Ventunesimo Secolo
Documenti

Oltre Il 'Terzaforzismo'.
Craxi e le relazioni transatlantiche (1976 - 1983)

di Gaetano Quagliariello

1. I punti di partenza

Il nuovo corso socialista, per quanto concerne la politica internazionale, nasce pagando il fio di posizioni “terzaforziste”: rigetto assoluto della logica dei blocchi e correlata propensione a porre blocco occidentale ed orientale su un piano di supposta parità, al fine di poter meglio evidenziare la distanza - e, preferibilmente, l’equidistanza - da entrambi. Questa analisi di fondo è determinata sia dai ritardi della componente autonomista del partito, che sconta su tali temi il residuo d’impostazioni proprie della tradizione socialdemocratica; sia da ragioni tattiche, giustificate dalla necessità di trovare un accordo con le componenti della sinistra che, dopo la sconfitta elettorale del 1976, danno la propria disponibilità ad un’operazione interna di rinnovamento generazionale.
Del primo tipo di residuo offre un esempio eclatante un appunto manoscritto di Craxi che riprende, con manifesta condiscendenza, i contenuti di un intervento pronunziato da Nenni nel corso di un Comitato Centrale del partito del 1973. Si parla delle prospettive internazionali all’indomani della chiusura del conflitto vietnamita. L’analisi che Craxi riporta mette in evidenza tre capisaldi: una marcata diffidenza verso supposte vocazioni unilaterali degli USA; la ricerca di un nuovo equilibrio multilaterale che utilizzi l’ormai consolidato inserimento della Cina nel gioco internazionale come variante alle logiche di Guerra Fredda, nella prospettiva del superamento dei blocchi; un nuovo ruolo dell’Europa che si sarebbe dovuta dimostrare capace d’integrarsi ad Ovest per promuovere la distensione ad Est e, in virtù di ciò, in grado di svolgere una funzione autonoma, in particolare per quel che concerne il conflitto mediorientale. Scrive Craxi nel suo appunto: «(…) gli USA lacerati al loro interno dall’iniqua guerra scatenata contro un piccolo popolo, non possono più essere quello che sono stati: il gendarme del mondo; gli americani stessi non lo consentirebbero più. Dai nuovi equilibri multipolari – USA, Urss, Cina – speriamo esca accentuata la coesistenza pacifica e sollecitato il lento processo di superamento dei blocchi. Il 1973 può essere finalmente l’anno dell’Europa se, nella preparazione della Conferenza sulla sicurezza europea, gli europei non si presenteranno in ordine sparso ma capaci unitariamente di stabilire un rapporto nuovo tra l’integrazione dell’Ovest e la distensione ad Est, capaci anche di sollecitare una soluzione di pace nel Medio Oriente che parta dal confronto diretto o indiretto tra gli Stati interessati».[1]
Ancora più significativa, ai nostri fini, è l’analisi craxiana sulla contemporanea vittoria, nel 1976, della coalizione socialdemocratica-liberale in Germania e di Jimmy Carter nelle presidenziali americane. Craxi saluta con soddisfazione i due eventi. Vi rintraccia innanzitutto il pericolo scampato di dover mettere mano allo sviluppo della costruzione europea «sulla base della vittoria dell’asse Strauss-Kohl o della conferma dell’ideologia strategica kissingeriana».[2] In particolare, per quanto concerne il significato dell’elezione americana, la sua analisi evidenzia motivi di diffidenza che non si limitano alla presa di distanza per l’Amministrazione repubblicana sconfitta, ma investono a pieno il ruolo degli USA nel mondo e, in particolare, il loro rapporto con l’Europa. Scrive Craxi a tale proposito: «Il nuovo Presidente entra alla Casa Bianca sulla spinta di un’ondata di opinione popolare, carica di elementi di spontaneità chiudendo il capitolo dell’America del Watergate, della mortificazione del Congresso, della politica kissingeriana».[3] Craxi non tace l’indeterminatezza della prospettiva carteriana e, d’altro canto, alcune contraddizioni di fondo del suo programma sarebbero state presto stigmatizzate sulle pagine del giornale del partito.[4] Ma nonostante ciò, sottolinea la speranza che il cambio di presidenza possa mettere in moto «nuovi indirizzi propulsori di una evoluzione della politica americana sia nei suoi rapporti con l’Europa sia nella prospettiva di un consolidamento della distensione e della pace, sia rispetto alla esigenza di una affermazione costante dei diritti dei popoli e di una difesa efficace dei diritti dell’uomo».[5] L’accento, in questa prospettiva, è posto innanzitutto sulla sostanza del rapporto transatlantico: «Ciò che si attende in particolare è un rapporto con l’Europa fuori da presunzioni e pratiche di imperialismo indiretto specie verso quei paesi che, come il nostro, non solo sono interessati, ma desiderano sinceramente mantenere e sviluppare un rapporto di stretta amicizia con il popolo americano nel rispetto delle alleanze, ma anche nella salvaguardia piena della propria autonomia e indipendenza».[6]
L’eco di queste posizioni si espande oltre l’elaborazione individuale. La si ritrova, ad esempio, nelle tesi dell’Associazione per il Progetto Socialista, costituitasi nel 1975 proprio nella prospettiva di un rinnovamento generazionale del partito in grado d’infrangere la barriera tra destra e sinistra interna. Ai dibattiti prendono parte intellettuali di area che possono essere iscritti all’uno e all’altro versante della tradizionale divisione interna al PSI. Nel volume che nel 1976 sintetizza le tesi dell’Associazione, i temi della politica internazionale presentano una particolare torsione in senso europeista e, non casualmente, sono affidati alla penna di Altiero Spinelli. L’impostazione manifesta un pronunziato terzaforzismo. Spinelli rimprovera alla sinistra italiana di aver troppo a lungo dimenticato la radice resistenziale dell’europeismo e di non aver compreso che la sua vera natura consiste in «un disegno di trasformazione e innovazione, non di conservazione».[7] Nel metterla in guardia sull’assenza di alternative, evoca poi il pericolo dell’unilateralismo americano: «l’alternativa dell’unità europea in apparenza è la generale rinazionalizzazione da tutti temuta, in realtà è la torbida ricerca di una unificazione (cioè di una risposta positiva a un problema ineliminabile) da fare sotto l’egemonia imperiale di una superpotenza».[8] Infine, segnala la necessità di far germogliare quei semi della resipiscenza - per il PSI essi affonderebbero nel 1956, per il PCI nel 1968 - che avrebbero portato i due partiti a puntare sull’Europa, proprio per sfuggire alla logica obbligante dei blocchi: «Entrambi i partiti sono stati portati ineluttabilmente da questo ripensamento a scoprire che la politica della costruzione europea è la sola vera alternativa democratica a quella della dipendenza da Mosca o da Washington, e a quella di un ripiegamento su un impossibile nazionalismo».[9] Per Spinelli, dunque, l’Europa rappresenta il volano, insieme, del rinnovamento dei partiti della sinistra e della loro unità.
