Denunciare l’insensibilità della storiografia nostrana per la vicenda dei liberali nella storia d'Italia, per quanto concerne la sua articolazione politica, culturale e sociale, non è una novità. Da tempo è stata evidenziata la stravaganza di un panorama di studi che presenta ricerche dettagliatissime sulle forze anti-sistema del primo sessantennio di vita unitaria ed ha invece steso uno spesso velo d’ignoranza su quelle che, in quella stessa fase storica, sono state le forze del sistema che fino al crollo hanno mantenuto un’indiscussa egemonia. Bisogna anche aggiungere, però, che da ultimo si è riparato – almeno in parte – ad uno squilibrio che fino agli anni Ottanta appariva grottesco. Da allora, i national builders, con le loro strategie, le loro organizzazioni politiche e sociali, le loro successioni generazionali hanno ritrovato un posto nel palcoscenico della storia. Vi è stato bisogno di utilizzare i gomiti, ma alla fine, complice anche il mutamento di clima politico e dei rapporti di forza, qualche fascio di luce è giunto ad illuminarli.
Effetti duraturi della prolungata assenza sono pur sempre rimasti. La sezione monografica di questo numero giunge ad evidenziarne uno particolarmente importante. Infatti, mentre si è prestata attenzione ai liberali fino al crollo della stagione che porta il loro nome, di essi in seguito si perdono improvvisamente le tracce. Resistono, certo, i grandi protagonisti e le grandi testimonianze isolate. Ma ancora oggi, ad analizzare la storiografia prevalente, sembrerebbe che al cospetto del fascismo i liberali si siano sciolti come neve al sole: per mimetizzarsi in qualcosa di uguale e di grado più intenso, secondo una invecchiata interpretazione marxista; perché già da tempo morti all’interno dei loro palazzi di potere, a parere di un filone di radicalismo quanto meno scettico nei confronti degli istituti del parlamentarismo; perché così élitari da essere irrimediabilmente superati dalla modernità avanzante delle masse, per quanto sostenuto dalla vulgata democratica. E così all’interno delle ricostruzioni storiche dell’antifascismo, della resistenza, della vicenda dei nuovi partiti e, infine, della vita culturale repubblicana, si è rinnovata quell'antica sensazione di assenza. Il ruolo dei liberali è tornato ad essere quello riservato alle comparse: qualche voce solista di «reduci», in ricordo di antichi splendori. Ad essa è stato possibile tributare l’onore delle armi, ma non ricomprenderla nel drammatico intreccio di masse che s’incontrano e si scontrano che ha ormai occupato il centro della scena.
I saggi raccolti in questo numero fanno sospettare che queste rappresentazioni storiche manchino di qualcosa di sostanziale. E che, a partire dal 1925, i liberali non si siano del tutto volatilizzati o mimetizzati. Che la resistenza non li abbia visti per forza assenti, distratti o in attesa. Che, al termine della guerra, il loro contributo alla ricostruzione non sia stato così marginale e irrilevante al cospetto di quello dei grandi partiti di massa. E che, infine, il rachitismo delle loro forme organizzative non sia stato dovuto soltanto a debolezza congenita bensì determinato anche dall’altrui prepotenza.
