltazione dei fedayn di Al Fatah, indicati come eroici combattenti.
L’oscillazione tra le opposte posizioni filo ed anti-israeliana continua finchè dura la storia del Msi. La polarizzazione si accentua, però, nel tempo fino a che il partito missino, dopo aver sposato senza più riserve la causa dello Stato d’Israele, è portato anche a sciogliere ogni dubbio in tema di razzismo. La spinta decisiva che lo spinge a decantare le tossine della cultura antisemita ed antisionista non è tanto endogena quanto esogena. Non procede sull’onda di un sofferto processo di revisione ideologica volto a rifondare la propria identità. Viene sollecitato piuttosto dalla volontà di mettere a frutto le opportunità offerte dall’evoluzione politica nazionale ed internazionale. E’ l’anticomunismo il volano che mette in moto l’abbandono di posizioni originariamente filo-arabe abbracciate al momento stesso della nascita, in coerenza con l’aspirazione di Mussolini di divenire la “spada dell’Islam”.
L’accelerazione si ha con il passaggio in Italia alla stagione del centrismo e nelle relazioni internazionali con l’accentuarsi prima della sfida dell’Occidente con l’Est comunista e poi del processo di decolonizzazione, vissuta dalla destra estrema come frutto di una congiura del comunismo per allargare la sua influenza nel mondo. Prima i fatti di Algeria, poi quelli di Tunisia e di Libia portano a lanciare l’allarme sulla minaccia comunista alla sopravvivenza stessa della civiltà europea. Infine la guerra dei “sei giorni” consuma il distacco definitivo del Msi dal sostegno alla causa araba. Solo allora il Msi, che pure nel ’56 era stato filo-nasseriano per opposizione all’Inghilterra, intravede l’ombra di un “cripto-comunismo” dietro l’Egitto di Nasser, diventato ora “dittatore al soldo di Mosca”, e dichiara Israele “baluardo contro il comunismo”.[25] E’ più o meno contemporanea la condanna ufficiale da parte del segretario missino Giorgio Almirante delle leggi razziali volute dal fascismo.[26] Lui, ex-redattore capo della rivista “Difesa della razza” al tempo della Repubblica sociale italiana, lui “fucilatore” come si auto-denuncia in un suo libro di memorie, ricorda il rifugio offertogli nell’aprile del ’45 da un amico ebreo. Alla vigilia della sua scoparsa nega poi in un’intervista alla giornalista Fiamma Nirenstein di essere mai stato antisemita. La sua opposizione agli ebrei sarebbe stata di natura solo “culturale”.[27] Tocca comunque al suo successore, Gianfranco Fini, togliere ogni ombra in materia. Nel 1988, in occasione di un’altra Tribuna politica televisa rilascia l’impegnativa affermazione: “Non razzista né lo è il Msi-Dn”.[28] Bisogna aspettare la nascita di An e con la riscoperta dell’antifascismo si celebra anche la sepoltura ufficiale dell’antisemitismo e dell’antisionismo nella destra, almeno quella istituzionalizzata in partito.

Note

1. Per un quadro d’insieme delle problematiche inerenti la destra estrema nella storia d’Italia si vedano P. Ignazi, Il polo escluso. Profilo del Movimento Sociale Italiano, Bologna, Il Mulino, 1989 e R. Chiarini, Destra italiana dall’unità d’Italia a Alleanza Nazionale, Venezia, Marsilio, 1995.
2. Il testo di riferimento sull’eversione di destra è F. Ferraresi, Minacce alla democrazia. La Destra radicale e la strategia della tensione in Italia nel dopoguerra, Milano, Feltrinelli, 1995.
3. Il tracciato dei giudizi storici elaborati dal mondo neofascista a carico del moto resistenziale e del processo politico sfociato nella fondazione della “Repubblica, nata dalla Resistenza” in R. Germinarlo, L’altra memoria. L’Estrema destra, Salò e la Resistenza, Torino, Bollati Boringhieri, 1999 e R. Chiarini, 25 aprile. La competizione politica sulla memoria, Venezia, Marsilio, 2005, pp. 48-58.
