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L'antisionismo e l'estrema destra italiana
di Roberto Chiarini
Quando si parla di estrema destra italiana, almeno per tutta la
stagione cosiddetta della Prima Repubblica, è bene chiarire in via
preliminare un tratto originale di quest’ultima, destinato peraltro a
ripercuotersi sullo stesso sistema politico. Quale sia questo tratto è
presto detto. In Italia, a differenza praticamente di tutte le altre
democrazie europee, esiste un saldo e stabile legame culturale,
ideologico ed anche politico fra tutte le espressioni politiche della
destra, estrema o moderata, partito o movimento che sia; il che
concorre – sia detto marginalmente - in maniera determinante a
connotare in senso anti-sistemico lo stesso sistema politico
strutturandolo in forma tripolare, ossia con un centro (il solo
legittimato, e legittimante, a governare), una destra ed una sinistra
entrambe delegittimate, e quindi impedendo una fisiologia
dell’alternanza alla democrazia repubblicana.[1]
Il legame che finisce coll’unificare al fondo tutto il cosmo, eppur
variopinto, della destra italiana è il riconoscimento del fascismo come
fonte di ispirazione imprescindibile - per quanto sia interpretato in
termini e secondo registri assai diversificati - del proprio universo
politico. Il risultato è che si stabilisce una sostanziale circolarità
della cultura politica tra tutte le espressioni di questa parte
politica. Innanzitutto tra quello che secondo il lessico politologico
si definisce “movimento” e il “partito”, ossia tra le varie espressioni
(dalla stampa alle case editrici), associazioni varie informali,
culturali, metapolitiche (come “Ordine Nuovo” di Rauti, operante a
partire del 1956), extra-parlamentari ed anti-parlamentari (per tutti
il Movimento Politico Ordine Nuovo di Clemente Graziani sorto nel 1969
da una costola di ON, quando quest’ultimo rientra nel Msi, e
Avanguardia nazionale di Stefano Delle Chiaie fondata nel 1959) od
eversive che siano (a partire dai Fasci di Azione Rivoluzionaria sorti
all’indomani della caduta del fascismo, per arrivare al Fronte
Nazionale del principe Junio Valerio Borghese, protagonista il 7
dicembre del 1970 di un tentativo di colpo di stato, a “Costruiamo
l’azione”, ai Nuclei Armati Proletari e a Terza Posizione, animatori
tutti di uno spontaneismo armato nel vivo degli “anni di piombo” a
cavallo del 1980)[2] da una parte e, dall’altra, l’unica formazione
istituzionalizzata espressamente “di destra” (dal dicembre ’46 fino al
1995, il Movimento sociale italiano, trasformatosi nel ’72 in
Msi-Destra Nazionale a seguito dell’unificazione del Msi con gli
esangui resti del partito monarchico) che opera ininterrottamente dalla
caduta del fascismo all’interno delle istituzioni rappresentative. Più
in generale, tra i sentimenti profondi del cosiddetto “popolo di
destra” e tutte le sue espressioni a qualsiasi titolo politiche.
Destini biografici personali e generazionali, individuali e collettivi
così come identità, fini e orientamenti programmatici del partito:
tutto si inscrive stabilmente, se non sempre espressamente, all’interno
del patrimonio ideale, politico e programmatico lasciato dal fascismo.
Tutto il fascismo, sia – per usare la distinzione introdotta da Renzo
De Felice - nella sua versione di “regime” (la dittatura mussoliniana,
1922-‘43) che in quella di “movimento” (Repubblica sociale italiana,
1943-‘45).
Varia la natura di questo attaccamento al fascismo, ma per
tutto un cinquantennio e più, fino a quando esiste – e resiste - il
Msi, il richiamo alla precedente esperienza mussoliniana non è
abbandonato. Può risolversi in un innocuo sentimento di nostalgia,
senz’altre implicazioni politiche, per gli “eroici” - o anche, più
innocenti - ardori giovanili. Può essere animato da una più convinta
volontà di rinverdire le fortune di un regime autoritario. Può essere
motivato da un generico, velleitario giovanilismo ribelle. Può ispirare
anche un progetto eversivo teso a chiudere la pagina “ingloriosa” della
Repubblica antifascista, figlia del “tradimento” politico e del
“disonore” militare, e servire di conseguenza a rilanciare l’ambizione
di andare “oltre” sia il comunismo che il liberalismo.[3] Resta,
comunque, inossidabile e ben saldo il riferimento al ventennio come
fonte ispiratrice: ora solo come conforto sentimentale, ora in forza
dell’eredità storico-politica lasciata, ora per la lezione ideologica
impartita.
