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Oltre Il 'Terzaforzismo'. Craxi e le relazioni transatlantiche (1976 - 1983)
di Gaetano Quagliariello
1. I punti di partenza
Il nuovo corso socialista, per quanto concerne la politica
internazionale, nasce pagando il fio di posizioni “terzaforziste”:
rigetto assoluto della logica dei blocchi e correlata propensione a
porre blocco occidentale ed orientale su un piano di supposta parità,
al fine di poter meglio evidenziare la distanza - e, preferibilmente,
l’equidistanza - da entrambi. Questa analisi di fondo è determinata sia
dai ritardi della componente autonomista del partito, che sconta su
tali temi il residuo d’impostazioni proprie della tradizione
socialdemocratica; sia da ragioni tattiche, giustificate dalla
necessità di trovare un accordo con le componenti della sinistra che,
dopo la sconfitta elettorale del 1976, danno la propria disponibilità
ad un’operazione interna di rinnovamento generazionale.
Del primo tipo di residuo offre un esempio eclatante un appunto
manoscritto di Craxi che riprende, con manifesta condiscendenza, i
contenuti di un intervento pronunziato da Nenni nel corso di un
Comitato Centrale del partito del 1973. Si parla delle prospettive
internazionali all’indomani della chiusura del conflitto vietnamita.
L’analisi che Craxi riporta mette in evidenza tre capisaldi: una
marcata diffidenza verso supposte vocazioni unilaterali degli USA; la
ricerca di un nuovo equilibrio multilaterale che utilizzi l’ormai
consolidato inserimento della Cina nel gioco internazionale come
variante alle logiche di Guerra Fredda, nella prospettiva del
superamento dei blocchi; un nuovo ruolo dell’Europa che si sarebbe
dovuta dimostrare capace d’integrarsi ad Ovest per promuovere la
distensione ad Est e, in virtù di ciò, in grado di svolgere una
funzione autonoma, in particolare per quel che concerne il conflitto
mediorientale. Scrive Craxi nel suo appunto: «(…) gli USA lacerati al
loro interno dall’iniqua guerra scatenata contro un piccolo popolo, non
possono più essere quello che sono stati: il gendarme del mondo; gli
americani stessi non lo consentirebbero più. Dai nuovi equilibri
multipolari – USA, Urss, Cina – speriamo esca accentuata la coesistenza
pacifica e sollecitato il lento processo di superamento dei blocchi. Il
1973 può essere finalmente l’anno dell’Europa se, nella preparazione
della Conferenza sulla sicurezza europea, gli europei non si
presenteranno in ordine sparso ma capaci unitariamente di stabilire un
rapporto nuovo tra l’integrazione dell’Ovest e la distensione ad Est,
capaci anche di sollecitare una soluzione di pace nel Medio Oriente che
parta dal confronto diretto o indiretto tra gli Stati interessati».[1]
Ancora più significativa, ai nostri fini, è l’analisi craxiana sulla
contemporanea vittoria, nel 1976, della coalizione
socialdemocratica-liberale in Germania e di Jimmy Carter nelle
presidenziali americane. Craxi saluta con soddisfazione i due eventi.
Vi rintraccia innanzitutto il pericolo scampato di dover mettere mano
allo sviluppo della costruzione europea «sulla base della vittoria
dell’asse Strauss-Kohl o della conferma dell’ideologia strategica
kissingeriana».[2] In particolare, per quanto concerne il significato
dell’elezione americana, la sua analisi evidenzia motivi di diffidenza
che non si limitano alla presa di distanza per l’Amministrazione
repubblicana sconfitta, ma investono a pieno il ruolo degli USA nel
mondo e, in particolare, il loro rapporto con l’Europa. Scrive Craxi a
tale proposito: «Il nuovo Presidente entra alla Casa Bianca sulla
spinta di un’ondata di opinione popolare, carica di elementi di
spontaneità chiudendo il capitolo dell’America del Watergate, della
mortificazione del Congresso, della politica kissingeriana».[3] Craxi
non tace l’indeterminatezza della prospettiva carteriana e, d’altro
canto, alcune contraddizioni di fondo del suo programma sarebbero state
presto stigmatizzate sulle pagine del giornale del partito.[4] Ma
nonostante ciò, sottolinea la speranza che il cambio di presidenza
possa mettere in moto «nuovi indirizzi propulsori di una evoluzione
della politica americana sia nei suoi rapporti con l’Europa sia nella
prospettiva di un consolidamento della distensione e della pace, sia
rispetto alla esigenza di una affermazione costante dei diritti dei
popoli e di una difesa efficace dei diritti dell’uomo».[5] L’accento,
in questa prospettiva, è posto innanzitutto sulla sostanza del rapporto
transatlantico: «Ciò che si attende in particolare è un rapporto con
l’Europa fuori da presunzioni e pratiche di imperialismo indiretto
specie verso quei paesi che, come il nostro, non solo sono interessati,
ma desiderano sinceramente mantenere e sviluppare un rapporto di
stretta amicizia con il popolo americano nel rispetto delle alleanze,
ma anche nella salvaguardia piena della propria autonomia e
indipendenza».[6]
L’eco di queste posizioni si espande oltre l’elaborazione individuale.
La si ritrova, ad esempio, nelle tesi dell’Associazione per il Progetto
Socialista, costituitasi nel 1975 proprio nella prospettiva di un
rinnovamento generazionale del partito in grado d’infrangere la
barriera tra destra e sinistra interna. Ai dibattiti prendono parte
intellettuali di area che possono essere iscritti all’uno e all’altro
versante della tradizionale divisione interna al PSI. Nel volume che
nel 1976 sintetizza le tesi dell’Associazione, i temi della politica
internazionale presentano una particolare torsione in senso europeista
e, non casualmente, sono affidati alla penna di Altiero Spinelli.
L’impostazione manifesta un pronunziato terzaforzismo. Spinelli
rimprovera alla sinistra italiana di aver troppo a lungo dimenticato la
radice resistenziale dell’europeismo e di non aver compreso che la sua
vera natura consiste in «un disegno di trasformazione e innovazione,
non di conservazione».[7] Nel metterla in guardia sull’assenza di
alternative, evoca poi il pericolo dell’unilateralismo americano:
«l’alternativa dell’unità europea in apparenza è la generale
rinazionalizzazione da tutti temuta, in realtà è la torbida ricerca di
una unificazione (cioè di una risposta positiva a un problema
ineliminabile) da fare sotto l’egemonia imperiale di una
superpotenza».[8] Infine, segnala la necessità di far germogliare quei
semi della resipiscenza - per il PSI essi affonderebbero nel 1956, per
il PCI nel 1968 - che avrebbero portato i due partiti a puntare
sull’Europa, proprio per sfuggire alla logica obbligante dei blocchi:
«Entrambi i partiti sono stati portati ineluttabilmente da questo
ripensamento a scoprire che la politica della costruzione europea è la
sola vera alternativa democratica a quella della dipendenza da Mosca o
da Washington, e a quella di un ripiegamento su un impossibile
nazionalismo».[9] Per Spinelli, dunque, l’Europa rappresenta il volano,
insieme, del rinnovamento dei partiti della sinistra e della loro unità.
