Ventunesimo Secolo
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Le ragioni della politica estera nell’azione politica di Bettino Craxi

di Piero Craveri

Vorrei per un momento fare un passo oltre la cornice tematica di questo Convegno per cogliere la relazione che corre tra la visione internazionale di Bettino Craxi e la sua politica nazionale. La Fondazione Craxi organizzerà per la fine di quest’anno a Roma un altro incontro, questa volta sulla politica interna, dal Midas alla presidenza socialista. E l’uno e l’altro vogliono essere il punto di partenza di una durevole attività di studio sulla non breve epoca storica che ha visto Bettino Craxi partecipe e protagonista, al fine di promuovere approfondimenti tematici, tenuto conto anche del patrimonio di carte che egli ci ha lasciato e di cui si sta provvedendo al riordino archivistico, e la necessità di fare costantemente il punto sulla ricerca storica che è in corso.
Credo quindi necessario rispondere ad una prima domanda, sul perché abbiamo incominciato dalla politica estera che, tra l’altro, è stata già oggetto di una iniziativa di studio, ora raccolta nel bel volume La politica estera italiana negli anni Ottanta, a cura di Ennio Di Nolfo. Invero, il periodo a cavallo degli anni ’80 ha in sé una sua giustificazione, costituendo la premessa cruciale di quei mutamenti di equilibrio internazionale, che si sono poi, un decennio più tardi, conclusi con la fine della Guerra Fredda. Proprio a partire da questa considerazione, la risposta sta nella ulteriore constatazione che nessun equilibrio interno prescinde da quello internazionale, poiché la stabilità deriva pregiudizialmente dal modo in cui l’uno è incardinato nell’altro. Vi sono fasi in cui l’equilibrio internazionale è più o meno dato, altre in cui attraversa rapidi e profondi mutamenti, i cui effetti prima o poi non possono non rifrangersi sull’equilibrio interno, quale è appunto il caso del periodo che qui oggi abbiamo preso ad analizzare. E in queste fasi la classe politica di un paese, in un modo o nell’altro, non può non operare una funzione di cerniera e gli atti di politica estera e molti di quella interna, che ne conseguono, rispondono appunto a questa necessità. Sono dunque i momenti in cui dal quadro internazionale emergono premesse indispensabili all’indirizzo politico. Non tutti percepiscono questa realtà e non tutti allo stesso modo. E non risulta che alcuno, in Italia, nel periodo considerato, l’abbia percepita ed interpretata con la stessa profondità e lucidità di Bettino Craxi.
Il quadro delle relazioni internazionali nel quale allora si inseriva l’Italia era stato fissato nel quinquennio degasperiano, o quella impostazione, con approfondimenti e varianti anche significative, aveva retto stabilmente fino agli anni ’70. Su di essa il paese si era diviso fin dal 18 aprile 1948. Il Partito Comunista, che si era proposto come partito democratico e nazionale, si era nel contempo posto in radicale opposizione alle scelte di politica estera che la maggioranza del paese e il governo nazionale avevano compiuto. Il processo di distensione, che era proceduto, anche se in modo non lineare, a partire dalla seconda metà degli anni ’50, aveva stemperato in parte questa frattura, senza mutarne i connotati di fondo. Alla metà degli anni ’70, il cambiamento dei rapporti di forza tra i partiti del sistema politico italiano aveva fatto proprio del processo di distensione uno dei presupposti di una ricomposizione della precedenti fratture interne, accorciando le distanze tra governo e opposizione. Nel dicembre 1977 la Camera aveva approvato un ordine del giorno, con le firme di tutti i partiti, escluso il MSI, nel quale esprimeva apprezzamento «positivo per gli indirizzi e l’opera del Governo italiano in campo internazionale e nel quadro dell’Alleanza Atlantica e degli impegni comunitari europei: quadro che rappresenta il termine fondamentale di riferimento della politica estera italiana».