E’, questo, un primo, decisivo punto fermo da cui muovere per
orientarci nella storia della complicata e convulsa galassia
dell’estrema destra italiana. Non se ne deve desumere, però, che essa
ne abbia derivato un orientamento lineare, omogeneo e costante in tema
di sionismo e Stato d’Israele, così come su razzismo e politica estera.
Per quanto ben diversamente mobile e fantasioso rispetto al “fascismo
storico”, riconosciuto maestro di rivolgimenti acrobatici e di
incoerenze totali (e appunto per questo capace di essere insieme
razzista e anticolonialista, rivoluzionario e d’ordine, monarchico e
repubblicano, anticlericale e clericale), il neofascismo non osa uscire
fuori dell’alveo tracciato dal suo modello storico (in questo almeno
assai poco “fascista”). Il fatto è che il movimento guidato da
Mussolini era pregiudizialmente contrario a legarsi le mani a dei
principi. Opponendo che il fascismo è vita e la vita è movimento, le
sue opzioni erano (relativamente) libere da assiomi ideologici
vincolanti, variabili dipendenti (entro certi limiti, ovviamente) dei
calcoli di opportunità politici del dittatore. Questo vale anche per la
“questione sionismo”. Nel corso del ventennio, come vedremo meglio più
avanti, le oscillazioni in materia sono state molto ampie e, per certi
versi, anche contraddittorie. Quindi, chi guarda – come fa il
neofascismo - a quel precedente può trovare un po’ gli appigli che
vuole.
A questa causa di mutevolezza e variabilità degli orientamenti
dell’estrema destra italiana sul tema se ne aggiunge una seconda, pur
esso decisiva: il suo ruolo di forza estranea, se non ostile, alla
cultura democratica, eppure chiamata ad operare all’interno di una
democrazia. Essa ne deriva una condizione che è stata definita
“incapacitante” e paradossale. Incapacitante perché essa, se vuole
esistere, non può che coltivare la propria identità (appunto
anti-sistemica) ma, se vuole sopravvivere in una democrazia, ha bisogno
di adottare comportamenti sistemici. Paradossale perché, se vuole
reperire le risorse utili a resistere in un ambiente ostile
(evidenziabile nella “pregiudiziale antifascista” fissata dalla stessa
Costituzione del ’48), si deve tenere stretta la sua “diversità”
(neo)fascista ma, in ragione proprio di questa, essa finisce col
precludersi la possibilità di superarla e quindi anche di mettere a
frutto le risorse offerte, prima ancora che dal gioco parlamentare, da
un’integrazione democratica nelle istituzioni repubblicane. Si
istituisce in tal modo una polarità fedeltà/superamento del fascismo
che accompagna l’intera esistenza della destra italiana e che valorizza
il primo o il secondo termine del dualismo a seconda che entri in gioco
il richiamo identitario o il calcolo politico, l’acculturazione
ideologica o la propaganda elettorale, il movimento o il partito.
Poche questioni come quella rappresentata dalla catena
tematica Stato d’Israele-ebrei-sionismo-razzismo evidenzia ed insieme
riassume l’irrisolta condizione della destra italiana: neofascista per
identità e democratica per necessità.[4] Essa mette in risonanza sia
l’identità storica ed ideologica sia gli orientamenti di politica
estera e di politica interna. Mentre la prima però resta fissa, i
secondi mutano al mutare della congiuntura nazionale ed internazionale.