Da un altro angolo visuale, questi stessi termini del problema sono
ribaditi nel progetto di programma elaborato dal Centro Studi e dalla
Direzione del Partito subito dopo il Midas ed al quale, infine, lo
stesso Craxi avrebbe concesso il crisma dell’ufficialità. Nel
documento, la politica internazionale del partito è posta sotto il
segno prioritario della lotta per la pace e per il disarmo. Vi si
legge: «Il primo problema dell’avvenire dell’umanità e del socialismo è
tuttora il problema della pace. In ogni parte del mondo i socialisti si
considerano vincolati alla soluzione di questo problema: poiché senza
la pace e la distensione – e la conseguente riduzione degli armamenti
–, ogni altro proposito costruttivo o migliorativo diventa di difficile
o impossibile realizzazione».[10] Non vi sono dubbi nell’attribuire le
colpe di questo stato di cose alle due superpotenze, poste su un piano
di assoluta parità: «(…) le maggiori responsabilità spettano certamente
alle due grandi potenze, detentrici prevalenti del materiale militare
più micidiale e sofisticato».{11] E si manifesta un’identica sfiducia
sulle possibilità di riforma interna di una o dell’altra delle due
superpotenze ostili che, allo stesso tempo, sono viste come alleate nel
reiterare un ordine mondiale ritenuto ingiusto: «Ambedue i principali
blocchi di potenza si dimostrano incapaci di elaborare e di praticare
strategie che diano una giusta risposta ai fattori di crisi,
preoccupati come sono di conservare i propri equilibri interni ovvero
di ristrutturarli secondo una logica sempre più dominata dal prevalere
di interessi nazionali».[12] In questo scenario l’Europa, assieme ad
altre aree del mondo non implicate fino in fondo nella logica dei
blocchi (Cina, Giappone, Stati arabi, Paesi non allineati, Australia,
Nuova Zelanda, Sudafrica, America del Sud, Canada) assurge ad elemento
di rottura e di ricerca di un nuovo equilibrio. E qui il terzaforzismo
esterno si coniuga con il terzaforzismo interno, in quanto la nuova
Europa in grado di rompere la logica perversa dei blocchi avrebbe
dovuto essere diversa sia da quella sottoposta all’egida comunista sia
da quella capitalistica e liberaldemocratica: «L’Europa, malgrado la
sua decadenza, è pur sempre uno dei centri degli equilibri mondiali.
Oggi l’Europa è sottoposta in parte a regimi di tipo collettivistico,
burocratico, autoritario; e in parte è sottoposta, invece, sia pure con
più o meno larghi temperamenti d’ordine sociale, a regimi capitalistici
di natura liberaldemocratica. In tale situazione ridurre gli
antagonismi significa auspicare la crescita di elementi di pluralismo,
di democrazia, di tolleranza, di autogestione, nell’Europa Orientale; e
inserire dosi crescenti di socializzazione, programmazione,
partecipazione, autogestione, nell’Europa Occidentale».[13]
2. Il tempo della svolta
Quest’analisi si precisa proprio mentre, dopo un decennio di
relativa stasi della conflittualità bipolare, la Guerra Fredda si
riattiva. L’apertura delle ostilità è segnata, per l’essenziale, dalla
decisione sovietica d’installare gli SS20 sul suolo europeo. La
circostanza sottolinea ancor di più l’astrattezza delle tesi sul nesso
transatlantico con le quali il nuovo corso socialista inaugura il suo
periodo di gestione del partito. Essa, inoltre, aiuta a capire quale
sia lo stimolo esterno più forte che agevola una revisione di queste
posizioni a ritmi, come si vedrà, incredibilmente accelerati. Tale
processo si compie parallelamente ad una prima resa dei conti tra le
componenti che avevano sostenuto unitariamente l’elezione di Craxi alla
segreteria ed una prima messa a punto delle prospettive di governo
verso le quali il Segretario avrebbe indirizzato il nuovo corso,
individuata attraverso un confronto serrato con la realtà
internazionale e quella degli altri socialismi europei.
In questa direzione, nel corso del 1978 non si registrano ancora novità
politiche rilevanti. All’inizio dell’anno una dichiarazione del
Dipartimento di Stato USA tesa ad evidenziare i limiti del processo di
occidentalizzazione del PCI, è bollata dal PSI come un’ingerenza
indebita e, per questo, rigettata nel metodo ma anche nel merito.[14]
La stessa relazione di Craxi al Congresso nazionale del partito di
Torino non può essere segnalata, sul terreno della politica estera,
come un documento di rottura. Vi si trova un’analisi realistica delle
debolezze europee, ma la necessità di ovviarvi la si rintraccia in una
nuova “flessibilità multipolare” del sistema internazionale e
nell’assunzione di un ruolo autonomo sia nei confronti dell’Est sia
della regione mediterranea. Craxi, come di consueto, non fa sconti alle
pratiche anti-democratiche dei regimi comunisti ma non si scorge
ancora, in questo testo, la comprensione della profondità della crisi
del regime sovietico. Per questa ragione, l’avvio di processi di
liberalizzazione ad Est è reclamato «senza eccessive illusioni ma anche
senza visioni manichee».[15] Se ci si sposta alla fine del 1978, al
Congresso dell’Internazionale Socialista svoltosi nel novembre a
Vancouver, l’impostazione dell’analisi internazionale di Craxi non
sembra modificarsi nei suoi dati di fondo. Il Segretario richiede un
progetto di avvicinamento o di riduzione degli antagonismi fra le due
parti dell’Europa, da costruire a partire dallo «sviluppo di elementi
di autogestione democratica e di libertà concrete». E, accentuando la
connotazione terzaforzista di queste parole, subito dopo aggiunge: «Le
grandi potenze si mostrano incapaci di elaborare e praticare strategie
in grado di dare una giusta risposta ai fattori di crisi su scala
planetaria. La diplomazia degli Stati si rivela di conseguenza incapace
di stabilire un nuovo ordine economico internazionale».[16] Ancora nel
gennaio del 1979, nel discorso tenuto in occasione del Congresso dei
socialisti della CEE svoltosi a Bruxelles, Craxi afferma che un’Europa
unita, sebbene alleata degli Stati Uniti, «deve marcare i tratti della
propria autonomia e della propria indipendenza rispetto alla potenza
americana». E, sul rapporto con l’Urss, così si esprime: «tendere la
mano all’Est è stata ed è una politica lungimirante e realistica. Ogni
alternativa è un’alternativa impossibile».[17]
Il momento della svolta deve essere individuato in occasione
dell’apertura della campagna elettorale del 1979. Essa, anche a causa
della sostanziale coincidenza di elezioni nazionali ed euroopee, si
caratterizza per un investimento esplicito su un europeismo finalmente
affrancato dall’originaria prospettiva terzaforzista. Si può scorgere
in tale cambiamento la propensione del partito, sul piano interno, ad
entrare in concorrenza elettorale con il PCI, ma anche con le forze
moderate e in particolare con la DC. Conta, ancor di più, sul piano
esterno, il rapporto che la Segreteria del PSI instaura con la SPD in
merito alla risposta occidentale da fornire all’installazione degli
SS20. Dai documenti appare con sufficiente chiarezza come, proprio in
questo frangente, ad un rapporto fino ad allora privilegiato con i
socialisti francesi si sostituisca quello con la socialdemocrazia
tedesca. Non è un caso che proprio in questa fase si compia l’incontro
tra Craxi ed il Cancelliere tedesco Helmut Schmidt e che la campagna
elettorale sia inaugurata da una grande manifestazione a Torino, con la
partecipazione di Willy Brandt.[18]
Questi rapporti sono fondamentali nell’enucleare e mettere a fuoco la
posizione del PSI sugli euromissili, anche se ufficialmente il
dibattito sul tema approda in Direzione solo il 25 ottobre 1979, alla
vigilia di un dibattito parlamentare dal quale sarebbe dovuta scaturire
la posizione italiana e nel quale, verosimilmente, sarebbe stata posta
in gioco la sorte stessa del governo, presieduto allora da Francesco
Cossiga. L’argomento è introdotto da una relazione di Lelio Lagorio, il
quale fissa i punti cardinali dai quali sarebbe dovuta scaturire la
posizione del partito: l’installazione degli SS20, da mettere in
relazione con l’acquisizione dei nuovi bombardieri Backfire, ha
determinato sul teatro europeo uno squilibrio notevole fra gli
armamenti sovietici e gli armamenti NATO. Su questo sfondo, è segnalata
l’esistenza di margini politici e diplomatici per adottare una linea
che miri, contemporaneamente, al pareggiamento delle forze e al
negoziato con l’Urss in vista di un possibile disarmo programmato. Si
segnala, infine, l’opportunità di condurre, lungo tali direttrici, una
politica di raccordo in particolare con il governo tedesco e con la
SPD, impedendo in tal modo che all’interno della Germania possano
prendere forza tentazioni di riarmo unilaterale, praticato anche
attraverso un contatto diretto con Mosca. Questa tentazione è
attribuita, in particolare, al leader della CSU Strauss.[19]
Tale linea non raccoglie l’unanimità entusiasta della Direzione.
