Le ragioni della politica estera nell’azione politica di Bettino Craxi
di Piero Craveri
Vorrei per un momento fare un passo oltre la cornice tematica di questo
Convegno per cogliere la relazione che corre tra la visione
internazionale di Bettino Craxi e la sua politica nazionale. La
Fondazione Craxi organizzerà per la fine di quest’anno a Roma un altro
incontro, questa volta sulla politica interna, dal Midas alla
presidenza socialista. E l’uno e l’altro vogliono essere il punto di
partenza di una durevole attività di studio sulla non breve epoca
storica che ha visto Bettino Craxi partecipe e protagonista, al fine di
promuovere approfondimenti tematici, tenuto conto anche del patrimonio
di carte che egli ci ha lasciato e di cui si sta provvedendo al
riordino archivistico, e la necessità di fare costantemente il punto
sulla ricerca storica che è in corso.
Credo quindi necessario rispondere ad una prima domanda, sul perché
abbiamo incominciato dalla politica estera che, tra l’altro, è stata
già oggetto di una iniziativa di studio, ora raccolta nel bel volume La
politica estera italiana negli anni Ottanta, a cura di Ennio Di Nolfo.
Invero, il periodo a cavallo degli anni ’80 ha in sé una sua
giustificazione, costituendo la premessa cruciale di quei mutamenti di
equilibrio internazionale, che si sono poi, un decennio più tardi,
conclusi con la fine della Guerra Fredda. Proprio a partire da questa
considerazione, la risposta sta nella ulteriore constatazione che
nessun equilibrio interno prescinde da quello internazionale, poiché la
stabilità deriva pregiudizialmente dal modo in cui l’uno è incardinato
nell’altro. Vi sono fasi in cui l’equilibrio internazionale è più o
meno dato, altre in cui attraversa rapidi e profondi mutamenti, i cui
effetti prima o poi non possono non rifrangersi sull’equilibrio
interno, quale è appunto il caso del periodo che qui oggi abbiamo preso
ad analizzare. E in queste fasi la classe politica di un paese, in un
modo o nell’altro, non può non operare una funzione di cerniera e gli
atti di politica estera e molti di quella interna, che ne conseguono,
rispondono appunto a questa necessità. Sono dunque i momenti in cui dal
quadro internazionale emergono premesse indispensabili all’indirizzo
politico. Non tutti percepiscono questa realtà e non tutti allo stesso
modo. E non risulta che alcuno, in Italia, nel periodo considerato,
l’abbia percepita ed interpretata con la stessa profondità e lucidità
di Bettino Craxi.
Il quadro delle relazioni internazionali nel quale allora si inseriva
l’Italia era stato fissato nel quinquennio degasperiano, o quella
impostazione, con approfondimenti e varianti anche significative, aveva
retto stabilmente fino agli anni ’70. Su di essa il paese si era diviso
fin dal 18 aprile 1948. Il Partito Comunista, che si era proposto come
partito democratico e nazionale, si era nel contempo posto in radicale
opposizione alle scelte di politica estera che la maggioranza del paese
e il governo nazionale avevano compiuto. Il processo di distensione,
che era proceduto, anche se in modo non lineare, a partire dalla
seconda metà degli anni ’50, aveva stemperato in parte questa frattura,
senza mutarne i connotati di fondo. Alla metà degli anni ’70, il
cambiamento dei rapporti di forza tra i partiti del sistema politico
italiano aveva fatto proprio del processo di distensione uno dei
presupposti di una ricomposizione della precedenti fratture interne,
accorciando le distanze tra governo e opposizione. Nel dicembre 1977 la
Camera aveva approvato un ordine del giorno, con le firme di tutti i
partiti, escluso il MSI, nel quale esprimeva apprezzamento «positivo
per gli indirizzi e l’opera del Governo italiano in campo
internazionale e nel quadro dell’Alleanza Atlantica e degli impegni
comunitari europei: quadro che rappresenta il termine fondamentale di
riferimento della politica estera italiana».