Accade così che all’indomani della caduta del fascismo, finchè valgono,
sia nel quadro nazionale che nel concerto internazionale, le ragioni
ideali e politiche fissate dalla lotta al nazifascismo, la destra
italiana non trova difficoltà a tenere insieme l’identità con la
politica. La difesa del antigiudaismo (in qualche misura anche la
difesa dell’antisionismo, in casi estremi, pur tra mille imbarazzi,
delle stesse leggi razziali di memoria fascista e, nell’immediato,
l’opposizione allo Stato d’Israele) con una politica interna
anti-antifascista (e cioè di opposizione frontale al governo ed alla
repubblica, alla Dc e al Pci insieme al rigetto della “democrazia dei
partiti”) e con politica estera ostile agli “alleati” del ’40-’45, alle
potenze plutocratiche degli Usa e della Gran Bretagna disinvoltamente
accomunate alla centrale del sovversivismo comunista di Mosca. Tutto
questo in ottemperanza all’aspirazione, da essa mai dismessa, a dar
vita a una “terza via” alternativa, e parimenti ostile, sia al
capitalismo che al comunismo.
Non appena, però, nella vita politica interna si rompe la solidarietà
antifascista (1947) e il quadro politico si imposta (stabilmente a
partire dagli anni cinquanta) sulla contrapposizione anticomunismo del
governo e filocomunismo dell’opposizione di sinistra, la destra è
spinta a sposare sempre più le ragioni ideali e politiche
dell’anticomunismo e perciò a mettere in sordina tutti richiami
delegittimanti al fascismo: nella fattispecie l’antipatia per Israele
in quanto “avamposto” dell’Occidente, per non dire dell’antisionismo e
delle leggi razziali del ’38.
Il passo successivo verso uno stemperamento, se non verso
l’abbandono, delle matrici originarie fasciste è sollecitato
dall’evoluzione della politica estera, in particolare dall’aggravarsi
della “questione mediorientale”. E’ del ’67, con la guerra dei “sei
giorni” che il Msi compie una scelta inequivoca a favore di Israele e
mette in sordina le originarie simpatie per il mondo arabo e l’Islam,
per i palestinesi e l’Egitto di Nasser, ora accusato di
“cripto-comunismo”.[5] Da questo momento in poi l’eredità fascista,
ideale e politica, dell’antigiudaismo, dell’antisionismo, del
filoarabismo (del Mussolini “spada dell’Islam”) non scompare, ma si
ritrae nelle sommerso del mondo giovanile e dell’estremismo: un
estremismo prevalentemente extra-parlamentare ma spesso assai contiguo
o addirittura sotterraneo al partito (tramite la battaglia culturale e
ideale condotta dalle riviste gravitanti attorno agli eredi di Evola ed
ai seguaci di Rauti).
Un superamento senza se e senza ma del lascito morale e politico del
ventennio si compie solo con la nascita di Alleanza Nazionale. Nelle
tesi politiche approvate al Congresso di Fiuggi (1995) si trova la
“condanna esplicita, definitiva, senza appello […] verso ogni forma di
antisemitismo ed antiebraismo” anche “camuffati con la patina
propagandistica dell’antisionismo e della polemica anti-israeliana”.
“L’odio razziale è una forma di totalitarismo: la più crudele, è il
mancato riconoscimento della dignità del ,
dell’estraneo, dello straniero”.[6] Da questo momento in poi le
pulsioni razziste ed anti-sioniste trovano cultori e spazio solo nelle
uscite estemporanee e violente dei naziskin o negli striscioni dei
tifosi della “curva nord” agli stadi. Seguono atti riparatori
altamente simbolici da parte dello stato maggiore di An, in particolare
e con maggior risalto, da parte del suo leader Gianfranco Fini. Il
presidente del partito erede del Msi. Già nel 1993, esattamente l’11
dicembre, rende omaggio al Mausoleo delle Fosse Ardeatine. Ma le prese
di posizione più impegnative, e persino imbarazzanti per un mondo
politico cresciuto almeno nella nostalgia del tempo che fu, sono
recenti. Due per tutte. Il 15 aprile 2002 numerosi esponenti di
Alleanza Nazionale aderiscono all’Israel Day organizzato a Roma dal
quotidiano di Giuliano Ferrara “Il Foglio”,[7] una testata
simpatizzante per il centro-destra ma non imputabile di condiscendenze
con il mondo dei nostalgici. Il 13 settembre successivo Fini,
vice-premier in carica. Rilascia un’intervista al giornale israeliano
Ha’aretz in cui esplicitamente assume “la responsabilità”, a nome
dell’intero popolo italiano, “per ciò che accadde da noi dopo la