Lombardi riferisce di rotture in seno alla SPD, e la circostanza spinge
Craxi a precisare la natura e la profondità dei rapporti avuti con quel
partito.[20] Il vecchio leader insiste sulla possibilità di ricercare
in via preventiva una trattativa di smilitarizzazione con l’Est. De
Martino, dal suo canto, avanza una proposta di moratoria, sostenendo
che autorizzare la costruzione dei missili occidentali avrebbe
significato giungere alla loro inevitabile installazione.[21] Achilli
riprende la richiesta di moratoria e la coniuga con quella d’apertura
di un negoziato immediato.[22] Coen chiede una più decisa pressione
degli americani per il disarmo e, soprattutto, una verifica comune con
il PCI sull’argomento.[23] A questi dubbi risponde in prima persona, e
senza infingimenti, Bettino Craxi, affermando apertamente che qualsiasi
ipotesi di moratoria o rinvio avrebbe reso più debole la posizione di
coloro i quali stavano lavorando per il riequilibrio. Chiede, dunque,
al partito una chiara assunzione di responsabilità che, tra l’altro,
abbia anche l’effetto di aiutare i socialdemocratici tedeschi, in
difficoltà sul piano della politica interna.[24] Tra gli altri, gli fa
eco Landolfi, il quale in merito ai rapporti sul PCI, senza giri di
parole afferma: «Non possiamo raccordarci ai comunisti su questo tema:
siamo su di una onda diversa».[25] A gettare acqua sul fuoco, in questa
circostanza, giunge l’intervento del vice-segretario Claudio Signorile.
Egli, di fronte ai dubbi provenienti dalla sinistra del partito,
ribadisce che la scelta di approvare la spesa per la costruzione dei
missili non presuppone la loro obbligatoria costruzione. E, per quanto
concerne i rapporti con il PCI, riconosce che «la questione porta ad un
rischio di rottura e di ritorno all’indietro».[26] Segnala nelle
posizioni del PCI alcune interessanti ammissioni dello squilibrio
esistente e chiede di pazientare per vedere come le posizioni comuniste
si sarebbero evolute. Conclude con l’esposizione di un’inequivocabile
linea tattica: «La posizione migliore per l’Europa è quella di avviare
la costruzione avendo sempre a disposizione l’acceleratore e il
freno».[27] Il suo intervento è il viatico che consente a Craxi di
concludere il dibattito con la lettura di un testo d’orientamento in
nove punti che, nella sostanza, ribadisce e precisa i contenuti della
relazione introduttiva di Lagorio.[28] L’analisi delle discussioni in
seno alla Direzione del PCI offre un’interessante pendant del dibattito
svoltosi in casa socialista. Per l’essenziale, si può affermare che
nello spazio di tempo compreso tra il settembre ed il novembre del
1979, proprio sul tema degli euromissili, si consuma una decisiva
rottura tra i due partiti della sinistra storica. L’interesse verso una
collaborazione più stretta tra i due partiti propugnata da Craxi, che
il 28 settembre avrebbe spinto Berlinguer ad affermare che «la linea di
Craxi è più vicina a noi di quella di Signorile», viene
progressivamente meno, fino ad annullarsi.[29] Al punto che, solo due
mesi più tardi, lo stesso Berlinguer avrebbe constatato come «il PSI si
(fosse) allineato alla tesi americana», ripiegando per questo sul
classico tentativo comunista di valorizzazione delle riserve interne al
PSI nei confronti della linea ufficiale del partito.[30]
3. La resa dei conti nel partito
Lo scontro politico interno è, d’altro canto, solo di pochi
giorni successivo alla definitiva rottura con il PCI. Quando a dicembre
la decisione sugli euromissili approda nelle aule parlamentari, la
sinistra del partito decide che è giunto il momento di accendere le
polveri del conflitto. Il 12 dicembre, sulle colonne dell’ “Avanti!”,
appare un articolo a firma del vice-segretario Claudio Signorile dal
titolo inequivocabile: “Tre motivi di malessere per il partito”.[31]
Il primo dei tre risiede proprio nella collocazione internazionale
della guida autonomista. Signorile, infatti, è convinto che il
compromesso raggiunto in Direzione e ripreso nella sua essenza dalla
mozione presentata alla Camera, sia stato tradito dal successivo
comportamento dei gruppi parlamentari, confluiti infine sul sostegno
alla mozione governativa. In sostanza, ritiene che nell’originaria
posizione socialista sia presente una distinzione tra la decisione di
bilancio e la decisione dell’installazione, rompendo ogni automaticità
tra questi due stadi e conservando così la scelta d’installare o meno i
missili all’autonomia politica delle differenti nazioni. In questa
prospettiva, la clausola di dissolvenza non sarebbe consistita solo
nella possibilità di revocare la decisione assunta in caso di successo
della trattativa sul disarmo bilaterale, bensì nella possibilità di
dissolvere la decisione di bilancio in ogni caso ed in ogni momento,
prima che essa comportasse conseguenze operative. Signorile afferma
che, in tal modo, si sarebbe potuto lanciare un ponte verso le
posizioni terzaforziste presenti nel PCI e nella DC e svolgere una
funzione equilibratrice in seno al socialismo europeo, dilaniato da
prese di posizione troppo diverse tra di loro. Lo stesso giorno, sulla
prima pagina del medesimo giornale, compare però con un taglio basso
anche una lettera di Craxi indirizzata a Tiraboschi, che aveva
protestato anche a nome di altri membri della Direzione per la mancata
convocazione della stessa in occasione del voto sulla questione degli
euromissili.[32] Tale richiesta, a quanto risulta dalla lettera, era
stata avanzata per la prima volta da Signorile il giorno antecedente
all’apertura del dibattito alla Camera, alle dieci di sera, e Craxi
l’aveva respinta avendola ritenuta intempestiva e inopportuna. La
lettera, inoltre, dà al Segretario la possibilità di ribadire
l’assoluta rispondenza tra le decisioni assunte in sede parlamentare ed
i deliberati del partito. Craxi fa terra bruciata tra la sua
interpretazione restrittiva della dissolvenza e la proposta di
moratoria avanzata da De Martino e respinta dalla Direzione: tra queste
due ipotesi, a suo dire, non vi sarebbe stato spazio per la terza via
di Signorile. Va notato, a tal proposito, che Craxi avrebbe modificato
questa originaria convinzione una volta conquistato il governo. Allora,
in uno scambio di corrispondenza con Ronald Reagan, avrebbe proprio
sostenuto la possibilità di guadagnare margini negoziali alla
prospettiva dell’accordo senza per questo accedere alla richiesta di
moratoria[33]. Ma questa incongruenza aiuta anche a comprendere
l’importanza assegnata da Craxi agli elementi contingenti. Il Craxi del
1979, infatti, non si limita né all’enunciazione di una posizione di
principio né tanto meno alla difesa della correttezza formale delle
decisioni assunte. Considera l’aspetto pragmatico connesso al
particolare momento politico, affrontando di petto il tema delle
conseguenze che sarebbero potute derivare da un comportamento diverso
del partito. Egli ricorda come il risultato parlamentare abbia chiarito
che senza l’apporto socialista la mozione non sarebbe passata, a causa
dei franchi-tiratori pronti a sfruttare l’opportunità offerta loro dal
voto segreto. Si sarebbe, in tal modo, prodotta una crisi di governo
grave sul piano interno, ed ancora più grave su quello internazionale,
laddove essa avrebbe provocato uno sbandamento nell’Alleanza Atlantica
e posto la SPD in grave difficoltà al cospetto della soluzione
neo-nazionalista sostenuta da Strauss. La battaglia nel partito,
dunque, si apre senza esclusione di colpi e su tutta la linea: quella
della strategia e quella della tattica. E, a conferma della durezza del
confronto, due giorni più tardi, su richiesta di Craxi, l’ “Avanti!”
pubblica il resoconto sommario della Direzione del precedente 25
ottobre, dal quale emerge la sostanziale adesione di Signorile alla
linea della segreteria.[34]
In questo clima, il 20 dicembre si aprono i lavori della Direzione
dedicati, innanzi tutto, alla situazione determinatasi nel partito. Si
tratta della prima tappa di quel chiarimento interno che, come si
vedrà, sfocerà nel compromesso siglato nel successivo mese di gennaio
in sede di Comitato Centrale, con l’elezione di Lombardi alla
presidenza. In questa fase, i riformisti attenuano le loro posizioni e
cercano di ricondurre le divergenze nel solco unitario tracciato al
Congresso di Torino. Non di meno, la disponibilità tattica alla
conciliazione con la sinistra si esplica in limiti precisi, che Craxi
ribadisce nel suo intervento conclusivo. Ancora una volta, la parte
centrale è introdotta da un’analisi della situazione internazionale.