L’approdo del PCI a questa formulazione non aveva tuttavia convinto gli alleati, né quelli europei, né gli Stati Uniti. L’ostilità americana ad un ingresso del PCI nel governo italiano non poteva dirsi superata, come risulta da quanto si scrisse, già allora, sugli orientamenti dell’Amministrazione Carter. Del resto, che nella linea del PCI rimanessero, sotto questo aspetto, sostanziali e profonde remore ad assumere una posizione integralmente filo occidentale, risulta anche dalla elaborazione dell’altro tema, che pure testimoniava un mutamento degli orientamenti della politica estera comunista, quello cosiddetto dell’ “eurocomunismo”. In questo nuovo approccio, infatti, non trovava accoglienza, anzi era fermamente escluso, l’approdo ad una difesa europea, parallela a quella della NATO. Tema in vario modo riemergente nel dibattito europeo e che comunque aveva allora un particolare risvolto. Incideva infatti, sui negoziati che erano in corso tra gli USA e l’URSS, in materia di riduzione dei reciproci arsenali missilistici, la richiesta ultimativa dei sovietici di includere nel computo l’armamento missilistico e atomico degli inglesi e dei francesi. Un punto in effetti non è stato studiato a sufficienza, e riguarda la linea, vuoi di convergenza, vuoi di eventuale divergenza, tra l’URSS e il PCI, proprio sull’ipotesi di un ingresso di quest’ultimo nel governo italiano e sulle conseguenti posizioni da assumere nella politica estera, con particolare riguardo al problema della difesa.
Molti elementi provano che i sovietici fossero in linea di massima contrari a che il PCI assumesse responsabilità di governo, nella forma di una grande coalizione con gli altri partiti filo occidentali, soprattutto per i riflessi che un tale evento avrebbe potuto avere sui già incerti equilibri interni di alcuni paesi dell’Est europeo. Ma, poiché la partecipazione a pieno titolo del PCI all’Internazionale Comunista non era in alcun modo stata messa in discussione, su quali fossero gli effettivi termini di questo rapporto, abbiamo troppo pochi elementi per formulare un giudizio preciso, a partire da quelli che erano emersi ufficialmente nella conferenza dei partiti comunisti europei del 1976 a Berlino. Su un punto tuttavia è possibile argomentare. I sovietici si apprestavano allora a modificare, proprio sul teatro europeo, l’equilibrio missilistico ed atomico a loro favore. Ciò avrebbe determinato uno squilibrio nella difesa atlantica, tra primo e secondo fronte, tra teatro americano ed europeo, come effetto del potenziamento della minaccia sovietica sull’Europa, facendo appunto del riequilibrio missilistico ed atomico un problema pregiudizialmente europeo, destinato ad incidere nei rapporti interatlantici. Problema che in effetti si pose esattamente nei termini, esposti qui da altre relazioni, con in più un ulteriore interrogativo politico, centrato sulla capacità dei governi europei, nei riguardi delle opinioni pubbliche interne e di contro alle campagne pacifiste, fortemente sostenute dall’URSS, di far passare un progetto di rafforzamento del dispositivo atomico. Riguardo a ciò il PCI avrebbe potuto svolgere in Italia un ruolo ostativo determinante, tanto più se partecipe della maggioranza di governo, ruolo che avrebbe poi in effetti svolto, non essendo più tuttavia nella maggioranza e non riuscendo a determinare alcuna delle scelte altrimenti compiute.
É un punto, questo, che va tenuto ben presente: l’esperimento dei cosiddetti governi di unità nazionale della seconda metà degli anni ’70, per quanto riguarda la politica estera, si avviò nel quadro della distensione, ma proprio quando questa veniva messa in crisi dall’iniziativa sovietica, quando iniziava, cioè, l’ultima fase della Guerra Fredda che prese la forma di uno scontro, con al centro, come filo conduttore, il rafforzamento del dispositivo atlantico e la rinnovata solidarietà occidentale, da cui venne poi la spinta finale e decisiva al rapido processo di dissoluzione dell’URSS.
