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I socialisti italiani e il Dissenso nell’Est europeo*

di Andrea Spiri e Victor Zaslavsky

Quello della difesa dei diritti umani è un tema sul quale si è molto dibattuto e su cui personalità importanti della cultura e della politica, anche in Italia, non hanno esitato a prendere posizione.
E’ un dato di fatto, tuttavia, che alle numerose dichiarazioni di solidarietà non hanno sempre corrisposto altrettante iniziative politiche concrete. Atti capaci di dare uno sbocco a quella attenzione solidale da più parti manifestata nei confronti di quanti, in ogni angolo del mondo, si battevano e si battono per la difesa dei diritti dei popoli all’indipendenza ed alla piena sovranità.
Anche l’azione dei socialisti italiani, indubbiamente i più impegnati nel sostegno alla lotta per la libertà e nella condanna delle esperienze autoritarie e dittatoriali, tanto di destra quanto di sinistra, ha presentato dei ritardi, in modo particolare nella presa di coscienza del significato politico-culturale che un giudizio critico di simili esperienze comportava.
Federico Coen, dal 1973 alla direzione della rivista “Mondoperaio” che, come vedremo meglio in seguito, tanta importanza rivestirà nella messa a punto di iniziative dirette a qualificare le identità politico-culturali del PSI, chiarisce bene il punto quando afferma:

«[…] da parte socialista c’è stata per parecchi anni una sorta di agnosticismo, un distanziamento da questi problemi, che è coinciso con la fase in cui il partito si è spostato su posizioni governative. In tutta una fase storica, quella del centro-sinistra, il dibattito ideologico, anche su questi temi, è venuto meno, ha perduto di intensità. Non è un caso che il dibattito sia ripreso proprio quando il Partito Socialista si è riclassificato come forza di sinistra»[1].

Partendo da questa premessa, si intende procedere all’analisi del comportamento “concreto” tenuto dai socialisti italiani nei confronti delle forze del Dissenso e dell’opposizione nei regimi autoritari, con particolare riferimento alla realtà del mondo sovietico e dei Paesi dell’Est europeo.
La scelta di limitare la portata del campo di osservazione è dettata dalla volontà di esaminare in modo appropriato la questione relativa alla caratterizzazione di una specifica identità socialista che si contrappone al bagaglio ideologico e culturale della tradizione comunista. Questione che, traendo linfa dalla diversità di giudizio nei confronti dell’esperienza sovietica, andrà costantemente sviluppandosi fino a toccare il punto più alto nella seconda metà degli anni Settanta, con l’avvento alla segreteria socialista di Bettino Craxi.
Dalle testimonianze, dai discorsi e dalle prese di posizione di Craxi nel corso del suo impegno politico, prenderemo spunto per offrire una ricostruzione analitica sulla netta denuncia della natura antidemocratica del sistema sovietico e per testimoniare del deciso appoggio all’espressione del Dissenso democratico proveniente dalla famiglia socialista italiana.
Sono note le vicende dell’Europa Orientale che hanno fortemente influenzato i rapporti all’interno della sinistra italiana. Nel 1956, alle lacerazioni profonde già operate per effetto delle denunce di Kruscev dalla tribuna del XX Congresso del PCUS, si aggiungono quelle provocate dalle truppe sovietiche che invadono Budapest e soffocano nel sangue i fermenti di ribellione del popolo ungherese. Alla posizione espressa dal Partito Comunista Italiano, sintetizzabile nel giudizio secondo cui in Ungheria operano forze controrivoluzionarie impegnate a distruggere il regime comunista, fa seguito la ferma denuncia socialista della sopraffazione militare sovietica.
L’andare così a ritroso nel tempo è utile per comprendere quale è stato il percorso e la stessa formazione politica di Bettino Craxi.
Dal 1954, nella veste di rappresentante dell’Unione Goliardica Italiana, l’Unione degli Studenti laici e socialisti, il giovane Craxi inizia a viaggiare frequentemente e ad entrare in contatto con culture e realtà assai diverse da quella in cui è cresciuto. L’impegno assiduo nelle organizzazioni universitarie studentesche gli consente di visitare mezzo mondo. Un Congresso dell’Unione Internazionale degli Studenti, ad esempio, lo porta in un avamposto dell’impero sovietico: Praga. Nella capitale cecoslovacca incontra due persone che nel corso degli anni si batteranno al suo fianco nella difesa dei diritti civili e politici e nel sostegno all’espressione del Dissenso: Jirí Pelikán, Segretario Generale dell’Unione Internazionale degli Studenti e Carlo Ripa di Meana, giovane funzionario che all’interno dello stesso movimento rappresenta il PCI.
Nel 1956 Craxi è vicepresidente dell’UNURI, l’Unione Nazionale degli Studenti universitari, e come tale incontra e stringe rapporti con i partiti socialisti ma anche con i rappresentanti dei movimenti di liberazione di diversi paesi.
E’ evidente, fin dai primi passi, lo spiccato interesse del futuro leader socialista per i temi di politica estera: «[…] è fra i più solleciti a capire, e a sostenere, che la partita all’interno del PSI, e nella stessa sinistra italiana, si gioca anche sul piano internazionale ed europeo […]»[2] .
Ma l’autunno del ’56, come detto, vede anche l’avanzare dei carri armati sovietici in Ungheria. Craxi non farà mistero del turbamento provato in quei momenti ed in più occasioni non mancherà di ricordare che l’avvenimento che più ha segnato la sua giovinezza politica è proprio l’insurrezione di Budapest.
Ancora molti anni dopo, prendendo la parola dalla tribuna del 45° Congresso del PSI, ribadirà di aver vissuto profondamente e dolorosamente quella vicenda, che

«[…] segnò anche il punto di massimo contrasto e della divisione tra comunisti e socialisti […]. Per gli uomini della mia generazione che erano cresciuti e vissuti nel clima dell’unità antifascista e dell’unità di azione tra comunisti e socialisti, la tragedia ungherese segna un punto di rottura, come segna una svolta nella politica del Partito Socialista. Essa incise profondamente e ci indusse ad alcune riflessioni di fondo, ad alcune revisioni e ad un mutamento sostanziale di linea politica. Il contrasto fu grande: da un lato noi che sostenevamo il carattere popolare della rivoluzione ungherese e la rivolta contro un regime che aveva messo in chiaro fino in fondo i suoi caratteri oppressivi, soffocatori dell’indipendenza di un grande popolo europeo, dall’altro una difesa rigida degli interessi della potenza sovietica»[3].

Sull’importanza degli eventi del ’56 offre una testimonianza Achille Occhetto, ultimo segretario del PCI e protagonista assoluto della “svolta della Bolognina” che tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio del successivo decennio avrebbe portato alla nascita del Partito Democratico della Sinistra. Riflettendo sulla rottura tra comunisti e socialisti a seguito dei fatti di Budapest, egli afferma:

[…] storicamente nel ’56 hanno avuto ragione i socialisti e non ha avuto ragione il Partito Comunista. Il punto di partenza è il ’56, non i fatti di Cecoslovacchia; è nel ’56 che doveva apparire chiaro che ci trovavamo di fronte ad un regime che “gettava nel fango”, forse è più giusto dire che avrebbe storicamente e progressivamente portato alla morte quegli stessi ideali per i quali avevamo deciso di combattere[4].

Nel 1956, con la scelta di campo a favore del popolo ungherese e l’irreparabile rottura con il PCI, ha inizio il cammino dei socialisti italiani verso la messa a punto di una propria autonoma identità.
A Milano, leader dei giovani socialisti, Craxi si impegna nel disegno autonomista e antifrontista del suo partito.
Dodici anni separano la rivolta d’Ungheria dalla “Primavera di Praga”.
Entrambe le esperienze, effetto di un bisogno di rinnovamento e di libertà, si concludono allo stesso modo: soffocate con forza dai carri armati russi.
Nel 1968 le forze della sinistra italiana guardano con favore all’azione di Alexander Dubcek, appoggiando la stagione di fermento e vitalità che sembra realizzare l’ideale di un “socialismo dal volto umano”. L’intervento sovietico blocca un processo riformistico che gode dell’appoggio pressoché unanime della popolazione cecoslovacca e nuoce profondamente alla credibilità dell’URSS agli stessi occhi dei comunisti di tutto il mondo. I maggiori partiti della sinistra italiana condannano l’occupazione delle truppe del Patto di Varsavia ma con valutazioni politiche differenti. Dai comunisti viene un atto di dissociazione dall’iniziativa sovietica e di riprovazione della stessa. Non è ancora sufficiente però a rompere con i vincoli e i miti di quel sistema[5].

Il Partito Socialista condanna a sua volta l’invasione della Cecoslovacchia definendola un’aperta violazione del principio di indipendenza nazionale e di sovranità dei popoli. «Da questa nuova tragedia - si legge in un comunicato della Direzione - , espressione del persistere di una logica autoritaria del sistema, deriva per tutti i socialisti, per tutti i democratici, per tutte le forze di rinnovamento, comprese quelle esistenti nel movimento comunista, il preciso dovere di intensificare la loro azione diretta a sostenere chiunque si batta per congiungere il socialismo con la libertà»[6].