Egli la descrive «densa d’incognite» e, al cospetto di un quadro
tutt’altro che rassicurante, scorge una sinistra europea che arretra
disorientata e divisa. Lo sfondo gli serve per chiarire come egli non
intenda eludere le ragioni di questa crisi. Avrebbe provato a
governarla nel segno della stabilità e della gestione dei suoi
elementi, anche i più scabrosi per una prospettiva socialista,
attraverso la diretta assunzione di responsabilità di governo. Le sue
parole sul punto sembrano descrivere una prospettiva che potrebbe
definirsi pre-blairiana: «in Italia non verrà a lungo sopportata una
situazione di instabilità e di non governo. In Europa c’è paura ed
incertezza. I popoli europei chiedono in questo momento stabilità e
sicurezza. Ciò vale anche per noi e non dobbiamo dimenticarlo. Chi
teorizza all’interno del partito l’utilità di lasciare via libera ad un
blocco conservatore per poter dall’opposizione, nel lungo periodo,
ricostruire una nuova sinistra, non ha il diritto di sacrificare ad una
tesi astratta il dovere di lottare per impedire che siano rimessi in
discussione valori, conquiste, possibilità concrete di difesa e di
avanzamento».[35] E’ su questo crinale che si delinea l’ultima
frontiera possibile del compromesso interno.
Nella relazione che apre il dibattito del Comitato Centrale del gennaio
1980, Craxi per prima cosa analizza la rottura dell’ordine
internazionale provocato dall’invasione sovietica in Afghanistan. Le
sue parole non concedono assolutamente nulla al giustificazionismo.
Anzi, a rincarare la dose, il Segretario ricorda le responsabilità
dell’Urss nel dramma dei “boat people” vietnamiti e nell’invasione
della Cambogia. Su un differente piano, a testimonianza di una svolta
decisa delle condizioni dell’ordine mondiale, egli colloca le
inquietudini per gli sviluppi della rivoluzione iraniana e per le
relazioni tra Iran e Stati Uniti. Al cospetto di questo quadro, la sua
professione di occidentalismo non presenta nuances: «l’invasione
sovietica dell’Afghanistan non poteva restare senza risposta da parte
della Comunità internazionale, e in primo luogo da parte dei paesi
occidentali, degli Stati Uniti, dell’Europa, del Terzo Mondo».[36]
L’oggettiva drammatizzazione della situazione è poi utilizzata al fine
di rivendicare la scelta di appoggiare l’installazione degli
euromissili. Craxi ribadisce che tale linea è stata assunta in accordo
con la SPD e la definisce una «linea decisa». Quest’assunzione di
responsabilità introduce una più complessiva analisi della politica
estera imperniata su tre capisaldi. In primo luogo l’intuizione che la
ripresa dell’aggressività sovietica possa dipendere da una crisi
intrinseca al regime: «per scrutare i possibili sviluppi - afferma
Craxi - si torna da più parti a porre interrogativi su quanto accade
nell’Urss dove il potere è probabilmente assai meno monolitico di
quanto appaia e dove la società politica è presumibilmente come
altrove, anche se in forme diverse, “terra di contrasti”».[37] Craxi,
nell’occasione, espone sommariamente, ma con sufficiente chiarezza, gli
elementi sui quali si sarebbe sviluppata la crisi del potere sovietico
e, in premessa, dichiara come questi elementi gli derivino da contatti
diretti con il mondo del dissenso: «Parlando in più occasioni, anche
con esponenti dell’Est comunista, ho sentito disegnare l’immagine di un
potere composito, da un lato una oligarchia burocratica e
gerontocratica, dall’altro una potente casta militare. Nell’insieme, il
prevalere di uno spirito nazionalista che è diffuso e ha radici
antiche, e che il sistema sovietico fa proprio interpretandolo in una
nuova versione ideologica. Questo spiegherebbe la rigidità all’interno,
le mancate riforme del sistema, e il prevalere della componente
militare nell’azione internazionale».[38] Da quest’analisi Craxi deriva
che l’aggressività sovietica sia un segno di debolezza al quale è
necessario fornire una risposta decisa e priva di tentennamenti.
L’Europa, in questa prospettiva, avrebbe dovuto fare tutta la sua
parte. Ma, chiarisce Craxi, «questa non avrebbe né senso né portata se
si muovesse fuori dal quadro di solidarietà dell’Alleanza Atlantica e
in alternativa all’alleanza tra l’Europa e gli Stati Uniti».[39]
Semmai, il possibile incrinarsi della logica bipolare spinge il
Segretario socialista a porre con forza il tradizionale problema
dell’influenza italiana nell’area mediterranea, indicando tale spazio
come quello nel quale la nostra politica estera avrebbe potuto
guadagnare un margine non esiguo di autonomia.
In questo Comitato Centrale si stabilisce la tregua con la sinistra che
porta all’elezione di Riccardo Lombardi alla presidenza del partito.
Del raggiunto accordo, che sulle prime è giudicato dai commentatori
alla stregua di un accerchiamento del Segretario, si avverte il peso
nella relazione finale. Craxi, infatti, appare qui più prudente e meno
filo-atlantico. Egli afferma la convinzione che il mondo sia entrato in
una fase in cui «le sorti dell’umanità non possono essere affidate solo
all’incontro o allo scontro delle due superpotenze».[40] Auspica, per
questo, uno sviluppo della situazione internazionale in senso
multipolare con l’Europa in grado di giocare un effettivo ruolo
d’equilibrio. Ma tali posizioni ripropongono solo in apparenza l’antica
logica terzaforzista. Craxi, infatti, non fa sconti all’Unione
Sovietica neppure in quest’occasione. Il massimo che è disposto a
concedere alle ragioni della tattica interna è di prospettare un’Europa
unita alleata degli Stati Uniti, e solo amica dell’Unione Sovietica.
Chiarendo, in seguito, come una posizione fermamente atlantica ed
anti-sovietica avrebbe potuto condurre il movimento socialista a non
essere sbaragliato dal vento di destra che soffia sull’Europa: «il
movimento socialista europeo - avrebbe detto in un passaggio
fondamentale della relazione - ha subito una serie di sconfitte
elettorali. C’è un’evidente spinta di destra in Europa. E noi abbiamo
il problema di come impedire che il vento della Signora Thatcher piombi
anche su di noi».[41] Per Craxi, insomma, si pone il problema di
cercare d’indirizzare quel vento, soprattutto attraverso scelte
conseguenti nel campo della politica internazionale, non di fingere che
esso non si fosse alzato.