Si introduceva così un elemento di fragilità politica nella prospettiva berlingueriana del “compromesso storico”, che Craxi avrebbe colto con lucidità. Egli invero prese, com’è noto, a muoversi con rinnovata forza polemica su di un terreno contiguo, quello della natura totalitaria del “socialismo reale”. A questo proposito Craxi venne sviluppando un insieme di riflessioni che facevano parte della tradizione socialista, a partire dalla polemica sul leninismo della II Internazionale, e della stessa elaborazione del PSI, quale Nenni l’aveva impostata nel 1956. Ma egli coglieva la dimensione nuova della critica che allora attraversava l’Europa, segnatamente la Francia e come essa, prendendo spunto dalle testimonianze e dalle riflessioni del dissenso nei paesi dell’Est, con cui peraltro intratteneva intensi rapporti, aveva posto fine ad ogni possibile equivoco circa il mito “democratico” e “rivoluzionario” del comunismo.
Il 1977 fu per il PCI annus horribilis: era duramente attaccato sulla sua sinistra ed aveva di fronte i socialisti che proponevano in modo ultimativo proprio la soluzione dei principali nodi della sua tradizione storica ed ideologica. Perché con l’URSS era il marxismo-leninismo e qualsivoglia antecedente o derivato che venivano messi radicalmente in discussione. La revisione appariva profonda anche per quella che era stata la tradizione del socialismo italiano. La stessa elaborazione autonomista era stata netta sul tema della democrazia, ma l’impianto teorico echeggiava pur sempre i temi classici della II Internazionale, rimaneva quello del primo confronto con il leninismo, in cui lo scontro verteva sui concetti tradizionali di classe, rivoluzione, socializzazione, ecc. Non è d’altra parte un caso che queste nuove elaborazioni venissero, in gran parte, dalla rivista Mondo Operaio, da un gruppo cioè di intellettuali che apparteneva ad un’altra generazione socialista, che non era quella da cui era emerso l’autonomismo socialista. L’iniziativa sul dissenso della Biennale di Venezia, aveva poi aperto una finestra del tutto nuova, trasferendo in Italia, con notevole impatto mediatico, le riflessioni del dissenso maturato ad Est, dando così una dimensione internazionale alla critica del comunismo. Craxi, che alla tradizione autonomista era invece intrinsecamente legato, pur mantenendosi per un tratto prudente nel linguaggio e nelle formule polemiche, come mostrano i suoi scritti e discorsi (del resto quel testo che va sotto il nome di Vangelo Socialista, che fu da parte sua ripulsa netta ed irreversibile del vecchio bagaglio marxista-leninista, si presentò non a caso ancora come una riflessione interna alla tradizionale ideologica socialista), coglieva la novità intellettuale e l’effetto politico radicale di quelle nuove impostazioni, e soprattutto il fatto che, con esse, si usciva dalla provincia italiana da troppo tempo egemonizzata dalla cultura comunista. Come avrebbe notato l’allora direttore di Mondo Operaio, Federico Coen, a conclusione del Convegno internazionale di studi sul leninismo, organizzato da questa rivista nel dicembre 1978, di fronte alle furibonde polemiche che l’iniziativa aveva sollevato, «le critiche dei socialisti italiani alla dottrina leninista che tanto irritano Berlinguer, sono date per scontate fuori d’Italia».
Come è stato già argomentato, la critica radicale del modello sovietico, la rottura netta con le sue premesse ideologiche, non poteva non far maturare l’ulteriore sensazione che si fosse alla soglia di una intrinseca «crisi dell’URSS e del comunismo aperta ad esiti imprevedibili». Tale sensazione doveva, passo dopo passo, farsi strada nel corso del lungo processo che avrebbe portato all’installazione dei nuovi missili nell’Europa Occidentale. Debole era parso il tentativo sovietico di instaurare su ciò un dialogo con i partiti socialisti, anche se, a questo proposito, una frattura si era determinata all’interno della socialdemocrazia tedesca, che avrebbe poi messo in discussione la sua posizione di guida del governo federale. Il contrasto su questo punto tra Schmidt e Brandt era stato seguito attentamente da Craxi. E la rottura con i liberali della FDP e la conseguente uscita dei socialdemocratici tedeschi dal governo federale aveva necessariamente indebolito la posizione più vicina ad un’intesa con la dirigenza sovietica, propria di Brandt. Ma soprattutto aveva ricompattato l’Internazionale Socialista su di una posizione saldamente filo occidentale, al cui rafforzamento il contributo di Mitterand era stato altrimenti decisivo.