L’approdo del PCI a questa formulazione non aveva tuttavia convinto gli
alleati, né quelli europei, né gli Stati Uniti. L’ostilità americana ad
un ingresso del PCI nel governo italiano non poteva dirsi superata,
come risulta da quanto si scrisse, già allora, sugli orientamenti
dell’Amministrazione Carter. Del resto, che nella linea del PCI
rimanessero, sotto questo aspetto, sostanziali e profonde remore ad
assumere una posizione integralmente filo occidentale, risulta anche
dalla elaborazione dell’altro tema, che pure testimoniava un mutamento
degli orientamenti della politica estera comunista, quello cosiddetto
dell’ “eurocomunismo”. In questo nuovo approccio, infatti, non trovava
accoglienza, anzi era fermamente escluso, l’approdo ad una difesa
europea, parallela a quella della NATO. Tema in vario modo riemergente
nel dibattito europeo e che comunque aveva allora un particolare
risvolto. Incideva infatti, sui negoziati che erano in corso tra gli
USA e l’URSS, in materia di riduzione dei reciproci arsenali
missilistici, la richiesta ultimativa dei sovietici di includere nel
computo l’armamento missilistico e atomico degli inglesi e dei
francesi.
Un punto in effetti non è stato studiato a sufficienza, e riguarda la
linea, vuoi di convergenza, vuoi di eventuale divergenza, tra l’URSS e
il PCI, proprio sull’ipotesi di un ingresso di quest’ultimo nel governo
italiano e sulle conseguenti posizioni da assumere nella politica
estera, con particolare riguardo al problema della difesa.
Molti elementi provano che i sovietici fossero in linea di massima
contrari a che il PCI assumesse responsabilità di governo, nella forma
di una grande coalizione con gli altri partiti filo occidentali,
soprattutto per i riflessi che un tale evento avrebbe potuto avere sui
già incerti equilibri interni di alcuni paesi dell’Est europeo. Ma,
poiché la partecipazione a pieno titolo del PCI all’Internazionale
Comunista non era in alcun modo stata messa in discussione, su quali
fossero gli effettivi termini di questo rapporto, abbiamo troppo pochi
elementi per formulare un giudizio preciso, a partire da quelli che
erano emersi ufficialmente nella conferenza dei partiti comunisti
europei del 1976 a Berlino. Su un punto tuttavia è possibile
argomentare. I sovietici si apprestavano allora a modificare, proprio
sul teatro europeo, l’equilibrio missilistico ed atomico a loro favore.
Ciò avrebbe determinato uno squilibrio nella difesa atlantica, tra
primo e secondo fronte, tra teatro americano ed europeo, come effetto
del potenziamento della minaccia sovietica sull’Europa, facendo appunto
del riequilibrio missilistico ed atomico un problema pregiudizialmente
europeo, destinato ad incidere nei rapporti interatlantici. Problema
che in effetti si pose esattamente nei termini, esposti qui da altre
relazioni, con in più un ulteriore interrogativo politico, centrato
sulla capacità dei governi europei, nei riguardi delle opinioni
pubbliche interne e di contro alle campagne pacifiste, fortemente
sostenute dall’URSS, di far passare un progetto di rafforzamento del
dispositivo atomico. Riguardo a ciò il PCI avrebbe potuto svolgere in
Italia un ruolo ostativo determinante, tanto più se partecipe della
maggioranza di governo, ruolo che avrebbe poi in effetti svolto, non
essendo più tuttavia nella maggioranza e non riuscendo a determinare
alcuna delle scelte altrimenti compiute.
É un punto, questo, che va tenuto ben presente: l’esperimento dei
cosiddetti governi di unità nazionale della seconda metà degli anni
’70, per quanto riguarda la politica estera, si avviò nel quadro della
distensione, ma proprio quando questa veniva messa in crisi
dall’iniziativa sovietica, quando iniziava, cioè, l’ultima fase della
Guerra Fredda che prese la forma di uno scontro, con al centro, come
filo conduttore, il rafforzamento del dispositivo atlantico e la
rinnovata solidarietà occidentale, da cui venne poi la spinta finale e
decisiva al rapido processo di dissoluzione dell’URSS.