Da un altro angolo visuale, questi stessi termini del problema sono ribaditi nel progetto di programma elaborato dal Centro Studi e dalla Direzione del Partito subito dopo il Midas ed al quale, infine, lo stesso Craxi avrebbe concesso il crisma dell’ufficialità. Nel documento, la politica internazionale del partito è posta sotto il segno prioritario della lotta per la pace e per il disarmo. Vi si legge: «Il primo problema dell’avvenire dell’umanità e del socialismo è tuttora il problema della pace. In ogni parte del mondo i socialisti si considerano vincolati alla soluzione di questo problema: poiché senza la pace e la distensione – e la conseguente riduzione degli armamenti –, ogni altro proposito costruttivo o migliorativo diventa di difficile o impossibile realizzazione».[10] Non vi sono dubbi nell’attribuire le colpe di questo stato di cose alle due superpotenze, poste su un piano di assoluta parità: «(…) le maggiori responsabilità spettano certamente alle due grandi potenze, detentrici prevalenti del materiale militare più micidiale e sofisticato».{11] E si manifesta un’identica sfiducia sulle possibilità di riforma interna di una o dell’altra delle due superpotenze ostili che, allo stesso tempo, sono viste come alleate nel reiterare un ordine mondiale ritenuto ingiusto: «Ambedue i principali blocchi di potenza si dimostrano incapaci di elaborare e di praticare strategie che diano una giusta risposta ai fattori di crisi, preoccupati come sono di conservare i propri equilibri interni ovvero di ristrutturarli secondo una logica sempre più dominata dal prevalere di interessi nazionali».[12] In questo scenario l’Europa, assieme ad altre aree del mondo non implicate fino in fondo nella logica dei blocchi (Cina, Giappone, Stati arabi, Paesi non allineati, Australia, Nuova Zelanda, Sudafrica, America del Sud, Canada) assurge ad elemento di rottura e di ricerca di un nuovo equilibrio. E qui il terzaforzismo esterno si coniuga con il terzaforzismo interno, in quanto la nuova Europa in grado di rompere la logica perversa dei blocchi avrebbe dovuto essere diversa sia da quella sottoposta all’egida comunista sia da quella capitalistica e liberaldemocratica: «L’Europa, malgrado la sua decadenza, è pur sempre uno dei centri degli equilibri mondiali. Oggi l’Europa è sottoposta in parte a regimi di tipo collettivistico, burocratico, autoritario; e in parte è sottoposta, invece, sia pure con più o meno larghi temperamenti d’ordine sociale, a regimi capitalistici di natura liberaldemocratica. In tale situazione ridurre gli antagonismi significa auspicare la crescita di elementi di pluralismo, di democrazia, di tolleranza, di autogestione, nell’Europa Orientale; e inserire dosi crescenti di socializzazione, programmazione, partecipazione, autogestione, nell’Europa Occidentale».[13]


2. Il tempo della svolta

Quest’analisi si precisa proprio mentre, dopo un decennio di relativa stasi della conflittualità bipolare, la Guerra Fredda si riattiva. L’apertura delle ostilità è segnata, per l’essenziale, dalla decisione sovietica d’installare gli SS20 sul suolo europeo. La circostanza sottolinea ancor di più l’astrattezza delle tesi sul nesso transatlantico con le quali il nuovo corso socialista inaugura il suo periodo di gestione del partito. Essa, inoltre, aiuta a capire quale sia lo stimolo esterno più forte che agevola una revisione di queste posizioni a ritmi, come si vedrà, incredibilmente accelerati. Tale processo si compie parallelamente ad una prima resa dei conti tra le componenti che avevano sostenuto unitariamente l’elezione di Craxi alla segreteria ed una prima messa a punto delle prospettive di governo verso le quali il Segretario avrebbe indirizzato il nuovo corso, individuata attraverso un confronto serrato con la realtà internazionale e quella degli altri socialismi europei.
In questa direzione, nel corso del 1978 non si registrano ancora novità politiche rilevanti. All’inizio dell’anno una dichiarazione del Dipartimento di Stato USA tesa ad evidenziare i limiti del processo di occidentalizzazione del PCI, è bollata dal PSI come un’ingerenza indebita e, per questo, rigettata nel metodo ma anche nel merito.[14] La stessa relazione di Craxi al Congresso nazionale del partito di Torino non può essere segnalata, sul terreno della politica estera, come un documento di rottura. Vi si trova un’analisi realistica delle debolezze europee, ma la necessità di ovviarvi la si rintraccia in una nuova “flessibilità multipolare” del sistema internazionale e nell’assunzione di un ruolo autonomo sia nei confronti dell’Est sia della regione mediterranea. Craxi, come di consueto, non fa sconti alle pratiche anti-democratiche dei regimi comunisti ma non si scorge ancora, in questo testo, la comprensione della profondità della crisi del regime sovietico. Per questa ragione, l’avvio di processi di liberalizzazione ad Est è reclamato «senza eccessive illusioni ma anche senza visioni manichee».[15] Se ci si sposta alla fine del 1978, al Congresso dell’Internazionale Socialista svoltosi nel novembre a Vancouver, l’impostazione dell’analisi internazionale di Craxi non sembra modificarsi nei suoi dati di fondo. Il Segretario richiede un progetto di avvicinamento o di riduzione degli antagonismi fra le due parti dell’Europa, da costruire a partire dallo «sviluppo di elementi di autogestione democratica e di libertà concrete». E, accentuando la connotazione terzaforzista di queste parole, subito dopo aggiunge: «Le grandi potenze si mostrano incapaci di elaborare e praticare strategie in grado di dare una giusta risposta ai fattori di crisi su scala planetaria. La diplomazia degli Stati si rivela di conseguenza incapace di stabilire un nuovo ordine economico internazionale».[16] Ancora nel gennaio del 1979, nel discorso tenuto in occasione del Congresso dei socialisti della CEE svoltosi a Bruxelles, Craxi afferma che un’Europa unita, sebbene alleata degli Stati Uniti, «deve marcare i tratti della propria autonomia e della propria indipendenza rispetto alla potenza americana». E, sul rapporto con l’Urss, così si esprime: «tendere la mano all’Est è stata ed è una politica lungimirante e realistica. Ogni alternativa è un’alternativa impossibile».[17]
Il momento della svolta deve essere individuato in occasione dell’apertura della campagna elettorale del 1979. Essa, anche a causa della sostanziale coincidenza di elezioni nazionali ed euroopee, si caratterizza per un investimento esplicito su un europeismo finalmente affrancato dall’originaria prospettiva terzaforzista. Si può scorgere in tale cambiamento la propensione del partito, sul piano interno, ad entrare in concorrenza elettorale con il PCI, ma anche con le forze moderate e in particolare con la DC. Conta, ancor di più, sul piano esterno, il rapporto che la Segreteria del PSI instaura con la SPD in merito alla risposta occidentale da fornire all’installazione degli SS20. Dai documenti appare con sufficiente chiarezza come, proprio in questo frangente, ad un rapporto fino ad allora privilegiato con i socialisti francesi si sostituisca quello con la socialdemocrazia tedesca. Non è un caso che proprio in questa fase si compia l’incontro tra Craxi ed il Cancelliere tedesco Helmut Schmidt e che la campagna elettorale sia inaugurata da una grande manifestazione a Torino, con la partecipazione di Willy Brandt.[18]
Questi rapporti sono fondamentali nell’enucleare e mettere a fuoco la posizione del PSI sugli euromissili, anche se ufficialmente il dibattito sul tema approda in Direzione solo il 25 ottobre 1979, alla vigilia di un dibattito parlamentare dal quale sarebbe dovuta scaturire la posizione italiana e nel quale, verosimilmente, sarebbe stata posta in gioco la sorte stessa del governo, presieduto allora da Francesco Cossiga. L’argomento è introdotto da una relazione di Lelio Lagorio, il quale fissa i punti cardinali dai quali sarebbe dovuta scaturire la posizione del partito: l’installazione degli SS20, da mettere in relazione con l’acquisizione dei nuovi bombardieri Backfire, ha determinato sul teatro europeo uno squilibrio notevole fra gli armamenti sovietici e gli armamenti NATO. Su questo sfondo, è segnalata l’esistenza di margini politici e diplomatici per adottare una linea che miri, contemporaneamente, al pareggiamento delle forze e al negoziato con l’Urss in vista di un possibile disarmo programmato. Si segnala, infine, l’opportunità di condurre, lungo tali direttrici, una politica di raccordo in particolare con il governo tedesco e con la SPD, impedendo in tal modo che all’interno della Germania possano prendere forza tentazioni di riarmo unilaterale, praticato anche attraverso un contatto diretto con Mosca. Questa tentazione è attribuita, in particolare, al leader della CSU Strauss.[19]