Così la vicenda missilistica non avrebbe aperto soltanto a Craxi le porte di un nuovo rapporto fiduciario con gli Stati Uniti, come è stato qui accuratamente analizzato, ma rappresentava il punto di gravitazione di un più ampio processo di modifica degli equilibri internazionali. Rafforzava poi la posizione del PSI nell’Internazionale Socialista, indebolendo necessariamente quei legami indiretti, ma pur solidi, che il PCI aveva stabilito con essa, tramite soprattutto la SPD. La lenta eclisse dell’URSS e il conseguente allentamento dei suoi legami con il PCI, su questo terreno, avrebbe comportato infatti, specularmente, una perdita di ruolo dei comunisti italiani nelle relazioni con i socialdemocratici tedeschi, specie nella gestione del loro difficile rapporto con la DDR, di cui più volte il PCI si era fatto utilmente tramite. Determinava inoltre un altro effetto sulla politica interna, perché quella che sarebbe stata la svolta della DC, nel suo Congresso del gennaio 1980, che portò al cosiddetto “preambolo”, un completo ribaltamento della linea dell’unità nazionale, non era estranea alla consapevolezza che questa aveva acquisito della posta in giuoco e alle documentate pressioni che, proprio in occasione di questo suo Congresso, su di essa aveva fatto la CDU.
A completare il quadro, i casi della Polonia e dell’Afghanistan davano il segno delle crescenti difficoltà sovietiche. Poteva anche presumersi che un indebolimento dell’URSS comportasse una parallela crisi della ratio filo sovietica del PCI. I susseguenti strappi di Berlinguer su questi temi ne erano il segno, anche se rimanevano lontani da una sua risoluzione. Vistoso, d’altra parte, era poi stato il ruolo marginale che il Congresso del PCUS, nel febbraio del 1981, aveva riservato al PCI e le ripercussioni che ne erano conseguite all’interno di questo. Da ciò, anche a sinistra, avrebbe potuto svilupparsi una linea di movimento, che Craxi ritenne in effetti possibile e considerò aperta, almeno fino al Congresso di Palermo e che si chiuse principalmente per la tetragona autoreferenzialità della posizione assunta da Berlinguer.
Una siffatta diagnosi del “socialismo reale” e dell’evoluzione dell’URSS comportava necessariamente anche una riflessione sul modello classico della socialdemocrazia. Le esperienze di governo che ne avevano reso operante la formula, da quelle scandinave degli anni ’30 a quella laburista del dopoguerra, e che poi avevano costituito il presupposto della sua ideologizzazione, segnando la Bad Godesberg della socialdemocrazia tedesca, avevano visto negli anni ’70 messi in discussione i suoi presupposti di teoria economica. Si aggiunga che alcuni dei suoi più pregnanti obbiettivi, in Italia ad esempio, ma non solo, quali il sistema di economia mista e i1 welfare, erano stati conseguiti fuori da qualsivoglia modello socialdemocratico, ed erano stati il prodotto della interazione di forze politiche diverse. Proprio i governi di unità nazionale, nella seconda metà degli anni ’70, avevano portato a compimento, in tutti i suoi aspetti, salvo quello degli ammortizzatori sociali, un disegno compiuto e massimamente esteso di welfare. Già nel 1981 era stato necessario apportarvi i primi ritocchi, al fine di contenere l’espansione della spesa sociale. Le origini della crisi fiscale dello Stato risalgono al 1972, nel deciso discostarsi della curva delle entrate da quella della spesa pubblica, ma la piena realizzazione del welfare italiano aveva tolto indubbiamente ulteriore flessibilità al sistema. Lo strumento della contrattazione collettiva, ai fini di una ridistribuzione del reddito attraverso la crescita salariale, aveva trovato un vincolo nuovo e automatico nel 1972, con la fine del sistema dei cambi fissi e la fluttuazione della lira. La non ampia banda di oscillazione della lira, rispetto alle altre monete europee, prevista dallo SME, creava problemi ulteriori, rendendosi incompatibile col crescente processo inflativo, incrementato dall’acuto conflitto sociale che a sua volta