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I socialisti italiani e il Dissenso nell’Est europeo*
di Andrea Spiri e Victor Zaslavsky
Quello della difesa dei diritti umani è un tema sul quale si è molto
dibattuto e su cui personalità importanti della cultura e della
politica, anche in Italia, non hanno esitato a prendere posizione.
E’ un dato di fatto, tuttavia, che alle numerose dichiarazioni di
solidarietà non hanno sempre corrisposto altrettante iniziative
politiche concrete. Atti capaci di dare uno sbocco a quella attenzione
solidale da più parti manifestata nei confronti di quanti, in ogni
angolo del mondo, si battevano e si battono per la difesa dei diritti
dei popoli all’indipendenza ed alla piena sovranità. Anche
l’azione dei socialisti italiani, indubbiamente i più impegnati nel
sostegno alla lotta per la libertà e nella condanna delle esperienze
autoritarie e dittatoriali, tanto di destra quanto di sinistra, ha
presentato dei ritardi, in modo particolare nella presa di coscienza
del significato politico-culturale che un giudizio critico di simili
esperienze comportava. Federico Coen, dal 1973 alla direzione della
rivista “Mondoperaio” che, come vedremo meglio in seguito, tanta
importanza rivestirà nella messa a punto di iniziative dirette a
qualificare le identità politico-culturali del PSI, chiarisce bene il
punto quando afferma:
«[…] da parte socialista c’è stata per
parecchi anni una sorta di agnosticismo, un distanziamento da questi
problemi, che è coinciso con la fase in cui il partito si è spostato su
posizioni governative. In tutta una fase storica, quella del
centro-sinistra, il dibattito ideologico, anche su questi temi, è
venuto meno, ha perduto di intensità. Non è un caso che il dibattito
sia ripreso proprio quando il Partito Socialista si è riclassificato
come forza di sinistra»[1].
Partendo da questa premessa, si
intende procedere all’analisi del comportamento “concreto” tenuto dai
socialisti italiani nei confronti delle forze del Dissenso e
dell’opposizione nei regimi autoritari, con particolare riferimento
alla realtà del mondo sovietico e dei Paesi dell’Est europeo. La
scelta di limitare la portata del campo di osservazione è dettata dalla
volontà di esaminare in modo appropriato la questione relativa alla
caratterizzazione di una specifica identità socialista che si
contrappone al bagaglio ideologico e culturale della tradizione
comunista. Questione che, traendo linfa dalla diversità di giudizio nei
confronti dell’esperienza sovietica, andrà costantemente sviluppandosi
fino a toccare il punto più alto nella seconda metà degli anni
Settanta, con l’avvento alla segreteria socialista di Bettino Craxi. Dalle
testimonianze, dai discorsi e dalle prese di posizione di Craxi nel
corso del suo impegno politico, prenderemo spunto per offrire una
ricostruzione analitica sulla netta denuncia della natura
antidemocratica del sistema sovietico e per testimoniare del deciso
appoggio all’espressione del Dissenso democratico proveniente dalla
famiglia socialista italiana. Sono note le vicende dell’Europa
Orientale che hanno fortemente influenzato i rapporti all’interno della
sinistra italiana. Nel 1956, alle lacerazioni profonde già operate per
effetto delle denunce di Kruscev dalla tribuna del XX Congresso del
PCUS, si aggiungono quelle provocate dalle truppe sovietiche che
invadono Budapest e soffocano nel sangue i fermenti di ribellione del
popolo ungherese. Alla posizione espressa dal Partito Comunista
Italiano, sintetizzabile nel giudizio secondo cui in Ungheria operano
forze controrivoluzionarie impegnate a distruggere il regime comunista,
fa seguito la ferma denuncia socialista della sopraffazione militare
sovietica. L’andare così a ritroso nel tempo è utile per comprendere
quale è stato il percorso e la stessa formazione politica di Bettino
Craxi. Dal 1954, nella veste di rappresentante dell’Unione
Goliardica Italiana, l’Unione degli Studenti laici e socialisti, il
giovane Craxi inizia a viaggiare frequentemente e ad entrare in
contatto con culture e realtà assai diverse da quella in cui è
cresciuto. L’impegno assiduo nelle organizzazioni universitarie
studentesche gli consente di visitare mezzo mondo. Un Congresso
dell’Unione Internazionale degli Studenti, ad esempio, lo porta in un
avamposto dell’impero sovietico: Praga. Nella capitale cecoslovacca
incontra due persone che nel corso degli anni si batteranno al suo
fianco nella difesa dei diritti civili e politici e nel sostegno
all’espressione del Dissenso: Jirí Pelikán, Segretario Generale
dell’Unione Internazionale degli Studenti e Carlo Ripa di Meana,
giovane funzionario che all’interno dello stesso movimento rappresenta
il PCI. Nel 1956 Craxi è vicepresidente dell’UNURI, l’Unione
Nazionale degli Studenti universitari, e come tale incontra e stringe
rapporti con i partiti socialisti ma anche con i rappresentanti dei
movimenti di liberazione di diversi paesi. E’ evidente, fin dai
primi passi, lo spiccato interesse del futuro leader socialista per i
temi di politica estera: «[…] è fra i più solleciti a capire, e a
sostenere, che la partita all’interno del PSI, e nella stessa sinistra
italiana, si gioca anche sul piano internazionale ed europeo […]»[2] . Ma
l’autunno del ’56, come detto, vede anche l’avanzare dei carri armati
sovietici in Ungheria. Craxi non farà mistero del turbamento provato in
quei momenti ed in più occasioni non mancherà di ricordare che
l’avvenimento che più ha segnato la sua giovinezza politica è proprio
l’insurrezione di Budapest. Ancora molti anni dopo, prendendo la
parola dalla tribuna del 45° Congresso del PSI, ribadirà di aver
vissuto profondamente e dolorosamente quella vicenda, che
«[…]
segnò anche il punto di massimo contrasto e della divisione tra
comunisti e socialisti […]. Per gli uomini della mia generazione che
erano cresciuti e vissuti nel clima dell’unità antifascista e
dell’unità di azione tra comunisti e socialisti, la tragedia ungherese
segna un punto di rottura, come segna una svolta nella politica del
Partito Socialista. Essa incise profondamente e ci indusse ad alcune
riflessioni di fondo, ad alcune revisioni e ad un mutamento sostanziale
di linea politica. Il contrasto fu grande: da un lato noi che
sostenevamo il carattere popolare della rivoluzione ungherese e la
rivolta contro un regime che aveva messo in chiaro fino in fondo i suoi
caratteri oppressivi, soffocatori dell’indipendenza di un grande popolo
europeo, dall’altro una difesa rigida degli interessi della potenza
sovietica»[3].
Sull’importanza degli eventi del ’56 offre una
testimonianza Achille Occhetto, ultimo segretario del PCI e
protagonista assoluto della “svolta della Bolognina” che tra la fine
degli anni Ottanta e l’inizio del successivo decennio avrebbe portato
alla nascita del Partito Democratico della Sinistra. Riflettendo sulla
rottura tra comunisti e socialisti a seguito dei fatti di Budapest,
egli afferma:
[…] storicamente nel ’56 hanno avuto ragione i
socialisti e non ha avuto ragione il Partito Comunista. Il punto di
partenza è il ’56, non i fatti di Cecoslovacchia; è nel ’56 che doveva
apparire chiaro che ci trovavamo di fronte ad un regime che “gettava
nel fango”, forse è più giusto dire che avrebbe storicamente e
progressivamente portato alla morte quegli stessi ideali per i quali
avevamo deciso di combattere[4].
Nel 1956, con la scelta di
campo a favore del popolo ungherese e l’irreparabile rottura con il
PCI, ha inizio il cammino dei socialisti italiani verso la messa a
punto di una propria autonoma identità. A Milano, leader dei giovani socialisti, Craxi si impegna nel disegno autonomista e antifrontista del suo partito. Dodici anni separano la rivolta d’Ungheria dalla “Primavera di Praga”. Entrambe
le esperienze, effetto di un bisogno di rinnovamento e di libertà, si
concludono allo stesso modo: soffocate con forza dai carri armati russi. Nel
1968 le forze della sinistra italiana guardano con favore all’azione di
Alexander Dubcek, appoggiando la stagione di fermento e vitalità che
sembra realizzare l’ideale di un “socialismo dal volto umano”.
L’intervento sovietico blocca un processo riformistico che gode
dell’appoggio pressoché unanime della popolazione cecoslovacca e nuoce
profondamente alla credibilità dell’URSS agli stessi occhi dei
comunisti di tutto il mondo. I maggiori partiti della sinistra italiana
condannano l’occupazione delle truppe del Patto di Varsavia ma con
valutazioni politiche differenti. Dai comunisti viene un atto di
dissociazione dall’iniziativa sovietica e di riprovazione della stessa.
Non è ancora sufficiente però a rompere con i vincoli e i miti di quel
sistema[5].
Il Partito Socialista condanna a sua volta
l’invasione della Cecoslovacchia definendola un’aperta violazione del
principio di indipendenza nazionale e di sovranità dei popoli. «Da
questa nuova tragedia - si legge in un comunicato della Direzione - ,
espressione del persistere di una logica autoritaria del sistema,
deriva per tutti i socialisti, per tutti i democratici, per tutte le
forze di rinnovamento, comprese quelle esistenti nel movimento
comunista, il preciso dovere di intensificare la loro azione diretta a
sostenere chiunque si batta per congiungere il socialismo con la
libertà»[6].