Tale linea non raccoglie l’unanimità entusiasta della Direzione. Lombardi riferisce di rotture in seno alla SPD, e la circostanza spinge Craxi a precisare la natura e la profondità dei rapporti avuti con quel partito.[20] Il vecchio leader insiste sulla possibilità di ricercare in via preventiva una trattativa di smilitarizzazione con l’Est. De Martino, dal suo canto, avanza una proposta di moratoria, sostenendo che autorizzare la costruzione dei missili occidentali avrebbe significato giungere alla loro inevitabile installazione.[21] Achilli riprende la richiesta di moratoria e la coniuga con quella d’apertura di un negoziato immediato.[22] Coen chiede una più decisa pressione degli americani per il disarmo e, soprattutto, una verifica comune con il PCI sull’argomento.[23] A questi dubbi risponde in prima persona, e senza infingimenti, Bettino Craxi, affermando apertamente che qualsiasi ipotesi di moratoria o rinvio avrebbe reso più debole la posizione di coloro i quali stavano lavorando per il riequilibrio. Chiede, dunque, al partito una chiara assunzione di responsabilità che, tra l’altro, abbia anche l’effetto di aiutare i socialdemocratici tedeschi, in difficoltà sul piano della politica interna.[24] Tra gli altri, gli fa eco Landolfi, il quale in merito ai rapporti sul PCI, senza giri di parole afferma: «Non possiamo raccordarci ai comunisti su questo tema: siamo su di una onda diversa».[25] A gettare acqua sul fuoco, in questa circostanza, giunge l’intervento del vice-segretario Claudio Signorile. Egli, di fronte ai dubbi provenienti dalla sinistra del partito, ribadisce che la scelta di approvare la spesa per la costruzione dei missili non presuppone la loro obbligatoria costruzione. E, per quanto concerne i rapporti con il PCI, riconosce che «la questione porta ad un rischio di rottura e di ritorno all’indietro».[26] Segnala nelle posizioni del PCI alcune interessanti ammissioni dello squilibrio esistente e chiede di pazientare per vedere come le posizioni comuniste si sarebbero evolute. Conclude con l’esposizione di un’inequivocabile linea tattica: «La posizione migliore per l’Europa è quella di avviare la costruzione avendo sempre a disposizione l’acceleratore e il freno».[27] Il suo intervento è il viatico che consente a Craxi di concludere il dibattito con la lettura di un testo d’orientamento in nove punti che, nella sostanza, ribadisce e precisa i contenuti della relazione introduttiva di Lagorio.[28] L’analisi delle discussioni in seno alla Direzione del PCI offre un’interessante pendant del dibattito svoltosi in casa socialista. Per l’essenziale, si può affermare che nello spazio di tempo compreso tra il settembre ed il novembre del 1979, proprio sul tema degli euromissili, si consuma una decisiva rottura tra i due partiti della sinistra storica. L’interesse verso una collaborazione più stretta tra i due partiti propugnata da Craxi, che il 28 settembre avrebbe spinto Berlinguer ad affermare che «la linea di Craxi è più vicina a noi di quella di Signorile», viene progressivamente meno, fino ad annullarsi.[29] Al punto che, solo due mesi più tardi, lo stesso Berlinguer avrebbe constatato come «il PSI si (fosse) allineato alla tesi americana», ripiegando per questo sul classico tentativo comunista di valorizzazione delle riserve interne al PSI nei confronti della linea ufficiale del partito.[30]


3. La resa dei conti nel partito

Lo scontro politico interno è, d’altro canto, solo di pochi giorni successivo alla definitiva rottura con il PCI. Quando a dicembre la decisione sugli euromissili approda nelle aule parlamentari, la sinistra del partito decide che è giunto il momento di accendere le polveri del conflitto. Il 12 dicembre, sulle colonne dell’ “Avanti!”, appare un articolo a firma del vice-segretario Claudio Signorile dal titolo inequivocabile: “Tre motivi di malessere per il partito”.[31] Il primo dei tre risiede proprio nella collocazione internazionale della guida autonomista. Signorile, infatti, è convinto che il compromesso raggiunto in Direzione e ripreso nella sua essenza dalla mozione presentata alla Camera, sia stato tradito dal successivo comportamento dei gruppi parlamentari, confluiti infine sul sostegno alla mozione governativa. In sostanza, ritiene che nell’originaria posizione socialista sia presente una distinzione tra la decisione di bilancio e la decisione dell’installazione, rompendo ogni automaticità tra questi due stadi e conservando così la scelta d’installare o meno i missili all’autonomia politica delle differenti nazioni. In questa prospettiva, la clausola di dissolvenza non sarebbe consistita solo nella possibilità di revocare la decisione assunta in caso di successo della trattativa sul disarmo bilaterale, bensì nella possibilità di dissolvere la decisione di bilancio in ogni caso ed in ogni momento, prima che essa comportasse conseguenze operative. Signorile afferma che, in tal modo, si sarebbe potuto lanciare un ponte verso le posizioni terzaforziste presenti nel PCI e nella DC e svolgere una funzione equilibratrice in seno al socialismo europeo, dilaniato da prese di posizione troppo diverse tra di loro. Lo stesso giorno, sulla prima pagina del medesimo giornale, compare però con un taglio basso anche una lettera di Craxi indirizzata a Tiraboschi, che aveva protestato anche a nome di altri membri della Direzione per la mancata convocazione della stessa in occasione del voto sulla questione degli euromissili.[32] Tale richiesta, a quanto risulta dalla lettera, era stata avanzata per la prima volta da Signorile il giorno antecedente all’apertura del dibattito alla Camera, alle dieci di sera, e Craxi l’aveva respinta avendola ritenuta intempestiva e inopportuna. La lettera, inoltre, dà al Segretario la possibilità di ribadire l’assoluta rispondenza tra le decisioni assunte in sede parlamentare ed i deliberati del partito. Craxi fa terra bruciata tra la sua interpretazione restrittiva della dissolvenza e la proposta di moratoria avanzata da De Martino e respinta dalla Direzione: tra queste due ipotesi, a suo dire, non vi sarebbe stato spazio per la terza via di Signorile. Va notato, a tal proposito, che Craxi avrebbe modificato questa originaria convinzione una volta conquistato il governo. Allora, in uno scambio di corrispondenza con Ronald Reagan, avrebbe proprio sostenuto la possibilità di guadagnare margini negoziali alla prospettiva dell’accordo senza per questo accedere alla richiesta di moratoria[33]. Ma questa incongruenza aiuta anche a comprendere l’importanza assegnata da Craxi agli elementi contingenti. Il Craxi del 1979, infatti, non si limita né all’enunciazione di una posizione di principio né tanto meno alla difesa della correttezza formale delle decisioni assunte. Considera l’aspetto pragmatico connesso al particolare momento politico, affrontando di petto il tema delle conseguenze che sarebbero potute derivare da un comportamento diverso del partito. Egli ricorda come il risultato parlamentare abbia chiarito che senza l’apporto socialista la mozione non sarebbe passata, a causa dei franchi-tiratori pronti a sfruttare l’opportunità offerta loro dal voto segreto. Si sarebbe, in tal modo, prodotta una crisi di governo grave sul piano interno, ed ancora più grave su quello internazionale, laddove essa avrebbe provocato uno sbandamento nell’Alleanza Atlantica e posto la SPD in grave difficoltà al cospetto della soluzione neo-nazionalista sostenuta da Strauss. La battaglia nel partito, dunque, si apre senza esclusione di colpi e su tutta la linea: quella della strategia e quella della tattica. E, a conferma della durezza del confronto, due giorni più tardi, su richiesta di Craxi, l’ “Avanti!” pubblica il resoconto sommario della Direzione del precedente 25 ottobre, dal quale emerge la sostanziale adesione di Signorile alla linea della segreteria.[34]
In questo clima, il 20 dicembre si aprono i lavori della Direzione dedicati, innanzi tutto, alla situazione determinatasi nel partito. Si tratta della prima tappa di quel chiarimento interno che, come si vedrà, sfocerà nel compromesso siglato nel successivo mese di gennaio in sede di Comitato Centrale, con l’elezione di Lombardi alla presidenza. In questa fase, i riformisti attenuano le loro posizioni e cercano di ricondurre le divergenze nel solco unitario tracciato al Congresso di Torino. Non di meno, la disponibilità tattica alla conciliazione con la sinistra si esplica in limiti precisi, che Craxi ribadisce nel suo intervento conclusivo. Ancora una volta, la parte centrale è introdotta da un’analisi della situazione internazionale. Egli la descrive «densa d’incognite» e, al cospetto di un quadro tutt’altro che rassicurante, scorge una sinistra europea che arretra disorientata e divisa. Lo sfondo gli serve per chiarire come egli non intenda eludere le ragioni di questa crisi. Avrebbe provato a governarla nel segno della stabilità e della gestione dei suoi elementi, anche i più scabrosi per una prospettiva socialista, attraverso la diretta assunzione di responsabilità di governo. Le sue parole sul punto sembrano descrivere una prospettiva che potrebbe definirsi pre-blairiana: «in Italia non verrà a lungo sopportata una situazione di instabilità e di non governo. In Europa c’è paura ed incertezza. I popoli europei chiedono in questo momento stabilità e sicurezza. Ciò vale anche per noi e non dobbiamo dimenticarlo. Chi teorizza all’interno del partito l’utilità di lasciare via libera ad un blocco conservatore per poter dall’opposizione, nel lungo periodo, ricostruire una nuova sinistra, non ha il diritto di sacrificare ad una tesi astratta il dovere di lottare per impedire che siano rimessi in discussione valori, conquiste, possibilità concrete di difesa e di avanzamento».[35] E’ su questo crinale che si delinea l’ultima frontiera possibile del compromesso interno.