spingeva in alto il salario nominale, senza sostanzialmente aumentare il monte reale dei salari. Bisognava trovare un’altra strada. Del resto il PSI non aveva mai fatto proprio il modello socialdemocratico. Nei dibattiti che precedettero il centrosinistra e nella prima esperienza del suo governo organico di coalizione la parola d’ordine era stata quella della programmazione, intesa come controllo delle variabili macroeconomiche ai fini di riforme strutturali con funzione redistributiva. Un simile indirizzo, per potersi dire socialdemocratico, avrebbe dovuto accompagnarsi a una prassi di concertazione sociale, di cui non v’era, né si determinò, negli anni ’60, alcun plausibile presupposto, vuoi politico, vuoi sociale, vuoi economico. Il controllo rimase così nello stato di premessa teorica, le riforme, dopo un inizio sperimentale, si persero per strada, per riprendere, dopo il ’68, più sulla base di una necessità emergenziale che di un vero e proprio disegno riformista.
Negli anni ’70 il cosiddetto modello socialdemocratico entrava poi in crisi un pò ovunque in Europa. In Inghilterra, dove il governo laburista aveva mostrato la sua impossibilità a governare il sistema, non riuscendo ad istituzionalizzare il rapporto di concertazione con le Unions. In Francia il programma comune delle sinistre, ridondante di echi della vecchia impostazione pianista degli anni ’30, che pure aveva portato Mitterand alla presidenza, veniva integralmente ribaltato nel 1981. Negli anni ’70 il processo di internazionalizzazione dei mercati aveva fatto grandi passi avanti. Le due crisi petrolifere l’avevano accelerato, abbassando nel contempo la crescita dei paesi europei e con ciò mettendo seriamente in crisi la funzione redistributiva pubblica. Basti in questa sede suggerire un dato: la percentuale di interscambio del prodotto lordo mondiale del 1914 veniva nuovamente raggiunta soltanto nel 1970. A queste due date ci si può infatti riferire per definire il “secolo breve”. Fuori da questo solco, che designa il primato dei mercati interni nel funzionamento dei sistemi economici, veniva a mancare il baricentro stesso dei modelli socialdemocratici. Si può così dire che la socialdemocrazia in Europa aveva esaurito il suo compito storico un decennio prima che, per analoghe concause, entrasse in crisi definitivamente il modello del “socialismo reale”.
Gli anni ’80 fecero poi il resto, mutando la stratificazione sociale dei paesi industrializzati, con la riduzione continua dei lavoratori dell’industria, il ruolo centrale assunto dal terziario, la dimensione nuova assunta dal ceto medio nel sistema sociale, l’ingresso massiccio delle donne nel mercato del lavoro, la crisi del carattere stabile della famiglia, il mutamento radicale degli stili di vita. La riorganizzazione dei sistemi economici, sotto la spinta delle nuove tecnologie info-com, accelerava ulteriormente il processo di internazionalizzazione dei mercati e ne accentuava la finanziarizzazione. In questa dinamica il ruolo del settore pubblico regrediva rispetto a quello privato, la crescita della pressione fiscale entrava definitivamente in contrasto con lo sviluppo sostenibile. Un grado eccessivo di sviluppo degli apparati pubblici risultava negativo nell’allocazione complessiva delle risorse. Uno “Stato più leggero” comportava, come poi si è detto, “una socialdemocrazia leggera”. In realtà il sistema era andato oltre il fondamento base del modello socialdemocratico, perché il punto nuovo era che la funzione redistributiva diveniva subordinata alle condizioni di crescita proprie di un mercato internazionale competitivo, nel senso cioè che quest’ultimo ne dettava le regole. Derivava da ciò quel ribaltamento di prospettiva che avrebbe poi caratterizzato il dibattito della sinistra in Europa, in cui 1’obbiettivo diveniva quello residuale di come difendere il livello di distribuzione esistente e di come intervenire negli ulteriori processi di disuguaglianza che la dinamica di mercato determinava nel contesto delle società.