promulgazione delle leggi razziali”, chiedendo “perdono” al popolo
ebraico.[8] Intervista che gli procura l’invito ufficiale del governo
israeliano a compiere il 15 ottobre successivo una visita a
Gerusalemme. Con il che la riappacificazione della destra italiana col
popolo, oltre che con lo stato, d’Israele si può dire, anche
ufficialmente, conclusa. Riappacificazione sanzionata in termini di
condivisione più larga dell’opinione pubblica con l’allestimento
televisivo di una fiction dedicata alla figura di Giorgio Perlasca,
volontario della guerra di Spagna, che durante la seconda guerra
mondiale si finse console di Spagna a Budapest e in questa veste riuscì
ad ospitare, ed in tal modo a salvare, migliaia di ebrei in fuga.[9]
II. Entrando a questo punto nel dettaglio dell’atteggiamento
adottato dall’estrema destra italiana in tema di antisionismo,
antisemitismo nonché - per venire al terreno strettamente politico -
nei confronti dello Stato d’Israele, va esaminato in via preliminare il
retaggio consegnatole dal ventennio. Il fascismo, Mussolini in
particolare, non aveva assunto, su questa materia come su tante altre,
una posizione lineare né, tanto meno, stabile.[10] I due poli estremi
entro i quali si era compiuta l’oscillazione si possono individuare da
un lato nell’auspicio di un’integrazione degli ebrei italiani
nell’Italia fascista e, dall’altro, nella loro aperta persecuzione.
Il primo è ben espresso dall’affermazione di Mussolini “L’Italia non
conosce l’antisemitismo e crediamo che non lo conoscerà mai […], in
Italia non si fa assolutamente nessuna differenza fra ebrei e non ebrei
[…]. La nuova Sionne, gli ebrei italiani l’hanno qui, in questa nostra
adorabile terra, che del resto, molti di essi, hanno difeso
eroicamente, col sangue”[11].
Il secondo può essere individuato nella promulgazione, nel 1938, delle
leggi razziali cui segue il rincrudimento della persecuzione degli
ebrei, destinato a raggiungere l’acme con la Repubblica sociale
italiana.[12] Nel progetto della sua costituzione, redatto dal ministro
dell’Educazione Carlo Alberto Biggini, al Capo III è previsto che “la
cittadinanza non può essere acquistata da appartenenti alla razza
ebraica”, oltre che a “razze di colore”; con il che si sanzionerebbe
anche dal punto di vista giuridico la reductio degli ebrei a
sudditi.[13]
Tra questi due estremi si compie – abbiamo accennato - un’ampia
oscillazione. Essa investe sia il regime sia l’intellettualità e la
stampa più ispirata che nel corso del ventennio si esercita sul tema
esprimendo anche posizioni di inequivocabile antisionismo ed
antisemitismo. Abbiamo parlato di oscillazione ma, se vogliamo essere
precisi, dobbiamo anche aggiungere che nel tempo il pendolo tende a
spostarsi sempre più dalla parte dell’antisemitismo. Siamo in presenza
cioè di un ventaglio di orientamenti che sono, e restano per l’intero
arco di vita del fascismo, diversi nella gradazione, comunque sempre
all’interno di un’opzione sfavorevole al mondo ebraico, ma che strada
facendo si polarizzano verso l’estremismo.
Prima ancora che una scelta del regime, l’antisemitismo è un
sentimento serpeggiante nel paese: in Italia come del resto nella
maggior parte dei paesi del Vecchio Continente. E’ un sentimento, sì,
per lo più inarticolato e sfuggente ma radicato, che poggia le sue più
antiche fondamenta nel pregiudizio antigiudaico di matrice cattolica e
che ha trovato ultimamente un energico rinforzo in un nuovo
pregiudizio: quello populista che equipara l’ebreo al capitalista
speculatore. A radicalizzare e valorizzare questa disposizione ci ha
pensato il fascismo con la sua ideologia. Questa, da un lato, fa leva
su un nazionalismo - potremmo chiamarlo – metastorico, che dilata cioè
il suo tempo oltre i confini della contemporaneità, nonchè il suo
spazio fuori dei confini statali; il che gli serve ad animare – e
legittimare - ambizioni di predominio, e di autentico dominio, su gli
altri popoli. Dall’altro, appoggiandosi ad un sentimento spiccatamente
anti-egualitario e darvinisticamente sopraffattore. inscrive nel suo
orizzonte una logica inesorabile di violenza e di aggressività, oltre
che di bellicismo. Tutto ciò non implica che il fascismo adotti un
antisemitismo e un antisionismo dottrinari, ma apre generosamente il
campo ad una loro applicazione nella politica.