Le carte d’archivio non tacciono su questo punto. Sui primi, convulsi momenti della crisi cecoslovacca disponiamo della testimonianza di Bettino Craxi[7]:

«Ricordo bene la notte del 20 agosto. Ero rientrato tardi in albergo […] quando ci raggiunse il portiere con una radiolina portatile: “Trasmettono notizie dalla Cecoslovacchia. C’è un’invasione”. Rimanemmo in piedi tutta la notte con la radio che trasmetteva comunicati che confermavano che era in atto l’invasione della Cecoslovacchia da parte delle truppe del Patto di Varsavia. Ad un certo punto della notte, le radio occidentali captarono da Praga messaggi in lingua russa. Praga era sotto il controllo delle truppe di invasione. Ricordo che attesi che si facesse giorno per informare Nenni. Alle sei della mattina mi attaccai al telefono […]. Il vecchio venne all’apparecchio con una voce impastata di sonno e mi apostrofò bruscamente: “Perché mi svegli a quest’ora?” Gli dissi: “I russi hanno invaso la Cecoslovacchia. Credo siano già a Praga”. “Accidenti, è una cosa seria – mi rispose -. Va bene, allora vado alla riunione dell’Internazionale Socialista”. Nenni intervenne il giorno dopo al Presidium dell’Internazionale. Pronunciò un intenso discorso di condanna della violazione del diritto internazionale, del diritto dei popoli, dei diritti umani, che l’invasione comportava. Qualche giorno dopo Nenni si alzerà a ripetere la sua condanna e la sua solidarietà con gli esponenti della “Primavera di Praga” e col popolo cecoslovacco, di fronte alla Camera dei Deputati. I socialisti italiani espressero la loro indignazione e la loro condanna, i comunisti si limitarono a “disapprovare” ma era già molto per chi non aveva dimenticato il loro solidale sostegno ai carri sovietici che avevano schiacciato nel sangue la rivolta ungherese […]».

Sulle pagine di “Mondoperaio” c’è ampio spazio per la vicenda cecoslovacca. La rivista socialista non mancherà di offrire puntuali documentazioni, nell’intento di informare i lettori italiani sui tratti essenziali del “nuovo corso” dubcekiano. Le attenzioni rivolte a “Literarny Listy”, la rivista che diede voce a tanti letterati e uomini di cultura cecoslovacchi, tutti coraggiosamente aperti alle istanze della Primavera praghese, testimoniano il senso della linea seguita da “Mondoperaio” e sintetizzabile nelle parole di Luciano Vasconi, allora capo redattore:

«Neppure i carri armati possono distruggere le idee; le idee della Primavera cecoslovacca sopravvivono, diventano retaggio comune, stimolano l’intero movimento operaio a battaglie ancora più radicali nel perseguimento di obiettivi anti-burocratici e anti-autoritari»[8].

L’attenzione di “Mondoperaio” investe anche altre esperienze: è il caso della rivista settimanale “Politika”, stampata e diffusa clandestinamente a Praga nelle settimane immediatamente seguenti l’occupazione militare o del mensile “Sesity”, nato nella capitale col proposito dichiarato di ospitare la “giovane letteratura” cecoslovacca e mondiale.
Gli avvenimenti del 1968 segnano uno snodo cruciale nell’economia del nostro lavoro.
I socialisti italiani condannano a più riprese il cosiddetto “processo di normalizzazione” di cui sono vittime i protagonisti del “nuovo corso” cecoslovacco, espulsi dal proprio partito, costretti ad abbandonare gli incarichi o ad emigrare.
Diviene centrale a questo punto del discorso la figura di Jirí Pelikán, tra i personaggi di spicco della “Primavera di Praga”. Pelikán, che nella veste di direttore della televisione di Stato si era reso protagonista dell’opera di liberalizzazione dei programmi, arriva in Italia come consigliere culturale dell’Ambasciata cecoslovacca a Roma. Privato della cittadinanza, sceglie l’esilio, decidendo di stabilirsi definitivamente nel nostro paese; da qui contrasterà il governo di Gustáv Husák, impegnandosi in un’attività politica che lo porterà ad essere riconosciuto come uno dei grandi animatori dell’opposizione socialista cecoslovacca in esilio.
E’ ancora Bettino Craxi, nella già citata testimonianza sui fatti di Praga, a ricordare:

«[…] Incontrai Pelikán a Roma qualche settimana più tardi. Dubcek, temendo per lui che aveva organizzato delle trasmissioni clandestine nei giorni dell’invasione, lo aveva inviato con funzioni generiche presso l’Ambasciata Cecoslovacca di Roma. Avevo conosciuto Jirí Pelikán a Praga nel lontano 1956. Lo avevo poi incontrato molte volte, in Cina, a Parigi, a Londra, a Roma, in occasione di incontri studenteschi internazionali. Pelikán era allora il Presidente dell’UIE, l’Unione Internazionale degli Studenti, organizzazione comunista e terzomondista; in seguito era stato Presidente della Commissione Esteri del Parlamento prima di divenire direttore della televisione di Stato cecoslovacca. Molte distanze ci separavano, ma eravamo diventati ugualmente amici. […] Pelikán fu il primo testimone diretto dei tragici avvenimenti di Praga con cui parlammo. Ci raccontò dello sconcerto, dell’angoscia ed anche della indecisione e della incapacità a reagire di Dubcek e dei suoi collaboratori. Della brutalità che i sovietici esercitarono su di loro per piegarli; del tradimento dei conservatori che si misero subito al servizio degli invasori. Ci raccontò delle ore drammatiche vissute a Praga mentre si avvicinavano le colonne del Patto di Varsavia. Dell’operazione aeroporto, dove i sovietici erano sbarcati fingendosi turisti per poi estrarre dai bagagli le armi e dirigersi con una colonna di macchine verso i Palazzi del Governo. Ci raccontò dei tentativi avventurosi di diffondere messaggi televisivi e radiofonici e disperati appelli all’opinione pubblica internazionale, destinati a rimanere senza risposta»[9].

All’attività di Jirí Pelikán, i socialisti italiani non faranno mai mancare il loro appoggio[10]. Il sostegno socialista è rintracciabile, ad esempio, negli sforzi effettuati per garantire la pubblicazione in Italia di “Listy”. L’edizione in lingua italiana della rivista di opposizione al regime di Husák, di cui Pelikán sarà il deus ex machina, viene presentata alla stampa il 24 luglio 1972. Il primo è un numero speciale, stampato in occasione del quarto anniversario dell’invasione sovietica. Prendendo la parola in quella circostanza, Bettino Craxi chiarisce che lo sforzo del PSI nel sostenere e nel diffondere “Listy” è diretto non solo ad impedire che la voce della “Primavera di Praga” venga soffocata, ma anche a riprendere le fila del dibattito politico e della valutazione storica sull’esperienza comunista, a cui tutte le forze progressiste in Europa dovrebbero essere interessate.
L’impegno socialista è documentato dagli inviti a sostenere la rivista, dalle stesse sollecitazioni a sottoscrivere un abbonamento, che raggiungono anche la più piccola sezione del partito: «Caro compagno, anche a te ed alla tua sezione chiediamo di partecipare al comune sforzo dei democratici italiani per sostenere i nostri amici cecoslovacchi […]»[11] si legge su questi documenti conservati nell’Archivio Craxi.
Su “Listy” verranno pubblicati, nel corso degli anni, i contributi dei maggiori esponenti del Dissenso in esilio[12]. Ad essi si aggiungeranno gli scritti, clandestinamente inviati dalla Cecoslovacchia, di oppositori del regime ancora in patria.
La denuncia socialista delle conseguenze del dramma cecoslovacco va oltre i confini nazionali. Nel 1972 Bettino Craxi viene nominato delegato del PSI nell’Internazionale Socialista, della quale sarebbe ben presto divenuto vicesegretario. Sullo scenario internazionale egli non nasconde la convinzione che gli avvenimenti dell’agosto 1968 e la “normalizzazione” imposta dal regime rappresentano un grave ostacolo per la politica di distensione in Europa: «[…] dobbiamo essere impegnati in prima linea a tener viva la questione cecoslovacca - dirà Craxi nel corso di un Convegno a Parigi -; non rassegnarci al silenzio di cui si vuol circondare quel paese; sostenere la lotta clandestina e quella dell’emigrazione; dibattere nelle assise interne e in quelle internazionali il problema dei detenuti politici; dare asilo ai profughi; impegnare nel lavoro politico i militanti […]»[13].
L’analisi sul valore storico della Primavera di Praga si è arricchita nel corso degli anni di diversi contributi importanti. Jirí Pelikán ha più volte espresso il proprio rammarico per l’ambiguità politica e la passività diplomatica del PCI, accusato di non essersi schierato al fianco dell’opposizione al regime imposto dai carri armati sovietici.
«Noi esuli cecoslovacchi - afferma verosimilmente l’ex direttore della televisione di Stato a Praga, in un passaggio che sembra riassumere tutta la sua amarezza - eravamo scomodi, perché ricordavamo con la nostra presenza quanto era accaduto, mentre la tendenza naturale - non solo del PCI, ma anche della diplomazia occidentale - portava verso l’accettazione del fatto compiuto e il ripristino delle normali relazioni con il blocco sovietico. Apparivamo quasi un ostacolo alla distensione che tutti auspicavano»[14].
I tentativi dell’esule cecoslovacco di stabilire dei contatti diretti con Botteghe Oscure sono testimoniati dalle carte dello stesso Pelikán, conservate presso l’Archivio della Camera dei Deputati a Roma. In una lettera spedita nel 1969 a Enrico Berlinguer, all’epoca vicesegretario del Partito Comunista, egli riafferma le forti ragioni di consonanza ideale coi comunisti italiani, e formula non richieste di aiuto, ma «solo comprensione per la situazione in cui sono venuto a trovarmi in conseguenza dell’intervento, che è in contrasto con le conclusioni del XX Congresso del PCUS e coi principi approvati dalla Conferenza dei partiti comunisti ed operai di tutto il mondo e con gli obiettivi per i quali tanto a lungo e coerentemente ha combattuto e combatte il PCI»[15]. La lettera rimase senza risposta, come pure senza esito rimasero gli appelli rivolti a Sergio Segre, responsabile della politica estera a Botteghe Oscure. L’ambiguo atteggiamento comunista, sintetizzabile da un lato nella condanna dei fatti di Praga, dall’altro nel mantenimento di un saldo legame con l’Unione Sovietica, la cui funzione internazionale di baluardo nella lotta contro l’imperialismo non veniva assolutamente meno per il PCI, è ben spiegato dallo storico Giovanni Belardelli:

«La cordialità imbarazzata, la vera e propria diffidenza con cui Pelikán fu trattato dai comunisti italiani rivelano i limiti della loro condanna dell’intervento sovietico in Cecoslovacchia. Proprio gli sfortunati tentativi da lui fatti per convincere delle proprie ragioni il PCI rappresentano così l’implicita confutazione di uno dei principali miti storiografici alimentati da quel partito, ereditato poi da gran parte della dirigenza diessina. Mi riferisco all’idea secondo la quale il PCI sarebbe stato il protagonista, dopo l’agosto 1968, di un processo continuo e inarrestabile, per quanto lento, di distacco dall’URSS. Berlinguer, in realtà, restò sempre prigioniero dell’idea di una “terza via” che consentisse di non rinunciare del tutto al modello sovietico ma di rifiutare soltanto i suoi “tratti illiberali”. In ciò ebbe certamente una parte importante l’impossibilità di fare a meno del cospicuo finanziamento che proveniva da Mosca. Ma un ruolo fondamentale lo giocò anzitutto l’anticapitalismo declinato in chiave moralistica di Berlinguer […]. Poche cose, come gli anni italiani di Pelikán, testimoniano della grande occasione perduta dal Partito Comunista italiano, che dopo la condanna formulata nel ’68 si avviluppò nelle cautele e nelle reticenze, finendo con l’abbandonare vent’anni dopo il comunismo, soprattutto grazie alla disintegrazione del sistema sovietico che era nel frattempo intervenuta»[16].

Nel loro impegno per la libertà delle popolazioni dell’Est, i socialisti italiani non mancano di fare riferimento ai dissidenti della stessa Unione Sovietica. Uomini come Aleksandr Solženicyn o Andrej Sacharov, simboli di vicende tormentate e di lotte difficili, trovano nella componente socialista italiana un interlocutore importante, una forza pronta ad offrire solidarietà e a denunciare senza mezzi termini le privazioni e le umiliazioni a cui vengono sottoposti dal regime. Dell’autore di “Arcipelago Gulag”, espulso nel 1969 dall’ “Unione degli Scrittori” per le sue opere di critica alla politica staliniana e dal 1974 costretto ad abbandonare il suo stesso paese, troviamo riferimento sulle colonne dell’ “Avanti!” del 10 gennaio 1974:

«[…] è inammissibile, inaccettabile, immorale – si legge sul quotidiano del PSI – la campagna persecutoria che si rinnova verso un grande scrittore che onora il suo paese e ama profondamente il suo popolo. Giacché è chiaro agli occhi di tutti come non sia Solženicyn che discredita di fronte al mondo l’URSS quando dipinge il quadro dell’umanità innocente e dolorante dei campi di deportazione dell’epoca staliniana e reclama la punizione dei colpevoli di tanti misfatti; ma siano piuttosto gli inquisitori della nuova era a ridurne il prestigio […]»[18].

Per Andrej Sacharov, padre del Dissenso sovietico, protagonista di una battaglia coraggiosa e quasi sempre solitaria, si ricordano le dure campagne dei socialisti per ottenerne la riabilitazione durante gli anni dell’esilio a Gorki[19]. Il Partito Socialista offrirà spesso accoglienza in Italia a Ielena Bonner, moglie del grande fisico russo e proprio Sacharov, sul finire degli anni Ottanta, sarà l’ospite d’onore al 45° Congresso del PSI.
Sul piano internazionale, la Conferenza di Helsinki del 1975 sulla sicurezza e la cooperazione in Europa inaugura una fase di distensione nel confronto bipolare.
Sul versante politico italiano è il 1976 l’anno della svolta in casa socialista, con Bettino Craxi che assume la carica di segretario del partito.
I socialisti italiani, stretti nella tenaglia dell’accordo tra comunisti e democristiani, manifestano in questi anni evidenti segnali di disorientamento politico e strategico. La consapevolezza di uno stato di crisi profonda muove la nuova classe dirigente verso un processo di ridefinizione identitaria che procede di pari passo con la chiarificazione interna alla sinistra stessa.
Questo lavoro è indubbiamente favorito dagli improvvisi e inaspettati segni di risveglio e di vitalità dell’ “intellighenzia” socialista, il cui impegno culturale trova nella rivista “Mondoperaio” il suo strumento principale. Il mensile fondato da Nenni vive negli anni Settanta, sotto la direzione di Federico Coen, uno dei periodi più entusiasmanti. “Mondoperaio”, in questi anni punto di riferimento di tante energie intellettuali, offre un contributo estremamente importante alla politica del “nuovo corso” socialista: «[…] prima di tutto l’orgogliosa rivendicazione del cosiddetto revisionismo socialista, cioè del superamento, a cui i socialisti erano pervenuti ormai da molti anni, di quel dogmatismo marxista che ancora condizionava per tanta parte l’area culturale e la politica stessa del Partito Comunista; in secondo luogo, la denuncia senza riserve del carattere antisocialista e antidemocratico del regime sovietico e degli altri comunismi reali; in terzo luogo, la sollecitazione rivolta al PCI a portare a compimento la sua evoluzione in direzione del socialismo democratico e la sua autonomia dalla politica dell’URSS […]»[20].
Nell’economia di questo lavoro è importante sottolineare che “Mondoperaio” rivolge un’attenzione costante, dalla metà degli anni Settanta e poi proseguendo nel corso del successivo decennio sotto la direzione di Luciano Pellicani, al significato del Dissenso nei Paesi dell’Est europeo, alle sue radici sociali oltre che alle sue prospettive politiche. I numeri della rivista «si aprono sempre più alla collaborazione degli esponenti più qualificati del Dissenso che andava organizzandosi nell’URSS e nei paesi satelliti […]»[21]. I numeri speciali, raccolti nella serie dei “Quaderni di Mondoperaio”, costituiscono ottimi esempi di riflessione critica sulla realtà dell’universo comunista. Nella prefazione di Federico Coen al primo numero della serie («Il sistema sovietico tra Stalin e Breznev», marzo 1974) «sono già espresse le posizioni che “Mondoperaio” continuerà coerentemente a sostenere, in questa materia, negli anni a seguire: in primo luogo, la presa d’atto del venir meno delle speranze – accese anche in area socialista dal XX Congresso e dal dinamismo chrusceviano – di una evoluzione in senso democratico del sistema […]; in secondo luogo, la denuncia della politica di potenza seguita ininterrottamente dall’URSS nei rapporti internazionali […]; in terzo luogo, l’affermazione del dovere di solidarietà dei socialisti italiani nei confronti degli intellettuali e della stessa classe operaia nell’Unione Sovietica e nei paesi satelliti»[22].
Dalle colonne di “Mondoperaio” il PCI viene continuamente incalzato a proseguire nel processo di revisione ideologica e culturale[23], nella convinzione, espressa dallo stesso direttore della rivista che «[…] il dissenso nei Paesi dell’Est impone particolari doveri. Anzitutto perché la violazione sistematica dei diritti civili e politici in paesi che si dichiarano socialisti è un ostacolo alla stessa battaglia per il socialismo, è un elemento di discredito per tutto il movimento, anche in Occidente. In secondo luogo perché i dissidenti dei Paesi dell’Est – molti dei quali, nonostante tutto, continuano a riconoscersi nel socialismo e nel comunismo – guardano con particolare attenzione alle forze del movimento operaio occidentale, come a forze dalle quali può venire qualche cosa di più di una semplice solidarietà verbale, può venire anche una pressione politica capace in qualche modo di incidere sul comportamento dei gruppi dirigenti dei Paesi dell’Est»[24].
Grande merito del gruppo dirigente socialista della seconda metà degli anni Settanta è quello di aver raccolto i contributi e le idee provenienti dalle pagine di “Mondoperaio” e di averli spostati dal terreno ideologico a quello delle scelte politiche concrete. Luciano Cafagna, esponente di punta della cultura socialista e tra i principali animatori di quella feconda stagione, è molto chiaro su questo punto:

«[…] Il craxismo fu certo erede dell’autonomismo di “Mondoperaio”. Non credo però che esso debba tutto (e forse neanche molto), per quanto riguarda la sua ascesa, a “Mondoperaio”. Ma qualcosa, certamente, e di non poco importante, lo dovette: potè poggiare sulla campagna culturale di “Mondoperaio” e sulle dissacrazioni che “Mondoperaio” aveva compiuto negli anni. Queste campagne culturali fornirono al fiero autonomismo socialista di Craxi una legittimazione altrimenti difficile da ottenere nel clima di allora»[25].