Craxi fu tra i primi leader del socialismo europeo ad essere consapevole di questo processo, fin dal primo momento in cui si manifestò. Si mosse tuttavia con cautela nell’enunciazione di questi problemi, almeno fino alla Conferenza Programmatica di Rimini del 1982. Non gli sfuggiva la complessità dei punti nuovi di riferimento. All’indomani del primo incontro programmatico di Trevi, nel 1977, notava: «sul piano economico e sociale, si tratta di stabilire se è possibile - e in quale quadro politico - realizzare progressivamente elementi di razionalità, controllo collettivo, uguaglianza di valori secondo una scala di valori tipicamente socialista; o invece il movimento operaio deve rinunciare ad una prospettiva di trasformazione graduale della società, mirando esclusivamente, nel tempo breve, a difendere le proprie posizioni, salvo poi a scaricare le proprie tensioni in futuri irrigidimenti massimalistici e protestatari. In questo quadro sforzarsi di esaminare i problemi di una lunga prospettiva non è affatto una fuga dalla realtà».
Craxi manteneva dunque ferma “una scala di valori tipicamente socialista”, come elemento di continuità necessario. Il PSI sarebbe allora idealmente ritornato a fare riferimento al riformismo turatiano, con un salto all’indietro, verso quella, tra le politiche riformiste del socialismo italiano, che storicamente più aveva centrato il rapporto tra Stato e mercato, dando al proprio programma una forma operativa possibile. La continuità ideologica del resto è fattore indispensabile, quando la storia non ha determinato interruzioni nei fattori politici ed organizzativi, com’era allora il caso del Partito Socialista Italiano. In questi frangenti è necessario innovare senza snaturare i presupposti ideali della tradizione. Ma, quando l’interruzione si determina, diventa invero problematico e poco credibile imputare l’innovazione ad una continuità che ha cessato di essere tale, o addirittura che non appartiene alla propria esperienza e formazione politica, e sarebbe logico, dovrebbe almeno esserlo, che le riflessioni sul presente, posto che vi siano, prendano il sopravvento e segnino per intero nuove formulazioni teoriche e politiche.
Quanto alla “lunga prospettiva”, Craxi parlava già allora di una “lunga marcia”, l’idea è carica di tutte le difficoltà che sono state storicamente proprie in Italia d’ogni riformismo. Quello che chiamerei il problema della difficile “supplenza” che il riformismo si è trovato sempre nella necessità di farsi carico. Nella storia dei paesi europei il riformismo socialista è stato piuttosto un’alternativa politica, la cui valenza era redistributiva ed egualitaria, in modi che variano nel tempo, adattandosi a situazioni sempre rinnovate, che non comportava modifiche sostanziali d’ordine istituzionale. Così in effetti, anche oggi, quale che siano i suoi margini operativi, lo vediamo esprimersi, ad esempio, nel laburismo inglese. Non è in discussione alcuna premessa politico - istituzionale e tanto meno economica del sistema nella sua configurazione di mercato. Semmai sono termini di discussione il rapporto dello Stato con esso e gli elementi di compatibilità che nel contempo deve dinamicamente intrattenere col mercato internazionale.
Già a partire dagli anni ’60 in Italia, con la crisi del primo centro-sinistra, questo insieme di presupposti era invece tutto da rivedere. L’esperienza dei governi di unità nazionale non aveva minimamente aiutato ad uscire da questo problema pregiudiziale, ma ne aveva soltanto distorto i termini, teorizzando la sovrapposizione del momento politico su quello istituzionale, così da piegare concetti chiave della stessa teoria della democrazia, basti pensare all’idea della centralità parlamentare e della convergenza univoca dei partiti democratici nella maggioranza di governo. Una democrazia rappresentativa, attraverso il principio di maggioranza, è forma istituzionale volta anche a risolvere politicamente i conflitti che non sono altrimenti mediabili. Ne derivava che la compenetrazione del metodo di mediazione sociale democristiana con un disegno politico di egemonia comunista, non poteva essere il viatico necessario, né lasciava alcuna premessa utile, per risolvere i problemi incipienti del paese. L’analisi istituzionale di ciò, fatta in casa socialista, era stata del resto di una chiarezza esemplare.