La tregua, fondata su queste premesse, dura poco. Un nuovo Comitato
Centrale, nell’ottobre di quello stesso anno, pone la parola fine alla
stagione dell’accordo tra autonomisti e sinistra e, rieleggendo Craxi
segretario, sancisce la sua acquisizione del partito. Riccardo
Lombardi, non casualmente, nota nell’occasione come quell’epilogo
sarebbe derivato dalle ambiguità non risolte nel Comitato Centrale del
gennaio ed ampliatesi ancor di più in quello di marzo.[42] E dalla
lettura degli interventi dei rappresentanti della nuova opposizione
emerge che una parte notevole di tali supposte ambiguità sia
individuata proprio nell’ambito della politica estera: essi, proprio su
questo terreno, avrebbero consentito a Craxi di praticare “lo strappo”,
senza essere in grado di fermarlo in tempo. Lombardi, sebbene
consapevole del ritardo, chiarisce comunque l’indisponibilità della
sinistra a superare una logica “terzaforzista”, pur in presenza della
nuova aggressività sovietica. Afferma al proposito: «(…) le corrette
argomentazioni di Craxi circa le iniziative espansive ed
imperialistiche dell’URSS si sono unite a uno sconcertante silenzio su
una delle maggiori cause di destabilizzazione a livello mondiale: la
politica monetaria praticata dagli Stati Uniti, che ha determinato una
situazione di caos monetario ed economico senza valutare la quale non
si può comprendere nelle sue motivazioni reali, ben diverse dai
capricci degli sceicchi, la stessa crisi petrolifera».[43] De Martino
si spinge oltre, notando come l’occidentalismo di Craxi avrebbe
modificato i capisaldi tradizionali della concezione socialista
dell’Alleanza Atlantica così come erano stati fissati da Pietro Nenni
ma - cosa che ai suoi occhi risulta più grave -, esso si sarebbe
rivelato non solo in ambito teorico ma anche sul terreno della concreta
pratica politica: «per quanto riguarda i fatti concreti, il PSI ha
accettato l’installazione dei missili, il boicottaggio delle Olimpiadi,
le sanzioni economiche, a differenza di altri partiti socialdemocratici
europei».[44] Achilli, infine, chiarisce quanto tutto ciò pesi nella
nuova determinazione dei rapporti all’interno del partito. Rimprovera,
infatti, la dirigenza autonomista di «appiattimento nei confronti degli
Stati Uniti» e ritiene che «la scelta occidentale (sia) diventata ormai
una discriminante interna».[45]
Dal punto di vista della periodizzazione, va notato come Craxi liquidi
definitivamente la linea di Torino, fondata sul Progetto e
sull’alternativa, alla vigilia di una ulteriore svolta del quadro
internazionale, determinata questa volta dalla travolgente vittoria di
Ronald Reagan nelle elezioni presidenziali americane. Il fatto di avere
ormai superato la fase della lotta interna e la definitiva assunzione
della prospettiva della conquista del governo, aiutano a comprendere
perché egli può confrontarsi con il nuovo quadro internazionale senza
l’eccessivo peso di pregiudiziali d’ordine ideologico.
4. Craxi e Reagan
Il pragmatismo di Craxi nel giudicare la fase della politica
americana che si apre con l’ascesa di Reagan, si evince già dalla
dichiarazione con la quale il Segretario commenta la travolgente
vittoria del governatore californiano: «L’America è un Paese strano che
non cessa mai di sorprendere. Come sorprendente era stata la rapida
ascesa di Carter, così è sorprendente non tanto la vittoria di Reagan,
che era nell’aria, quanto il modo così ampio e significativo con cui
l’ex governatore della California ha conquistato la Casa Bianca. I
connotati politici di Reagan sono quelli tipici della destra
repubblicana. La tradizione repubblicana ha dato agli Stati Uniti buoni
e cattivi presidenti. Auguriamoci che Ronald Reagan, per il bene degli
Stati Uniti e per le sorti della pace nel mondo, riesca a stare nella
prima categoria».[46]
Pochi giorni dopo, su questa stessa linea, Craxi si sarebbe spinto più
in profondità. In occasione del Congresso dell’Internazionale
Socialista, inauguratosi a Madrid il 13 novembre, il suo intervento si
apre con la constatazione che la vittoria di Reagan non è stata, in
fondo, una sorpresa, avendo l’Amministrazione Carter «preparato la sua
sconfitta pezzo per pezzo».[47] L’avvenimento per Craxi è, in primo
luogo, un’ulteriore conferma di una convinzione che, come si è visto,
era andata in lui consolidandosi con il trascorrere del tempo:
l’Occidente gli appare vieppiù percorso da paure e angosce che spingono
i popoli a privilegiare le soluzioni politiche in grado di meglio
rispondere al bisogno di sicurezza e stabilità. Da qui un richiamo al
realismo e alla concretezza della quale si sarebbe dovuta dotare la
politica «che – sono parole di Craxi – come la natura non sopporta
vuoti».[48] Craxi, in questo momento, minimizza ancora l’impatto che la
Presidenza Reagan avrebbe avuto sugli equilibri mondiali. Non di meno,
invita a riflettere sul significato politico della sua vittoria: «resta
il fatto che molte delle sue impostazioni, che hanno origine nella più
pura destra americana, sono lontane dalle nostre, anche se ciò non
esclude che esse possano assumere forme equilibrate e di natura utile
ai processi di pace ed alla necessità di dare basi più solide e più
durature alla distensione».[49] Da qui discendono le due conclusioni,
che impregnano di significato politico la relazione. Sul piano
internazionale, vi è l’invito rivolto ai socialisti europei a non
praticare chiusure preconcette in nome dell’ideologia. Si sarebbe
dovuta privilegiare, invece, una concezione realista per la quale le
due sponde dell’Atlantico avrebbero dovuto sviluppare una più stretta
collaborazione, abbandonando una volta per tutte le teorie relative
all’imminente crollo del campo comunista sovietico. Sul piano interno,
Craxi sprona ad accettare la sfida del governo, per non lasciare alla
destra il monopolio della gestione della paura sociale. E la
partecipazione all’azione governativa si sarebbe dovuta compiere «nelle
forme possibili, nelle circostanze che si diversificano da paese a
paese»: in forma d’alternativa laddove ciò fosse possibile ma anche, in
alcuni casi, in quella della collaborazione in più ampie e
diversificate coalizioni.
Rispetto a questa prima messa a punto sul nuovo corso americano, ben
presto alcuni elementi dell’analisi sarebbero stati modificati. Il
passaggio è ben evidenziato nelle stesse pagine dell’ “Avanti!”, che
dedicano al fenomeno Reagan un’attenzione particolare. Esse aiutano
anche a cogliere l’importanza che in questo processo – che va di pari
passo con l’accreditamento di Craxi presso la nuova Amministrazione -,
esercita Michael Ledeen, allora direttore del “Washington Quartely” e
docente alla Georgetown University ma, soprattutto, uomo vicino
all’Amministrazione per la sua profonda conoscenza dei problemi
italiani. Dalle carte e dagli archivi, la presenza attiva di Ledeen si
percepisce per tutta la parabola ascendente del rapporto tra Craxi e
Reagan: dalle prime revisioni dei giudizi fino alla notte di Sigonella,
nella quale Ledeen svolge il ruolo di mediatore ed interprete nella
drammatica telefonata tra Craxi e Reagan, immortalata da quest’ultimo
nelle sue memorie e che, tra l’altro, sarebbe valsa a Ledeen una
lettera d’encomio del Presidente americano.[50]
Per quel che concerne il periodo qui preso in considerazione, due sono
i giudizi che, rispetto alle analisi originarie sul reaganismo, Ledeen
contribuisce a far revisionare. Si evincono, entrambi, da una lunga
intervista che, in questo torno di tempo, egli concede all’ “Avanti!”.