Si introduceva così un elemento di fragilità politica nella prospettiva
berlingueriana del “compromesso storico”, che Craxi avrebbe colto con
lucidità. Egli invero prese, com’è noto, a muoversi con rinnovata forza
polemica su di un terreno contiguo, quello della natura totalitaria del
“socialismo reale”. A questo proposito Craxi venne sviluppando un
insieme di riflessioni che facevano parte della tradizione socialista,
a partire dalla polemica sul leninismo della II Internazionale, e della
stessa elaborazione del PSI, quale Nenni l’aveva impostata nel 1956. Ma
egli coglieva la dimensione nuova della critica che allora attraversava
l’Europa, segnatamente la Francia e come essa, prendendo spunto dalle
testimonianze e dalle riflessioni del dissenso nei paesi dell’Est, con
cui peraltro intratteneva intensi rapporti, aveva posto fine ad ogni
possibile equivoco circa il mito “democratico” e “rivoluzionario” del
comunismo.
Il 1977 fu per il PCI annus horribilis: era duramente attaccato sulla
sua sinistra ed aveva di fronte i socialisti che proponevano in modo
ultimativo proprio la soluzione dei principali nodi della sua
tradizione storica ed ideologica. Perché con l’URSS era il
marxismo-leninismo e qualsivoglia antecedente o derivato che venivano
messi radicalmente in discussione. La revisione appariva profonda anche
per quella che era stata la tradizione del socialismo italiano. La
stessa elaborazione autonomista era stata netta sul tema della
democrazia, ma l’impianto teorico echeggiava pur sempre i temi classici
della II Internazionale, rimaneva quello del primo confronto con il
leninismo, in cui lo scontro verteva sui concetti tradizionali di
classe, rivoluzione, socializzazione, ecc. Non è d’altra parte un caso
che queste nuove elaborazioni venissero, in gran parte, dalla rivista
Mondo Operaio, da un gruppo cioè di intellettuali che apparteneva ad
un’altra generazione socialista, che non era quella da cui era emerso
l’autonomismo socialista. L’iniziativa sul dissenso della Biennale di
Venezia, aveva poi aperto una finestra del tutto nuova, trasferendo in
Italia, con notevole impatto mediatico, le riflessioni del dissenso
maturato ad Est, dando così una dimensione internazionale alla critica
del comunismo. Craxi, che alla tradizione autonomista era invece
intrinsecamente legato, pur mantenendosi per un tratto prudente nel
linguaggio e nelle formule polemiche, come mostrano i suoi scritti e
discorsi (del resto quel testo che va sotto il nome di Vangelo
Socialista, che fu da parte sua ripulsa netta ed irreversibile del
vecchio bagaglio marxista-leninista, si presentò non a caso ancora come
una riflessione interna alla tradizionale ideologica socialista),
coglieva la novità intellettuale e l’effetto politico radicale di
quelle nuove impostazioni, e soprattutto il fatto che, con esse, si
usciva dalla provincia italiana da troppo tempo egemonizzata dalla
cultura comunista. Come avrebbe notato l’allora direttore di Mondo
Operaio, Federico Coen, a conclusione del Convegno internazionale di
studi sul leninismo, organizzato da questa rivista nel dicembre 1978,
di fronte alle furibonde polemiche che l’iniziativa aveva sollevato,
«le critiche dei socialisti italiani alla dottrina leninista che tanto
irritano Berlinguer, sono date per scontate fuori d’Italia».
Come è stato già argomentato, la critica radicale del modello
sovietico, la rottura netta con le sue premesse ideologiche, non poteva
non far maturare l’ulteriore sensazione che si fosse alla soglia di una
intrinseca «crisi dell’URSS e del comunismo aperta ad esiti
imprevedibili». Tale sensazione doveva, passo dopo passo, farsi strada
nel corso del lungo processo che avrebbe portato all’installazione dei
nuovi missili nell’Europa Occidentale. Debole era parso il tentativo
sovietico di instaurare su ciò un dialogo con i partiti socialisti,
anche se, a questo proposito, una frattura si era determinata
all’interno della socialdemocrazia tedesca, che avrebbe poi messo in
discussione la sua posizione di guida del governo federale. Il
contrasto su questo punto tra Schmidt e Brandt era stato seguito
attentamente da Craxi. E la rottura con i liberali della FDP e la
conseguente uscita dei socialdemocratici tedeschi dal governo federale
aveva necessariamente indebolito la posizione più vicina ad un’intesa
con la dirigenza sovietica, propria di Brandt. Ma soprattutto aveva
ricompattato l’Internazionale Socialista su di una posizione saldamente
filo occidentale, al cui rafforzamento il contributo di Mitterand era
stato altrimenti decisivo.