Le
carte d’archivio non tacciono su questo punto. Sui primi, convulsi
momenti della crisi cecoslovacca disponiamo della testimonianza di
Bettino Craxi[7]:
«Ricordo bene la notte del 20 agosto. Ero
rientrato tardi in albergo […] quando ci raggiunse il portiere con una
radiolina portatile: “Trasmettono notizie dalla Cecoslovacchia. C’è
un’invasione”. Rimanemmo in piedi tutta la notte con la radio che
trasmetteva comunicati che confermavano che era in atto l’invasione
della Cecoslovacchia da parte delle truppe del Patto di Varsavia. Ad un
certo punto della notte, le radio occidentali captarono da Praga
messaggi in lingua russa. Praga era sotto il controllo delle truppe di
invasione. Ricordo che attesi che si facesse giorno per informare
Nenni. Alle sei della mattina mi attaccai al telefono […]. Il vecchio
venne all’apparecchio con una voce impastata di sonno e mi apostrofò
bruscamente: “Perché mi svegli a quest’ora?” Gli dissi: “I russi hanno
invaso la Cecoslovacchia. Credo siano già a Praga”. “Accidenti, è una
cosa seria – mi rispose -. Va bene, allora vado alla riunione
dell’Internazionale Socialista”. Nenni intervenne il giorno dopo al
Presidium dell’Internazionale. Pronunciò un intenso discorso di
condanna della violazione del diritto internazionale, del diritto dei
popoli, dei diritti umani, che l’invasione comportava. Qualche giorno
dopo Nenni si alzerà a ripetere la sua condanna e la sua solidarietà
con gli esponenti della “Primavera di Praga” e col popolo cecoslovacco,
di fronte alla Camera dei Deputati. I socialisti italiani espressero la
loro indignazione e la loro condanna, i comunisti si limitarono a
“disapprovare” ma era già molto per chi non aveva dimenticato il loro
solidale sostegno ai carri sovietici che avevano schiacciato nel sangue
la rivolta ungherese […]».
Sulle pagine di “Mondoperaio” c’è
ampio spazio per la vicenda cecoslovacca. La rivista socialista non
mancherà di offrire puntuali documentazioni, nell’intento di informare
i lettori italiani sui tratti essenziali del “nuovo corso” dubcekiano.
Le attenzioni rivolte a “Literarny Listy”, la rivista che diede voce a
tanti letterati e uomini di cultura cecoslovacchi, tutti
coraggiosamente aperti alle istanze della Primavera praghese,
testimoniano il senso della linea seguita da “Mondoperaio” e
sintetizzabile nelle parole di Luciano Vasconi, allora capo redattore:
«Neppure
i carri armati possono distruggere le idee; le idee della Primavera
cecoslovacca sopravvivono, diventano retaggio comune, stimolano
l’intero movimento operaio a battaglie ancora più radicali nel
perseguimento di obiettivi anti-burocratici e anti-autoritari»[8].
L’attenzione
di “Mondoperaio” investe anche altre esperienze: è il caso della
rivista settimanale “Politika”, stampata e diffusa clandestinamente a
Praga nelle settimane immediatamente seguenti l’occupazione militare o
del mensile “Sesity”, nato nella capitale col proposito dichiarato di
ospitare la “giovane letteratura” cecoslovacca e mondiale. Gli avvenimenti del 1968 segnano uno snodo cruciale nell’economia del nostro lavoro. I
socialisti italiani condannano a più riprese il cosiddetto “processo di
normalizzazione” di cui sono vittime i protagonisti del “nuovo corso”
cecoslovacco, espulsi dal proprio partito, costretti ad abbandonare gli
incarichi o ad emigrare. Diviene centrale a questo punto del
discorso la figura di Jirí Pelikán, tra i personaggi di spicco della
“Primavera di Praga”. Pelikán, che nella veste di direttore della
televisione di Stato si era reso protagonista dell’opera di
liberalizzazione dei programmi, arriva in Italia come consigliere
culturale dell’Ambasciata cecoslovacca a Roma. Privato della
cittadinanza, sceglie l’esilio, decidendo di stabilirsi definitivamente
nel nostro paese; da qui contrasterà il governo di Gustáv Husák,
impegnandosi in un’attività politica che lo porterà ad essere
riconosciuto come uno dei grandi animatori dell’opposizione socialista
cecoslovacca in esilio. E’ ancora Bettino Craxi, nella già citata testimonianza sui fatti di Praga, a ricordare:
«[…]
Incontrai Pelikán a Roma qualche settimana più tardi. Dubcek, temendo
per lui che aveva organizzato delle trasmissioni clandestine nei giorni
dell’invasione, lo aveva inviato con funzioni generiche presso
l’Ambasciata Cecoslovacca di Roma. Avevo conosciuto Jirí Pelikán a
Praga nel lontano 1956. Lo avevo poi incontrato molte volte, in Cina, a
Parigi, a Londra, a Roma, in occasione di incontri studenteschi
internazionali. Pelikán era allora il Presidente dell’UIE, l’Unione
Internazionale degli Studenti, organizzazione comunista e
terzomondista; in seguito era stato Presidente della Commissione Esteri
del Parlamento prima di divenire direttore della televisione di Stato
cecoslovacca. Molte distanze ci separavano, ma eravamo diventati
ugualmente amici. […] Pelikán fu il primo testimone diretto dei tragici
avvenimenti di Praga con cui parlammo. Ci raccontò dello sconcerto,
dell’angoscia ed anche della indecisione e della incapacità a reagire
di Dubcek e dei suoi collaboratori. Della brutalità che i sovietici
esercitarono su di loro per piegarli; del tradimento dei conservatori
che si misero subito al servizio degli invasori. Ci raccontò delle ore
drammatiche vissute a Praga mentre si avvicinavano le colonne del Patto
di Varsavia. Dell’operazione aeroporto, dove i sovietici erano sbarcati
fingendosi turisti per poi estrarre dai bagagli le armi e dirigersi con
una colonna di macchine verso i Palazzi del Governo. Ci raccontò dei
tentativi avventurosi di diffondere messaggi televisivi e radiofonici e
disperati appelli all’opinione pubblica internazionale, destinati a
rimanere senza risposta»[9].
All’attività di Jirí Pelikán, i
socialisti italiani non faranno mai mancare il loro appoggio[10]. Il
sostegno socialista è rintracciabile, ad esempio, negli sforzi
effettuati per garantire la pubblicazione in Italia di “Listy”.
L’edizione in lingua italiana della rivista di opposizione al regime di
Husák, di cui Pelikán sarà il deus ex machina, viene presentata alla
stampa il 24 luglio 1972. Il primo è un numero speciale, stampato in
occasione del quarto anniversario dell’invasione sovietica. Prendendo
la parola in quella circostanza, Bettino Craxi chiarisce che lo sforzo
del PSI nel sostenere e nel diffondere “Listy” è diretto non solo ad
impedire che la voce della “Primavera di Praga” venga soffocata, ma
anche a riprendere le fila del dibattito politico e della valutazione
storica sull’esperienza comunista, a cui tutte le forze progressiste in
Europa dovrebbero essere interessate. L’impegno socialista è
documentato dagli inviti a sostenere la rivista, dalle stesse
sollecitazioni a sottoscrivere un abbonamento, che raggiungono anche la
più piccola sezione del partito: «Caro compagno, anche a te ed alla tua
sezione chiediamo di partecipare al comune sforzo dei democratici
italiani per sostenere i nostri amici cecoslovacchi […]»[11] si legge
su questi documenti conservati nell’Archivio Craxi. Su “Listy”
verranno pubblicati, nel corso degli anni, i contributi dei maggiori
esponenti del Dissenso in esilio[12]. Ad essi si aggiungeranno gli
scritti, clandestinamente inviati dalla Cecoslovacchia, di oppositori
del regime ancora in patria. La denuncia socialista delle
conseguenze del dramma cecoslovacco va oltre i confini nazionali. Nel
1972 Bettino Craxi viene nominato delegato del PSI nell’Internazionale
Socialista, della quale sarebbe ben presto divenuto vicesegretario.
Sullo scenario internazionale egli non nasconde la convinzione che gli
avvenimenti dell’agosto 1968 e la “normalizzazione” imposta dal regime
rappresentano un grave ostacolo per la politica di distensione in
Europa: «[…] dobbiamo essere impegnati in prima linea a tener viva la
questione cecoslovacca - dirà Craxi nel corso di un Convegno a Parigi
-; non rassegnarci al silenzio di cui si vuol circondare quel paese;
sostenere la lotta clandestina e quella dell’emigrazione; dibattere
nelle assise interne e in quelle internazionali il problema dei
detenuti politici; dare asilo ai profughi; impegnare nel lavoro
politico i militanti […]»[13]. L’analisi sul valore storico della
Primavera di Praga si è arricchita nel corso degli anni di diversi
contributi importanti. Jirí Pelikán ha più volte espresso il proprio
rammarico per l’ambiguità politica e la passività diplomatica del PCI,
accusato di non essersi schierato al fianco dell’opposizione al regime
imposto dai carri armati sovietici. «Noi esuli cecoslovacchi -
afferma verosimilmente l’ex direttore della televisione di Stato a
Praga, in un passaggio che sembra riassumere tutta la sua amarezza -
eravamo scomodi, perché ricordavamo con la nostra presenza quanto era
accaduto, mentre la tendenza naturale - non solo del PCI, ma anche
della diplomazia occidentale - portava verso l’accettazione del fatto
compiuto e il ripristino delle normali relazioni con il blocco
sovietico. Apparivamo quasi un ostacolo alla distensione che tutti
auspicavano»[14]. I tentativi dell’esule cecoslovacco di stabilire
dei contatti diretti con Botteghe Oscure sono testimoniati dalle carte
dello stesso Pelikán, conservate presso l’Archivio della Camera dei
Deputati a Roma. In una lettera spedita nel 1969 a Enrico Berlinguer,
all’epoca vicesegretario del Partito Comunista, egli riafferma le forti
ragioni di consonanza ideale coi comunisti italiani, e formula non
richieste di aiuto, ma «solo comprensione per la situazione in cui sono
venuto a trovarmi in conseguenza dell’intervento, che è in contrasto
con le conclusioni del XX Congresso del PCUS e coi principi approvati
dalla Conferenza dei partiti comunisti ed operai di tutto il mondo e
con gli obiettivi per i quali tanto a lungo e coerentemente ha
combattuto e combatte il PCI»[15]. La lettera rimase senza risposta,
come pure senza esito rimasero gli appelli rivolti a Sergio Segre,
responsabile della politica estera a Botteghe Oscure. L’ambiguo
atteggiamento comunista, sintetizzabile da un lato nella condanna dei
fatti di Praga, dall’altro nel mantenimento di un saldo legame con
l’Unione Sovietica, la cui funzione internazionale di baluardo nella
lotta contro l’imperialismo non veniva assolutamente meno per il PCI, è
ben spiegato dallo storico Giovanni Belardelli:
«La cordialità
imbarazzata, la vera e propria diffidenza con cui Pelikán fu trattato
dai comunisti italiani rivelano i limiti della loro condanna
dell’intervento sovietico in Cecoslovacchia. Proprio gli sfortunati
tentativi da lui fatti per convincere delle proprie ragioni il PCI
rappresentano così l’implicita confutazione di uno dei principali miti
storiografici alimentati da quel partito, ereditato poi da gran parte
della dirigenza diessina. Mi riferisco all’idea secondo la quale il PCI
sarebbe stato il protagonista, dopo l’agosto 1968, di un processo
continuo e inarrestabile, per quanto lento, di distacco dall’URSS.