Egli, in primo luogo, spiega la compenetrazione tra tradizionalismo e
rivoluzionarismo, che avrebbe fatto della Presidenza Reagan un fenomeno
assai poco comprensibile attraverso le categorie con le quali i suoi
predecessori repubblicani si erano avvicinati alla politica
internazionale. Ledeen non nega il tradizionale isolazionismo della
destra americana, ma evidenzia come l’aggressività sovietica e,
soprattutto, l’escalation del terrorismo internazionale considerato «la
massima violazione dei diritti umani» avessero fatto prevalere una
differente esigenza, non meno tradizionale, della quale Reagan si
sarebbe fatto interprete a cospetto del popolo: «la nostra tradizione
di fondo è quella di esportare la rivoluzione democratica, e la nostra
politica estera, secondo me, deve consistere nell’esportare la
rivoluzione democratica dappertutto».[51] Questa ricetta che, è sin
troppo facile notarlo oggi, avrebbe avuto un futuro, applicata a quella
specifica fase della Guerra Fredda mette in dubbio un secondo caposaldo
delle originarie convinzioni di Craxi su Reagan. Apparirà presto chiaro
– e la stampa socialista non eviterà di notarlo – che la nuova
presidenza americana non si sarebbe limitata ad una politica di
contenimento dell’espansionismo sovietico, ma avrebbe cercato di
metterlo in crisi per giungere ad una destabilizzazione complessiva del
blocco orientale.[52] Questa strategia, condotta in nome
dell’esportazione della democrazia, avrebbe posto degli ineludibili
problemi a quelle tradizioni, tra le quali la socialista, che avevano
fin lì coniugato la denuncia dei crimini del regime comunista con
l’aspirazione ad un progresso delle libertà, delle garanzie,
dell’eguaglianza possibile non solo confinata in ambito nazionale.
Craxi e il PSI raccolgono la sfida. In ciò sono spinti certamente da un
bisogno di legittimazione in vista della possibile conquista di Palazzo
Chigi. Ma sarebbe un errore amplificare eccessivamente la dimensione
strumentale di tale disposizione. Una spinta più forte proviene
dall’evoluzione del quadro internazionale, ad iniziare dall’esplosione,
nel dicembre del 1981, della crisi polacca. Vanno evidenziate, a tal
proposito, la forte e prolungata mobilitazione che il partito produce
nell’occasione, coinvolgendo anche le istituzioni nelle quali esso è
più influente, ma anche la valorizzazione senza nuances e remore della
posizione di condanna dell’Urss che il PCI esprime allora: nonostante
la limitata utilità, sul breve periodo, di tale riconoscimento ai fini
della strategia governativa fatta propria dal partito.[53]
Quel che va evidenziato, dunque, è come la concezione dell’asse
transatlantico subisca, in questa fase, un ulteriore aggiustamento.
L’alleanza con gli Stati Uniti non è più vista come uno strumento atto
ad allargare spazi di disponibilità ad Est, ma come una necessità
imprescindibile per opporsi ad un sistema in crisi che, nel campo della
politica internazionale, cerca fughe in avanti per ovviare a problemi
strutturali sempre più gravi. Queste nuove consapevolezze sono ben
sintetizzate nella dichiarazione rilasciata da Craxi nel marzo dell’82,
a conclusione di un lungo colloquio con Mitterand a Parigi: «Gli Stati
Uniti da soli non sono in grado di affrontare i problemi del confronto
politico con l’Unione Sovietica e il suo sistema di alleanza,
prescindendo dall’Europa. Né l’Europa potrebbe farlo prescindendo dagli
Stati Uniti. Ogni strappo al di fuori di un equilibrio di questa natura
finisce col determinare degli squilibri».[54]
Resta da chiarire, a questo punto, come le Amministrazioni americane
percepiscano e giudichino tale processo di revisione, che si accompagna
ad una progressiva conquista di centralità da parte di Craxi
nell’ambito della politica nazionale. A tale quesito è possibile
fornire una prima risposta sulla base dei documenti fin qui
declassificati: per l’essenziale, rapporti della Central Intelligence
Agency e telegrammi dell’Ambasciata americana a Roma. Il nome di Craxi
compare già in un rapporto della CIA del 1976, l’anno dell’assunzione
della segreteria del partito. In questo documento sono presenti due
elementi che avrebbero rappresentato, per un primo tempo, delle
costanti delle analisi americane. La convinzione, innanzi tutto, che
dati i rapporti di forza, solo un rifondato rapporto con i socialisti
avrebbe potuto concedere alla Democrazia Cristiana la prospettiva di
prescindere dall’accordo con i comunisti. Proprio in questa prospettiva
vi è attenzione ed interesse per il 42enne Craxi approdato alla guida
del PSI dalle fila della destra del partito. Ma – ed è qui la seconda
costante -, si evidenzia pure la consapevolezza che egli non abbia il
controllo del partito e che, per questo, non potendo compiere quella
politica di accordo con la DC verso la quale pure inclinerebbe, sia
costretto a ripiegare verso altre formule quali il governo d’emergenza
con i comunisti o l’alternativa di sinistra.[55]
Non bastano le prime prove di Craxi e la sua capacità di riportare il
partito nell’orbita governativa per rassicurare gli americani. Nel
giugno del 1980, in un lungo documento sulla situazione del Governo
Cossiga, alla vigilia delle elezioni regionali di quell’anno, la
posizione politica di Craxi è ancora giudicata incerta e pericolante:
«Craxi – si legge nel rapporto della CIA – ha personalmente molto più
da perdere che le sue controparti democristiane e comuniste. Le
elezioni sono diventate, in effetti, un referendum sulla sua decisione
di ricondurre il partito ad una collaborazione con la Democrazia
Cristiana».[56] Ed è ancora più significativo che questa sospensione di
giudizio sul destino politico del leader socialista non venga meno
neppure una volta che egli ha preso il controllo definitivo del
partito. Tale diffidenza non può ritenersi il risultato di un’analisi
superficiale quanto, piuttosto, di radicati giudizi sulla situazione
politica italiana. Lo testimonia una lunga analisi, sempre di fonte
CIA, interamente dedicata a Craxi, risalente al marzo del 1981.
Il documento si apre con la constatazione di come Craxi, vicino
all’esser “fatto fuori” nel gennaio del 1980, sia riuscito a ribaltare
le posizioni ed a conquistare il partito. Evidenzia poi come egli,
approfittando delle difficoltà dei comunisti, abbia condotto il partito
«passo dopo passo» da una posizione di tacito sostegno al primo Governo
Cossiga fino ad essere la forza centrale nella coalizione guidata da
Forlani. Infine, in premessa, si sottolinea com’egli si sia candidato a
guidare una federazione di partiti laici, in grado di competere sia con
i democristiani sia con i comunisti nella prospettiva di un superamento
del bipartitismo imperfetto. Tutto ciò non basta, però, a togliere
l’ipoteca politica che grava su di lui. Si legge, infatti, nel
rapporto: «l’apparente facilità con la quale il leader socialista ha
conseguito le sue vittorie, a dispetto dei formidabili ostacoli sul suo
cammino, inevitabilmente fa nascere dei dubbi sulla durata del suo
successo. La questione dell’abilità craxiana per continuare sulla via
del successo diviene centrale di fronte alle prove sempre più numerose
che il supporto socialista – se non spalleggiato dai comunisti –
potrebbe essere insufficiente per condurre l’Italia fuori dalle
consuete instabilità ed inefficienza governativa. L’opera politica di
Craxi è stata considerevole, ma la sua stella può evaporare con la
stessa rapidità con la quale è apparsa, mettendo di nuovo l’Italia di
fronte alla difficile questione della partecipazione comunista al
governo nazionale».[57] L’analisi della sua strategia appare
approfondita ed acuta. Così come non è dimenticato il ruolo svolto in
essa dalle posizioni di politica internazionale: «mentre Craxi attende
il momento opportuno sul fronte della politica interna, la politica
estera giocherà probabilmente un ruolo importante nel suo sforzo di
determinare le mosse per il suo prossimo e più impegnativo passo. Nei
due anni trascorsi, l’attitudine socialista nelle questioni
internazionali è stata modellata sull’obiettivo di avvicinare il
partito alla conquista del potere. Il sostegno di Craxi alla decisione
del governo del dicembre 1979, di prendere parte al programma di
modernizzazione delle forze nucleari di teatro in seno alla Nato, fu
interpretato come un chiaro segnale alla Democrazia Cristiana – ed a
maggior ragione agli Stati Uniti – che i socialisti avrebbero potuto
essere partner di governo responsabile. Da allora, i socialisti, nello
stesso spirito, sono stati d’accordo nell’imporre le sanzioni all’Iran
e nell’adottare sanzioni economiche contro l’Unione Sovietica. Più
recentemente, il partito di Craxi è stato particolarmente eloquente
nell’affermare l’opinione – articolata in maniera indipendente dal
Presidente socialista italiano –, che il terrorismo politico è un
fenomeno internazionale appoggiato da Mosca e dai suoi alleati».[58]
Questa condiscendenza, non esente da vera e propria ammirazione, non
cambia però i termini politici di fondo della questione. La nota,
infatti, si chiude con la constatazione che «la maggior parte dei
successi di Craxi in questi ultimi anni si debbono alla fortuna». Per
concludere: «E’ certamente possibile che la congiuntura fortunata di
Craxi continui, che egli segnerà ulteriori punti per il proprio partito
nelle prossime elezioni, ed attrarrà così più sostenitori del vessillo
del partito unico dei laici. Ma anche se fosse, il suo destino politico
resterebbe probabilmente nelle mani dei democristiani. Starebbe a loro
stabilire fino a quando converrà mantenere l’accordo con Craxi
(…)».[59] In definitiva, Craxi è visto con simpatia e persino con
stupore come abile e fortunato tattico della politica. Non è
considerato in grado, però, di modificare i dati strutturali della vita
politica italiana e lo si ritiene destinato a pagare, prima o poi, il
prezzo dell’irrisolto rapporto con il Partito Comunista. Non di meno,
nella sua strategia di conquista della guida del governo, si scorge per
gli Stati Uniti l’apertura di una finestra d’opportunità, che avrebbe
reso la politica estera italiana più disponibile verso la prospettiva
atlantica. Quest’impressione è confermata dai telegrammi inviati da
Roma dall’Ambasciata americana. Emblematico, a tal riguardo, un
messaggio del dicembre ’81 sul problema posto dall’oleodotto sovietico.