Così la vicenda missilistica non avrebbe aperto soltanto a Craxi le
porte di un nuovo rapporto fiduciario con gli Stati Uniti, come è stato
qui accuratamente analizzato, ma rappresentava il punto di gravitazione
di un più ampio processo di modifica degli equilibri internazionali.
Rafforzava poi la posizione del PSI nell’Internazionale Socialista,
indebolendo necessariamente quei legami indiretti, ma pur solidi, che
il PCI aveva stabilito con essa, tramite soprattutto la SPD. La lenta
eclisse dell’URSS e il conseguente allentamento dei suoi legami con il
PCI, su questo terreno, avrebbe comportato infatti, specularmente, una
perdita di ruolo dei comunisti italiani nelle relazioni con i
socialdemocratici tedeschi, specie nella gestione del loro difficile
rapporto con la DDR, di cui più volte il PCI si era fatto utilmente
tramite. Determinava inoltre un altro effetto sulla politica interna,
perché quella che sarebbe stata la svolta della DC, nel suo Congresso
del gennaio 1980, che portò al cosiddetto “preambolo”, un completo
ribaltamento della linea dell’unità nazionale, non era estranea alla
consapevolezza che questa aveva acquisito della posta in giuoco e alle
documentate pressioni che, proprio in occasione di questo suo
Congresso, su di essa aveva fatto la CDU.
A completare il quadro, i casi della Polonia e dell’Afghanistan davano
il segno delle crescenti difficoltà sovietiche. Poteva anche presumersi
che un indebolimento dell’URSS comportasse una parallela crisi della
ratio filo sovietica del PCI. I susseguenti strappi di Berlinguer su
questi temi ne erano il segno, anche se rimanevano lontani da una sua
risoluzione. Vistoso, d’altra parte, era poi stato il ruolo marginale
che il Congresso del PCUS, nel febbraio del 1981, aveva riservato al
PCI e le ripercussioni che ne erano conseguite all’interno di questo.
Da ciò, anche a sinistra, avrebbe potuto svilupparsi una linea di
movimento, che Craxi ritenne in effetti possibile e considerò aperta,
almeno fino al Congresso di Palermo e che si chiuse principalmente per
la tetragona autoreferenzialità della posizione assunta da Berlinguer.
Una siffatta diagnosi del “socialismo reale” e dell’evoluzione
dell’URSS comportava necessariamente anche una riflessione sul modello
classico della socialdemocrazia. Le esperienze di governo che ne
avevano reso operante la formula, da quelle scandinave degli anni ’30 a
quella laburista del dopoguerra, e che poi avevano costituito il
presupposto della sua ideologizzazione, segnando la Bad Godesberg della
socialdemocrazia tedesca, avevano visto negli anni ’70 messi in
discussione i suoi presupposti di teoria economica. Si aggiunga che
alcuni dei suoi più pregnanti obbiettivi, in Italia ad esempio, ma non
solo, quali il sistema di economia mista e i1 welfare, erano stati
conseguiti fuori da qualsivoglia modello socialdemocratico, ed erano
stati il prodotto della interazione di forze politiche diverse. Proprio
i governi di unità nazionale, nella seconda metà degli anni ’70,
avevano portato a compimento, in tutti i suoi aspetti, salvo quello
degli ammortizzatori sociali, un disegno compiuto e massimamente esteso
di welfare. Già nel 1981 era stato necessario apportarvi i primi
ritocchi, al fine di contenere l’espansione della spesa sociale. Le
origini della crisi fiscale dello Stato risalgono al 1972, nel deciso
discostarsi della curva delle entrate da quella della spesa pubblica,
ma la piena realizzazione del welfare italiano aveva tolto
indubbiamente ulteriore flessibilità al sistema. Lo strumento della
contrattazione collettiva, ai fini di una ridistribuzione del reddito
attraverso la crescita salariale, aveva trovato un vincolo nuovo e
automatico nel 1972, con la fine del sistema dei cambi fissi e la
fluttuazione della lira. La non ampia banda di oscillazione della lira,
rispetto alle altre monete europee, prevista dallo SME, creava problemi
ulteriori, rendendosi incompatibile col crescente processo inflativo,
incrementato dall’acuto conflitto sociale che a sua volta spingeva in
alto il salario nominale, senza sostanzialmente aumentare il monte
reale dei salari.