Berlinguer, in realtà, restò sempre prigioniero dell’idea di una “terza
via” che consentisse di non rinunciare del tutto al modello sovietico
ma di rifiutare soltanto i suoi “tratti illiberali”. In ciò ebbe
certamente una parte importante l’impossibilità di fare a meno del
cospicuo finanziamento che proveniva da Mosca. Ma un ruolo fondamentale
lo giocò anzitutto l’anticapitalismo declinato in chiave moralistica di
Berlinguer […]. Poche cose, come gli anni italiani di Pelikán,
testimoniano della grande occasione perduta dal Partito Comunista
italiano, che dopo la condanna formulata nel ’68 si avviluppò nelle
cautele e nelle reticenze, finendo con l’abbandonare vent’anni dopo il
comunismo, soprattutto grazie alla disintegrazione del sistema
sovietico che era nel frattempo intervenuta»[16].
Nel loro
impegno per la libertà delle popolazioni dell’Est, i socialisti
italiani non mancano di fare riferimento ai dissidenti della stessa
Unione Sovietica. Uomini come Aleksandr Solženicyn o Andrej Sacharov,
simboli di vicende tormentate e di lotte difficili, trovano nella
componente socialista italiana un interlocutore importante, una forza
pronta ad offrire solidarietà e a denunciare senza mezzi termini le
privazioni e le umiliazioni a cui vengono sottoposti dal regime.
Dell’autore di “Arcipelago Gulag”, espulso nel 1969 dall’ “Unione degli
Scrittori” per le sue opere di critica alla politica staliniana e dal
1974 costretto ad abbandonare il suo stesso paese, troviamo riferimento
sulle colonne dell’ “Avanti!” del 10 gennaio 1974:
«[…] è inammissibile, inaccettabile, immorale – si legge sul quotidiano
del PSI – la campagna persecutoria che si rinnova verso un grande
scrittore che onora il suo paese e ama profondamente il suo popolo.
Giacché è chiaro agli occhi di tutti come non sia Solženicyn che
discredita di fronte al mondo l’URSS quando dipinge il quadro
dell’umanità innocente e dolorante dei campi di deportazione dell’epoca
staliniana e reclama la punizione dei colpevoli di tanti misfatti; ma
siano piuttosto gli inquisitori della nuova era a ridurne il prestigio
[…]»[18].
Per Andrej Sacharov, padre del Dissenso sovietico, protagonista di una
battaglia coraggiosa e quasi sempre solitaria, si ricordano le dure
campagne dei socialisti per ottenerne la riabilitazione durante gli
anni dell’esilio a Gorki[19]. Il Partito Socialista offrirà spesso
accoglienza in Italia a Ielena Bonner, moglie del grande fisico russo e
proprio Sacharov, sul finire degli anni Ottanta, sarà l’ospite d’onore
al 45° Congresso del PSI.
Sul piano internazionale, la Conferenza di Helsinki del 1975 sulla
sicurezza e la cooperazione in Europa inaugura una fase di distensione
nel confronto bipolare.
Sul versante politico italiano è il 1976 l’anno della svolta in casa
socialista, con Bettino Craxi che assume la carica di segretario del
partito.
I socialisti italiani, stretti nella tenaglia dell’accordo tra
comunisti e democristiani, manifestano in questi anni evidenti segnali
di disorientamento politico e strategico. La consapevolezza di uno
stato di crisi profonda muove la nuova classe dirigente verso un
processo di ridefinizione identitaria che procede di pari passo con la
chiarificazione interna alla sinistra stessa.
Questo lavoro è indubbiamente favorito dagli improvvisi e inaspettati
segni di risveglio e di vitalità dell’ “intellighenzia” socialista, il
cui impegno culturale trova nella rivista “Mondoperaio” il suo
strumento principale. Il mensile fondato da Nenni vive negli anni
Settanta, sotto la direzione di Federico Coen, uno dei periodi più
entusiasmanti. “Mondoperaio”, in questi anni punto di riferimento di
tante energie intellettuali, offre un contributo estremamente
importante alla politica del “nuovo corso” socialista: «[…] prima di
tutto l’orgogliosa rivendicazione del cosiddetto revisionismo
socialista, cioè del superamento, a cui i socialisti erano pervenuti
ormai da molti anni, di quel dogmatismo marxista che ancora
condizionava per tanta parte l’area culturale e la politica stessa del
Partito Comunista; in secondo luogo, la denuncia senza riserve del
carattere antisocialista e antidemocratico del regime sovietico e degli
altri comunismi reali; in terzo luogo, la sollecitazione rivolta al PCI
a portare a compimento la sua evoluzione in direzione del socialismo
democratico e la sua autonomia dalla politica dell’URSS […]»[20].
Nell’economia di questo lavoro è importante sottolineare che
“Mondoperaio” rivolge un’attenzione costante, dalla metà degli anni
Settanta e poi proseguendo nel corso del successivo decennio sotto la
direzione di Luciano Pellicani, al significato del Dissenso nei Paesi
dell’Est europeo, alle sue radici sociali oltre che alle sue
prospettive politiche. I numeri della rivista «si aprono sempre più
alla collaborazione degli esponenti più qualificati del Dissenso che
andava organizzandosi nell’URSS e nei paesi satelliti […]»[21]. I
numeri speciali, raccolti nella serie dei “Quaderni di Mondoperaio”,
costituiscono ottimi esempi di riflessione critica sulla realtà
dell’universo comunista. Nella prefazione di Federico Coen al primo
numero della serie («Il sistema sovietico tra Stalin e Breznev», marzo
1974) «sono già espresse le posizioni che “Mondoperaio” continuerà
coerentemente a sostenere, in questa materia, negli anni a seguire: in
primo luogo, la presa d’atto del venir meno delle speranze – accese
anche in area socialista dal XX Congresso e dal dinamismo chrusceviano
– di una evoluzione in senso democratico del sistema […]; in secondo
luogo, la denuncia della politica di potenza seguita ininterrottamente
dall’URSS nei rapporti internazionali […]; in terzo luogo,
l’affermazione del dovere di solidarietà dei socialisti italiani nei
confronti degli intellettuali e della stessa classe operaia nell’Unione
Sovietica e nei paesi satelliti»[22].
Dalle colonne di “Mondoperaio” il PCI viene continuamente incalzato a
proseguire nel processo di revisione ideologica e culturale[23], nella
convinzione, espressa dallo stesso direttore della rivista che «[…] il
dissenso nei Paesi dell’Est impone particolari doveri. Anzitutto perché
la violazione sistematica dei diritti civili e politici in paesi che si
dichiarano socialisti è un ostacolo alla stessa battaglia per il
socialismo, è un elemento di discredito per tutto il movimento, anche
in Occidente. In secondo luogo perché i dissidenti dei Paesi dell’Est –
molti dei quali, nonostante tutto, continuano a riconoscersi nel
socialismo e nel comunismo – guardano con particolare attenzione alle
forze del movimento operaio occidentale, come a forze dalle quali può
venire qualche cosa di più di una semplice solidarietà verbale, può
venire anche una pressione politica capace in qualche modo di incidere
sul comportamento dei gruppi dirigenti dei Paesi dell’Est»[24].
Grande merito del gruppo dirigente socialista della seconda metà degli
anni Settanta è quello di aver raccolto i contributi e le idee
provenienti dalle pagine di “Mondoperaio” e di averli spostati dal
terreno ideologico a quello delle scelte politiche concrete. Luciano
Cafagna, esponente di punta della cultura socialista e tra i principali
animatori di quella feconda stagione, è molto chiaro su questo punto:
«[…] Il craxismo fu certo erede dell’autonomismo di “Mondoperaio”. Non
credo però che esso debba tutto (e forse neanche molto), per quanto
riguarda la sua ascesa, a “Mondoperaio”. Ma qualcosa, certamente, e di
non poco importante, lo dovette: potè poggiare sulla campagna culturale
di “Mondoperaio” e sulle dissacrazioni che “Mondoperaio” aveva compiuto
negli anni. Queste campagne culturali fornirono al fiero autonomismo
socialista di Craxi una legittimazione altrimenti difficile da ottenere
nel clima di allora»[25].