A spostare il pendolo sempre più verso l’antisemitismo sono state le
esigenze ed i calcoli della politica, soprattutto di quella estera.
Prima l’avventura dell’Etiopia, poi l’abbraccio con la Germania di
Hitler tolgono ogni spazio alle posizioni sfumate, a favore di un
progressivo allineamento del fascismo al credo razzista; allineamento
che diventa pieno a partire dall’emanazione appunto delle famose leggi
del ’38. E’ vero che in Italia non si toccano, per atrocità né per
vastità, le vette dell’alleato. Ciò non toglie che il suo cammino sia
costellato da arresti, deportazioni, spogliazioni di beni, internamenti
in campi di concentramento nonché da precise, impegnative enunciazioni
di un’organica politica persecutoria anti-ebraica. Una per tutte: nei
18 punti del manifesto di Verona del ’43 si degrada gli “appartenenti
alla razza ebraica” alla condizione di “stranieri”. Essi finiscono in
tal modo per essere considerati a pieno titolo cittadini di “una
nazione nemica”. Nella campagna d’odio verso gli ebrei supera tutti il
campione di razzismo, Giovanni Preziosi, responsabile dell’Ufficio
problemi della razza, che propone tra l’altro la creazione di una carta
di identità genealogica per certificare la “purezza razziale dei
cittadini”.[14]
A guerra finita, è un’eredità di tal fatta che i
sopravvissuti e i nostalgici del regime si ritrovano a gestire. Per
quanto ingombrante e compromettente essa sia, nessuno di loro la
rigetta o, anche solo, la oscura. Si ripete per certi versi nel caso
del neofascismo, a lungo, la stessa irrisolta oscillazione e, a
distanza, si ripercorre la stessa traiettoria propria del fascismo, ma
in senso inverso. Se vent’anni prima la destra fascista era rovinata
dal livello dell’accettazione del “diverso” (l’ebreo) all’abisso della
sua persecuzione, nel dopoguerra la destra neofascista risale
(lentamente e con continui sbandamenti, bisogna precisare) dalla
voragine dell’antisemitismo e dell’antisionismo, cui fa da corredo
l’opposizione al neonato Stato d’Israele, alla vetta dell’antirazzismo.
Se per il fascismo l’asse che ha portato alla perdizione è stato il
legame a doppio filo stretto col nazismo, per il neofascismo prima è
stato, in negativo, l’anticomunismo a procurargli l’abbandono della
sponda anti-israeliana. Poi, a più lungo termine, è stata la ricerca
dell’integrazione nella Repubblica e nell’Occidente a garantire la sua
piena accettazione dei valori del pluralismo e della tolleranza.
L’eredità del passato regime, nonostante rappresenti - valori
abbracciati a parte - l’ostacolo insormontabile ad un suo reingresso
nel gioco democratico e di conseguenza anche in quello
politico-parlamentare, resta un punto fermo nell’immaginario, prima
ancora che nell’orizzonte politico, della destra estrema postbellica.
Quel che non autorizza la fedeltà alla propria storia, lo consente
però, in parte almeno, la mutevolezza, persino la contraddittorietà di
quella storia.
Sin dai primi affacci pubblici, le scompaginate fila del neofascismo
rivivono per intero, reinterpretandole alla luce del nuovo quadro
politico uscito dalla guerra, lo spettro delle posizioni che furono dei
padri. Si ripete l’oscillazione tra le polarità opposte della
benevolenza e dell’inimicizia nei confronti degli ebrei e di Israele:
le uniche due modalità consentite dalla fisiologia democratica della
repubblica antifascista e dal quadro internazionale dominato dalle
potenze vincitrici.