Craxi, in effetti, muoveva dal forte convincimento che il comunismo fosse il male da evitare. Si verificò di conseguenza una convergenza spontanea tra due linee: quella di carattere eminentemente culturale con risvolti politici, elaborata dagli intellettuali di “Mondoperaio”, e l’altra di carattere prettamente politico, ovvero la strategia del nuovo segretario socialista, che proprio dalla rivista ebbe modo di ricevere un’importante legittimazione all’interno del partito stesso.
All’attenzione dei socialisti italiani verso l’espressione del Dissenso corrisponde in questi anni, su scala mondiale, la campagna lanciata dall’Amministrazione Carter. La decisione del Presidente americano di utilizzare il cosiddetto “Terzo Paniere di Helsinki” in difesa dei diritti civili dei popoli dell’Europa Orientale, se da un lato provoca l’irrigidimento di Mosca che la interpreta come una indebita interferenza nei propri affari interni, dall’altro fa sì che il problema della tutela dei diritti umani riceva definitiva accoglienza presso l’opinione pubblica internazionale.
In Italia, il Partito Socialista auspica «[…] che si dia finalmente avvio ad una politica più ragionevole e di maggiore rispetto dei principi solennemente affermati nella Conferenza di Helsinki»[26].
Allo spirito degli Accordi firmati nel 1975, in particolar modo al cosiddetto “Terzo Paniere” sulla cooperazione e gli scambi in ambito culturale, può essere fatta risalire quell’importante esperienza, realizzata nel 1977 a Venezia, che va sotto il nome di “Biennale del Dissenso” [27]. Essa si propone di portare al di là della cortina di ferro le opere degli artisti e degli intellettuali dissidenti.
Non è un’impresa da poco conto.
Ed in effetti, la scelta di dedicare l’edizione del 1977 della Biennale di Venezia al Dissenso culturale nell’Unione Sovietica e nei paesi dell’Europa Centrale e Orientale suscita reazioni e polemiche a catena. Si muove lo stesso governo sovietico che fa sapere, a mezzo di proteste ufficiali, di considerare il programma della “Mostra del Dissenso” una unilaterale manifestazione di antisovietismo.
Il Documento CM 74/6c, “Sulle misure di opposizione alla campagna antisovietica in Italia”, proveniente dagli Archivi del Comitato Centrale del PCUS, ben testimonia l’inquietudine dei vertici sovietici. Il Documento, di cui si dà notizia sul “Corriere della Sera” dell’8 gennaio 1994, è il risultato finale di un incontro «estremamente riservato» tenutosi a Mosca, nella Sala del Consiglio dei Ministri del Cremlino, il 27 settembre 1977[28]. Segno, dunque, della grande importanza politica che Mosca attribuisce alla manifestazione veneziana, il Documento in questione indica precise misure per boicottare l’iniziativa stessa. Tra queste, le “Indicazioni all’Ambasciatore sovietico in Italia”, incaricato di sottolineare che «le manifestazioni, di carattere apertamente ostile nei confronti dell’URSS, […] sono in contrasto con l’atmosfera favorevole venutasi a creare tra i nostri Paesi amici e contraddicono lo spirito degli accordi di Helsinki; le “Lettere ai dirigenti comunisti di Bulgaria, Cecoslovacchia, Ungheria, Repubblica Democratica Tedesca, Polonia e Cuba”, sollecitati ad «adottare misure opportune per respingere la campagna antisocialista in Italia»; il “Programma di iniziative informative e ideologiche contro le azioni antisovietiche che sono in corso in Italia”, dirette, tra l’altro, ad intervenire davanti all’opinione pubblica italiana per «[…] rivelare il vero volto dei cosiddetti dissidenti e dei loro sostenitori occidentali e denunciare il carattere antisovietico della Biennale». Non meno importante è “L’appello alla dirigenza del PCI”, diretto ad accertare il fondamento di un possibile sostegno di esponenti comunisti alle iniziative in favore dei dissidenti, fatto questo - chiarisce il documento sovietico - che contrasterebbe «con il desiderio più volte manifestato dalla dirigenza del PCI di rafforzare l’amicizia tra i nostri partiti […]».
Tuttavia, nonostante pressioni e resistenze, la “Mostra del Dissenso” viene inaugurata il 15 novembre 1977: «C’erano - ricorda Carlo Ripa di Meana, Presidente della Biennale di Venezia e strenuo sostenitore dell’iniziativa - alcuni degli spiriti liberi del nostro tempo. Feci poi l’elenco di tutti quelli ai quali non era stato concesso il visto per l’Italia: in sala c’erano altrettante sedie vuote»[29].
Nelle ore immediatamente successive all’apertura della manifestazione, il 16 e 17 novembre 1977, si svolge una Conferenza internazionale, chiamata a verificare il rispetto degli Accordi di Helsinki. In quell’occasione, il Presidente della Biennale vola a Belgrado, sede del vertice, per consegnare nelle mani del capo della delegazione italiana un dossier in cui si dà notizia delle difficoltà burocratiche incontrate da intellettuali e artisti dei Paesi dell’Est, ai quali i propri governi hanno rifiutato il visto per partecipare alle iniziative veneziane.
Come ricordato dallo stesso Ripa di Meana, il sostegno politico e morale dei socialisti italiani è forte fin dall’inizio[30]. Il 15 novembre 1977, Bettino Craxi, solo leader politico nazionale presente a Venezia per l’apertura dei lavori, nel portare il saluto del suo partito sottolinea che «la Biennale appare agli occhi del mondo come una tribuna libera dove hanno diritto di parola anche coloro cui tale diritto è negato nella propria patria»[31].
La “Biennale del Dissenso” si apre con un video di Andrej Sacharov, fatto pervenire clandestinamente in Italia:

«[…] Mi auguro che la Biennale di Venezia faccia emergere tutta la tragicità della vita creativa nei paesi socialisti e mostri allo stesso tempo che nell’Unione Sovietica e nei Paesi dell’Europa Centrale e Orientale, malgrado tutto, esiste e si sviluppa una cultura non ufficiale che dà un contributo alla libera cultura di tutto il mondo».[32]

spiega il padre del Dissenso sovietico nel suo messaggio registrato.
Per un mese, dal 15 novembre al 15 dicembre 1977, a Venezia verrà presentato un intero universo culturale nei suoi molteplici aspetti[33]. Ai Convegni seguiranno i concerti, le rassegne, le mostre dell’arte proibita, le proiezioni di film e videotapes, i dibattiti con il pubblico. Le esposizioni dei libri e degli scritti che circolavano clandestinamente nei paesi dell’Est, i cosiddetti samizdat (riproduzioni a mano su carta velina di testi di narrativa, saggistica economica, politica, storica, religiosa), offriranno una visione di insieme degli strumenti di comunicazione del Dissenso.
La “Mostra del Dissenso”, il cui successo è testimoniato dalle decine di migliaia di visitatori, è probabilmente la più importante iniziativa assunta da una istituzione di livello internazionale per favorire la libertà di espressione nel campo dell’arte, della cultura, delle idee.
L’importanza della manifestazione non sfugge all’analisi di “Mondoperaio”. Federico Coen sottolinea che essa offre «[…] un panorama vasto e articolato, non solo del dissenso, ma delle ragioni che ne sono alla base, cioè del carattere intrinsecamente repressivo di questi regimi e delle conseguenze che ne derivano in tutti i settori della vita di questi paesi: non solo nella politica in senso proprio, ma nella vita culturale, nell’arte, nella ricerca scientifica, nella religione, nel costume. E ciò conferma – conclude Coen – che non solo gli intellettuali sono le vittime della repressione, e quindi i potenziali esponenti del dissenso, ma che la repressione investe l’intera società, le classi lavoratrici nel loro complesso»[34].
L’attenzione verso tutti coloro che lottano per la libertà e contro ogni forma di oppressione continua ad essere alta sulle pagine di “Mondoperaio”. Nel decennale dell’invasione sovietica della Cecoslovacchia, la rivista socialista ripercorre i tragici eventi della “Primavera di Praga” nel numero di luglio – agosto[35]. Vi si trova, ad esempio, un’intervista a Edward Goldstucker, già Presidente dell’ “Unione degli Scrittori” poi emigrato in Gran Bretagna, dal titolo “Il socialismo dal volto disumano”[36].
Nell’aprile 1978, da Torino, Bettino Craxi, nel suo primo Congresso da segretario del PSI, rilancia la sfida:

«[…] non abbiamo e non intendiamo avere rapporti con la fazione al potere in Cecoslovacchia. Praga continua ad essere una ferita aperta nel cuore dell’Europa […]. A dieci anni di distanza dall’invasione straniera contro un popolo e uno Stato sovrano, noi confermiamo la nostra solidarietà e il nostro appoggio a quanti tengono vive le ragioni e le speranze di un socialismo dal volto umano»[37].