Craxi, in effetti, muoveva dal forte convincimento che il comunismo
fosse il male da evitare. Si verificò di conseguenza una convergenza
spontanea tra due linee: quella di carattere eminentemente culturale
con risvolti politici, elaborata dagli intellettuali di “Mondoperaio”,
e l’altra di carattere prettamente politico, ovvero la strategia del
nuovo segretario socialista, che proprio dalla rivista ebbe modo di
ricevere un’importante legittimazione all’interno del partito stesso.
All’attenzione dei socialisti italiani verso l’espressione del Dissenso
corrisponde in questi anni, su scala mondiale, la campagna lanciata
dall’Amministrazione Carter. La decisione del Presidente americano di
utilizzare il cosiddetto “Terzo Paniere di Helsinki” in difesa dei
diritti civili dei popoli dell’Europa Orientale, se da un lato provoca
l’irrigidimento di Mosca che la interpreta come una indebita
interferenza nei propri affari interni, dall’altro fa sì che il
problema della tutela dei diritti umani riceva definitiva accoglienza
presso l’opinione pubblica internazionale.
In Italia, il Partito Socialista auspica «[…] che si dia finalmente
avvio ad una politica più ragionevole e di maggiore rispetto dei
principi solennemente affermati nella Conferenza di Helsinki»[26].
Allo spirito degli Accordi firmati nel 1975, in particolar modo al
cosiddetto “Terzo Paniere” sulla cooperazione e gli scambi in ambito
culturale, può essere fatta risalire quell’importante esperienza,
realizzata nel 1977 a Venezia, che va sotto il nome di “Biennale del
Dissenso” [27]. Essa si propone di portare al di là della cortina di
ferro le opere degli artisti e degli intellettuali dissidenti.
Non è un’impresa da poco conto.
Ed in effetti, la scelta di dedicare l’edizione del 1977 della Biennale
di Venezia al Dissenso culturale nell’Unione Sovietica e nei paesi
dell’Europa Centrale e Orientale suscita reazioni e polemiche a catena.
Si muove lo stesso governo sovietico che fa sapere, a mezzo di proteste
ufficiali, di considerare il programma della “Mostra del Dissenso” una
unilaterale manifestazione di antisovietismo.
Il Documento CM 74/6c, “Sulle misure di opposizione alla campagna
antisovietica in Italia”, proveniente dagli Archivi del Comitato
Centrale del PCUS, ben testimonia l’inquietudine dei vertici sovietici.
Il Documento, di cui si dà notizia sul “Corriere della Sera” dell’8
gennaio 1994, è il risultato finale di un incontro «estremamente
riservato» tenutosi a Mosca, nella Sala del Consiglio dei Ministri del
Cremlino, il 27 settembre 1977[28]. Segno, dunque, della grande
importanza politica che Mosca attribuisce alla manifestazione
veneziana, il Documento in questione indica precise misure per
boicottare l’iniziativa stessa. Tra queste, le “Indicazioni
all’Ambasciatore sovietico in Italia”, incaricato di sottolineare che
«le manifestazioni, di carattere apertamente ostile nei confronti
dell’URSS, […] sono in contrasto con l’atmosfera favorevole venutasi a
creare tra i nostri Paesi amici e contraddicono lo spirito degli
accordi di Helsinki; le “Lettere ai dirigenti comunisti di Bulgaria,
Cecoslovacchia, Ungheria, Repubblica Democratica Tedesca, Polonia e
Cuba”, sollecitati ad «adottare misure opportune per respingere la
campagna antisocialista in Italia»; il “Programma di iniziative
informative e ideologiche contro le azioni antisovietiche che sono in
corso in Italia”, dirette, tra l’altro, ad intervenire davanti
all’opinione pubblica italiana per «[…] rivelare il vero volto dei
cosiddetti dissidenti e dei loro sostenitori occidentali e denunciare
il carattere antisovietico della Biennale». Non meno importante è
“L’appello alla dirigenza del PCI”, diretto ad accertare il fondamento
di un possibile sostegno di esponenti comunisti alle iniziative in
favore dei dissidenti, fatto questo - chiarisce il documento sovietico
- che contrasterebbe «con il desiderio più volte manifestato dalla
dirigenza del PCI di rafforzare l’amicizia tra i nostri partiti […]».
Tuttavia, nonostante pressioni e resistenze, la “Mostra del Dissenso”
viene inaugurata il 15 novembre 1977: «C’erano - ricorda Carlo Ripa di
Meana, Presidente della Biennale di Venezia e strenuo sostenitore
dell’iniziativa - alcuni degli spiriti liberi del nostro tempo. Feci
poi l’elenco di tutti quelli ai quali non era stato concesso il visto
per l’Italia: in sala c’erano altrettante sedie vuote»[29].
Nelle ore immediatamente successive all’apertura della manifestazione,
il 16 e 17 novembre 1977, si svolge una Conferenza internazionale,
chiamata a verificare il rispetto degli Accordi di Helsinki. In
quell’occasione, il Presidente della Biennale vola a Belgrado, sede del
vertice, per consegnare nelle mani del capo della delegazione italiana
un dossier in cui si dà notizia delle difficoltà burocratiche
incontrate da intellettuali e artisti dei Paesi dell’Est, ai quali i
propri governi hanno rifiutato il visto per partecipare alle iniziative
veneziane.
Come ricordato dallo stesso Ripa di Meana, il sostegno politico e
morale dei socialisti italiani è forte fin dall’inizio[30]. Il 15
novembre 1977, Bettino Craxi, solo leader politico nazionale presente a
Venezia per l’apertura dei lavori, nel portare il saluto del suo
partito sottolinea che «la Biennale appare agli occhi del mondo come
una tribuna libera dove hanno diritto di parola anche coloro cui tale
diritto è negato nella propria patria»[31].
La “Biennale del Dissenso” si apre con un video di Andrej Sacharov, fatto pervenire clandestinamente in Italia:
«[…] Mi auguro che la Biennale di Venezia faccia emergere tutta la
tragicità della vita creativa nei paesi socialisti e mostri allo stesso
tempo che nell’Unione Sovietica e nei Paesi dell’Europa Centrale e
Orientale, malgrado tutto, esiste e si sviluppa una cultura non
ufficiale che dà un contributo alla libera cultura di tutto il
mondo».[32]
spiega il padre del Dissenso sovietico nel suo messaggio registrato.
Per un mese, dal 15 novembre al 15 dicembre 1977, a Venezia verrà
presentato un intero universo culturale nei suoi molteplici
aspetti[33]. Ai Convegni seguiranno i concerti, le rassegne, le mostre
dell’arte proibita, le proiezioni di film e videotapes, i dibattiti con
il pubblico. Le esposizioni dei libri e degli scritti che circolavano
clandestinamente nei paesi dell’Est, i cosiddetti samizdat
(riproduzioni a mano su carta velina di testi di narrativa, saggistica
economica, politica, storica, religiosa), offriranno una visione di
insieme degli strumenti di comunicazione del Dissenso.
La “Mostra del Dissenso”, il cui successo è testimoniato dalle decine
di migliaia di visitatori, è probabilmente la più importante iniziativa
assunta da una istituzione di livello internazionale per favorire la
libertà di espressione nel campo dell’arte, della cultura, delle idee.
L’importanza della manifestazione non sfugge all’analisi di
“Mondoperaio”. Federico Coen sottolinea che essa offre «[…] un panorama
vasto e articolato, non solo del dissenso, ma delle ragioni che ne sono
alla base, cioè del carattere intrinsecamente repressivo di questi
regimi e delle conseguenze che ne derivano in tutti i settori della
vita di questi paesi: non solo nella politica in senso proprio, ma
nella vita culturale, nell’arte, nella ricerca scientifica, nella
religione, nel costume. E ciò conferma – conclude Coen – che non solo
gli intellettuali sono le vittime della repressione, e quindi i
potenziali esponenti del dissenso, ma che la repressione investe
l’intera società, le classi lavoratrici nel loro complesso»[34].
L’attenzione verso tutti coloro che lottano per la libertà e contro
ogni forma di oppressione continua ad essere alta sulle pagine di
“Mondoperaio”. Nel decennale dell’invasione sovietica della
Cecoslovacchia, la rivista socialista ripercorre i tragici eventi della
“Primavera di Praga” nel numero di luglio – agosto[35]. Vi si trova, ad
esempio, un’intervista a Edward Goldstucker, già Presidente dell’
“Unione degli Scrittori” poi emigrato in Gran Bretagna, dal titolo “Il
socialismo dal volto disumano”[36].
Nell’aprile 1978, da Torino, Bettino Craxi, nel suo primo Congresso da segretario del PSI, rilancia la sfida:
«[…] non abbiamo e non intendiamo avere rapporti con la fazione al
potere in Cecoslovacchia. Praga continua ad essere una ferita aperta
nel cuore dell’Europa […]. A dieci anni di distanza dall’invasione
straniera contro un popolo e uno Stato sovrano, noi confermiamo la
nostra solidarietà e il nostro appoggio a quanti tengono vive le
ragioni e le speranze di un socialismo dal volto umano»[37].
Le attenzioni socialiste vengono indirizzate anche alle nuove realtà
che prendono forma nei Paesi dell’Est nella seconda metà degli anni
Settanta, come ad esempio Charta 77 , il movimento per la tutela dei
diritti umani fondato in Cecoslovacchia dal drammaturgo Vaclav Havel.