Nella relazione che apre il dibattito del Comitato Centrale del gennaio 1980, Craxi per prima cosa analizza la rottura dell’ordine internazionale provocato dall’invasione sovietica in Afghanistan. Le sue parole non concedono assolutamente nulla al giustificazionismo. Anzi, a rincarare la dose, il Segretario ricorda le responsabilità dell’Urss nel dramma dei “boat people” vietnamiti e nell’invasione della Cambogia. Su un differente piano, a testimonianza di una svolta decisa delle condizioni dell’ordine mondiale, egli colloca le inquietudini per gli sviluppi della rivoluzione iraniana e per le relazioni tra Iran e Stati Uniti. Al cospetto di questo quadro, la sua professione di occidentalismo non presenta nuances: «l’invasione sovietica dell’Afghanistan non poteva restare senza risposta da parte della Comunità internazionale, e in primo luogo da parte dei paesi occidentali, degli Stati Uniti, dell’Europa, del Terzo Mondo».[36] L’oggettiva drammatizzazione della situazione è poi utilizzata al fine di rivendicare la scelta di appoggiare l’installazione degli euromissili. Craxi ribadisce che tale linea è stata assunta in accordo con la SPD e la definisce una «linea decisa». Quest’assunzione di responsabilità introduce una più complessiva analisi della politica estera imperniata su tre capisaldi. In primo luogo l’intuizione che la ripresa dell’aggressività sovietica possa dipendere da una crisi intrinseca al regime: «per scrutare i possibili sviluppi - afferma Craxi - si torna da più parti a porre interrogativi su quanto accade nell’Urss dove il potere è probabilmente assai meno monolitico di quanto appaia e dove la società politica è presumibilmente come altrove, anche se in forme diverse, “terra di contrasti”».[37] Craxi, nell’occasione, espone sommariamente, ma con sufficiente chiarezza, gli elementi sui quali si sarebbe sviluppata la crisi del potere sovietico e, in premessa, dichiara come questi elementi gli derivino da contatti diretti con il mondo del dissenso: «Parlando in più occasioni, anche con esponenti dell’Est comunista, ho sentito disegnare l’immagine di un potere composito, da un lato una oligarchia burocratica e gerontocratica, dall’altro una potente casta militare. Nell’insieme, il prevalere di uno spirito nazionalista che è diffuso e ha radici antiche, e che il sistema sovietico fa proprio interpretandolo in una nuova versione ideologica. Questo spiegherebbe la rigidità all’interno, le mancate riforme del sistema, e il prevalere della componente militare nell’azione internazionale».[38] Da quest’analisi Craxi deriva che l’aggressività sovietica sia un segno di debolezza al quale è necessario fornire una risposta decisa e priva di tentennamenti. L’Europa, in questa prospettiva, avrebbe dovuto fare tutta la sua parte. Ma, chiarisce Craxi, «questa non avrebbe né senso né portata se si muovesse fuori dal quadro di solidarietà dell’Alleanza Atlantica e in alternativa all’alleanza tra l’Europa e gli Stati Uniti».[39] Semmai, il possibile incrinarsi della logica bipolare spinge il Segretario socialista a porre con forza il tradizionale problema dell’influenza italiana nell’area mediterranea, indicando tale spazio come quello nel quale la nostra politica estera avrebbe potuto guadagnare un margine non esiguo di autonomia.
In questo Comitato Centrale si stabilisce la tregua con la sinistra che porta all’elezione di Riccardo Lombardi alla presidenza del partito. Del raggiunto accordo, che sulle prime è giudicato dai commentatori alla stregua di un accerchiamento del Segretario, si avverte il peso nella relazione finale. Craxi, infatti, appare qui più prudente e meno filo-atlantico. Egli afferma la convinzione che il mondo sia entrato in una fase in cui «le sorti dell’umanità non possono essere affidate solo all’incontro o allo scontro delle due superpotenze».[40] Auspica, per questo, uno sviluppo della situazione internazionale in senso multipolare con l’Europa in grado di giocare un effettivo ruolo d’equilibrio. Ma tali posizioni ripropongono solo in apparenza l’antica logica terzaforzista. Craxi, infatti, non fa sconti all’Unione Sovietica neppure in quest’occasione. Il massimo che è disposto a concedere alle ragioni della tattica interna è di prospettare un’Europa unita alleata degli Stati Uniti, e solo amica dell’Unione Sovietica. Chiarendo, in seguito, come una posizione fermamente atlantica ed anti-sovietica avrebbe potuto condurre il movimento socialista a non essere sbaragliato dal vento di destra che soffia sull’Europa: «il movimento socialista europeo - avrebbe detto in un passaggio fondamentale della relazione - ha subito una serie di sconfitte elettorali. C’è un’evidente spinta di destra in Europa. E noi abbiamo il problema di come impedire che il vento della Signora Thatcher piombi anche su di noi».[41] Per Craxi, insomma, si pone il problema di cercare d’indirizzare quel vento, soprattutto attraverso scelte conseguenti nel campo della politica internazionale, non di fingere che esso non si fosse alzato.