L’Ambasciata comunica a Washington l’assicurazione ricevuta dal
segretario della DC Flaminio Piccoli che tutti e cinque i partiti della
coalizione hanno concesso il loro assenso alla sospensione delle
negoziazioni, con in testa socialisti e socialdemocratici. Il commento
è eloquente: «questa deriva riflette il desiderio del leader socialista
Craxi di mostrare le sue credenziali atlantiche come premessa al
tentativo di divenire Primo Ministro. Tale competizione per essere il
più filo occidentale, non mi pare possa considerarsi una cosa
negativa».[60] E la competizione, senza dubbio, si sarebbe prolungata
fino all’effettiva assunzione della Presidenza del Consiglio da parte
di Craxi. Allora, per l’atlantismo, gli scuri della “finestra
d’opportunità” creatasi nell’Italia degli anni Ottanta iniziano ad
accostarsi.
5. Conclusioni
La revisione di giudizi e strategie che Craxi compie dal 1976
al 1983 sugli Stati Uniti e sul rapporto transatlantico, se si tiene
conto della storia del PSI e della sua stessa biografia, va considerata
come un’operazione politica di grande coraggio e spregiudicatezza, alla
fine coronata da successo.
La spinta propulsiva proviene dall’interazione di processi d’evoluzione
politica che si compiono parallelamente su differenti piani. Agisce in
tal senso, in primo luogo, la svolta della politica internazionale alla
fine degli anni Settanta, determinata dal riattivarsi delle logiche di
Guerra Fredda. Su questo terreno, la questione degli euromissili
rappresenta senz’altro il punto di rottura, ma l’accelerazione decisiva
ed il mutamento di giudizi sulla realtà dell’Unione Sovietica sono
determinati dall’invasione dell’Afghanistan. Va poi considerata
l’assunzione della scelta governativa come opzione strategica
fondamentale, che è conseguenza di un’analisi di lungo periodo sulla
realtà della lotta politica in Italia ma che matura anche alla luce
dell’inasprirsi del quadro internazionale e della considerazione degli
effetti sociali indotti da nuove ed inedite tensioni. Craxi è convinto
che la sinistra europea non possa lasciare alla controparte la gestione
di paure e tensioni, provocate anche dall’inasprirsi delle relazioni
internazionali. In questa prospettiva, svolge un ruolo importante il
confronto serrato con gli altri socialismi europei e, in particolare,
nel biennio 1979-1980, il consolidarsi di un rapporto privilegiato con
la SPD. In seguito, va nello stesso senso la presa d’atto del
fallimento al quale giunge la prima fase di governo dei socialisti in
Francia, compiutasi nel segno delle nazionalizzazioni e del superamento
della logica capitalistica. Infine, si deve sottolineare come le
evoluzioni che si compiono su questi due piani principali, abbiano i
loro effetti nella battaglia per il controllo del partito. E’
certamente sostenibile che l’era Craxi nel PSI si sia avviata sulla
base di un compromesso che sconta differenze culturali e politiche
troppo marcate, destinate prima o poi a produrre situazioni di rottura.
E’ invece indubitabile che i margini di accordo tra autonomisti e
sinistra si siano progressivamente ridotti proprio per il modificarsi
del quadro internazionale e per l’evoluzione delle forze socialiste e
socialdemocratiche in Europa. Sicché, la politica estera diviene sempre
più terreno di scontro aperto ed è utilizzata da ambo le parti come
elemento strumentale per accreditare le rispettive prospettive di
politica interna, tra di loro sempre più divaricate.
Una volta evidenziata la portata della revisione ed i tempi
incredibilmente brevi entro cui essa si compie, non si può fare a meno
di notare anche come, tuttavia, un residuo dell’originario
terzaforzismo sopravviva in forme e proporzioni differenti e non venga
mai del tutto eliminato. Lo si percepisce, innanzi tutto, analizzando
la linea che Craxi detta al partito allorquando si tratta di assumere
posizioni su issues di politica estera che non investono in modo
diretto lo scontro immediato tra le due superpotenze. Quest’attitudine
appare chiara nelle scelte inerenti il Medio Oriente. Per questa parte
del mondo, la denuncia d’indebite intromissioni da parte di USA e URSS
è, infatti, particolarmente accorata. Soprattutto, essa si prolunga
anche quando il terzaforzismo originario è stato nella sostanza
rinnegato. Craxi ritiene e sottolinea con grande evidenza che la
politica estera nella regione del Mediterraneo debba rappresentare per
l’Italia e per l’Europa uno spazio di marcata autonomia. In tal senso,
mantiene una linea radicalmente ostile al governo di Israele quando
questo è presieduto da Begin e punta sulla possibilità di sfruttare in
chiave moderata l’OLP e la leadership di Arafat. Tale tentativo, tra
l’altro, lo porta ad evidenziare con particolare forza i rischi
dell’estremismo islamico, così come si sarebbero sviluppati a partire
dalle conseguenze della rivoluzione komeinista. Egli, su questo
terreno, non paga le necessarie “compromissioni” praticate dagli
americani per appoggiare la guerriglia in Afghanistan. Si spinge però
anche oltre, scorgendo l’estremismo islamico come deriva antagonista,
se non contrapposta, alla via politica che, ai suoi occhi, avrebbe
assunto il mondo moderato islamico nel quale comprende in posizione di
centralità l’autorità palestinese. Queste posizioni si radicano nel
partito, al punto tale che le poche voci dissidenti – ad esempio,
quella di Giuliano Amato che in occasione della crisi del Libano
evidenzia, invece, i rischi di una saldatura tra radicalismo islamico e
movimenti di liberazione nazionale – debbono comunque transitare per
un’aprioristica quanto conformistica adesione allo schema dettato dal
Segretario.[61] Nella stessa ottica residuale, si può anche leggere la
posizione a lungo scettica, ed in fondo ostile, nei confronti della
Gran Bretagna, al momento della guerra delle Falkland. Anche se, in
questo caso, paradossalmente, l’imbarazzo dei socialisti italiani
finisce col riprodurre in scala alcuni tratti di quello americano.