La proposta di una “grande riforma” che investisse anche l’assetto della Costituzione repubblicana veniva formulata da Craxi nel lontano settembre del 1979. Egli fu così il primo a considerare che l’oggetto del riformismo dovesse essere il “sistema paese” nella sua interezza, il che rispondeva ad una diagnosi non ideologica, ma innanzitutto politica della realtà italiana. La cosa aveva riflessi evidenti anche nella sua concezione della politica estera. Ma prima di tornare ad essa è necessario fermarsi ancora un momento sulla terza condizione che gli abbiamo visto enunciare e che suona come un interrogativo: tutto ciò in quale quadro politico?
< Simona Colarizi va scrivendo un libro, su questo periodo storico del socialismo italiano, che credo sarà importante per capire molte cose e lo intitolerà La cruna d’ago. Tale in effetti era lo spazio attraverso cui doveva passare l’iniziativa di Craxi in quella fase di transizione dall’unità nazionale ad un plausibile assetto nuovo della democrazia italiana. Il ruolo dei socialisti nell’unità nazionale avrebbe potuto avere una prospettiva, se il rapporto coi comunisti avesse potuto evolvere effettivamente in una proposta di alternativa. Craxi aveva seguito con positivo interesse il dibattito tra partiti comunisti dell’Europa Occidentale sull’eurocomunismo. La divaricazione di posizioni, da cui era nata la condanna del segretario spagnolo Carrillo, l’aveva spinto a dubitarne seriamente. La polemica socialista sul “socialismo reale” e il marxismoleninismo poteva essere vista come ostativa a un disegno di unità della sinistra, ma nella sostanza le era assolutamente funzionale, tanto più dati i rapporti di forza interni alla sinistra italiana. Il PCI la intese come un’inutile provocazione da respingere duramente. Le carte private, che oggi conosciamo, dicono ciò ancora più chiaramente delle dichiarazioni ufficiali. Craxi aveva salutato con favore la riflessione di Giorgio Amendola sul ruolo del PSI e sulle cause del suo declino, gli era parsa uno spunto di discussione, per poi dover tuttavia constatare che non aveva avuto seguito. L’alternativa poteva nascere dall’interno stesso della grande coalizione, porsi come una risoluzione democratica di essa. Fuori da ciò non poteva che proporre, come in effetti fu poi, 1’alterità comunista rispetto al socialismo democratico. Che questa del resto potesse essere la funzione dell’unità nazionale, sembra provato fosse anche, pur con un incerto beneficio di inventario, l’idea guida di Aldo Moro. La polemica socialista non era dunque pretestuosa, ma fondante una via di uscita del sistema politico italiano.
Questo irrisolto contrasto tra socialisti e comunisti, la secca e sdegnosa ripulsa del PCI, che era anche un segno di impotenza a risolvere il proprio dibattito interno, in quell’ultimo scorcio degli anni ’70, segna in realtà la fine della Prima Repubblica, non fosse perché altre soluzioni, politologicamente parlando, non vi erano più. Si era andati, del resto, alle elezioni del 1979 con un altro corollario negativo. Queste infatti erano nate dal convergente disegno della DC e del PCI di indebolire le altre posizioni politiche, in particolare quella del PSI, chiamando ancora una volta gli elettori a rispondere alla contrapposizione politica ultimativa tra i due partiti. Nel disegno di molti, anche nella DC, era una dialettica elettorale destinata a risolversi in un compromesso di governo più o meno permanente. Una cosa non consona alla democrazia, ribaltandone la sua funzione, che non è quella di registrare le contrapposizioni presenti nel corpo elettorale, per poi fittiziamente ricomporle a livello delle istituzioni parlamentari e di governo.