La tregua, fondata su queste premesse, dura poco. Un nuovo Comitato Centrale, nell’ottobre di quello stesso anno, pone la parola fine alla stagione dell’accordo tra autonomisti e sinistra e, rieleggendo Craxi segretario, sancisce la sua acquisizione del partito. Riccardo Lombardi, non casualmente, nota nell’occasione come quell’epilogo sarebbe derivato dalle ambiguità non risolte nel Comitato Centrale del gennaio ed ampliatesi ancor di più in quello di marzo.[42] E dalla lettura degli interventi dei rappresentanti della nuova opposizione emerge che una parte notevole di tali supposte ambiguità sia individuata proprio nell’ambito della politica estera: essi, proprio su questo terreno, avrebbero consentito a Craxi di praticare “lo strappo”, senza essere in grado di fermarlo in tempo. Lombardi, sebbene consapevole del ritardo, chiarisce comunque l’indisponibilità della sinistra a superare una logica “terzaforzista”, pur in presenza della nuova aggressività sovietica. Afferma al proposito: «(…) le corrette argomentazioni di Craxi circa le iniziative espansive ed imperialistiche dell’URSS si sono unite a uno sconcertante silenzio su una delle maggiori cause di destabilizzazione a livello mondiale: la politica monetaria praticata dagli Stati Uniti, che ha determinato una situazione di caos monetario ed economico senza valutare la quale non si può comprendere nelle sue motivazioni reali, ben diverse dai capricci degli sceicchi, la stessa crisi petrolifera».[43] De Martino si spinge oltre, notando come l’occidentalismo di Craxi avrebbe modificato i capisaldi tradizionali della concezione socialista dell’Alleanza Atlantica così come erano stati fissati da Pietro Nenni ma - cosa che ai suoi occhi risulta più grave -, esso si sarebbe rivelato non solo in ambito teorico ma anche sul terreno della concreta pratica politica: «per quanto riguarda i fatti concreti, il PSI ha accettato l’installazione dei missili, il boicottaggio delle Olimpiadi, le sanzioni economiche, a differenza di altri partiti socialdemocratici europei».[44] Achilli, infine, chiarisce quanto tutto ciò pesi nella nuova determinazione dei rapporti all’interno del partito. Rimprovera, infatti, la dirigenza autonomista di «appiattimento nei confronti degli Stati Uniti» e ritiene che «la scelta occidentale (sia) diventata ormai una discriminante interna».[45]
Dal punto di vista della periodizzazione, va notato come Craxi liquidi definitivamente la linea di Torino, fondata sul Progetto e sull’alternativa, alla vigilia di una ulteriore svolta del quadro internazionale, determinata questa volta dalla travolgente vittoria di Ronald Reagan nelle elezioni presidenziali americane. Il fatto di avere ormai superato la fase della lotta interna e la definitiva assunzione della prospettiva della conquista del governo, aiutano a comprendere perché egli può confrontarsi con il nuovo quadro internazionale senza l’eccessivo peso di pregiudiziali d’ordine ideologico.


4. Craxi e Reagan

Il pragmatismo di Craxi nel giudicare la fase della politica americana che si apre con l’ascesa di Reagan, si evince già dalla dichiarazione con la quale il Segretario commenta la travolgente vittoria del governatore californiano: «L’America è un Paese strano che non cessa mai di sorprendere. Come sorprendente era stata la rapida ascesa di Carter, così è sorprendente non tanto la vittoria di Reagan, che era nell’aria, quanto il modo così ampio e significativo con cui l’ex governatore della California ha conquistato la Casa Bianca. I connotati politici di Reagan sono quelli tipici della destra repubblicana. La tradizione repubblicana ha dato agli Stati Uniti buoni e cattivi presidenti. Auguriamoci che Ronald Reagan, per il bene degli Stati Uniti e per le sorti della pace nel mondo, riesca a stare nella prima categoria».[46]
Pochi giorni dopo, su questa stessa linea, Craxi si sarebbe spinto più in profondità. In occasione del Congresso dell’Internazionale Socialista, inauguratosi a Madrid il 13 novembre, il suo intervento si apre con la constatazione che la vittoria di Reagan non è stata, in fondo, una sorpresa, avendo l’Amministrazione Carter «preparato la sua sconfitta pezzo per pezzo».[47] L’avvenimento per Craxi è, in primo luogo, un’ulteriore conferma di una convinzione che, come si è visto, era andata in lui consolidandosi con il trascorrere del tempo: l’Occidente gli appare vieppiù percorso da paure e angosce che spingono i popoli a privilegiare le soluzioni politiche in grado di meglio rispondere al bisogno di sicurezza e stabilità. Da qui un richiamo al realismo e alla concretezza della quale si sarebbe dovuta dotare la politica «che – sono parole di Craxi – come la natura non sopporta vuoti».[48] Craxi, in questo momento, minimizza ancora l’impatto che la Presidenza Reagan avrebbe avuto sugli equilibri mondiali. Non di meno, invita a riflettere sul significato politico della sua vittoria: «resta il fatto che molte delle sue impostazioni, che hanno origine nella più pura destra americana, sono lontane dalle nostre, anche se ciò non esclude che esse possano assumere forme equilibrate e di natura utile ai processi di pace ed alla necessità di dare basi più solide e più durature alla distensione».[49] Da qui discendono le due conclusioni, che impregnano di significato politico la relazione. Sul piano internazionale, vi è l’invito rivolto ai socialisti europei a non praticare chiusure preconcette in nome dell’ideologia. Si sarebbe dovuta privilegiare, invece, una concezione realista per la quale le due sponde dell’Atlantico avrebbero dovuto sviluppare una più stretta collaborazione, abbandonando una volta per tutte le teorie relative all’imminente crollo del campo comunista sovietico. Sul piano interno, Craxi sprona ad accettare la sfida del governo, per non lasciare alla destra il monopolio della gestione della paura sociale. E la partecipazione all’azione governativa si sarebbe dovuta compiere «nelle forme possibili, nelle circostanze che si diversificano da paese a paese»: in forma d’alternativa laddove ciò fosse possibile ma anche, in alcuni casi, in quella della collaborazione in più ampie e diversificate coalizioni.