C’è chi mette in scena l’atto dell’autocritica confessando sentimenti
di “ripugnanza” per le colpe del regime macchiatosi di un’”odiosa
persecuzione contro gli ebrei”[15] e ne trae motivo per guardare con
simpatia alla nascita del nuovo Stato di Israele[16]. C’è persino anche
chi, esponente di primo piano del regime caduto come Cesare Rossi,
vice-segretario del Pnf ai tempi dell’omicidio Matteotti, non ha
difficoltà ora a riconoscere che l’antisemitismo sia stato la
“bestialità maggiore” del fascismo, anche se cerca in qualche modo di
scaricarne la responsabilità sulla Germania hitleriana per l’attrazione
fatale esercitata sull’Italia di Musssolini[17]. E c’è chi, viceversa,
tradisce pesanti impronte di razzismo e di antisemitismo.
Enzo Erra, un esponente di spicco dell’estremismo neofascista, non ha
remore a scrivere: “Nessun’altra civiltà ci ha dato l’esempio di
pionieri […] che dominassero popoli come è avvenuto per la razza
bianca.[…] La superiorità della razza sta tutta qui”.[18]
Persistenze antisemite si trovano anche in testate vicine, se non
interne, allo stesso “partito della fiamma”. Sul quindicinale ufficiale
dei giovani missini non si fatica a trovare compromettenti richiami
alle pagine più nere del nazismo, addirittura espliciti tentativi di
minimalizzazione dell’Olocausto, degni di figurare in un’antologia
della storiografia negazionista.[19]
Per quanto in maniera sfumata, il partito sin dai suoi primi passi
tende comunque a non esporsi con prese di posizione troppo
compromettenti. Sul piano retrospettivo si limita a cercare di
alleggerire le responsabilità del regime, riesumando la teoria degli
italiani “brava gente”. Il giornale portavoce del Msi si affida alla
facile retorica buonista che vuole “ nessun popolo, al pari
dell’Italiano” essere altrettanto “buono e generoso”. Accredita perciò
la tesi secondo cui “anche dopo il ’39 gli ebrei [avrebbero avuto]
molta protezione in Italia”.[20]
Passando all’aspetto più propositivo, non si può sottacere che il Msi
si astenga dall’adottare misure discriminatorie nei confronti degli
ebrei. Al momento della fondazione non indica tra le “indegnità” verso
la patria che ne rendano incompatibile l’appartenenza quella di “essere
di razza israelita”;[21] il che invece viene espressamente indicato
come impedimento ad iscriversi alla loro formazione da parte dei Far
(Fasci di azione rivoluzionaria), un gruppo clandestino che si propone
di rinverdire le fortune del fascismo e sarà sciolto nei primi anni ’50.
Il partito, però, una discriminazione la introduce quando traccia una
gerarchia indicando la “religione cattolica apostolica romana” come
“religione di Stato”. Relega infatti con ciò gli altri culti
nell’angolo, anche se si impegna a riservare loro il “dovuto
rispetto”.[22]
Quel che fa la vera differenza tra movimento e partito, tra
estremisti e moderati dell’estrema destra non è la conferma o il
rigetto della matrice culturale fascista. E’ la declinazione che di
questa viene offerta. E’ la minore o maggiore attenzione riservata a
renderla compatibile con il quadro politico interno ed internazionale
del dopoguerra. Che si guardi con simpatia o con spirito di rivalsa
alla nascita dello Stato d’Israele, si sta comunque attenti a trattare
la questione arabi/israeliani in modo da salvaguardare l’autonomia e
l’identità di una tradizione politica.
Il Msi legittima la nascita del nuovo stato ma non manca di esprimere
al contempo preoccupazione per la sorte dei luoghi santi. Soprattutto
intravede dietro la concessione di una patria al popolo ebraico la
manovra dei vincitori della seconda guerra mondiale (Gran Bretagna,
Stati Uniti e Urss) tesa a realizzare le loro mire coloniali. Essi
utilizzerebbero le aspirazioni degli ebrei per mettere le mani sul
Mediterraneo. E’ insomma sempre la stessa vecchia idea della “terza
via”, diversa e contrapposta a quella proposta dal capitalismo
plutocratico o dall’espansionismo comunista dell’unione Sovietica.
Senza remore e senza pudori sono le prese di posizione dei “duri”.