Bisognava trovare un’altra strada. Del resto il PSI non aveva mai fatto
proprio il modello socialdemocratico. Nei dibattiti che precedettero il
centrosinistra e nella prima esperienza del suo governo organico di
coalizione la parola d’ordine era stata quella della programmazione,
intesa come controllo delle variabili macroeconomiche ai fini di
riforme strutturali con funzione redistributiva. Un simile indirizzo,
per potersi dire socialdemocratico, avrebbe dovuto accompagnarsi a una
prassi di concertazione sociale, di cui non v’era, né si determinò,
negli anni ’60, alcun plausibile presupposto, vuoi politico, vuoi
sociale, vuoi economico. Il controllo rimase così nello stato di
premessa teorica, le riforme, dopo un inizio sperimentale, si persero
per strada, per riprendere, dopo il ’68, più sulla base di una
necessità emergenziale che di un vero e proprio disegno riformista.
Negli anni ’70 il cosiddetto modello socialdemocratico entrava poi in
crisi un pò ovunque in Europa. In Inghilterra, dove il governo
laburista aveva mostrato la sua impossibilità a governare il sistema,
non riuscendo ad istituzionalizzare il rapporto di concertazione con le
Unions. In Francia il programma comune delle sinistre, ridondante di
echi della vecchia impostazione pianista degli anni ’30, che pure aveva
portato Mitterand alla presidenza, veniva integralmente ribaltato nel
1981. Negli anni ’70 il processo di internazionalizzazione dei mercati
aveva fatto grandi passi avanti. Le due crisi petrolifere l’avevano
accelerato, abbassando nel contempo la crescita dei paesi europei e con
ciò mettendo seriamente in crisi la funzione redistributiva pubblica.
Basti in questa sede suggerire un dato: la percentuale di interscambio
del prodotto lordo mondiale del 1914 veniva nuovamente raggiunta
soltanto nel 1970. A queste due date ci si può infatti riferire per
definire il “secolo breve”. Fuori da questo solco, che designa il
primato dei mercati interni nel funzionamento dei sistemi economici,
veniva a mancare il baricentro stesso dei modelli socialdemocratici. Si
può così dire che la socialdemocrazia in Europa aveva esaurito il suo
compito storico un decennio prima che, per analoghe concause, entrasse
in crisi definitivamente il modello del “socialismo reale”.
Gli anni ’80 fecero poi il resto, mutando la stratificazione sociale
dei paesi industrializzati, con la riduzione continua dei lavoratori
dell’industria, il ruolo centrale assunto dal terziario, la dimensione
nuova assunta dal ceto medio nel sistema sociale, l’ingresso massiccio
delle donne nel mercato del lavoro, la crisi del carattere stabile
della famiglia, il mutamento radicale degli stili di vita. La
riorganizzazione dei sistemi economici, sotto la spinta delle nuove
tecnologie info-com, accelerava ulteriormente il processo di
internazionalizzazione dei mercati e ne accentuava la
finanziarizzazione. In questa dinamica il ruolo del settore pubblico
regrediva rispetto a quello privato, la crescita della pressione
fiscale entrava definitivamente in contrasto con lo sviluppo
sostenibile. Un grado eccessivo di sviluppo degli apparati pubblici
risultava negativo nell’allocazione complessiva delle risorse. Uno
“Stato più leggero” comportava, come poi si è detto, “una
socialdemocrazia leggera”. In realtà il sistema era andato oltre il
fondamento base del modello socialdemocratico, perché il punto nuovo
era che la funzione redistributiva diveniva subordinata alle condizioni
di crescita proprie di un mercato internazionale competitivo, nel senso
cioè che quest’ultimo ne dettava le regole. Derivava da ciò quel
ribaltamento di prospettiva che avrebbe poi caratterizzato il dibattito
della sinistra in Europa, in cui 1’obbiettivo diveniva quello residuale
di come difendere il livello di distribuzione esistente e di come
intervenire negli ulteriori processi di disuguaglianza che la dinamica
di mercato determinava nel contesto delle società.