Rispetto a questa prima messa a punto sul nuovo corso americano, ben presto alcuni elementi dell’analisi sarebbero stati modificati. Il passaggio è ben evidenziato nelle stesse pagine dell’ “Avanti!”, che dedicano al fenomeno Reagan un’attenzione particolare. Esse aiutano anche a cogliere l’importanza che in questo processo – che va di pari passo con l’accreditamento di Craxi presso la nuova Amministrazione -, esercita Michael Ledeen, allora direttore del “Washington Quartely” e docente alla Georgetown University ma, soprattutto, uomo vicino all’Amministrazione per la sua profonda conoscenza dei problemi italiani. Dalle carte e dagli archivi, la presenza attiva di Ledeen si percepisce per tutta la parabola ascendente del rapporto tra Craxi e Reagan: dalle prime revisioni dei giudizi fino alla notte di Sigonella, nella quale Ledeen svolge il ruolo di mediatore ed interprete nella drammatica telefonata tra Craxi e Reagan, immortalata da quest’ultimo nelle sue memorie e che, tra l’altro, sarebbe valsa a Ledeen una lettera d’encomio del Presidente americano.[50]
Per quel che concerne il periodo qui preso in considerazione, due sono i giudizi che, rispetto alle analisi originarie sul reaganismo, Ledeen contribuisce a far revisionare. Si evincono, entrambi, da una lunga intervista che, in questo torno di tempo, egli concede all’ “Avanti!”. Egli, in primo luogo, spiega la compenetrazione tra tradizionalismo e rivoluzionarismo, che avrebbe fatto della Presidenza Reagan un fenomeno assai poco comprensibile attraverso le categorie con le quali i suoi predecessori repubblicani si erano avvicinati alla politica internazionale. Ledeen non nega il tradizionale isolazionismo della destra americana, ma evidenzia come l’aggressività sovietica e, soprattutto, l’escalation del terrorismo internazionale considerato «la massima violazione dei diritti umani» avessero fatto prevalere una differente esigenza, non meno tradizionale, della quale Reagan si sarebbe fatto interprete a cospetto del popolo: «la nostra tradizione di fondo è quella di esportare la rivoluzione democratica, e la nostra politica estera, secondo me, deve consistere nell’esportare la rivoluzione democratica dappertutto».[51] Questa ricetta che, è sin troppo facile notarlo oggi, avrebbe avuto un futuro, applicata a quella specifica fase della Guerra Fredda mette in dubbio un secondo caposaldo delle originarie convinzioni di Craxi su Reagan. Apparirà presto chiaro – e la stampa socialista non eviterà di notarlo – che la nuova presidenza americana non si sarebbe limitata ad una politica di contenimento dell’espansionismo sovietico, ma avrebbe cercato di metterlo in crisi per giungere ad una destabilizzazione complessiva del blocco orientale.[52] Questa strategia, condotta in nome dell’esportazione della democrazia, avrebbe posto degli ineludibili problemi a quelle tradizioni, tra le quali la socialista, che avevano fin lì coniugato la denuncia dei crimini del regime comunista con l’aspirazione ad un progresso delle libertà, delle garanzie, dell’eguaglianza possibile non solo confinata in ambito nazionale. Craxi e il PSI raccolgono la sfida. In ciò sono spinti certamente da un bisogno di legittimazione in vista della possibile conquista di Palazzo Chigi. Ma sarebbe un errore amplificare eccessivamente la dimensione strumentale di tale disposizione. Una spinta più forte proviene dall’evoluzione del quadro internazionale, ad iniziare dall’esplosione, nel dicembre del 1981, della crisi polacca. Vanno evidenziate, a tal proposito, la forte e prolungata mobilitazione che il partito produce nell’occasione, coinvolgendo anche le istituzioni nelle quali esso è più influente, ma anche la valorizzazione senza nuances e remore della posizione di condanna dell’Urss che il PCI esprime allora: nonostante la limitata utilità, sul breve periodo, di tale riconoscimento ai fini della strategia governativa fatta propria dal partito.[53]
Quel che va evidenziato, dunque, è come la concezione dell’asse transatlantico subisca, in questa fase, un ulteriore aggiustamento. L’alleanza con gli Stati Uniti non è più vista come uno strumento atto ad allargare spazi di disponibilità ad Est, ma come una necessità imprescindibile per opporsi ad un sistema in crisi che, nel campo della politica internazionale, cerca fughe in avanti per ovviare a problemi strutturali sempre più gravi. Queste nuove consapevolezze sono ben sintetizzate nella dichiarazione rilasciata da Craxi nel marzo dell’82, a conclusione di un lungo colloquio con Mitterand a Parigi: «Gli Stati Uniti da soli non sono in grado di affrontare i problemi del confronto politico con l’Unione Sovietica e il suo sistema di alleanza, prescindendo dall’Europa. Né l’Europa potrebbe farlo prescindendo dagli Stati Uniti. Ogni strappo al di fuori di un equilibrio di questa natura finisce col determinare degli squilibri».[54]
Resta da chiarire, a questo punto, come le Amministrazioni americane percepiscano e giudichino tale processo di revisione, che si accompagna ad una progressiva conquista di centralità da parte di Craxi nell’ambito della politica nazionale. A tale quesito è possibile fornire una prima risposta sulla base dei documenti fin qui declassificati: per l’essenziale, rapporti della Central Intelligence Agency e telegrammi dell’Ambasciata americana a Roma. Il nome di Craxi compare già in un rapporto della CIA del 1976, l’anno dell’assunzione della segreteria del partito. In questo documento sono presenti due elementi che avrebbero rappresentato, per un primo tempo, delle costanti delle analisi americane. La convinzione, innanzi tutto, che dati i rapporti di forza, solo un rifondato rapporto con i socialisti avrebbe potuto concedere alla Democrazia Cristiana la prospettiva di prescindere dall’accordo con i comunisti. Proprio in questa prospettiva vi è attenzione ed interesse per il 42enne Craxi approdato alla guida del PSI dalle fila della destra del partito. Ma – ed è qui la seconda costante -, si evidenzia pure la consapevolezza che egli non abbia il controllo del partito e che, per questo, non potendo compiere quella politica di accordo con la DC verso la quale pure inclinerebbe, sia costretto a ripiegare verso altre formule quali il governo d’emergenza con i comunisti o l’alternativa di sinistra.[55]
Non bastano le prime prove di Craxi e la sua capacità di riportare il partito nell’orbita governativa per rassicurare gli americani. Nel giugno del 1980, in un lungo documento sulla situazione del Governo Cossiga, alla vigilia delle elezioni regionali di quell’anno, la posizione politica di Craxi è ancora giudicata incerta e pericolante: «Craxi – si legge nel rapporto della CIA – ha personalmente molto più da perdere che le sue controparti democristiane e comuniste. Le elezioni sono diventate, in effetti, un referendum sulla sua decisione di ricondurre il partito ad una collaborazione con la Democrazia Cristiana».[56] Ed è ancora più significativo che questa sospensione di giudizio sul destino politico del leader socialista non venga meno neppure una volta che egli ha preso il controllo definitivo del partito. Tale diffidenza non può ritenersi il risultato di un’analisi superficiale quanto, piuttosto, di radicati giudizi sulla situazione politica italiana. Lo testimonia una lunga analisi, sempre di fonte CIA, interamente dedicata a Craxi, risalente al marzo del 1981.
Il documento si apre con la constatazione di come Craxi, vicino all’esser “fatto fuori” nel gennaio del 1980, sia riuscito a ribaltare le posizioni ed a conquistare il partito. Evidenzia poi come egli, approfittando delle difficoltà dei comunisti, abbia condotto il partito «passo dopo passo» da una posizione di tacito sostegno al primo Governo Cossiga fino ad essere la forza centrale nella coalizione guidata da Forlani. Infine, in premessa, si sottolinea com’egli si sia candidato a guidare una federazione di partiti laici, in grado di competere sia con i democristiani sia con i comunisti nella prospettiva di un superamento del bipartitismo imperfetto. Tutto ciò non basta, però, a togliere l’ipoteca politica che grava su di lui. Si legge, infatti, nel rapporto: «l’apparente facilità con la quale il leader socialista ha conseguito le sue vittorie, a dispetto dei formidabili ostacoli sul suo cammino, inevitabilmente fa nascere dei dubbi sulla durata del suo successo. La questione dell’abilità craxiana per continuare sulla via del successo diviene centrale di fronte alle prove sempre più numerose che il supporto socialista – se non spalleggiato dai comunisti – potrebbe essere insufficiente per condurre l’Italia fuori dalle consuete instabilità ed inefficienza governativa. L’opera politica di Craxi è stata considerevole, ma la sua stella può evaporare con la stessa rapidità con la quale è apparsa, mettendo di nuovo l’Italia di fronte alla difficile questione della partecipazione comunista al governo nazionale».