4. Lo studio più completo sul tema è stato condotto da G. Scipione Rossi, La destra e gli ebrei. Una storia italiana, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2003.
5. Il M:S:I. agli Italiani, Elezioni politiche 1968, Roma, s.d., p. 14.
6. Pensiamo l’Italia. Il domani c’è già. Valori, idee e progetti per l’Alleanza Nazionale, Tesi politiche per il XVII Congresso Nazionale del Msi-Dn [7 dicembre 1994), p.9.
7. L’elenco dei partecipanti in “Il Foglio”, 18 aprile 2002.
8. A. Primor, Ebrei, il mea culpa di Fini, intervista ad “Ha’aretz”, in “La Repubblica”, 13 settembre 2002.
9. Sulla figura di Perlasca e sulla sua riscoperta politica da parte del Msi-Dn cfr. G. Scipione Rossi, op. cit., pp. 266-272.
10. Propone un Mussolini antisemita da sempre, fin da quando era socialista, G. Fabre, Mussolini razzista, Milano, Garzanti, 2005.
11. “Il Popolo d’Italia”, 19 ottobre 1920.
12. Per illustrare il pensiero del fascismo in tema di antisemitismo dopo l’accelerazione impressa dalle leggi razziali basti vedere P.N.P, Il secondo libro del fascista, Roma, 1940, dove il credo razzista è esposto addirittura a mo’ di catechismo.
13. L. Garibaldi, Mussolini e il professore. Vita e diari di Carlo Alberto Biggini, Milano, Mursia, 1983, pp. 371-2.
14. Un esame dettagliato degli orientamenti e degli atti legislativi ed amministrativi presi dal fascismo specie negli anni della Repubblica sociale italiana nonché una nutrita bibliografia sull’argomento si trovano in R. Ropa, Per uno studio della persecuzione antiebraica (1943-1945), in Idem, L’antisemitismo nella repubblica Sociale Italiana. Repertorio delle fonti conservate all’Archivio centrale dello Stato, Bologna, Patron, 2000, pp. 13-56.
15. “Rataplan”, 10 agosto 1946. La presente e le seguenti citazioni da giornali militanti di destra sono tratti dallo studio di G. Scipione Rossi, op. cit.
16. “Ordine Sociale”, 18 maggio 1948.
17. C. Rossi, Personaggi di ieri e di oggi, Milano, Ceschina, 1960.
< 18. “La Sfida”, 4 aprile 1948.
19. “L’Assalto”, 18 novembre 1949; ma anche “Lotta Politica”, 15 aprile 1950 e “Asso di Bastoni”, 1° gennaio 1950.
20. “La Rivolta ideale”, 9 e 16 dicembre 1948.
21. Appello agli italiani, in Guida al msi-dn. L’alternativa in Movimento, Cassino, Edizioni nuoveprospettive, 1983, p. 127.
22. Orientamenti programmatici del Msi, in guida al msi-dn, cit., pp. 127-145.
23. F. Freda, Due lettere controcorrente, Padova, Ar, s.d. [1972].
24. P. Rauti-R. Sermonti, Storia del fascismo, vol. 5, L’espansione e l’Asse, Roma, C.E.N., 1977, p. 269-283.
25. Una dichiarazione di Nichelini, in “Il Secolo d’Italia”, 6 giugno 1967.
26. Tribuna stampa televisiva del 23 febbraio 1967.
27. F. Nirestein, Almirante. Una vita vista da destra, in “Epoca”, 5 febbraio 1987.
28. Il testo dell’intervista rilasciata da Fini in occasione della Tribuna politica del 23 maggio 1988 si trova in “Il Secolo d’Italia”, 25 maggio 1988.