Franco Freda, un personaggio legato a gruppi eversivi, più tardi
coinvolto (anche se poi assolto) nell’inchiesta sulla strage di Milano
del 1969, parla di “politica di rapina, di assassini […] di genocidio
svolta dal colonialismo ebraico nella Palestina sionizzata”.[23] Pino
Rauti, il leader di Ordine Nuovo, intellettuale e politico di grande
influenza nell’ambiente giovanile missino, rivolta l’interpretazione
minimalista secondo cui il fascismo avrebbe adottato la politica
razzista “per servile imitazione” del nazismo, rivendicandola come
“frutto autonomo del regime fascista”. Ne discende al presente
un’opzione anti-israeliana[24]: opzione che si traduce in alcune frange
dell’estremismo neofascista nell’aperta esaltazione dei fedayn di Al
Fatah, indicati come eroici combattenti.
L’oscillazione tra le opposte posizioni filo ed anti-israeliana
continua finchè dura la storia del Msi. La polarizzazione si accentua,
però, nel tempo fino a che il partito missino, dopo aver sposato senza
più riserve la causa dello Stato d’Israele, è portato anche a
sciogliere ogni dubbio in tema di razzismo. La spinta decisiva che lo
spinge a decantare le tossine della cultura antisemita ed antisionista
non è tanto endogena quanto esogena. Non procede sull’onda di un
sofferto processo di revisione ideologica volto a rifondare la propria
identità. Viene sollecitato piuttosto dalla volontà di mettere a frutto
le opportunità offerte dall’evoluzione politica nazionale ed
internazionale. E’ l’anticomunismo il volano che mette in moto
l’abbandono di posizioni originariamente filo-arabe abbracciate al
momento stesso della nascita, in coerenza con l’aspirazione di
Mussolini di divenire la “spada dell’Islam”.
L’accelerazione si ha con il passaggio in Italia alla stagione del
centrismo e nelle relazioni internazionali con l’accentuarsi prima
della sfida dell’Occidente con l’Est comunista e poi del processo di
decolonizzazione, vissuta dalla destra estrema come frutto di una
congiura del comunismo per allargare la sua influenza nel mondo. Prima
i fatti di Algeria, poi quelli di Tunisia e di Libia portano a lanciare
l’allarme sulla minaccia comunista alla sopravvivenza stessa della
civiltà europea. Infine la guerra dei “sei giorni” consuma il distacco
definitivo del Msi dal sostegno alla causa araba. Solo allora il Msi,
che pure nel ’56 era stato filo-nasseriano per opposizione
all’Inghilterra, intravede l’ombra di un “cripto-comunismo” dietro
l’Egitto di Nasser, diventato ora “dittatore al soldo di Mosca”, e
dichiara Israele “baluardo contro il comunismo”.[25] E’ più o meno
contemporanea la condanna ufficiale da parte del segretario missino
Giorgio Almirante delle leggi razziali volute dal fascismo.[26] Lui,
ex-redattore capo della rivista “Difesa della razza” al tempo della
Repubblica sociale italiana, lui “fucilatore” come si auto-denuncia in
un suo libro di memorie, ricorda il rifugio offertogli nell’aprile del
’45 da un amico ebreo. Alla vigilia della sua scoparsa nega poi in
un’intervista alla giornalista Fiamma Nirenstein di essere mai stato
antisemita. La sua opposizione agli ebrei sarebbe stata di natura solo
“culturale”.[27] Tocca comunque al suo successore, Gianfranco Fini,
togliere ogni ombra in materia. Nel 1988, in occasione di un’altra
Tribuna politica televisa rilascia l’impegnativa affermazione: “Non
razzista né lo è il Msi-Dn”.[28] Bisogna aspettare la nascita di An e
con la riscoperta dell’antifascismo si celebra anche la sepoltura
ufficiale dell’antisemitismo e dell’antisionismo nella destra, almeno
quella istituzionalizzata in partito.
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Note
1. Per un quadro d’insieme delle problematiche inerenti la
destra estrema nella storia d’Italia si vedano P. Ignazi, Il polo
escluso. Profilo del Movimento Sociale Italiano, Bologna, Il Mulino,
1989 e R. Chiarini, Destra italiana dall’unità d’Italia a Alleanza
Nazionale, Venezia, Marsilio, 1995.
2. Il testo di riferimento sull’eversione di destra è F. Ferraresi,
Minacce alla democrazia. La Destra radicale e la strategia della
tensione in Italia nel dopoguerra, Milano, Feltrinelli, 1995.