[57] L’analisi della sua strategia appare approfondita ed acuta. Così come non è dimenticato il ruolo svolto in essa dalle posizioni di politica internazionale: «mentre Craxi attende il momento opportuno sul fronte della politica interna, la politica estera giocherà probabilmente un ruolo importante nel suo sforzo di determinare le mosse per il suo prossimo e più impegnativo passo. Nei due anni trascorsi, l’attitudine socialista nelle questioni internazionali è stata modellata sull’obiettivo di avvicinare il partito alla conquista del potere. Il sostegno di Craxi alla decisione del governo del dicembre 1979, di prendere parte al programma di modernizzazione delle forze nucleari di teatro in seno alla Nato, fu interpretato come un chiaro segnale alla Democrazia Cristiana – ed a maggior ragione agli Stati Uniti – che i socialisti avrebbero potuto essere partner di governo responsabile. Da allora, i socialisti, nello stesso spirito, sono stati d’accordo nell’imporre le sanzioni all’Iran e nell’adottare sanzioni economiche contro l’Unione Sovietica. Più recentemente, il partito di Craxi è stato particolarmente eloquente nell’affermare l’opinione – articolata in maniera indipendente dal Presidente socialista italiano –, che il terrorismo politico è un fenomeno internazionale appoggiato da Mosca e dai suoi alleati».[58] Questa condiscendenza, non esente da vera e propria ammirazione, non cambia però i termini politici di fondo della questione. La nota, infatti, si chiude con la constatazione che «la maggior parte dei successi di Craxi in questi ultimi anni si debbono alla fortuna». Per concludere: «E’ certamente possibile che la congiuntura fortunata di Craxi continui, che egli segnerà ulteriori punti per il proprio partito nelle prossime elezioni, ed attrarrà così più sostenitori del vessillo del partito unico dei laici. Ma anche se fosse, il suo destino politico resterebbe probabilmente nelle mani dei democristiani. Starebbe a loro stabilire fino a quando converrà mantenere l’accordo con Craxi (…)».[59] In definitiva, Craxi è visto con simpatia e persino con stupore come abile e fortunato tattico della politica. Non è considerato in grado, però, di modificare i dati strutturali della vita politica italiana e lo si ritiene destinato a pagare, prima o poi, il prezzo dell’irrisolto rapporto con il Partito Comunista. Non di meno, nella sua strategia di conquista della guida del governo, si scorge per gli Stati Uniti l’apertura di una finestra d’opportunità, che avrebbe reso la politica estera italiana più disponibile verso la prospettiva atlantica. Quest’impressione è confermata dai telegrammi inviati da Roma dall’Ambasciata americana. Emblematico, a tal riguardo, un messaggio del dicembre ’81 sul problema posto dall’oleodotto sovietico. L’Ambasciata comunica a Washington l’assicurazione ricevuta dal segretario della DC Flaminio Piccoli che tutti e cinque i partiti della coalizione hanno concesso il loro assenso alla sospensione delle negoziazioni, con in testa socialisti e socialdemocratici. Il commento è eloquente: «questa deriva riflette il desiderio del leader socialista Craxi di mostrare le sue credenziali atlantiche come premessa al tentativo di divenire Primo Ministro. Tale competizione per essere il più filo occidentale, non mi pare possa considerarsi una cosa negativa».[60] E la competizione, senza dubbio, si sarebbe prolungata fino all’effettiva assunzione della Presidenza del Consiglio da parte di Craxi. Allora, per l’atlantismo, gli scuri della “finestra d’opportunità” creatasi nell’Italia degli anni Ottanta iniziano ad accostarsi.


5. Conclusioni

La revisione di giudizi e strategie che Craxi compie dal 1976 al 1983 sugli Stati Uniti e sul rapporto transatlantico, se si tiene conto della storia del PSI e della sua stessa biografia, va considerata come un’operazione politica di grande coraggio e spregiudicatezza, alla fine coronata da successo.
La spinta propulsiva proviene dall’interazione di processi d’evoluzione politica che si compiono parallelamente su differenti piani. Agisce in tal senso, in primo luogo, la svolta della politica internazionale alla fine degli anni Settanta, determinata dal riattivarsi delle logiche di Guerra Fredda. Su questo terreno, la questione degli euromissili rappresenta senz’altro il punto di rottura, ma l’accelerazione decisiva ed il mutamento di giudizi sulla realtà dell’Unione Sovietica sono determinati dall’invasione dell’Afghanistan. Va poi considerata l’assunzione della scelta governativa come opzione strategica fondamentale, che è conseguenza di un’analisi di lungo periodo sulla realtà della lotta politica in Italia ma che matura anche alla luce dell’inasprirsi del quadro internazionale e della considerazione degli effetti sociali indotti da nuove ed inedite tensioni. Craxi è convinto che la sinistra europea non possa lasciare alla controparte la gestione di paure e tensioni, provocate anche dall’inasprirsi delle relazioni internazionali. In questa prospettiva, svolge un ruolo importante il confronto serrato con gli altri socialismi europei e, in particolare, nel biennio 1979-1980, il consolidarsi di un rapporto privilegiato con la SPD. In seguito, va nello stesso senso la presa d’atto del fallimento al quale giunge la prima fase di governo dei socialisti in Francia, compiutasi nel segno delle nazionalizzazioni e del superamento della logica capitalistica. Infine, si deve sottolineare come le evoluzioni che si compiono su questi due piani principali, abbiano i loro effetti nella battaglia per il controllo del partito. E’ certamente sostenibile che l’era Craxi nel PSI si sia avviata sulla base di un compromesso che sconta differenze culturali e politiche troppo marcate, destinate prima o poi a produrre situazioni di rottura. E’ invece indubitabile che i margini di accordo tra autonomisti e sinistra si siano progressivamente ridotti proprio per il modificarsi del quadro internazionale e per l’evoluzione delle forze socialiste e socialdemocratiche in Europa. Sicché, la politica estera diviene sempre più terreno di scontro aperto ed è utilizzata da ambo le parti come elemento strumentale per accreditare le rispettive prospettive di politica interna, tra di loro sempre più divaricate.
Una volta evidenziata la portata della revisione ed i tempi incredibilmente brevi entro cui essa si compie, non si può fare a meno di notare anche come, tuttavia, un residuo dell’originario terzaforzismo sopravviva in forme e proporzioni differenti e non venga mai del tutto eliminato. Lo si percepisce, innanzi tutto, analizzando la linea che Craxi detta al partito allorquando si tratta di assumere posizioni su issues di politica estera che non investono in modo diretto lo scontro immediato tra le due superpotenze. Quest’attitudine appare chiara nelle scelte inerenti il Medio Oriente. Per questa parte del mondo, la denuncia d’indebite intromissioni da parte di USA e URSS è, infatti, particolarmente accorata. Soprattutto, essa si prolunga anche quando il terzaforzismo originario è stato nella sostanza rinnegato. Craxi ritiene e sottolinea con grande evidenza che la politica estera nella regione del Mediterraneo debba rappresentare per l’Italia e per l’Europa uno spazio di marcata autonomia. In tal senso, mantiene una linea radicalmente ostile al governo di Israele quando questo è presieduto da Begin e punta sulla possibilità di sfruttare in chiave moderata l’OLP e la leadership di Arafat. Tale tentativo, tra l’altro, lo porta ad evidenziare con particolare forza i rischi dell’estremismo islamico, così come si sarebbero sviluppati a partire dalle conseguenze della rivoluzione komeinista. Egli, su questo terreno, non paga le necessarie “compromissioni” praticate dagli americani per appoggiare la guerriglia in Afghanistan. Si spinge però anche oltre, scorgendo l’estremismo islamico come deriva antagonista, se non contrapposta, alla via politica che, ai suoi occhi, avrebbe assunto il mondo moderato islamico nel quale comprende in posizione di centralità l’autorità palestinese. Queste posizioni si radicano nel partito, al punto tale che le poche voci dissidenti – ad esempio, quella di Giuliano Amato che in occasione della crisi del Libano evidenzia, invece, i rischi di una saldatura tra radicalismo islamico e movimenti di liberazione nazionale – debbono comunque transitare per un’aprioristica quanto conformistica adesione allo schema dettato dal Segretario.[61] Nella stessa ottica residuale, si può anche leggere la posizione a lungo scettica, ed in fondo ostile, nei confronti della Gran Bretagna, al momento della guerra delle Falkland. Anche se, in questo caso, paradossalmente, l’imbarazzo dei socialisti italiani finisce col riprodurre in scala alcuni tratti di quello americano.