Le attenzioni socialiste vengono indirizzate anche alle nuove realtà che prendono forma nei Paesi dell’Est nella seconda metà degli anni Settanta, come ad esempio Charta 77 , il movimento per la tutela dei diritti umani fondato in Cecoslovacchia dal drammaturgo Vaclav Havel. E’ il sintomo, quello costituito da Charta 77, che le forme espressive del Dissenso vanno sempre più evolvendosi, fuoriuscendo lentamente dalla dimensione individuale e clandestina di un tempo. Alle opere di Havel verrà dato grande risalto, oltre che diffusione. Alcune di esse, infatti, saranno tradotte e pubblicate in Italia dalla casa editrice “Sugarco”, tradizionalmente vicina ai socialisti.
Nel 1979 si svolgono le prime elezioni a suffragio universale per il Parlamento Europeo. Il Partito Socialista Italiano decide di dare uno sbocco concreto alla sua lunga azione a difesa delle libertà e dei diritti umani e presenta nelle proprie liste, unico partito socialista dell’Europa Occidentale[38], un esule dell’Est: Jirí Pelikán. Presentando quella candidatura, Bettino Craxi sottolinea:

«[…] I socialisti italiani hanno conosciuto l’odissea dell’esilio. Ebbene, noi vogliamo eleggere al Parlamento Europeo un uomo che visse la Primavera di Praga e che non si è piegato di fronte all’invasione straniera perché, con la sua stessa presenza, dica a tutta l’Europa ed all’opinione internazionale, ad Ovest come ad Est, la convinzione dei socialisti italiani che la bandiera della libertà e della indipendenza non ha confini»[39].

Lo stesso Pelikán, pur considerando quello socialista un gesto di autentica solidarietà internazionalista, è ben consapevole dei rischi che la sua candidatura potrebbe comportare, soprattutto nel caso di un risultato elettorale negativo. In una lettera del 30 aprile 1979, l’esule cecoslovacco esprime a Craxi i propri timori:

«Sono preoccupato per la mia candidatura; le ragioni sono più legate alle conseguenze politiche che il mio eventuale insuccesso può avere sul nostro movimento nel paese, fornendo un argomento alla propaganda ufficiale […]»[40].

Ma l’impegno e l’appoggio dell’intero partito ad una candidatura dal forte significato politico, consentirà a Jirí Pelikán di proseguire dalla tribuna del Parlamento Europeo (verrà rieletto sempre nelle file socialiste anche alle elezioni del 1984) nella costante opera di sensibilizzazione e denuncia delle violazioni dei diritti umani in ogni angolo del mondo. Nell’esperienza a Strasburgo non mancheranno certo i contrasti, in modo particolare con i socialdemocratici tedeschi e con i laburisti inglesi, che in nome della Realpolitik avrebbero preferito mettere la sordina alle sue denunce.
La mossa dei socialisti italiani fa di Craxi e del suo partito il bersaglio degli anatemi sovietici. Il quotidiano “Isvetzia”, organo ufficiale del Cremlino, guarda alla decisione di candidare Pelikán come ad una “provocazione da Guerra Fredda”: «[…] Abbiamo a che fare – si legge sulle pagine del quotidiano sovietico – con un’altra provocazione di quegli ambienti del Partito Socialista che da tempo si danno da fare lanciando sortite contro i paesi socialisti d’Europa e incoraggiando le attività sovversive di individui cacciati o fuggiti»[41].
Sul piano internazionale, negli anni a cavallo tra i Settanta e il decennio successivo, la crisi della distensione porta ad un nuovo irrigidimento nei rapporti tra Est e Ovest.
L’invasione sovietica dell’Afghanistan e il colpo di Stato militare in Polonia, senza dimenticare il lungo braccio di ferro sull’installazione dei missili nucleari a media gittata sul teatro europeo, offrono il quadro del mutato clima nei rapporti internazionali.
All’invasione dell’Afghanistan del dicembre 1979, che segna, per la prima volta dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, l’intervento sovietico in un Paese non appartenente al Patto di Varsavia, il PSI reagisce ribadendo la solidarietà ai popoli che in ogni parte del mondo lottano contro l’occupazione straniera per difendere i fondamentali diritti di libertà e di indipendenza[42].
“Mondoperaio”, al contempo, promuove la nascita di un “Comitato di solidarietà con la resistenza afghana” destinato a svolgere nel corso degli anni successivi una sempre più intensa funzione di sensibilizzazione e mobilitazione dell’opinione pubblica[43].
Decisivo è altresì il ruolo giocato dai socialisti italiani nell’ultima e forse più importante sfida fra i due blocchi internazionali contrapposti, quella relativa agli euromissili. Craxi sarà il più deciso assertore della necessità di una risposta occidentale alla minaccia sovietica fatta gravare sul Continente europeo con il dispiegamento degli SS 20. Col voto favorevole dato all’installazione dei missili Cruise in Italia, il PSI «porterà a compimento la scelta occidentalista dei decenni precedenti, evidenziando ancora una volta su quella la discriminante con il PCI»[44]. Sarà proprio l’installazione dei missili americani a porre un freno alla politica estera dinamica ed aggressiva dell’ultimo Breznev e a dare una spinta decisiva al collasso del sistema sovietico.
Il blocco comunista, comunque, appare scosso nelle fondamenta già agli inizi degli anni Ottanta.
Il montare della protesta sociale in Polonia sembra infatti fornire argomenti e conferme riguardo alla crescente incapacità del Cremlino di controllare ciò che avviene al di fuori dei propri confini. La nascita e il rafforzamento del libero sindacato di “Solidarnosc”, che arriva a contare su 10 milioni di aderenti, suscita l’entusiastica partecipazione del mondo socialista che vede nelle conquiste degli operai polacchi, sancite dagli accordi di Danzica dell’agosto 1980, un fatto destinato ad avere conseguenze esplosive. Poco più di un decennio dopo il soffocamento della Primavera di Praga, il movimento degli operai polacchi rappresenta infatti una nuova speranza, non solo per i popoli dell’Europa dell’Est, ma anche per tutti quelli che in Occidente si battono per un socialismo autentico.
E se per la “Pravda” la protesta in una società socialista «[…] testimonia o l’incapacità dei lavoratori di fruire dei propri diritti nella loro pienezza, o la manifestazione di una particolare impazienza da parte di alcuni gruppi di lavoratori, o l’intenzione di alcuni collettivi di appropriarsi di privilegi particolari, a scapito di un miglioramento graduale che andrebbe a beneficio di tutti»[45], diverso è il ragionamento di “Mondoperaio”. Al centro dell’analisi della rivista socialista sta il grande fatto nuovo che caratterizza la sollevazione polacca, sintetizzabile nelle parole di Federico Coen:

«[…] si tratta di un movimento molto più dirompente di tutti quelli che l’hanno preceduto, compresa la “Primavera di Praga”. E questo per due ragioni principali. La prima è che nella Polonia del 1980 le forze motrici del rinnovamento rifiutano nettamente di servirsi dei canali istituzionali esistenti – partito e sindacato di regime – mentre in passato, in situazioni analoghe, le tendenze nuove erano andate maturando all’interno stesso del partito, come nella Cecoslovacchia del 1968 […]. Il secondo elemento dirompente sta nella natura e nell’oggetto delle rivendicazioni, che solo apparentemente sono sindacali ma hanno in realtà un contenuto libertario: libertà di sciopero, libertà di organizzazione, libertà di informazione, tutte cose che non interessano solo gli operai, ma hanno un valore più generale»[46].

Sull’importanza della vicenda polacca non ha dubbi neanche Bettino Craxi che di fronte al Comitato Centrale del PSI saluta i fatti nuovi verificatisi in quel paese:

«Si è prodotto in Polonia un avvenimento straordinario per una società comunista, con la rottura della struttura monolitica, la conquista di nuovi diritti per i lavoratori, la crescita, seppur limitata di spazi di libertà. Si tratta di un processo liberatorio molto positivo che stimola nuovi cambiamenti e nuove trasformazioni che si potranno realizzare solo nella gradualità. […] Aiutare la Polonia significa oggi non solo circondare di una stretta solidarietà il movimento di Solidarnosc, ma aiutare tutto il paese e l’economia polacca a ridurre gli aspetti più pericolosi ed inquietanti della sua crisi»[47].

Il colpo di Stato militare del 13 dicembre 1981 mostra al mondo intero il primo, nitido sintomo della futura implosione dell’universo sovietico.
Nel corso di una conferenza stampa il segretario del PCI, Enrico Berlinguer, afferma:

«Ciò che è avvenuto in Polonia ci induce a considerare che effettivamente la capacità propulsiva di rinnovamento delle società, o almeno di alcune delle società che si sono create nell’Est europeo, è venuta esaurendosi […]»[48].

E’ quello che viene definito lo “strappo” del PCI da Mosca[49].
Per i socialisti italiani il colpo di Stato del Generale Jaruzelski conferma l’incapacità del comunismo di procedere verso un’evoluzione in senso democratico.
Il fallimento dei tentativi riformisti nei Paesi dell’Est è il punto di partenza della riflessione socialista che si accompagna alla polemica contro quanti tendono a valutare la crisi polacca un affare interno alla Polonia stessa[50].
Nelle ore immediatamente successive al colpo di Stato militare, prendendo la parola nel corso di una manifestazione di solidarietà verso i sindacalisti polacchi arrestati dal regime di Jaruzelski, Craxi rincara la dose:

«[…] C’è una questione che riguarda gli italiani, i democratici e la sinistra italiana. Noi chiediamo a tutte le forze della sinistra italiana di fare discorsi semplici e chiari e chiediamo due cose: che ci sia una solidarietà apertamente dichiarata e senza riserve nei confronti del movimento di Solidarnosc, perché non avrebbe senso condannare l’accaduto e non solidarizzare con le vittime della repressione; chiediamo poi una denuncia delle responsabilità dell’Unione Sovietica, la cui logica imperiale sta sullo sfondo della crisi polacca»[51].