3. Il tracciato dei giudizi storici elaborati dal mondo neofascista a
carico del moto resistenziale e del processo politico sfociato nella
fondazione della “Repubblica, nata dalla Resistenza” in R. Germinarlo,
L’altra memoria. L’Estrema destra, Salò e la Resistenza, Torino,
Bollati Boringhieri, 1999 e R. Chiarini, 25 aprile. La competizione
politica sulla memoria, Venezia, Marsilio, 2005, pp. 48-58.
4. Lo studio più completo sul tema è stato condotto da G. Scipione
Rossi, La destra e gli ebrei. Una storia italiana, Soveria Mannelli,
Rubbettino, 2003.
5. Il M:S:I. agli Italiani, Elezioni politiche 1968, Roma, s.d., p. 14.
6. Pensiamo l’Italia. Il domani c’è già. Valori, idee e progetti per
l’Alleanza Nazionale, Tesi politiche per il XVII Congresso Nazionale
del Msi-Dn [7 dicembre 1994), p.9.
7. L’elenco dei partecipanti in “Il Foglio”, 18 aprile 2002.
8. A. Primor, Ebrei, il mea culpa di Fini, intervista ad “Ha’aretz”, in “La Repubblica”, 13 settembre 2002.
9. Sulla figura di Perlasca e sulla sua riscoperta politica da parte del Msi-Dn cfr. G. Scipione Rossi, op. cit., pp. 266-272.
10. Propone un Mussolini antisemita da sempre, fin da quando era
socialista, G. Fabre, Mussolini razzista, Milano, Garzanti, 2005.
11. “Il Popolo d’Italia”, 19 ottobre 1920.
12. Per illustrare il pensiero del fascismo in tema di antisemitismo
dopo l’accelerazione impressa dalle leggi razziali basti vedere P.N.P,
Il secondo libro del fascista, Roma, 1940, dove il credo razzista è
esposto addirittura a mo’ di catechismo.
13. L. Garibaldi, Mussolini e il professore. Vita e diari di Carlo Alberto Biggini, Milano, Mursia, 1983, pp. 371-2.
14. Un esame dettagliato degli orientamenti e degli atti legislativi ed
amministrativi presi dal fascismo specie negli anni della Repubblica
sociale italiana nonché una nutrita bibliografia sull’argomento si
trovano in R. Ropa, Per uno studio della persecuzione antiebraica
(1943-1945), in Idem, L’antisemitismo nella repubblica Sociale
Italiana. Repertorio delle fonti conservate all’Archivio centrale dello
Stato, Bologna, Patron, 2000, pp. 13-56.
15. “Rataplan”, 10 agosto 1946. La presente e le seguenti citazioni da
giornali militanti di destra sono tratti dallo studio di G. Scipione
Rossi, op. cit.
16. “Ordine Sociale”, 18 maggio 1948.
17. C. Rossi, Personaggi di ieri e di oggi, Milano, Ceschina, 1960. <
18. “La Sfida”, 4 aprile 1948.
19. “L’Assalto”, 18 novembre 1949; ma anche “Lotta Politica”, 15 aprile 1950 e “Asso di Bastoni”, 1° gennaio 1950.
20. “La Rivolta ideale”, 9 e 16 dicembre 1948.
21. Appello agli italiani, in Guida al msi-dn. L’alternativa in Movimento, Cassino, Edizioni nuoveprospettive, 1983, p. 127.
22. Orientamenti programmatici del Msi, in guida al msi-dn, cit., pp. 127-145.
23. F. Freda, Due lettere controcorrente, Padova, Ar, s.d. [1972].
24. P. Rauti-R. Sermonti, Storia del fascismo, vol. 5, L’espansione e l’Asse, Roma, C.E.N., 1977, p. 269-283.
25. Una dichiarazione di Nichelini, in “Il Secolo d’Italia”, 6 giugno 1967.
26. Tribuna stampa televisiva del 23 febbraio 1967.
27. F. Nirestein, Almirante. Una vita vista da destra, in “Epoca”, 5 febbraio 1987.
28. Il testo dell’intervista rilasciata da Fini in occasione della
Tribuna politica del 23 maggio 1988 si trova in “Il Secolo d’Italia”,
25 maggio 1988.
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