Queste deviazioni da una linea puramente atlantica diventano più forti, com’è noto, all’indomani dell’assunzione della Presidenza del Consiglio. Esse possono leggersi in controluce sin nel cordiale scambio epistolare del 1983 sul rapporto tra installazione degli euromissili e disarmo nel quale, come si è già accennato, Craxi recupera alcune posizioni che aveva combattuto all’interno del partito, alla ricerca di una difficile “terza via” tra installazione e moratoria.[62] Giocano, in tal senso, una crescente percezione della crisi dell’Unione Sovietica che porta ad immaginare che la logica bipolare abbia imboccato la via del declino; la conseguente ricerca di maggiori spazi di autonomia politica nell’area mediorientale che, com’è noto, sfocerà in un vero e proprio incidente diplomatico in corrispondenza della vicenda del dirottamento dell’Achille Lauro; l’ambizione, una volta conquistato il governo, a svolgere un ruolo “maggiore”, in grado di collegarsi con più evidenza al patrimonio identitario originario. Non rientra negli intendimenti di questa relazione fornire un giudizio, nemmeno sintetico, su questa che va considerata per molti versi una fase differente della politica estera craxiana. Quel che si è invece voluto chiarire è che, se di altra fase senz’altro si tratta, non può considerarsi un’altra storia perché in Bettino Craxi la compenetrazione tra ideali originari ed esigenze pragmatiche della lotta politica è una costante che attraversa tutta la sua vicenda di socialista e di statista.

Note

1. Fondazione Craxi, “Fondo Hammamet”, PS 003 27.
2. Fondazione Craxi, “Fondo Hammamet”, PS 016 15.
3. Ibidem.
4. Cfr. F. Gozzano, Le spese militari un test per Carter, “Avanti!”, 6 gennaio 1977.
5. Fondazione Craxi, “Fondo Hammamet”, PS 016 15.
6. Ibidem.
7. Cfr. A. Spinelli, Una politica europea per la sinistra, in AA.VV., Progetto Socialista, Laterza, Roma-Bari, 1976, pp. 163-170, per la cit., cfr. p. 164.
8. Ivi, pp. 164-165.
9. Ivi, p. 177.
10. L’alternativa dei socialisti. Il progetto di programma del PSI presentato da Bettino Craxi, Mondo Operaio - Edizioni Avanti!, Roma 1978, p. 4.
11. Ivi, p. 5.
12. Ivi, p. 8.
13. Ivi, p. 6.
14. "Caso Italia": pesante intervento Usa, “Avanti!”, 13 gennaio 1978.
15. Per una politica di unità nazionale, per l’unità e il rinnovamento del Partito, “Avanti!”, 30 marzo 1978.
16. Cfr. F. Gozzano, Il futuro del socialismo, “Avanti!”, 5 – 6 novembre 1978.
17. Una grande forza europea al servizio dei lavoratori, discorso di Bettino Craxi al Congresso di Bruxelles dei socialisti della CEE, “Avanti!”, 12 gennaio 1979.
18. Cfr. A Viola, Brandt e Craxi a Torino, “Avanti!”, 3 giugno 1979.
19. Le proposte del PSI sugli euromissili, relazione di Lelio Lagorio alla Direzione socialista, “Avanti!”, 26 ottobre 1979.
20. I socialisti e i problemi della sicurezza europea, dibattito in seno alla Direzione socialista sull’installazione dei missili “Pershing” e “Cruise”, “Avanti!”, 14 dicembre 1979.
21. Ibidem.
22. Ibidem.
23. Ibidem.
24. Ibidem.
25. Ibidem.
26. Ibidem.
27. Ibidem.
28. Ibidem.
29. Archivio Istituto Gramsci, “Serie Direzione”, 1979, Mf. 7911, riunione del 28 settembre 1979 (s.a.).
30. Ivi, riunione del 28 novembre. Per l’impostazione della linea del PCI sulla questione cfr. in particolare, ivi, la relazione di Romano Ledda su Problemi di sicurezza in Europa, alla Direzione del 16 ottobre 1979.
31. Signorile: tre motivi reali di malessere per il partito, “Avanti!”, 12 dicembre 1979.
32. Sui missili un voto coerente, “Avanti!”, 12 dicembre 1979.
33. Progetto di messaggio dell’On. Presidente del Consiglio al Presidente Reagan, Fondazione Craxi, “Fondo Hammamet”, PS 024 14. Vedi poi Lettera di Reagan a Craxi sul problema dei missili, “Avanti!”, 14 settembre 1983; F. Gozzano, E’ possibile superare il punto morto a Ginevra?, “Avanti!”, 19 settembre 1983; Reagan risponde: saranno fatte nuove proposte, “Avanti!”, 23 settembre 1983.
34. I socialisti e i problemi della sicurezza europea, cit.
35. “Avanti!”, 21 dicembre 1979.
36. “Avanti!”, 17 gennaio 1980.
37. Il segretario del PSI sviluppa questo concetto in una intervista rilasciata all’ “Avanti!” l’8 febbraio 1980.
38. “Avanti!”, 17 gennaio 1980.
39. Ibidem.
40. La replica del compagno Craxi, “Avanti!”, 19 gennaio 1980.
41. Ibidem.
42. “Avanti!”, 5 - 6 ottobre 1980.
43. Ibidem.
44. Ibidem.
45. Ibidem.
46. Craxi: la tradizione repubblicana ha dato buoni e cattivi presidenti, “Avanti!”, 6 novembre 1980.
47. Abbandonare le paure, gli antagonismi e le diffidenze per riannodare i fili del dialogo tra i popoli, relazione di Bettino Craxi al Congresso dell'Internazionale Socialista, “Avanti!”, 14 novembre 1980.
48. Ibidem.
49. Ibidem.
50. La lettera di ringraziamento di Reagan a Ledeen, assieme ad altri documenti sul sequestro, si trova tra le carte declassificate conservate presso la Ronald W. Reagan Library, file n. 10 - 11. Per la ricostruzione della telefonata intercorsa tra Craxi e Reagan, cfr. R. Reagan, An American Life, New York, Pocket Books, 1992, p. 509.
51. L’America vuole esportare la rivoluzione democratica, “Avanti!”, 6 novembre 1980.
52. Cfr. in proposito, F. Gozzano, E' nel passato il futuro di Reagan, in “Avanti!”, 18 gennaio 1981; Id., Vuole fare del cittadino il nuovo eroe dell’America, ivi, 21 gennaio 1981 e, soprattutto, Id., L’ideologismo reaganiano all’assalto del gigante sovietico, ivi, 19 giugno 1981.
53. Cfr. a tal proposito la relazione tenuta da Craxi alla Direzione del PSI del 29 gennaio 1982, in “Avanti!”, 30 gennaio 1982.
54. Il lungo colloquio all’Eliseo di Craxi con Mitterand, “Avanti!”, 16 marzo 1982.
55. Central Intelligence Agency, Political and Economic Scene in Fall of 1976, Oct. 1, 1976, pp. 1-8; cfr. in particolare p. 4.
56. Central Intelligence Agency, Briefing book for Venice Summit, Juin 5, 1990, pp. 1-10; per la cit. cfr. p. 4.
57. Central Intelligence Agency, Prospects for Bettino Craxi’s Socialist Party, Mar. 1, 1981, pp. 1-6; per la cit., cfr. p. 1.
58. Ivi, p. 4.
59. Ivi, p. 6.
60. The Polish Crisis and the Siberian Gas Pipeline, Message: Immediate de Ruehro - 9853 3621709 FM Amembassy Rome to Secstate Washdc Immediate 1442, Ronald W. Reagan Library, file n. 10 – 11.
61. Cfr. a tal proposito G. Amato, Ricondurre Israele ad un comportamento meno forsennato, “Avanti!”, 18 giugno 1982.
62. Il carteggio tra Reagan e Craxi del settembre 1983 , composto da una lettera di Reagan, la risposta di Craxi e la replica finale del Presidente americano, è riportato sull’ “Avanti!” alle date 14, 19 e 23 settembre 1983.