E’ il sintomo, quello costituito da Charta 77, che le forme espressive
del Dissenso vanno sempre più evolvendosi, fuoriuscendo lentamente
dalla dimensione individuale e clandestina di un tempo. Alle opere di
Havel verrà dato grande risalto, oltre che diffusione. Alcune di esse,
infatti, saranno tradotte e pubblicate in Italia dalla casa editrice
“Sugarco”, tradizionalmente vicina ai socialisti.
Nel 1979 si svolgono le prime elezioni a suffragio universale per il
Parlamento Europeo. Il Partito Socialista Italiano decide di dare uno
sbocco concreto alla sua lunga azione a difesa delle libertà e dei
diritti umani e presenta nelle proprie liste, unico partito socialista
dell’Europa Occidentale[38], un esule dell’Est: Jirí Pelikán.
Presentando quella candidatura, Bettino Craxi sottolinea:
«[…] I socialisti italiani hanno conosciuto l’odissea dell’esilio.
Ebbene, noi vogliamo eleggere al Parlamento Europeo un uomo che visse
la Primavera di Praga e che non si è piegato di fronte all’invasione
straniera perché, con la sua stessa presenza, dica a tutta l’Europa ed
all’opinione
internazionale, ad Ovest come ad Est, la convinzione dei socialisti
italiani che la bandiera della libertà e della indipendenza non ha
confini»[39].
Lo stesso Pelikán, pur considerando quello socialista un gesto di
autentica solidarietà internazionalista, è ben consapevole dei rischi
che la sua candidatura potrebbe comportare, soprattutto nel caso di un
risultato elettorale negativo. In una lettera del 30 aprile 1979,
l’esule cecoslovacco esprime a Craxi i propri timori:
«Sono preoccupato per la mia candidatura; le ragioni sono più legate
alle conseguenze politiche che il mio eventuale insuccesso può avere
sul nostro movimento nel paese, fornendo un argomento alla propaganda
ufficiale […]»[40].
Ma l’impegno e l’appoggio dell’intero partito ad una candidatura dal
forte significato politico, consentirà a Jirí Pelikán di proseguire
dalla tribuna del Parlamento Europeo (verrà rieletto sempre nelle file
socialiste anche alle elezioni del 1984) nella costante opera di
sensibilizzazione e denuncia delle violazioni dei diritti umani in ogni
angolo del mondo. Nell’esperienza a Strasburgo non mancheranno certo i
contrasti, in modo particolare con i socialdemocratici tedeschi e con i
laburisti inglesi, che in nome della Realpolitik avrebbero preferito
mettere la sordina alle sue denunce.
La mossa dei socialisti italiani fa di Craxi e del suo partito il
bersaglio degli anatemi sovietici. Il quotidiano “Isvetzia”, organo
ufficiale del Cremlino, guarda alla decisione di candidare Pelikán come
ad una “provocazione da Guerra Fredda”: «[…] Abbiamo a che fare – si
legge sulle pagine del quotidiano sovietico – con un’altra provocazione
di quegli ambienti del Partito Socialista che da tempo si danno da fare
lanciando sortite contro i paesi socialisti d’Europa e incoraggiando le
attività sovversive di individui cacciati o fuggiti»[41].
Sul piano internazionale, negli anni a cavallo tra i Settanta e il
decennio successivo, la crisi della distensione porta ad un nuovo
irrigidimento nei rapporti tra Est e Ovest.
L’invasione sovietica dell’Afghanistan e il colpo di Stato militare in
Polonia, senza dimenticare il lungo braccio di ferro sull’installazione
dei missili nucleari a media gittata sul teatro europeo, offrono il
quadro del mutato clima nei rapporti internazionali.
All’invasione dell’Afghanistan del dicembre 1979, che segna, per la
prima volta dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, l’intervento
sovietico in un Paese non appartenente al Patto di Varsavia, il PSI
reagisce ribadendo la solidarietà ai popoli che in ogni parte del mondo
lottano contro l’occupazione straniera per difendere i fondamentali
diritti di libertà e di indipendenza[42].
“Mondoperaio”, al contempo, promuove la nascita di un “Comitato di
solidarietà con la resistenza afghana” destinato a svolgere nel corso
degli anni successivi una sempre più intensa funzione di
sensibilizzazione e mobilitazione dell’opinione pubblica[43].
Decisivo è altresì il ruolo giocato dai socialisti italiani nell’ultima
e forse più importante sfida fra i due blocchi internazionali
contrapposti, quella relativa agli euromissili. Craxi sarà il più
deciso assertore della necessità di una risposta occidentale alla
minaccia sovietica fatta gravare sul Continente europeo con il
dispiegamento degli SS 20. Col voto favorevole dato all’installazione
dei missili Cruise in Italia, il PSI «porterà a compimento la scelta
occidentalista dei decenni precedenti, evidenziando ancora una volta su
quella la discriminante con il PCI»[44]. Sarà proprio l’installazione
dei missili americani a porre un freno alla politica estera dinamica ed
aggressiva dell’ultimo Breznev e a dare una spinta decisiva al collasso
del sistema sovietico.
Il blocco comunista, comunque, appare scosso nelle fondamenta già agli inizi degli anni Ottanta.
Il montare della protesta sociale in Polonia sembra infatti fornire
argomenti e conferme riguardo alla crescente incapacità del Cremlino di
controllare ciò che avviene al di fuori dei propri confini. La nascita
e il rafforzamento del libero sindacato di “Solidarnosc”, che arriva a
contare su 10 milioni di aderenti, suscita l’entusiastica
partecipazione del mondo socialista che vede nelle conquiste degli
operai polacchi, sancite dagli accordi di Danzica dell’agosto 1980, un
fatto destinato ad avere conseguenze esplosive. Poco più di un decennio
dopo il soffocamento della Primavera di Praga, il movimento degli
operai polacchi rappresenta infatti una nuova speranza, non solo per i
popoli dell’Europa dell’Est, ma anche per tutti quelli che in Occidente
si battono per un socialismo autentico.
E se per la “Pravda” la protesta in una società socialista «[…]
testimonia o l’incapacità dei lavoratori di fruire dei propri diritti
nella loro pienezza, o la manifestazione di una particolare impazienza
da parte di alcuni gruppi di lavoratori, o l’intenzione di alcuni
collettivi di appropriarsi di privilegi particolari, a scapito di un
miglioramento graduale che andrebbe a beneficio di tutti»[45], diverso
è il ragionamento di “Mondoperaio”. Al centro dell’analisi della
rivista socialista sta il grande fatto nuovo che caratterizza la
sollevazione polacca, sintetizzabile nelle parole di Federico Coen:
«[…] si tratta di un movimento molto più dirompente di tutti quelli che
l’hanno preceduto, compresa la “Primavera di Praga”. E questo per due
ragioni principali. La prima è che nella Polonia del 1980 le forze
motrici del rinnovamento rifiutano nettamente di servirsi dei canali
istituzionali esistenti – partito e sindacato di regime – mentre in
passato, in situazioni analoghe, le tendenze nuove erano andate
maturando all’interno stesso del partito, come nella Cecoslovacchia del
1968 […]. Il secondo elemento dirompente sta nella natura e
nell’oggetto delle rivendicazioni, che solo apparentemente sono
sindacali ma hanno in realtà un contenuto libertario: libertà di
sciopero, libertà di organizzazione, libertà di informazione, tutte
cose che non interessano solo gli operai, ma hanno un valore più
generale»[46].
Sull’importanza della vicenda polacca non ha dubbi neanche Bettino
Craxi che di fronte al Comitato Centrale del PSI saluta i fatti nuovi
verificatisi in quel paese:
«Si è prodotto in Polonia un avvenimento straordinario per una società
comunista, con la rottura della struttura monolitica, la conquista di
nuovi diritti per i lavoratori, la crescita, seppur limitata di spazi
di libertà. Si tratta di un processo liberatorio molto positivo che
stimola nuovi cambiamenti e nuove trasformazioni che si potranno
realizzare solo nella gradualità. […] Aiutare la Polonia significa oggi
non solo circondare di una stretta solidarietà il movimento di
Solidarnosc, ma aiutare tutto il paese e l’economia polacca a ridurre
gli aspetti più pericolosi ed inquietanti della sua crisi»[47].
Il colpo di Stato militare del 13 dicembre 1981 mostra al mondo intero
il primo, nitido sintomo della futura implosione dell’universo
sovietico.
Nel corso di una conferenza stampa il segretario del PCI, Enrico Berlinguer, afferma:
«Ciò che è avvenuto in Polonia ci induce a considerare che
effettivamente la capacità propulsiva di rinnovamento delle società, o
almeno di alcune delle società che si sono create nell’Est europeo, è
venuta esaurendosi […]»[48].
E’ quello che viene definito lo “strappo” del PCI da Mosca[49].
Per i socialisti italiani il colpo di Stato del Generale Jaruzelski
conferma l’incapacità del comunismo di procedere verso un’evoluzione in
senso democratico.
Il fallimento dei tentativi riformisti nei Paesi dell’Est è il punto di
partenza della riflessione socialista che si accompagna alla polemica
contro quanti tendono a valutare la crisi polacca un affare interno
alla Polonia stessa[50].
Nelle ore immediatamente successive al colpo di Stato militare,
prendendo la parola nel corso di una manifestazione di solidarietà
verso i sindacalisti polacchi arrestati dal regime di Jaruzelski, Craxi
rincara la dose:
«[…] C’è una questione che riguarda gli italiani, i democratici e la
sinistra italiana. Noi chiediamo a tutte le forze della sinistra
italiana di fare discorsi semplici e chiari e chiediamo due cose: che
ci sia una solidarietà apertamente dichiarata e senza riserve nei
confronti del movimento di Solidarnosc, perché non avrebbe senso
condannare l’accaduto e non solidarizzare con le vittime della
repressione; chiediamo poi una denuncia delle responsabilità
dell’Unione Sovietica, la cui logica imperiale sta sullo sfondo della
crisi polacca»[51].