Craxi fu tra i primi leader del socialismo europeo ad essere
consapevole di questo processo, fin dal primo momento in cui si
manifestò. Si mosse tuttavia con cautela nell’enunciazione di questi
problemi, almeno fino alla Conferenza Programmatica di Rimini del 1982.
Non gli sfuggiva la complessità dei punti nuovi di riferimento.
All’indomani del primo incontro programmatico di Trevi, nel 1977,
notava: «sul piano economico e sociale, si tratta di stabilire se è
possibile - e in quale quadro politico - realizzare progressivamente
elementi di razionalità, controllo collettivo, uguaglianza di valori
secondo una scala di valori tipicamente socialista; o invece il
movimento operaio deve rinunciare ad una prospettiva di trasformazione
graduale della società, mirando esclusivamente, nel tempo breve, a
difendere le proprie posizioni, salvo poi a scaricare le proprie
tensioni in futuri irrigidimenti massimalistici e protestatari. In
questo quadro sforzarsi di esaminare i problemi di una lunga
prospettiva non è affatto una fuga dalla realtà».
Craxi manteneva dunque ferma “una scala di valori tipicamente
socialista”, come elemento di continuità necessario. Il PSI sarebbe
allora idealmente ritornato a fare riferimento al riformismo turatiano,
con un salto all’indietro, verso quella, tra le politiche riformiste
del socialismo italiano, che storicamente più aveva centrato il
rapporto tra Stato e mercato, dando al proprio programma una forma
operativa possibile. La continuità ideologica del resto è fattore
indispensabile, quando la storia non ha determinato interruzioni nei
fattori politici ed organizzativi, com’era allora il caso del Partito
Socialista Italiano. In questi frangenti è necessario innovare senza
snaturare i presupposti ideali della tradizione. Ma, quando
l’interruzione si determina, diventa invero problematico e poco
credibile imputare l’innovazione ad una continuità che ha cessato di
essere tale, o addirittura che non appartiene alla propria esperienza e
formazione politica, e sarebbe logico, dovrebbe almeno esserlo, che le
riflessioni sul presente, posto che vi siano, prendano il sopravvento e
segnino per intero nuove formulazioni teoriche e politiche.
Quanto alla “lunga prospettiva”, Craxi parlava già allora di una “lunga
marcia”, l’idea è carica di tutte le difficoltà che sono state
storicamente proprie in Italia d’ogni riformismo. Quello che chiamerei
il problema della difficile “supplenza” che il riformismo si è trovato
sempre nella necessità di farsi carico. Nella storia dei paesi europei
il riformismo socialista è stato piuttosto un’alternativa politica, la
cui valenza era redistributiva ed egualitaria, in modi che variano nel
tempo, adattandosi a situazioni sempre rinnovate, che non comportava
modifiche sostanziali d’ordine istituzionale. Così in effetti, anche
oggi, quale che siano i suoi margini operativi, lo vediamo esprimersi,
ad esempio, nel laburismo inglese. Non è in discussione alcuna premessa
politico - istituzionale e tanto meno economica del sistema nella sua
configurazione di mercato. Semmai sono termini di discussione il
rapporto dello Stato con esso e gli elementi di compatibilità che nel
contempo deve dinamicamente intrattenere col mercato internazionale.
Già a partire dagli anni ’60 in Italia, con la crisi del primo
centro-sinistra, questo insieme di presupposti era invece tutto da
rivedere. L’esperienza dei governi di unità nazionale non aveva
minimamente aiutato ad uscire da questo problema pregiudiziale, ma ne
aveva soltanto distorto i termini, teorizzando la sovrapposizione del
momento politico su quello istituzionale, così da piegare concetti
chiave della stessa teoria della democrazia, basti pensare all’idea
della centralità parlamentare e della convergenza univoca dei partiti
democratici nella maggioranza di governo. Una democrazia
rappresentativa, attraverso il principio di maggioranza, è forma
istituzionale volta anche a risolvere politicamente i conflitti che non
sono altrimenti mediabili. Ne derivava che la compenetrazione del
metodo di mediazione sociale democristiana con un disegno politico di
egemonia comunista, non poteva essere il viatico necessario, né
lasciava alcuna premessa utile, per risolvere i problemi incipienti del
paese. L’analisi istituzionale di ciò, fatta in casa socialista, era
stata del resto di una chiarezza esemplare.
