Ventunesimo Secolo
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Il Pci e la sua storia: come cambiano i paradigmi

di Andrea Guiso 

Scopo del seminario è stimolare una riflessione sugli strumenti metodologici e sui presupposti di natura epistemologica che hanno guidato l’analisi e l’interpretazione del fenomeno comunista in Italia. Più che ripercorrere una storia dei contenuti storiografici, si cercherà di abbozzare i lineamenti di una storia intellettuale della «comunistologia», attraverso la ricostruzione dei fondamenti teorici e dei paradigmi interpretativi su cui si sono basate le principali analisi della vicenda comunista nel nostro paese, sino ai più recenti sviluppi. L’ipotesi di partenza è che se vi è stata nell’ambito della cultura alta una ricezione ampia e prolungata nel tempo del paradigma della «diversità» del Pci – di un partito, cioè, espressione di una sorta di «virtuosa anomalia» in seno al movimento comunista internazionale – tale dinamica, tuttavia, non è stata, come spesso si è sostenuto, il prodotto naturale ed esclusivo di una vulgata interna di partito. Un discorso autoreferenziale che una storiografia di tradizione comunista – con il supporto degli apparati culturali di partito e collaterali – sarebbe riuscita a fissare nella memoria collettiva, canonizzando l’immagine di un partito meno stalinista degli altri, partecipe e al tempo stesso innovatore delle migliori tradizioni del paese, capace di sviluppare l’obbligazione internazionale con Mosca in forme sempre più residuali e autonome, avverso ad ogni forma di massimalismo e sovversivismo. Convinzione, questa, che ha finito immancabilmente col rinviare all’idea, tanto ripetuta quanto ancora poco indagata sul terreno della ricerca storica, di un’egemonia culturale del partito comunista sulla sinistra e più in generale sulla società italiana, assoluta e incontrastata. E capace di imporre a tutti i livelli una lettura di parte della storia d’Italia trasformandola in senso comune irriflesso. Eppure, nel medio e lungo periodo, l’immagine del Pci come «partito diverso» sarebbe venuta affermandosi – ricevendo una sorta di convalida sul piano scientifico – proprio al di fuori di questo contesto culturale. E in particolare, attraverso gli strumenti di investigazione della scienza politica, della sociologia e della teoria dell’organizzazione, sempre più centrali, dalla seconda metà degli anni Sessanta, nell’interpretazione del funzionamento del sistema politico italiano. Sistema che proprio allora si iniziava a descrivere compiutamente in termini di «democrazia incompiuta», «democrazia speciale», da allineare sui parametri delle democrazie più moderne, stabili, efficienti. Di qui, l’innescarsi di un meccanismo, spesso incontrollato, di contaminazione fra discorso storiografico e discorso «modernizzante» socio-politologico, dagli effetti non sempre positivi per quel che riguarda l’analisi della natura e delle caratteristiche del comunismo italiano. Talora, anzi, distorcenti sul piano euristico e della analisi scientifica. Il problema non sarà in questa sede quello di negare per principio le peculiarità del comunismo italiano. Ma valutare da un punto di vista storico – e in particolare alla luce delle più recenti acquisizioni documentali e del dibattito in corso tra gli storici – quali elementi avrebbero meritato diversa considerazione e una più giusta collocazione all’interno dell’analisi sul Pci, per contribuire a una più feconda e proficua riflessione a carattere pluridisciplinare.

Per contattare l'autore: aguiso@luiss.it