“Mondoperaio” prosegue intanto nel suo prezioso lavoro di pubblicazione
di testi ed interviste ad esuli e perseguitati. La redazione della
rivista continua a ricevere scritti che circolano clandestinamente nei
Paesi dell’Est e che sfuggono alla censura. Si tratta di documenti che
in molti casi denunciano le condizioni di vita di coloro che non
vogliono piegarsi ai dettami del regime, oltre al gravissimo stato di
crisi economica cui il sistema ha ridotto i Paesi satelliti. Si
potrebbe ricordare, per quel che riguarda la vicenda polacca, il pezzo
del celebre economista Edward Lipinski, intitolato «Risposta a
Jaruzelski»[52]. O ancora, la «Lettera dal carcere di un patriota
polacco» di Adam Michnik[53], uno dei promotori del “KOR”, il Comitato
di difesa degli operai.
Per la sorte di quest’ultimo e di altri esponenti del “cambiamento”
come Walesa, Mazowiecki, Geremek e Kuron, in carcere sin dalla notte
del golpe sotto l’accusa di aver tentato di rovesciare il regime
mediante l’uso della violenza, i socialisti italiani si battono con
accanimento. Lo stesso Jirí Pelikán, dai banchi di Strasburgo, invita
l’Internazionale Socialista a «dichiarare in maniera non equivoca la
sua solidarietà con la classe operaia e con il popolo polacco, a
condannare la pressione politica, economica e militare dell’URSS sulla
Polonia, ad inviare una delegazione in Polonia ed a creare un Comitato
speciale di solidarietà con il popolo polacco»[54].
Il 28 maggio 1985 il Presidente del Consiglio Bettino Craxi, diretto a
Mosca per una visita di Stato, fa scalo a Varsavia e incontra il
Generale Jaruzelski. Craxi è il secondo Presidente di un paese NATO,
dopo il greco Papandreu, a recarsi in Polonia dopo il colpo di Stato.
La Polonia deve infatti far fronte in questi anni ad un isolamento
internazionale, conseguenza della politica di repressione attuata nei
confronti degli esponenti del Dissenso. Antonio Badini, Consigliere
Diplomatico di Craxi a Palazzo Chigi, ricorda che il Presidente italiano
«[…] consegnò a Jaruzelski la lettera in cui esprimeva la sua
preoccupazione per la sorte di Adam Michnik, Bodgan Lis e Wladyslaw
Frasynink e l’auspicio che la decisione di aggiornare il processo nei
loro confronti potesse “preludere ad un gesto positivo che avrebbe
un’eco estremamente favorevole nel mio Paese e favorirebbe condizioni
utili per una migliore comprensione reciproca”»[55].
Bisognerà attendere ancora alcuni anni prima del crollo del sistema
sovietico e dell’avvio di una nuova fase nella storia dei rapporti
internazionali. La consapevolezza di trovarsi ormai di fronte ad una
svolta drammatica nei Paesi dell’Est, rafforza il convincimento che non
si possano superare le resistenze della burocrazia e dei circoli
conservatori senza una pressione dell’opinione pubblica internazionale,
senza l’appoggio concreto da parte della sinistra occidentale, in
particolare i partiti socialisti e socialdemocratici e la stessa
Internazionale Socialista, agli ormai numerosi movimenti indipendenti
dell’Est.
Nel 1989, ad esempio, il PSI si impegna politicamente e
diplomaticamente per ottenere la liberazione di Vaclav Havel, leader di
Charta 77, arrestato dalle autorità cecoslovacche per la sua
opposizione al sistema. Lo stesso Craxi, nel corso di una conferenza
stampa svoltasi a Roma il 28 febbraio, propone la creazione di un
Comitato internazionale per la liberazione dello scrittore, ed invita
l’opinione pubblica ad aderire all’iniziativa socialista[56].
Merita di essere ricordato, sempre nel 1989, un passo pronunciato dal
segretario socialista, con il regime sovietico ormai prossimo al crollo:
«La storia ha presentato i suoi conti ad una classe dirigente che ora
deve affrontarli con nuove idee, nuove iniziative, nuovi programmi. In
alcuni Paesi dell’Est europeo sta avvenendo ciò che ancora qualche anno
fa poteva essere considerato impensabile. Riemergono le verità che
erano state nascoste, la vita pubblica si fa più trasparente, i libri
proibiti sono o saranno pubblicati, molti nomi proibiti tornano o
torneranno ad essere pronunciati con il rispetto che meritano […]»[57].
Sintesi perfetta della politica socialista di quegli anni.
La nostra riflessione ha privilegiato alcuni esempi concreti del
sostegno agli esuli ed ai dissidenti dell’Est europeo. Ma l’attenzione
dei socialisti italiani si è mantenuta costante nei confronti di tutti
coloro che in nome della libertà pativano sofferenze ed umiliazioni in
ogni angolo del mondo. Craxi e il suo partito non hanno mai smarrito il
filo rosso della solidarietà, quando la repressione si è abbattuta su
oppositori e dissidenti. Non si possono dimenticare le azioni a
sostegno della democrazia nei Paesi dell’America Latina: non verrà mai
meno, ad esempio, la solidarietà nei confronti delle forze che in Cile
fronteggiavano il regime militare di Pinochet. Né si possono scordare
le prese di posizione contro i regimi di Franco e di Salazar e le
attenzioni rivolte ai primi, timidi passi della democrazia in Spagna e
in Portogallo.
Simili azioni rivestono importanza ancora maggiore se rapportate alla
condotta seguita in merito al problema del Dissenso democratico dalla
principale forza della sinistra italiana, quel Partito Comunista che
nonostante «ne difese con fermezza i diritti di espressione sia in
occasioni pubbliche che private, non giunse mai a sostenerne la causa
senza riserve […]»[58].
Si può dire, in conclusione, che tendere la mano all’Est si è rivelata
una politica lungimirante e realistica. Fornendo voce al Dissenso, i
socialisti italiani hanno intuito il crescente disagio delle
popolazioni soggette al controllo sovietico e l’irreversibilità della
crisi che iniziava a sconvolgere un sistema che ci si era illusi di
poter riformare. Il Dissenso degli anni Settanta avrebbe infatti
rappresentato soltanto una tenue prefigurazione di ciò che sarebbe poi
maturato nella coscienza collettiva nel successivo decennio.
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Note
* Oltre alle fonti archivistiche, alle fonti a stampa ed alla
bibliografia, il testo si basa sui colloqui degli autori con Federico
Coen e Luciano Pellicani. Ad entrambi va il ringraziamento per la
preziosa testimonianza fornita.
1. In questo passaggio Federico Coen si riferisce in particolare al
“contenzioso” tra socialisti e comunisti sul giudizio da dare nei
confronti del sistema sovietico e del cosiddetto “socialismo reale”.
Vedi la tavola rotonda tra F. Coen, J. Pelikán, C. Ripa di Meana, R.
Rossanda, A. Tortorella, dal titolo Il dissenso a Venezia: bilancio di
due Convegni, in “Mondoperaio”, gennaio 1978, pp. 96 ss.
2. Cfr. A. Gismondi, La lunga strada per Hammamet, Bietti, Milano, 2000, p. 30.
3. Cfr. la replica conclusiva del segretario Bettino Craxi al 45°
Congresso del PSI tenutosi a Milano dal 13 al 19 maggio 1989.
All’Assise socialista era presente la figlia di Imre Nagy. Nel corso
del suo intervento Craxi attaccò le posizioni che i comunisti italiani
assunsero di fronte alla vicenda ungherese: «[…] Il leader comunista
Togliatti pronunciò allora parole che suonano oggi terribili: “Coloro
che si scagliano con rabbia impotente contro l’Unione Sovietica per la
sua odierna azione in Ungheria contro il nostro movimento sono degli
ipocriti, dei sepolcri imbiancati, cui abbiamo diritto di opporre il
nostro disprezzo”. Dopo la morte di Imre Nagy, “L’Unità” scrive:
“Sgombriamo subito il campo dalle grida di dolore e di indignazione che
da 48 ore vanno emettendo senza posa uomini politici e giornalisti di
ogni tendenza. Lo spettacolo di cinismo di questi istrioni è
ributtante”. Bene, sono vicende di 30 anni fa e appartengono ormai alla
storia, che pure merita di essere riletta. Ed è la cosa che io feci tre
anni orsono, quando presi carta e penna nel 30° anniversario della
rivolta ungherese e scrissi sull’ “Avanti!”: “I comunisti italiani ben
potrebbero compiere, anche di fronte alla stessa storia, alle loro
posizioni e grandi responsabilità di un tempo, un atto di coraggio, di
onestà, di verità ed anche di riparazione”. Il direttore di “Rinascita”
di allora commentò: “L’articolo di Craxi sull’Ungheria? Non mi
interessa minimamente”. Beato lui! Una rilettura onesta della storia,
che non è stata fatta fino in fondo, lo sarà inevitabilmente. I ritardi
hanno pesato e pesano, ma possono essere tutti recuperati […]».
4. A. Occhetto, La svolta e i dissidenti. Budapest e Praga, solo la
Bolognina poteva riscattarle, in “L’Unità”, 29 luglio 1998.
5. E’ significativa, in riferimento alla vicenda cecoslovacca, una
dichiarazione di Giancarlo Pajetta rilasciata al settimanale
“Panorama”: «[…] per noi sia Husák sia Dubcek sono “compagni” e come
comunisti debbono mettersi d’accordo».