La proposta di una “grande riforma” che investisse anche l’assetto
della Costituzione repubblicana veniva formulata da Craxi nel lontano
settembre del 1979. Egli fu così il primo a considerare che l’oggetto
del riformismo dovesse essere il “sistema paese” nella sua interezza,
il che rispondeva ad una diagnosi non ideologica, ma innanzitutto
politica della realtà italiana. La cosa aveva riflessi evidenti anche
nella sua concezione della politica estera. Ma prima di tornare ad essa
è necessario fermarsi ancora un momento sulla terza condizione che gli
abbiamo visto enunciare e che suona come un interrogativo: tutto ciò in
quale quadro politico?
<
Simona Colarizi va scrivendo un libro, su questo periodo storico del
socialismo italiano, che credo sarà importante per capire molte cose e
lo intitolerà La cruna d’ago. Tale in effetti era lo spazio attraverso
cui doveva passare l’iniziativa di Craxi in quella fase di transizione
dall’unità nazionale ad un plausibile assetto nuovo della democrazia
italiana. Il ruolo dei socialisti nell’unità nazionale avrebbe potuto
avere una prospettiva, se il rapporto coi comunisti avesse potuto
evolvere effettivamente in una proposta di alternativa. Craxi aveva
seguito con positivo interesse il dibattito tra partiti comunisti
dell’Europa Occidentale sull’eurocomunismo. La divaricazione di
posizioni, da cui era nata la condanna del segretario spagnolo
Carrillo, l’aveva spinto a dubitarne seriamente. La polemica socialista
sul “socialismo reale” e il marxismoleninismo poteva essere vista come
ostativa a un disegno di unità della sinistra, ma nella sostanza le era
assolutamente funzionale, tanto più dati i rapporti di forza interni
alla sinistra italiana. Il PCI la intese come un’inutile provocazione
da respingere duramente. Le carte private, che oggi conosciamo, dicono
ciò ancora più chiaramente delle dichiarazioni ufficiali. Craxi aveva
salutato con favore la riflessione di Giorgio Amendola sul ruolo del
PSI e sulle cause del suo declino, gli era parsa uno spunto di
discussione, per poi dover tuttavia constatare che non aveva avuto
seguito. L’alternativa poteva nascere dall’interno stesso della grande
coalizione, porsi come una risoluzione democratica di essa. Fuori da
ciò non poteva che proporre, come in effetti fu poi, 1’alterità
comunista rispetto al socialismo democratico. Che questa del resto
potesse essere la funzione dell’unità nazionale, sembra provato fosse
anche, pur con un incerto beneficio di inventario, l’idea guida di Aldo
Moro. La polemica socialista non era dunque pretestuosa, ma fondante
una via di uscita del sistema politico italiano.
Questo irrisolto contrasto tra socialisti e comunisti, la secca e
sdegnosa ripulsa del PCI, che era anche un segno di impotenza a
risolvere il proprio dibattito interno, in quell’ultimo scorcio degli
anni ’70, segna in realtà la fine della Prima Repubblica, non fosse
perché altre soluzioni, politologicamente parlando, non vi erano più.
Si era andati, del resto, alle elezioni del 1979 con un altro
corollario negativo. Queste infatti erano nate dal convergente disegno
della DC e del PCI di indebolire le altre posizioni politiche, in
particolare quella del PSI, chiamando ancora una volta gli elettori a
rispondere alla contrapposizione politica ultimativa tra i due partiti.
Nel disegno di molti, anche nella DC, era una dialettica elettorale
destinata a risolversi in un compromesso di governo più o meno
permanente. Una cosa non consona alla democrazia, ribaltandone la sua
funzione, che non è quella di registrare le contrapposizioni presenti
nel corpo elettorale, per poi fittiziamente ricomporle a livello delle
istituzioni parlamentari e di governo.
