Questo numero inaugura una nuova stagione di «Ventunesimo Secolo».
La «squadra» resta la stessa sorretta dal medesimo impegno, ma cambia la casa editrice.
Alla Luiss University Press subentra l’editore Rubbettino. La scelta, maturata senza traumi, è frutto di un confronto sereno su ciò che sarebbe stato necessario per rendere la rivista ancora più bella, più ricca di sapere storico e più fruibile dai lettori. Riteniamo di aver trovato nella collaborazione col nuovo editore lo strumento più idoneo al raggiungimento di questi obiettivi. Nel momento del congedo, al nostro vecchio editore vanno i ringraziamenti sentiti della direzione e della redazione per la funzione determinante svolta per la nascita di «Ventunesimo Secolo» e per averla sostenuta nei suoi primi anni di vita con generosità di mezzi e di propositi. Siamo certi che non mancheranno occasioni di collaborazioni future, più consone alle caratteristiche della Lup.
Il presente fascicolo è stato curato, in particolare, da Antonio Varsori con la sua consueta acribia. I suoi contributi riguardano tutti la storia dell’Unione europea nel passaggio tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta.
È difficile immaginare un momento più idoneo per un numero monografico così concepito. L’Europa, infatti, sta attraversando uno dei suoi più intensi periodi di crisi. Ha perso il suo tradizionale baricentro nella coppia francotedesca.
Si è divisa politicamente sull’equilibrio mondiale da edificare. Ha difficoltà a integrare i nuovi giunti senza creare al suo interno scompensi o motivi d’ostruzionismo. Ha visto il trattato istituzionale, troppo ambiziosamente definito «costituzione», respinto dai cittadini. È incerta sulla politica economica da intraprendere. E, infine, ha trovato un compromesso risicato e in extremis sul suo stesso bilancio.
Si potrebbe obiettare che i passaggi a vuoto sono caratteristici della storia dell’integrazione, segnata da brusche frenate alle quali hanno sempre fatto seguito ripartenze repentine. La lettura dei contributi di questo numero, però, aiuta a comprendere come, forse, ci si trovi al cospetto di qualcosa di storicamente più profondo. Nel periodo preso in considerazione, infatti, vennero definitivamente meno le più forti spinte propulsive che, a partire dal dopoguerra, avevano sostenuto l’Europa e l’avevano condotta oltre le sue crisi rituali.
In particolare, con il sedimentarsi delle conseguenze della guerra in Vietnam, e poi con il Sessantotto, il rapporto transatlantico subì un trauma che potremmo definire morale, ancor prima che politico. E da questa inedita esigenza «etica» si generò un sentimento antiamericano di tipo nuovo che non mancò di trasfondersi nella ricerca di soluzioni diverse da quelle fin lì suggerite dal tradizionale vincolo atlantico, che pure un ruolo così importante aveva avuto nei primi passi del processo d’unificazione. A questa «rottura» si sommarono quelle che nei primi anni Settanta furono determinate dalle riforme economiche introdotte dall’amministrazione Nixon: decretando la fine degli accordi di Bretton Woods, esse posero un cuneo tra le ragioni del risanamento economico americano e quelle dello sviluppo europeo. E in questo stesso solco, poco dopo, con lo scoppio della prima crisi energetica, l’Europa non poté fare a meno di confrontarsi con l’incrinarsi del mito dell’interminabile estensione della società del benessere.
Alcuni dei fenomeni più caratteristici di questo periodo si sarebbero diluiti nel corso della lunga distensione che seguì la fase storica qui presa in considerazione. E, alla fine degli anni Settanta, sarebbero stati addirittura contraddetti da un rigurgito della logica più classica della guerra fredda. Non di meno, è possibile affermare che a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta l’Europa inaugurò una ricerca delle sue fondamenta con la quale avrebbe definitivamente guardato al futuro, dimenticando la lezione dei suoi padri storici, appartenenti tutti ad una generazione ormai uscita di scena per ragioni politiche oltre che cronologiche.
Quest’ansia di definizione investì sia la ricerca di una nuova collocazione nell’equilibrio internazionale sia quella di un’identità comune da costruire vuoi nel campo dei diritti e delle garanzie civili, vuoi in quello dell’educazione e della cultura, vuoi, infine, nell’elaborazione di un modello sociale dalle caratteristiche peculiari nell’ambito dei sistemi capitalistici occidentali. Gli articoli proposti ripercorrono alcune fasi di queste strategie e descrivono alcuni di quei progetti. Nella loro complessità, tutti attestano come nella sostanza essi non riuscirono a raggiungere, se non parzialmente, gli obiettivi per i quali erano stati pensati. E permettono di comprendere come quelle insufficienze furono sormontate ed edulcorate dalle necessità imposte dalla logica bipolare che, sebbene considerata un vincolo da molti interpreti dell’integrazione europea, continuava a governare l’equilibrio mondiale.
Alcune di quelle stesse insufficienze strategiche o progettuali si sono però riproposte, e con ben differente evidenza, una volta che la fine del comunismo si è compiuta ed il processo di riunificazione delle due Europe si è messo in moto. Al punto che le ricostruzioni storiche di seguito proposte sembrano porre al lettore di oggi un duplice interrogativo. Lo spingono a chiedersi, innanzi tutto, se l’odierna crisi dell’integrazione europea non sia stata generata dal venir meno delle logiche e degli schemi propri della guerra fredda, all’interno dei quali quella costruzione è stata pur concepita e si è poi sviluppata. E ci si deve in tal senso domandare se, per comprendere la crisi odierna, non sia necessario tornare proprio alla fase storica presa in considerazione in questo numero monografico.
Quella nella quale l’Europa scoprì l’ambizione di camminare da sola, senza però riuscire a trovare forze sufficienti, né a livello di potenza né tanto meno a livello identitario, per intraprendere quel cammino.
Riscoprire quei tentativi di ormai quasi un cinquantennio fa può servire per apprendere dagli errori del passato. E per porsi, dunque, il problema di una ridefinizione necessaria che tenga conto, insieme, dell’esperienza pregressa e di un contesto storico che oggi, all’alba del Ventunesimo Secolo, appare totalmente diverso.
di Gaetano Quagliariello e Victor Zaslavsky