6. Cfr. “Avanti!”, 23 agosto 1968.
7. Si tratta di un manoscritto conservato nell’Archivio della
Fondazione Craxi. Il documento non è datato ma, dalla sua lettura, se
ne ricava che è stato scritto a venti anni di distanza dalla vicenda
cecoslovacca. E’ contenuto nel “Fondo Solidarietà”: SO 002 170 e 171.
Da successive ricerche è emerso che parte del manoscritto è stato dato
alle stampe, sotto forma di articolo commemorativo a venti anni
dall’invasione di Praga (Cfr. “Avanti!”, 20 agosto 1988). Parte
dell’appunto di Craxi, in particolare quella relativa ai racconti di
Pelikán sui tragici avvenimenti di Praga, è dunque inedita.
8. Cfr. L. Vasconi, L’inverno di Praga, in “Mondoperaio”, agosto-settembre 1968, pp. 22 ss.
9. Questa è la seconda parte del già citato appunto di Bettino Craxi,
conservato presso l’Archivio della Fondazione intestata al leader
socialista.
10. E’ lo stesso Pelikán ad attestare dell’aiuto fornitogli dai
socialisti al suo arrivo in Italia: «[…] diversamente dai comunisti, i
socialisti e le altre formazioni della sinistra non hanno avuto le
stesse difficoltà di carattere ideologico e diplomatico per accoglierci
con simpatia ed attiva solidarietà, tanto più che molti socialisti si
riconoscevano nel movimento della “Primavera di Praga” e nel
“socialismo dal volto umano”[…]. I primi socialisti da me incontrati
nel mio esilio sono stati gli italiani: Pietro Nenni, di eccezionale
calore umano, che si è vivamente interessato alla nostra lotta. Un
altro prestigioso dirigente del Partito Socialista Italiano, Riccardo
Lombardi, non ha mai smesso di rimproverare ai comunisti italiani di
non preoccuparsi sufficientemente della sorte dei sostenitori della
“Primavera di Praga”, cacciati dal partito e dal loro paese. Bettino
Craxi, che conoscevo da quando era dirigente dell’UNURI, mi accolse con
un’amicizia e una solidarietà che mi hanno commosso, e non ha perso
occasione per pronunciarsi contro la “normalizzazione” e per aiutarci a
risolvere i numerosi problemi pratici posti dalla nostra attività in
Italia». Cfr. J. Pelikán, Il fuoco di Praga. Per un socialismo diverso,
Feltrinelli, Milano, 1978, p. 229. E’ importante aggiungere che in
Italia anche altre forze politiche espressero solidarietà a Pelikán. Lo
riconosce lui stesso quando afferma di aver trovato ascolto anche «nel
gruppo del “Manifesto”, nel Partito Radicale e nel Movimento politico
dei lavoratori guidato dal cattolico Livio Labor, ex leader delle
Acli», cfr. il libro-intervista di A. Carioti a J.Pelikán, Io, esule
indigesto. Il PCI e la lezione del ’68 di Praga, Reset, Milano, 1998.
11. Si tratta di dattiloscritti della Redazione di “Listy”. Sono
conservati nell’Archivio della Fondazione Craxi, nel “Fondo
Solidarietà”: SO 001 22; SO 001 49.
12. Tra questi si ricordano Ota Sik, Zdenek Hejzlar, Antonin e Mira Liehm, Gustav Herling.
13. Cfr. l’intervento di Bettino Craxi al Convegno: L’esperienza
cecoslovacca e i problemi del socialismo in Europa, svoltosi a Parigi
nel dicembre 1972.
14. Cfr. A. Carioti – J. Pelikán Io, esule indigesto. Il PCI e la lezione del ’68 di Praga, cit. p. 49.
15. La lettera in questione si trova tra le carte del Fondo Jirí
Pelikán, conservato presso l’Archivio Storico della Camera dei Deputati
a Roma, Serie 003 sottoserie 001 busta 12 fasc. 0006.
16. G. Belardelli, Pelikán, dissidente scomodo per il PCI, in “Corriere della Sera”, 7 febbraio 2003.
17. Paolo Mieli ricorda le forti critiche dei socialisti al PCI,
accusato per le sue tiepide reazioni alle condanne inflitte nei primi
mesi del 1978 ad alcuni dissidenti sovietici, tra cui Sharanskij e
Ginzburg. Cfr. P. Mieli, Storia del socialismo italiano, vol. VI, Il
Poligono.
18. Cfr. “Avanti!”, 10 gennaio 1974.
19. Sulla solidarietà dimostrata nei confronti di Andrej Sacharov è
importante la testimonianza di Antonio Badini, Consigliere Diplomatico
di Bettino Craxi a Palazzo Chigi. Badini rivela che durante la visita
di Stato a Mosca, nel maggio 1985, il Presidente del Consiglio Craxi
«consegnò a Gorbacev, al termine della prima tornata dei colloqui, una
lettera con la quale egli chiedeva un gesto di umana considerazione per
la consorte di Andrej Sacharov, consentendole di recarsi in Italia per
ricevere le cure agli occhi da parte dei medici che l’avevano già
assistita nel passato. Craxi parlò anche della sorte dello scienziato
dicendo che un atto di clemenza nei suoi confronti sarebbe stato
altamente apprezzato in Occidente». Cfr. l’intervento di A. Badini in
E. Di Nolfo (a cura di) La politica estera italiana negli anni Ottanta,
Lacaita Editore, Manduria-Bari-Roma, 2003, p. 28.
20. Cfr. F. Coen e P. Borioni, Le Cassandre di Mondoperaio, Marsilio, Venezia, 1999, p. 15.
21. Ivi, p. 23.
22. Ivi, p. 48 – 49.
23. Riccardo Lombardi, padre nobile della corrente di sinistra del PSI,
avverte: «[…] I comunisti hanno assunto un atteggiamento lodevole per
ciò che riguarda i fatti della Cecoslovacchia e anche riguardo ad
alcune forme di resistenza in altri paesi dell’Europa Orientale e
nell’Unione Sovietica. Però quello che è mancato fin dal 1968 è stata
la volontà di considerare i dissidenti, i comunisti espulsi o
perseguitati dopo la rivolta e dopo la repressione, come compagni
esiliati, come compagni emigrati, comunque come compagni. E’ prevalsa
di fatto, invece, la teoria del “voi appartenete a quel mondo e quindi
potete essere giudicati solo dal vostro partito”». Vedi il dibattito
svoltosi l’1 febbraio 1977 a Roma sul tema La sinistra italiana e il
dissenso nei Paesi dell’Est. Al dibattito, organizzato da “Mondoperaio”
in collaborazione con il Gruppo Parlamentare del PSI alla Camera,
intervengono: L. Colletti, F. Coen, R. Lombardi, L. Magri, G. Pajetta,
J. Pelikán. Il resoconto dell’incontro è pubblicato su “Mondoperaio”,
febbraio 1977, pp. 76 – 89.
24. La sinistra italiana e il dissenso nei Paesi dell’Est, in “Mondoperaio”, febbraio 1977, pp. 76 – 89.
25. Cfr. F. Coen e P. Borioni, Le Cassandre di Mondoperaio, cit., p. XVIII.
26. Vedi il comunicato stampa della Segreteria del PSI, datato 27
dicembre 1976, con cui Bettino Craxi saluta la notizia che in
Cecoslovacchia sono stati liberati alcuni prigionieri politici (tra cui
Milan Hubl, Jaroslav Sabata, Jiri Muller e Antonin Rusek, imprigionati
per la loro adesione alla politica di Dubcek).
27. Con il cosiddetto “Terzo Paniere di Helsinki” i Paesi firmatari
degli accordi perseguivano tra l’altro l’obiettivo di «[…] sviluppare
una conoscenza reciproca delle rispettive realtà culturali e migliorare
le possibilità materiali di scambio e di diffusione dei beni culturali».
28. All’incontro del Cremlino prendono parte l’onnipotente ideologo
sovietico Michail Suslov, il braccio destro di Breznev, Konstantin
Cernenko, il Capo del Dipartimento internazionale del PCUS Boris
Ponomariov, e quattro dirigenti del Comitato Centrale. Cfr.
P.Valentino, Mosca contro Venezia, in “Corriere della Sera”, 8 gennaio
1994.
29. Cfr. C. Ripa di Meana, La Mostra di Venezia e il dissenso nei Paesi
dell’Est, in La dimensione internazionale del socialismo italiano, cit.
30. Ivi, pp. 339 – 347.
31. “Avanti!”, 16 novembre 1977.
32. Cfr. C. Ripa di Meana, Cane sciolto, cit.
33. Per una cronologia della “Biennale del Dissenso” cfr. C. Ripa di
Meana, 1977, guerra fredda a Venezia: l’Unione Sovietica contro la
Biennale del Dissenso, in “Il Foglio”, 17 dicembre 2002.
34. Vedi la tavola rotonda tra F. Coen, J. Pelikán, C. Ripa di Meana,
R. Rossanda, A. Tortorella: Il dissenso a Venezia: bilancio di due
Convegni, “Mondoperaio”, gennaio 1978, pp. 96 – 107.
35. Cfr. i testi di E. Goldstucker, Antonin Liehm e Jiri Kosta:
Cecoslovacchia, dieci anni dopo, “Mondoperaio”, luglio – agosto 1978,
pp.55 – 67.