“Mondoperaio” prosegue intanto nel suo prezioso lavoro di pubblicazione di testi ed interviste ad esuli e perseguitati. La redazione della rivista continua a ricevere scritti che circolano clandestinamente nei Paesi dell’Est e che sfuggono alla censura. Si tratta di documenti che in molti casi denunciano le condizioni di vita di coloro che non vogliono piegarsi ai dettami del regime, oltre al gravissimo stato di crisi economica cui il sistema ha ridotto i Paesi satelliti. Si potrebbe ricordare, per quel che riguarda la vicenda polacca, il pezzo del celebre economista Edward Lipinski, intitolato «Risposta a Jaruzelski»[52]. O ancora, la «Lettera dal carcere di un patriota polacco» di Adam Michnik[53], uno dei promotori del “KOR”, il Comitato di difesa degli operai.
Per la sorte di quest’ultimo e di altri esponenti del “cambiamento” come Walesa, Mazowiecki, Geremek e Kuron, in carcere sin dalla notte del golpe sotto l’accusa di aver tentato di rovesciare il regime mediante l’uso della violenza, i socialisti italiani si battono con accanimento. Lo stesso Jirí Pelikán, dai banchi di Strasburgo, invita l’Internazionale Socialista a «dichiarare in maniera non equivoca la sua solidarietà con la classe operaia e con il popolo polacco, a condannare la pressione politica, economica e militare dell’URSS sulla Polonia, ad inviare una delegazione in Polonia ed a creare un Comitato speciale di solidarietà con il popolo polacco»[54].
Il 28 maggio 1985 il Presidente del Consiglio Bettino Craxi, diretto a Mosca per una visita di Stato, fa scalo a Varsavia e incontra il Generale Jaruzelski. Craxi è il secondo Presidente di un paese NATO, dopo il greco Papandreu, a recarsi in Polonia dopo il colpo di Stato. La Polonia deve infatti far fronte in questi anni ad un isolamento internazionale, conseguenza della politica di repressione attuata nei confronti degli esponenti del Dissenso. Antonio Badini, Consigliere Diplomatico di Craxi a Palazzo Chigi, ricorda che il Presidente italiano

«[…] consegnò a Jaruzelski la lettera in cui esprimeva la sua preoccupazione per la sorte di Adam Michnik, Bodgan Lis e Wladyslaw Frasynink e l’auspicio che la decisione di aggiornare il processo nei loro confronti potesse “preludere ad un gesto positivo che avrebbe un’eco estremamente favorevole nel mio Paese e favorirebbe condizioni utili per una migliore comprensione reciproca”»[55].

Bisognerà attendere ancora alcuni anni prima del crollo del sistema sovietico e dell’avvio di una nuova fase nella storia dei rapporti internazionali. La consapevolezza di trovarsi ormai di fronte ad una svolta drammatica nei Paesi dell’Est, rafforza il convincimento che non si possano superare le resistenze della burocrazia e dei circoli conservatori senza una pressione dell’opinione pubblica internazionale, senza l’appoggio concreto da parte della sinistra occidentale, in particolare i partiti socialisti e socialdemocratici e la stessa Internazionale Socialista, agli ormai numerosi movimenti indipendenti dell’Est.
Nel 1989, ad esempio, il PSI si impegna politicamente e diplomaticamente per ottenere la liberazione di Vaclav Havel, leader di Charta 77, arrestato dalle autorità cecoslovacche per la sua opposizione al sistema. Lo stesso Craxi, nel corso di una conferenza stampa svoltasi a Roma il 28 febbraio, propone la creazione di un Comitato internazionale per la liberazione dello scrittore, ed invita l’opinione pubblica ad aderire all’iniziativa socialista[56].
Merita di essere ricordato, sempre nel 1989, un passo pronunciato dal segretario socialista, con il regime sovietico ormai prossimo al crollo:

«La storia ha presentato i suoi conti ad una classe dirigente che ora deve affrontarli con nuove idee, nuove iniziative, nuovi programmi. In alcuni Paesi dell’Est europeo sta avvenendo ciò che ancora qualche anno fa poteva essere considerato impensabile. Riemergono le verità che erano state nascoste, la vita pubblica si fa più trasparente, i libri proibiti sono o saranno pubblicati, molti nomi proibiti tornano o torneranno ad essere pronunciati con il rispetto che meritano […]»[57].

Sintesi perfetta della politica socialista di quegli anni.
La nostra riflessione ha privilegiato alcuni esempi concreti del sostegno agli esuli ed ai dissidenti dell’Est europeo. Ma l’attenzione dei socialisti italiani si è mantenuta costante nei confronti di tutti coloro che in nome della libertà pativano sofferenze ed umiliazioni in ogni angolo del mondo. Craxi e il suo partito non hanno mai smarrito il filo rosso della solidarietà, quando la repressione si è abbattuta su oppositori e dissidenti. Non si possono dimenticare le azioni a sostegno della democrazia nei Paesi dell’America Latina: non verrà mai meno, ad esempio, la solidarietà nei confronti delle forze che in Cile fronteggiavano il regime militare di Pinochet. Né si possono scordare le prese di posizione contro i regimi di Franco e di Salazar e le attenzioni rivolte ai primi, timidi passi della democrazia in Spagna e in Portogallo.
Simili azioni rivestono importanza ancora maggiore se rapportate alla condotta seguita in merito al problema del Dissenso democratico dalla principale forza della sinistra italiana, quel Partito Comunista che nonostante «ne difese con fermezza i diritti di espressione sia in occasioni pubbliche che private, non giunse mai a sostenerne la causa senza riserve […]»[58].
Si può dire, in conclusione, che tendere la mano all’Est si è rivelata una politica lungimirante e realistica. Fornendo voce al Dissenso, i socialisti italiani hanno intuito il crescente disagio delle popolazioni soggette al controllo sovietico e l’irreversibilità della crisi che iniziava a sconvolgere un sistema che ci si era illusi di poter riformare. Il Dissenso degli anni Settanta avrebbe infatti rappresentato soltanto una tenue prefigurazione di ciò che sarebbe poi maturato nella coscienza collettiva nel successivo decennio.