I risultati elettorali videro, per la prima volta dal 1958, il PCI
arretrare di quattro punti. Il PSI aveva appena retto alla prova. A
Craxi non restava che far riguadagnare al PSI una posizione di
centralità nel sistema politico e di lì proporsi di cambiare le regole
del giuoco. Questo disegno segna lo scontro interno al partito che
doveva concludersi nel 1981 col Congresso di Palermo. La sua messa in
opera avrebbe tenuto aperto proprio questo interrogativo: una grande
riforma sulla base di quale quadro politico? E questo in effetti rimase
il rebus irrisolto, che si sarebbe col tempo reso più esplicito, della
politica craxiana. Era un disegno che definiva necessariamente una fase
di transizione, era già infatti una fuoriuscita dalla Prima Repubblica,
ne postulava una nuova, di cui sarebbero stati però definiti soltanto i
possibili lineamenti istituzionali.
I fattori della politica estera aiutarono Craxi, come già si è visto, a
passare la cruna d’ago, ne furono anzi un presupposto essenziale, per
le variabili insormontabili che introdussero nel dibattito tra i
partiti. Il rientro nello SME chiuse la fase dell’unità nazionale,
sebbene Andreotti avesse calato questo problema quando ormai declinava
la coesione della sua maggioranza, probabilmente convinto che il
raggiungimento di questo improrogabile appuntamento europeo si sarebbe
comunque risolto nella sede parlamentare, conseguendo l’ulteriore
risultato di provocare irreversibilmente il ricorso alla urne, dopo di
che si sarebbero rilanciate le premesse del dialogo con i comunisti. La
questione dei missili aprì poi la nuova fase centrista della politica
italiana. Craxi aveva chiaro che «la difesa europea non aveva
un’alternativa rispetto all’alleanza militare nucleare con gli Stati
Uniti d’America». L’alleanza con gli americani gli appariva una
condizione pregiudiziale. Altrettanto pregiudiziale era l’idea che,
ovunque il terreno fosse predisposto per vedere operante una iniziativa
italiana, occorresse utilizzare tutte le risorse di autonomia, che
erano disponibili per dispiegarla. Reintrodusse così con vigore il
principio di una politica nazionale. Anche se qualcuno si è chiesto se
ci fosse nella sua politica una radice nazionalista, si può dire che in
questo rimaneva assolutamente un socialista. E poiché la sua formazione
di socialista lo proiettava verso orizzonti vasti di cooperazione e
solidarietà internazionale, misurava realisticamente le forze. Ciò che
si poteva fare da soli non era affatto sufficiente. Il rapporto con gli
Stati Uniti si collocava anche in questo quadro.
Ma soprattutto era necessario dare un impulso nuovo alla costruzione
comunitaria europea, che si trovava, verso la fine degli anni ’70,
avvitata su se stessa. Pochi statisti europei, come Craxi, hanno
contribuito tanto alle fasi decisive del suo grande rilancio,
attraverso le tappe dell’allargamento a dodici e dell’Atto Unico. I
rapporti con gli Stati Uniti e il rilancio della Comunità Europea erano
premesse necessarie della politica nel Mediterraneo e verso il Terzo
Mondo. Con ciò non si nascondeva le differenze di impostazione e i
contrasti che potevano derivarne ed era preparato ad affrontarli
secondo come si fossero presentati.
Anche l’America Latina era un teatro che considerava intrinseco e su
cui sarebbero maturati in Europa dissensi. Sono stati già portati su
ciò numerosi chiarimenti in questo Convegno, perché ulteriormente mi ci
soffermi. Salvo sottolineare che Craxi vedeva tutto ciò strettamente
connesso alla politica interna. Il primo atto della sua segreteria,
all’indomani del Midas, era stato quello di recarsi ad una riunione
dell’Internazionale Socialista. Fu costante in lui l’idea che
l’efficacia di una politica sta nel sapere muoversi in grandi forze
capaci di esercitare effettivamente un ruolo geopolitico. E tutti
questi elementi nell’ulteriore convinzione che fossero indispensabili a
rendere coesa la politica interna. Non si può così altrimenti
concludere che constatando come nessuna di queste sue idee ha oggi
perso di attualità.