36. Ivi.
37. Vedi la relazione di Bettino Craxi al 41° Congresso del PSI svoltosi a Torino dal 29 marzo al 2 aprile 1978.
38. Su questo punto è interessante la riflessione di Ugo Intini: «[…]
Il nostro isolamento era ancora più amaro perché si manifestava
talvolta anche nella stessa Internazionale Socialista. Una parte dei
socialisti francesi era infatti interessata ai rapporti con il PCI in
chiave anti PCF, per dimostrare che, mentre si scontrava con i
comunisti cattivi (quelli di casa propria) dialogava con i comunisti
buoni (quelli d’oltralpe) secondo lo slogan “il comunista del vicino è
sempre più bello”. Gli influenti socialisti svedesi e austriaci
manifestavano una prudenza doverosa per i dirigenti di Paesi neutrali.
Ma il problema serio e strutturale era costituito soprattutto dalla
SPD. Jirí Pelikán, ad esempio, era di lingua e cultura tedesca, ma non
aveva trovato nella vicina Germania né affettuosa ospitalità né, come
da noi, una candidatura al Parlamento Europeo. Non per caso. Il
comprensibile obiettivo di Willy Brandt era l’unificazione tedesca e
pertanto la sua Ostpolitik significava innanzitutto riappacificazione e
rimozione di inutili polemiche con l’area sovietica. […] Brandt non
prevedeva affatto che i regimi comunisti avrebbero potuto crollare di
schianto e perseguiva perciò un lento ammorbidimento di quei regimi,
tale da aprire la strada al ricongiungimento negoziato delle due
Germanie. “Sbagliate – diceva – ad appoggiare chi si oppone
frontalmente ai partiti comunisti dell’Est; dovete, al contrario,
lavorare come noi al loro interno, appoggiare le correnti comuniste
moderate”». Cfr. U. Intini, I socialisti, GEA, Milano, 1996, p. 206.
39. Cfr. J. Pelikán, I socialisti italiani e l’Europa dell’Est, in La dimensione internazionale del socialismo italiano, cit.
40. Fondo Jirí Pelikán, Archivio Storico della Camera dei Deputati,
Serie 003 sottoserie 001 busta 12 fasc. 0006. Per una ricostruzione di
tutta la vicenda legata alla candidatura al Parlamento Europeo cfr. A.
Carioti – J. Pelikán Io, esule indigesto. Il PCI e la lezione del ’68
di Praga, cit., pp. 81 – 84.
41. Cfr. J. Pelikán, Per l’Europa delle libertà e dei diritti civili, Arti Grafiche Fiorin, Milano, 1984.
42. Nel 1983, nelle vesti di Presidente del Consiglio, Bettino Craxi
varerà l’insediamento di una Commissione per i diritti umani che si
occuperà, tra l’altro, della situazione venuta a determinarsi in
Afghanistan in seguito all’invasione delle truppe sovietiche.
43. Tra gli aderenti al Comitato vi erano: R. Lombardi, C. Martelli, G.
Ruffolo, C. Ripa di Meana, N. Bobbio, M. Salvadori, L. Colletti, U.
Terracini, J. Pelikán.
44. Cfr. Z. Ciufoletti, M. Degl’Innocenti, G. Sabbatucci, Storia del
PSI. Dal dopoguerra a oggi, vol. III, Laterza, Roma – Bari, 1993, p.
446.
45. Cfr. “Pravda”, 18 dicembre 1980.
46. Vedi la tavola rotonda tra F. Coen, A. Levi, A. Marianetti, A.
Occhetto, L. Vasconi: Il messaggio di Danzica , “Mondoperaio”,
settembre 1980, pp. 13 – 21.
47. Vedi la relazione di Bettino Craxi al Comitato Centrale del PSI, Roma 28 novembre 1981.
48. Cfr. U. Finetti, (a cura di), Il socialismo di Craxi, M&B Publishing, Milano, 2003, p. 49.
49. Sull’effettiva portata dello “strappo” da Mosca vedi S. Pons, Il
socialismo europeo, la sinistra italiana e la crisi del comunismo, in
S. Colarizi, P. Craveri, S. Pons, G. Quagliariello (a cura di) Gli anni
Ottanta come storia, Rubbettino, 2004, pp. 215 – 229. J. Pelikán
sottolinea che «le dichiarazioni di Berlinguer andavano nella direzione
giusta, benché non fossero un passo radicale come quello che io avrei
auspicato. Il segretario del PCI evitò di definire quello sovietico un
regime totalitario e di far ricadere su di esso la piena responsabilità
del soffocamento della libertà in Polonia […]». Cfr. A. Carioti - J.
Pelikán, Io, esule indigesto. Il PCI e la lezione del ’68 di Praga,
cit., p. 95.
50. Per Bettino Craxi «la questione polacca non è una questione interna
della Polonia, è una questione che tocca valori universali e cioè i
diritti umani e i diritti dei popoli». Vedi il discorso di Bettino
Craxi alla Camera dei Deputati il 17 dicembre 1981. Il testo
dell’intervento è pubblicato nel volume Tre anni, Sugarco, Milano,
1983, pp. 114 – 119.
51. Cfr. il discorso di Bettino Craxi al Teatro Odeon di Milano il 20 dicembre 1981, pubblicato nel volume Tre anni, cit.
52. Cfr. E. Lipinski, Risposta a Jaruzelski, in “Mondoperaio”, luglio – agosto 1983, pp. 59 – 64.
53. Cfr. A. Michnik, Lettera dal carcere di un patriota polacco, in “Mondoperaio”, settembre 1983, pp. 68 – 76.
54. Fondo J. Pelikán, Archivio Storico Camera dei Deputati, Serie 003 busta 7 0038.
55. Cfr. l’intervento di A. Badini in E. Di Nolfo (a cura di), La
politica estera italiana negli anni Ottanta, cit. Un documento
riservato dello stesso Antonio Badini del 5 marzo 1986, indirizzato a
Craxi e conservato presso l’Archivio della Fondazione Craxi, conferma
l’attenzione per il rispetto dei diritti umani in Polonia. Badini,
nell’informare il Presidente del Consiglio italiano delle ripetute
richieste delle Autorità polacche dirette a favorire un incontro in
Italia del Generale Jaruzelski col massimo livello di Governo, annota:
«[…] Sig. Presidente, mi sembra sia iniziata un’offensiva diplomatica
di Varsavia per far venire Jaruzelski in Italia. […] Sinora ho
mantenuto un atteggiamento prudente, facendo capire che i tempi non
appaiono maturi per la realizzazione della visita. […] Ho spiegato che
un tale atteggiamento negativo può tra l’altro ricollegarsi alla
perdurante detenzione dei tre esponenti del dissenso Michnik, Frasynink
e Lys […]». Nel suo appunto riservato, Badini aggiunge che
l’Ambasciatore polacco in Italia, Josef Wiejacz, «[…] ha sempre fatto
presente che Jaruzelski non ha dimenticato il passo da Lei compiuto in
favore di Michnik e che ne avrebbe certamente tenuto conto. Rispetto
alla situazione di allora, oggi si registrano due significative novità.
In primo luogo, con riguardo alla situazione di Michnik e compagni,
essendo recentemente intervenuta la sentenza di appello, esistono ora i
presupposti giuridici per l’adozione di un provvedimento di clemenza da
parte di Jaruzelski. Al riguardo, il Ministro degli Esteri Orzechowski,
in un colloquio con il nostro Ambasciatore a Varsavia, non ha escluso
che un tale provvedimento possa intervenire in tempi brevi, “prima o
dopo l’eventuale visita in Italia”. D’altra parte, la Santa Sede questa
volta non ha esitato a rispondere positivamente alla richiesta polacca
[…]». Il documento suddetto è conservato nell’Archivio della Fondazione
Craxi, nella serie PS: PS 008B 1.
56. Tra le carte di Jirí Pelikán è conservata una lettera indirizzata a
Bettino Craxi. Nella missiva, datata 27 febbraio 1989, Pelikán esprime
la sua gioia nell’apprendere che il segretario socialista intende
impegnarsi in prima persona per la scarcerazione di Havel. In tal senso
suggerisce, tra varie iniziative, proprio quella di creare un Comitato
per la liberazione del suo connazionale. Fondo Pelikán, Archivio
Storico Camera dei Deputati, Busta 15 fasc. 0010 Serie 003 sottoserie
003.Così recita il testo dell’appello socialista: «Proprio nel momento
in cui si avviano la distensione Est – Ovest, il dialogo tra il potere
e la società in Ungheria, in Polonia e nell’URSS di Gorbaciov, lo
scrittore cecoslovacco Vaclav Havel è stato arrestato e condannato a
nove mesi di carcere duro. L’unica accusa è quella di aver depositato
fiori sul posto dove venti anni fa si diede fuoco lo studente Jan
Palach. Per lo stesso motivo, sono stati arrestati e condannati altri
nove cittadini cecoslovacchi. Questi arresti, insieme con gli
interventi brutali della polizia cecoslovacca contro manifestazioni
pacifiche, hanno suscitato proteste ed indignazione, in Cecoslovacchia
e in tutto il mondo. Proponiamo dunque la creazione di un Comitato
internazionale per la liberazione di Vaclav Havel e invitiamo
l’opinione pubblica ad aderire alla nostra iniziativa. Chiediamo alle
autorità cecoslovacche di liberare subito Vaclav Havel e gli altri
prigionieri politici, di cessare le repressioni contro i cittadini che
vogliono esprimere la loro opinione, di aprire il dialogo con la
società civile». Cfr. “Avanti!”, 1 marzo 1989.
57. Cfr. la relazione di Bettino Craxi al 45° Congresso del PSI tenutosi a Milano dal 13 al 19 maggio 1989.
58. Cfr. S. Pons, Enrico Berlinguer e la riforma del comunismo. Il PCI,
l’Europa e l’Unione Sovietica nella tarda Guerra Fredda, in
“Italianieuropei”, giugno – luglio 2004, pp. 227 – 250.
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