Note

* Oltre alle fonti archivistiche, alle fonti a stampa ed alla bibliografia, il testo si basa sui colloqui degli autori con Federico Coen e Luciano Pellicani. Ad entrambi va il ringraziamento per la preziosa testimonianza fornita.
1. In questo passaggio Federico Coen si riferisce in particolare al “contenzioso” tra socialisti e comunisti sul giudizio da dare nei confronti del sistema sovietico e del cosiddetto “socialismo reale”. Vedi la tavola rotonda tra F. Coen, J. Pelikán, C. Ripa di Meana, R. Rossanda, A. Tortorella, dal titolo Il dissenso a Venezia: bilancio di due Convegni, in “Mondoperaio”, gennaio 1978, pp. 96 ss.
2. Cfr. A. Gismondi, La lunga strada per Hammamet, Bietti, Milano, 2000, p. 30.
3. Cfr. la replica conclusiva del segretario Bettino Craxi al 45° Congresso del PSI tenutosi a Milano dal 13 al 19 maggio 1989. All’Assise socialista era presente la figlia di Imre Nagy. Nel corso del suo intervento Craxi attaccò le posizioni che i comunisti italiani assunsero di fronte alla vicenda ungherese: «[…] Il leader comunista Togliatti pronunciò allora parole che suonano oggi terribili: “Coloro che si scagliano con rabbia impotente contro l’Unione Sovietica per la sua odierna azione in Ungheria contro il nostro movimento sono degli ipocriti, dei sepolcri imbiancati, cui abbiamo diritto di opporre il nostro disprezzo”. Dopo la morte di Imre Nagy, “L’Unità” scrive: “Sgombriamo subito il campo dalle grida di dolore e di indignazione che da 48 ore vanno emettendo senza posa uomini politici e giornalisti di ogni tendenza. Lo spettacolo di cinismo di questi istrioni è ributtante”. Bene, sono vicende di 30 anni fa e appartengono ormai alla storia, che pure merita di essere riletta. Ed è la cosa che io feci tre anni orsono, quando presi carta e penna nel 30° anniversario della rivolta ungherese e scrissi sull’ “Avanti!”: “I comunisti italiani ben potrebbero compiere, anche di fronte alla stessa storia, alle loro posizioni e grandi responsabilità di un tempo, un atto di coraggio, di onestà, di verità ed anche di riparazione”. Il direttore di “Rinascita” di allora commentò: “L’articolo di Craxi sull’Ungheria? Non mi interessa minimamente”. Beato lui! Una rilettura onesta della storia, che non è stata fatta fino in fondo, lo sarà inevitabilmente. I ritardi hanno pesato e pesano, ma possono essere tutti recuperati […]».
4. A. Occhetto, La svolta e i dissidenti. Budapest e Praga, solo la Bolognina poteva riscattarle, in “L’Unità”, 29 luglio 1998.
5. E’ significativa, in riferimento alla vicenda cecoslovacca, una dichiarazione di Giancarlo Pajetta rilasciata al settimanale “Panorama”: «[…] per noi sia Husák sia Dubcek sono “compagni” e come comunisti debbono mettersi d’accordo».
6. Cfr. “Avanti!”, 23 agosto 1968.
7. Si tratta di un manoscritto conservato nell’Archivio della Fondazione Craxi. Il documento non è datato ma, dalla sua lettura, se ne ricava che è stato scritto a venti anni di distanza dalla vicenda cecoslovacca. E’ contenuto nel “Fondo Solidarietà”: SO 002 170 e 171. Da successive ricerche è emerso che parte del manoscritto è stato dato alle stampe, sotto forma di articolo commemorativo a venti anni dall’invasione di Praga (Cfr. “Avanti!”, 20 agosto 1988). Parte dell’appunto di Craxi, in particolare quella relativa ai racconti di Pelikán sui tragici avvenimenti di Praga, è dunque inedita.
8. Cfr. L. Vasconi, L’inverno di Praga, in “Mondoperaio”, agosto-settembre 1968, pp. 22 ss.
9. Questa è la seconda parte del già citato appunto di Bettino Craxi, conservato presso l’Archivio della Fondazione intestata al leader socialista.
10. E’ lo stesso Pelikán ad attestare dell’aiuto fornitogli dai socialisti al suo arrivo in Italia: «[…] diversamente dai comunisti, i socialisti e le altre formazioni della sinistra non hanno avuto le stesse difficoltà di carattere ideologico e diplomatico per accoglierci con simpatia ed attiva solidarietà, tanto più che molti socialisti si riconoscevano nel movimento della “Primavera di Praga” e nel “socialismo dal volto umano”[…]. I primi socialisti da me incontrati nel mio esilio sono stati gli italiani: Pietro Nenni, di eccezionale calore umano, che si è vivamente interessato alla nostra lotta. Un altro prestigioso dirigente del Partito Socialista Italiano, Riccardo Lombardi, non ha mai smesso di rimproverare ai comunisti italiani di non preoccuparsi sufficientemente della sorte dei sostenitori della “Primavera di Praga”, cacciati dal partito e dal loro paese. Bettino Craxi, che conoscevo da quando era dirigente dell’UNURI, mi accolse con un’amicizia e una solidarietà che mi hanno commosso, e non ha perso occasione per pronunciarsi contro la “normalizzazione” e per aiutarci a risolvere i numerosi problemi pratici posti dalla nostra attività in Italia». Cfr. J. Pelikán, Il fuoco di Praga. Per un socialismo diverso, Feltrinelli, Milano, 1978, p. 229. E’ importante aggiungere che in Italia anche altre forze politiche espressero solidarietà a Pelikán. Lo riconosce lui stesso quando afferma di aver trovato ascolto anche «nel gruppo del “Manifesto”, nel Partito Radicale e nel Movimento politico dei lavoratori guidato dal cattolico Livio Labor, ex leader delle Acli», cfr. il libro-intervista di A. Carioti a J.Pelikán, Io, esule indigesto. Il PCI e la lezione del ’68 di Praga, Reset, Milano, 1998.
11. Si tratta di dattiloscritti della Redazione di “Listy”. Sono conservati nell’Archivio della Fondazione Craxi, nel “Fondo Solidarietà”: SO 001 22; SO 001 49.
12. Tra questi si ricordano Ota Sik, Zdenek Hejzlar, Antonin e Mira Liehm, Gustav Herling.
13. Cfr. l’intervento di Bettino Craxi al Convegno: L’esperienza cecoslovacca e i problemi del socialismo in Europa, svoltosi a Parigi nel dicembre 1972.
14. Cfr. A. Carioti – J. Pelikán Io, esule indigesto. Il PCI e la lezione del ’68 di Praga, cit. p. 49.
15. La lettera in questione si trova tra le carte del Fondo Jirí Pelikán, conservato presso l’Archivio Storico della Camera dei Deputati a Roma, Serie 003 sottoserie 001 busta 12 fasc. 0006.
16. G. Belardelli, Pelikán, dissidente scomodo per il PCI, in “Corriere della Sera”, 7 febbraio 2003.
17. Paolo Mieli ricorda le forti critiche dei socialisti al PCI, accusato per le sue tiepide reazioni alle condanne inflitte nei primi mesi del 1978 ad alcuni dissidenti sovietici, tra cui Sharanskij e Ginzburg. Cfr. P. Mieli, Storia del socialismo italiano, vol. VI, Il Poligono.
18. Cfr. “Avanti!”, 10 gennaio 1974.
19. Sulla solidarietà dimostrata nei confronti di Andrej Sacharov è importante la testimonianza di Antonio Badini, Consigliere Diplomatico di Bettino Craxi a Palazzo Chigi. Badini rivela che durante la visita di Stato a Mosca, nel maggio 1985, il Presidente del Consiglio Craxi «consegnò a Gorbacev, al termine della prima tornata dei colloqui, una lettera con la quale egli chiedeva un gesto di umana considerazione per la consorte di Andrej Sacharov, consentendole di recarsi in Italia per ricevere le cure agli occhi da parte dei medici che l’avevano già assistita nel passato. Craxi parlò anche della sorte dello scienziato dicendo che un atto di clemenza nei suoi confronti sarebbe stato altamente apprezzato in Occidente». Cfr. l’intervento di A. Badini in E. Di Nolfo (a cura di) La politica estera italiana negli anni Ottanta, Lacaita Editore, Manduria-Bari-Roma, 2003, p. 28.
20. Cfr. F. Coen e P. Borioni, Le Cassandre di Mondoperaio, Marsilio, Venezia, 1999, p. 15.
21. Ivi, p. 23.
22. Ivi, p. 48 – 49.
23. Riccardo Lombardi, padre nobile della corrente di sinistra del PSI, avverte: «[…] I comunisti hanno assunto un atteggiamento lodevole per ciò che riguarda i fatti della Cecoslovacchia e anche riguardo ad alcune forme di resistenza in altri paesi dell’Europa Orientale e nell’Unione Sovietica. Però quello che è mancato fin dal 1968 è stata la volontà di considerare i dissidenti, i comunisti espulsi o perseguitati dopo la rivolta e dopo la repressione, come compagni esiliati, come compagni emigrati, comunque come compagni. E’ prevalsa di fatto, invece, la teoria del “voi appartenete a quel mondo e quindi potete essere giudicati solo dal vostro partito”». Vedi il dibattito svoltosi l’1 febbraio 1977 a Roma sul tema La sinistra italiana e il dissenso nei Paesi dell’Est. Al dibattito, organizzato da “Mondoperaio” in collaborazione con il Gruppo Parlamentare del PSI alla Camera, intervengono: L. Colletti, F. Coen, R. Lombardi, L. Magri, G. Pajetta, J. Pelikán. Il resoconto dell’incontro è pubblicato su “Mondoperaio”, febbraio 1977, pp. 76 – 89.
24. La sinistra italiana e il dissenso nei Paesi dell’Est, in “Mondoperaio”, febbraio 1977, pp. 76 – 89.
25. Cfr. F. Coen e P. Borioni, Le Cassandre di Mondoperaio, cit., p. XVIII.
26. Vedi il comunicato stampa della Segreteria del PSI, datato 27 dicembre 1976, con cui Bettino Craxi saluta la notizia che in Cecoslovacchia sono stati liberati alcuni prigionieri politici (tra cui Milan Hubl, Jaroslav Sabata, Jiri Muller e Antonin Rusek, imprigionati per la loro adesione alla politica di Dubcek).
27. Con il cosiddetto “Terzo Paniere di Helsinki” i Paesi firmatari degli accordi perseguivano tra l’altro l’obiettivo di «[…] sviluppare una conoscenza reciproca delle rispettive realtà culturali e migliorare le possibilità materiali di scambio e di diffusione dei beni culturali».
28. All’incontro del Cremlino prendono parte l’onnipotente ideologo sovietico Michail Suslov, il braccio destro di Breznev, Konstantin Cernenko, il Capo del Dipartimento internazionale del PCUS Boris Ponomariov, e quattro dirigenti del Comitato Centrale. Cfr. P.Valentino, Mosca contro Venezia, in “Corriere della Sera”, 8 gennaio 1994.