Queste deviazioni da una linea puramente atlantica diventano più forti,
com’è noto, all’indomani dell’assunzione della Presidenza del
Consiglio. Esse possono leggersi in controluce sin nel cordiale scambio
epistolare del 1983 sul rapporto tra installazione degli euromissili e
disarmo nel quale, come si è già accennato, Craxi recupera alcune
posizioni che aveva combattuto all’interno del partito, alla ricerca di
una difficile “terza via” tra installazione e moratoria.[62] Giocano,
in tal senso, una crescente percezione della crisi dell’Unione
Sovietica che porta ad immaginare che la logica bipolare abbia
imboccato la via del declino; la conseguente ricerca di maggiori spazi
di autonomia politica nell’area mediorientale che, com’è noto, sfocerà
in un vero e proprio incidente diplomatico in corrispondenza della
vicenda del dirottamento dell’Achille Lauro; l’ambizione, una volta
conquistato il governo, a svolgere un ruolo “maggiore”, in grado di
collegarsi con più evidenza al patrimonio identitario originario. Non
rientra negli intendimenti di questa relazione fornire un giudizio,
nemmeno sintetico, su questa che va considerata per molti versi una
fase differente della politica estera craxiana. Quel che si è invece
voluto chiarire è che, se di altra fase senz’altro si tratta, non può
considerarsi un’altra storia perché in Bettino Craxi la compenetrazione
tra ideali originari ed esigenze pragmatiche della lotta politica è una
costante che attraversa tutta la sua vicenda di socialista e di
statista.
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Note
1. Fondazione Craxi, “Fondo Hammamet”, PS 003 27.
2. Fondazione Craxi, “Fondo Hammamet”, PS 016 15.
3. Ibidem.
4. Cfr. F. Gozzano, Le spese militari un test per Carter, “Avanti!”, 6 gennaio 1977.
5. Fondazione Craxi, “Fondo Hammamet”, PS 016 15.
6. Ibidem.
7. Cfr. A. Spinelli, Una politica europea per la sinistra, in AA.VV.,
Progetto Socialista, Laterza, Roma-Bari, 1976, pp. 163-170, per la
cit., cfr. p. 164.
8. Ivi, pp. 164-165.
9. Ivi, p. 177.
10. L’alternativa dei socialisti. Il progetto di programma del PSI
presentato da Bettino Craxi, Mondo Operaio - Edizioni Avanti!, Roma
1978, p. 4.
11. Ivi, p. 5.
12. Ivi, p. 8.
13. Ivi, p. 6.
14. "Caso Italia": pesante intervento Usa, “Avanti!”, 13 gennaio 1978.
15. Per una politica di unità nazionale, per l’unità e il rinnovamento del Partito, “Avanti!”, 30 marzo 1978.
16. Cfr. F. Gozzano, Il futuro del socialismo, “Avanti!”, 5 – 6 novembre 1978.
17. Una grande forza europea al servizio dei lavoratori, discorso di
Bettino Craxi al Congresso di Bruxelles dei socialisti della CEE,
“Avanti!”, 12 gennaio 1979.
18. Cfr. A Viola, Brandt e Craxi a Torino, “Avanti!”, 3 giugno 1979.
19. Le proposte del PSI sugli euromissili, relazione di Lelio Lagorio alla Direzione socialista, “Avanti!”, 26 ottobre 1979.
20. I socialisti e i problemi della sicurezza europea, dibattito in
seno alla Direzione socialista sull’installazione dei missili
“Pershing” e “Cruise”, “Avanti!”, 14 dicembre 1979.
21. Ibidem.
22. Ibidem.
23. Ibidem.
24. Ibidem.
25. Ibidem.
26. Ibidem.
27. Ibidem.
28. Ibidem.
29. Archivio Istituto Gramsci, “Serie Direzione”, 1979, Mf. 7911, riunione del 28 settembre 1979 (s.a.).
30. Ivi, riunione del 28 novembre. Per l’impostazione della linea del
PCI sulla questione cfr. in particolare, ivi, la relazione di Romano
Ledda su Problemi di sicurezza in Europa, alla Direzione del 16 ottobre
1979.
31. Signorile: tre motivi reali di malessere per il partito, “Avanti!”, 12 dicembre 1979.
32. Sui missili un voto coerente, “Avanti!”, 12 dicembre 1979.
33. Progetto di messaggio dell’On. Presidente del Consiglio al
Presidente Reagan, Fondazione Craxi, “Fondo Hammamet”, PS 024 14. Vedi
poi Lettera di Reagan a Craxi sul problema dei missili, “Avanti!”, 14
settembre 1983; F. Gozzano, E’ possibile superare il punto morto a
Ginevra?, “Avanti!”, 19 settembre 1983; Reagan risponde: saranno fatte
nuove proposte, “Avanti!”, 23 settembre 1983.
34. I socialisti e i problemi della sicurezza europea, cit.
35. “Avanti!”, 21 dicembre 1979.
36. “Avanti!”, 17 gennaio 1980.
37. Il segretario del PSI sviluppa questo concetto in una intervista rilasciata all’ “Avanti!” l’8 febbraio 1980.
38. “Avanti!”, 17 gennaio 1980.
39. Ibidem.
40. La replica del compagno Craxi, “Avanti!”, 19 gennaio 1980.
41. Ibidem.
42. “Avanti!”, 5 - 6 ottobre 1980.
43. Ibidem.
44. Ibidem.
45. Ibidem.
46. Craxi: la tradizione repubblicana ha dato buoni e cattivi presidenti, “Avanti!”, 6 novembre 1980.
47. Abbandonare le paure, gli antagonismi e le diffidenze per
riannodare i fili del dialogo tra i popoli, relazione di Bettino Craxi
al Congresso dell'Internazionale Socialista, “Avanti!”, 14 novembre
1980.
48. Ibidem.
49. Ibidem.
50. La lettera di ringraziamento di Reagan a Ledeen, assieme ad altri
documenti sul sequestro, si trova tra le carte declassificate
conservate presso la Ronald W. Reagan Library, file n. 10 - 11. Per la
ricostruzione della telefonata intercorsa tra Craxi e Reagan, cfr. R.
Reagan, An American Life, New York, Pocket Books, 1992, p. 509.
51. L’America vuole esportare la rivoluzione democratica, “Avanti!”, 6 novembre 1980.
52. Cfr. in proposito, F. Gozzano, E' nel passato il futuro di Reagan,
in “Avanti!”, 18 gennaio 1981; Id., Vuole fare del cittadino il nuovo
eroe dell’America, ivi, 21 gennaio 1981 e, soprattutto, Id.,
L’ideologismo reaganiano all’assalto del gigante sovietico, ivi, 19
giugno 1981.
53. Cfr. a tal proposito la relazione tenuta da Craxi alla Direzione del PSI del 29 gennaio 1982, in “Avanti!”, 30 gennaio 1982.
54. Il lungo colloquio all’Eliseo di Craxi con Mitterand, “Avanti!”, 16 marzo 1982.
55. Central Intelligence Agency, Political and Economic Scene in Fall of 1976, Oct. 1, 1976, pp. 1-8; cfr. in particolare p. 4.
56. Central Intelligence Agency, Briefing book for Venice Summit, Juin 5, 1990, pp. 1-10; per la cit. cfr. p. 4.
57. Central Intelligence Agency, Prospects for Bettino Craxi’s Socialist Party, Mar. 1, 1981, pp. 1-6; per la cit., cfr. p. 1.
58. Ivi, p. 4.
59. Ivi, p. 6.
60. The Polish Crisis and the Siberian Gas Pipeline, Message: Immediate
de Ruehro - 9853 3621709 FM Amembassy Rome to Secstate Washdc Immediate
1442, Ronald W. Reagan Library, file n. 10 – 11.
61. Cfr. a tal proposito G. Amato, Ricondurre Israele ad un comportamento meno forsennato, “Avanti!”, 18 giugno 1982.
62. Il carteggio tra Reagan e Craxi del settembre 1983 , composto da
una lettera di Reagan, la risposta di Craxi e la replica finale del
Presidente americano, è riportato sull’ “Avanti!” alle date 14, 19 e 23
settembre 1983.
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