I risultati elettorali videro, per la prima volta dal 1958, il PCI arretrare di quattro punti. Il PSI aveva appena retto alla prova. A Craxi non restava che far riguadagnare al PSI una posizione di centralità nel sistema politico e di lì proporsi di cambiare le regole del giuoco. Questo disegno segna lo scontro interno al partito che doveva concludersi nel 1981 col Congresso di Palermo. La sua messa in opera avrebbe tenuto aperto proprio questo interrogativo: una grande riforma sulla base di quale quadro politico? E questo in effetti rimase il rebus irrisolto, che si sarebbe col tempo reso più esplicito, della politica craxiana. Era un disegno che definiva necessariamente una fase di transizione, era già infatti una fuoriuscita dalla Prima Repubblica, ne postulava una nuova, di cui sarebbero stati però definiti soltanto i possibili lineamenti istituzionali.
I fattori della politica estera aiutarono Craxi, come già si è visto, a passare la cruna d’ago, ne furono anzi un presupposto essenziale, per le variabili insormontabili che introdussero nel dibattito tra i partiti. Il rientro nello SME chiuse la fase dell’unità nazionale, sebbene Andreotti avesse calato questo problema quando ormai declinava la coesione della sua maggioranza, probabilmente convinto che il raggiungimento di questo improrogabile appuntamento europeo si sarebbe comunque risolto nella sede parlamentare, conseguendo l’ulteriore risultato di provocare irreversibilmente il ricorso alla urne, dopo di che si sarebbero rilanciate le premesse del dialogo con i comunisti. La questione dei missili aprì poi la nuova fase centrista della politica italiana. Craxi aveva chiaro che «la difesa europea non aveva un’alternativa rispetto all’alleanza militare nucleare con gli Stati Uniti d’America». L’alleanza con gli americani gli appariva una condizione pregiudiziale. Altrettanto pregiudiziale era l’idea che, ovunque il terreno fosse predisposto per vedere operante una iniziativa italiana, occorresse utilizzare tutte le risorse di autonomia, che erano disponibili per dispiegarla. Reintrodusse così con vigore il principio di una politica nazionale. Anche se qualcuno si è chiesto se ci fosse nella sua politica una radice nazionalista, si può dire che in questo rimaneva assolutamente un socialista. E poiché la sua formazione di socialista lo proiettava verso orizzonti vasti di cooperazione e solidarietà internazionale, misurava realisticamente le forze. Ciò che si poteva fare da soli non era affatto sufficiente. Il rapporto con gli Stati Uniti si collocava anche in questo quadro.
Ma soprattutto era necessario dare un impulso nuovo alla costruzione comunitaria europea, che si trovava, verso la fine degli anni ’70, avvitata su se stessa. Pochi statisti europei, come Craxi, hanno contribuito tanto alle fasi decisive del suo grande rilancio, attraverso le tappe dell’allargamento a dodici e dell’Atto Unico. I rapporti con gli Stati Uniti e il rilancio della Comunità Europea erano premesse necessarie della politica nel Mediterraneo e verso il Terzo Mondo. Con ciò non si nascondeva le differenze di impostazione e i contrasti che potevano derivarne ed era preparato ad affrontarli secondo come si fossero presentati.
Anche l’America Latina era un teatro che considerava intrinseco e su cui sarebbero maturati in Europa dissensi. Sono stati già portati su ciò numerosi chiarimenti in questo Convegno, perché ulteriormente mi ci soffermi. Salvo sottolineare che Craxi vedeva tutto ciò strettamente connesso alla politica interna. Il primo atto della sua segreteria, all’indomani del Midas, era stato quello di recarsi ad una riunione dell’Internazionale Socialista. Fu costante in lui l’idea che l’efficacia di una politica sta nel sapere muoversi in grandi forze capaci di esercitare effettivamente un ruolo geopolitico. E tutti questi elementi nell’ulteriore convinzione che fossero indispensabili a rendere coesa la politica interna. Non si può così altrimenti concludere che constatando come nessuna di queste sue idee ha oggi perso di attualità.