29. Cfr. C. Ripa di Meana, La Mostra di Venezia e il dissenso nei Paesi dell’Est, in La dimensione internazionale del socialismo italiano, cit.
30. Ivi, pp. 339 – 347.
31. “Avanti!”, 16 novembre 1977.
32. Cfr. C. Ripa di Meana, Cane sciolto, cit.
33. Per una cronologia della “Biennale del Dissenso” cfr. C. Ripa di Meana, 1977, guerra fredda a Venezia: l’Unione Sovietica contro la Biennale del Dissenso, in “Il Foglio”, 17 dicembre 2002.
34. Vedi la tavola rotonda tra F. Coen, J. Pelikán, C. Ripa di Meana, R. Rossanda, A. Tortorella: Il dissenso a Venezia: bilancio di due Convegni, “Mondoperaio”, gennaio 1978, pp. 96 – 107.
35. Cfr. i testi di E. Goldstucker, Antonin Liehm e Jiri Kosta: Cecoslovacchia, dieci anni dopo, “Mondoperaio”, luglio – agosto 1978, pp.55 – 67.
36. Ivi.
37. Vedi la relazione di Bettino Craxi al 41° Congresso del PSI svoltosi a Torino dal 29 marzo al 2 aprile 1978.
38. Su questo punto è interessante la riflessione di Ugo Intini: «[…] Il nostro isolamento era ancora più amaro perché si manifestava talvolta anche nella stessa Internazionale Socialista. Una parte dei socialisti francesi era infatti interessata ai rapporti con il PCI in chiave anti PCF, per dimostrare che, mentre si scontrava con i comunisti cattivi (quelli di casa propria) dialogava con i comunisti buoni (quelli d’oltralpe) secondo lo slogan “il comunista del vicino è sempre più bello”. Gli influenti socialisti svedesi e austriaci manifestavano una prudenza doverosa per i dirigenti di Paesi neutrali. Ma il problema serio e strutturale era costituito soprattutto dalla SPD. Jirí Pelikán, ad esempio, era di lingua e cultura tedesca, ma non aveva trovato nella vicina Germania né affettuosa ospitalità né, come da noi, una candidatura al Parlamento Europeo. Non per caso. Il comprensibile obiettivo di Willy Brandt era l’unificazione tedesca e pertanto la sua Ostpolitik significava innanzitutto riappacificazione e rimozione di inutili polemiche con l’area sovietica. […] Brandt non prevedeva affatto che i regimi comunisti avrebbero potuto crollare di schianto e perseguiva perciò un lento ammorbidimento di quei regimi, tale da aprire la strada al ricongiungimento negoziato delle due Germanie. “Sbagliate – diceva – ad appoggiare chi si oppone frontalmente ai partiti comunisti dell’Est; dovete, al contrario, lavorare come noi al loro interno, appoggiare le correnti comuniste moderate”». Cfr. U. Intini, I socialisti, GEA, Milano, 1996, p. 206.
39. Cfr. J. Pelikán, I socialisti italiani e l’Europa dell’Est, in La dimensione internazionale del socialismo italiano, cit.
40. Fondo Jirí Pelikán, Archivio Storico della Camera dei Deputati, Serie 003 sottoserie 001 busta 12 fasc. 0006. Per una ricostruzione di tutta la vicenda legata alla candidatura al Parlamento Europeo cfr. A. Carioti – J. Pelikán Io, esule indigesto. Il PCI e la lezione del ’68 di Praga, cit., pp. 81 – 84.
41. Cfr. J. Pelikán, Per l’Europa delle libertà e dei diritti civili, Arti Grafiche Fiorin, Milano, 1984.
42. Nel 1983, nelle vesti di Presidente del Consiglio, Bettino Craxi varerà l’insediamento di una Commissione per i diritti umani che si occuperà, tra l’altro, della situazione venuta a determinarsi in Afghanistan in seguito all’invasione delle truppe sovietiche.
43. Tra gli aderenti al Comitato vi erano: R. Lombardi, C. Martelli, G. Ruffolo, C. Ripa di Meana, N. Bobbio, M. Salvadori, L. Colletti, U. Terracini, J. Pelikán.
44. Cfr. Z. Ciufoletti, M. Degl’Innocenti, G. Sabbatucci, Storia del PSI. Dal dopoguerra a oggi, vol. III, Laterza, Roma – Bari, 1993, p. 446.
45. Cfr. “Pravda”, 18 dicembre 1980.
46. Vedi la tavola rotonda tra F. Coen, A. Levi, A. Marianetti, A. Occhetto, L. Vasconi: Il messaggio di Danzica , “Mondoperaio”, settembre 1980, pp. 13 – 21.
47. Vedi la relazione di Bettino Craxi al Comitato Centrale del PSI, Roma 28 novembre 1981.
48. Cfr. U. Finetti, (a cura di), Il socialismo di Craxi, M&B Publishing, Milano, 2003, p. 49.
49. Sull’effettiva portata dello “strappo” da Mosca vedi S. Pons, Il socialismo europeo, la sinistra italiana e la crisi del comunismo, in S. Colarizi, P. Craveri, S. Pons, G. Quagliariello (a cura di) Gli anni Ottanta come storia, Rubbettino, 2004, pp. 215 – 229. J. Pelikán sottolinea che «le dichiarazioni di Berlinguer andavano nella direzione giusta, benché non fossero un passo radicale come quello che io avrei auspicato. Il segretario del PCI evitò di definire quello sovietico un regime totalitario e di far ricadere su di esso la piena responsabilità del soffocamento della libertà in Polonia […]». Cfr. A. Carioti - J. Pelikán, Io, esule indigesto. Il PCI e la lezione del ’68 di Praga, cit., p. 95.
50. Per Bettino Craxi «la questione polacca non è una questione interna della Polonia, è una questione che tocca valori universali e cioè i diritti umani e i diritti dei popoli». Vedi il discorso di Bettino Craxi alla Camera dei Deputati il 17 dicembre 1981. Il testo dell’intervento è pubblicato nel volume Tre anni, Sugarco, Milano, 1983, pp. 114 – 119.
51. Cfr. il discorso di Bettino Craxi al Teatro Odeon di Milano il 20 dicembre 1981, pubblicato nel volume Tre anni, cit.
52. Cfr. E. Lipinski, Risposta a Jaruzelski, in “Mondoperaio”, luglio – agosto 1983, pp. 59 – 64.
53. Cfr. A. Michnik, Lettera dal carcere di un patriota polacco, in “Mondoperaio”, settembre 1983, pp. 68 – 76.
54. Fondo J. Pelikán, Archivio Storico Camera dei Deputati, Serie 003 busta 7 0038.
55. Cfr. l’intervento di A. Badini in E. Di Nolfo (a cura di), La politica estera italiana negli anni Ottanta, cit. Un documento riservato dello stesso Antonio Badini del 5 marzo 1986, indirizzato a Craxi e conservato presso l’Archivio della Fondazione Craxi, conferma l’attenzione per il rispetto dei diritti umani in Polonia. Badini, nell’informare il Presidente del Consiglio italiano delle ripetute richieste delle Autorità polacche dirette a favorire un incontro in Italia del Generale Jaruzelski col massimo livello di Governo, annota: «[…] Sig. Presidente, mi sembra sia iniziata un’offensiva diplomatica di Varsavia per far venire Jaruzelski in Italia. […] Sinora ho mantenuto un atteggiamento prudente, facendo capire che i tempi non appaiono maturi per la realizzazione della visita. […] Ho spiegato che un tale atteggiamento negativo può tra l’altro ricollegarsi alla perdurante detenzione dei tre esponenti del dissenso Michnik, Frasynink e Lys […]». Nel suo appunto riservato, Badini aggiunge che l’Ambasciatore polacco in Italia, Josef Wiejacz, «[…] ha sempre fatto presente che Jaruzelski non ha dimenticato il passo da Lei compiuto in favore di Michnik e che ne avrebbe certamente tenuto conto. Rispetto alla situazione di allora, oggi si registrano due significative novità. In primo luogo, con riguardo alla situazione di Michnik e compagni, essendo recentemente intervenuta la sentenza di appello, esistono ora i presupposti giuridici per l’adozione di un provvedimento di clemenza da parte di Jaruzelski. Al riguardo, il Ministro degli Esteri Orzechowski, in un colloquio con il nostro Ambasciatore a Varsavia, non ha escluso che un tale provvedimento possa intervenire in tempi brevi, “prima o dopo l’eventuale visita in Italia”. D’altra parte, la Santa Sede questa volta non ha esitato a rispondere positivamente alla richiesta polacca […]». Il documento suddetto è conservato nell’Archivio della Fondazione Craxi, nella serie PS: PS 008B 1.
56. Tra le carte di Jirí Pelikán è conservata una lettera indirizzata a Bettino Craxi. Nella missiva, datata 27 febbraio 1989, Pelikán esprime la sua gioia nell’apprendere che il segretario socialista intende impegnarsi in prima persona per la scarcerazione di Havel. In tal senso suggerisce, tra varie iniziative, proprio quella di creare un Comitato per la liberazione del suo connazionale. Fondo Pelikán, Archivio Storico Camera dei Deputati, Busta 15 fasc. 0010 Serie 003 sottoserie 003.Così recita il testo dell’appello socialista: «Proprio nel momento in cui si avviano la distensione Est – Ovest, il dialogo tra il potere e la società in Ungheria, in Polonia e nell’URSS di Gorbaciov, lo scrittore cecoslovacco Vaclav Havel è stato arrestato e condannato a nove mesi di carcere duro. L’unica accusa è quella di aver depositato fiori sul posto dove venti anni fa si diede fuoco lo studente Jan Palach. Per lo stesso motivo, sono stati arrestati e condannati altri nove cittadini cecoslovacchi. Questi arresti, insieme con gli interventi brutali della polizia cecoslovacca contro manifestazioni pacifiche, hanno suscitato proteste ed indignazione, in Cecoslovacchia e in tutto il mondo. Proponiamo dunque la creazione di un Comitato internazionale per la liberazione di Vaclav Havel e invitiamo l’opinione pubblica ad aderire alla nostra iniziativa. Chiediamo alle autorità cecoslovacche di liberare subito Vaclav Havel e gli altri prigionieri politici, di cessare le repressioni contro i cittadini che vogliono esprimere la loro opinione, di aprire il dialogo con la società civile». Cfr. “Avanti!”, 1 marzo 1989.
57. Cfr. la relazione di Bettino Craxi al 45° Congresso del PSI tenutosi a Milano dal 13 al 19 maggio 1989.
58. Cfr. S. Pons, Enrico Berlinguer e la riforma del comunismo. Il PCI, l’Europa e l’Unione Sovietica nella tarda Guerra Fredda, in “Italianieuropei”, giugno – luglio 2004, pp. 227 – 250.