Per quanto concerne l’antifascismo, l'articolo di Fabio Grassi Orsini prova a fornire una valutazione meno impressionistica della consistenza della rete liberale, la cui nascita può essere datata al 1925 e cioè al tempo del «contro-manifesto» di Croce e del passaggio all’opposizione sancito dal secondo congresso del Pli svoltosi a Livorno. Nonostante si tratti di una storia in gran parte ancora tutta da analizzare, il saggio fornisce una prima idea delle forme dell’antifascismo liberale, della sua mappa geografica, della sua organizzazione: dai tempi del suo sviluppo come resistenza morale, alla cospirazione clandestina, sino alla partecipazione alla lotta armata. La ricostruzione procede attraverso una preliminare individuazione dei principali nuclei attorno ai quali si strinse l’antifascismo liberale: la famiglia crociana, gli amendoliani, gli ex gobettiani, la scuola di Einaudi, i nittiani, gli «eredi» di Giolitti e figure emblematiche come quelle di Vittorio Emanuele Orlando. Grassi Orsini di tutti questi filoni cerca d'individuare i nessi unificanti creatisi utilizzando moduli organizzativi meno costrittivi di quelli caratteristici del periodo tra le due guerre, così come le zone di affermazione delle rispettive autonomie. Tale precauzione metodologica gli permette di valutare, collocandolo giustamente su un piano distinto, il percorso di quegli intellettuali provenienti dal fascismo ( nella maggior parte dei casi dal bottaiano «Primato») che attorno al deflagrare del conflitto mondiale maturarono il loro avvicinamento al liberalismo. È anche questa una vicenda in gran parte trascurata dalla storiografia, soprattutto qualora si considerino le ben maggiori attenzioni riservate, anche da ultimo, ai passaggi in direzione del comunismo.
Ma l'antifascismo liberale non pone soltanto un problema di valutazione quantitativa. Impone anche una riconsiderazione dei suoi ingredienti dottrinari, delle consistenze ideologiche, delle valenze etico-morali. Gerardo Nicolosi su questi terreni, riprendendo spunti già presenti nel saggio introduttivo di Fabio Grassi Orsini, si sofferma sulla concezione dell'antifascismo come «resistenza morale», che vuol essere in primo luogo «rispetto e civiltà», quali presupposti necessari per il ripristino di una normale vita democratica. Nel descrivere poi il passaggio che si compie all'interno della concezione liberale dalla resistenza morale alla resistenza politica, l'autore avverte il bisogno di chiarire come il concetto di democrazia riceva delle specificazioni. Per la maggior parte dei liberali, essa non può essere intesa come qualcosa che va «dal liberalismo al comunismo». Non è soltanto governo del popolo o della maggioranza, ma anche rispetto delle libertà individuali e delle minoranze. Antifascismo è, conseguentemente, innanzitutto antitotalitarismo. In questo percorso intellettuale quella componente che aveva vissuto un’esperienza di partecipazione al fascismo, svolge un ruolo particolarmente importante, come si può evincere dalle riflessioni di Mario Pannunzio, Vitaliano Brancati, Ennio Flaiano e Vittorio Zincone.
Tra concezione antifascista e partecipazione resistenziale il passaggio è stretto. Ed è proprio il saggio di Nicolosi che maggiormente porta alla luce le connessioni. Egli, attraverso una ricostruzione dell’interpretazione liberale della resistenza, cerca di chiarire le ragioni del silenzio della memoria, che contrasta con la realtà storica di una partecipazione attiva e non marginale alla lotta per la liberazione. Su questo silenzio, a suo giudizio, ha inciso anche una radice risorgimentale, che ha spinto i liberali a vivere l’antifascismo e la lotta di liberazione in primo luogo come esigenza di ricomposizione nazionale. Quest'attitudine è analizzata in rapporto a tre distinte fasi storiche. Vi è, innanzi tutto, il momento originario, nel quale lotta di liberazione è essenzialmente intesa come «ribellione degli italiani», senza distinzione di classi e di partiti, lotta nazionale e strumento di rigenerazione morale del paese. Il transito dalla resistenza morale alla lotta armata si sostanzia poi in un generale appello alle armi. E da qui un rapporto privilegiato con la componente militare, che soddisfaceva un'esigenza di metodo, per la quale la resistenza avrebbe dovuto essere condotta indipendentemente da distinzioni politiche e partitiche, in una autonomia di azione finalizzata unicamente alla lotta contro l’invasore nazifascista. Ciò non escluse tuttavia né la costituzione di vere e proprie bande liberali, come quella di Mariano Buratti nel viterbese, né che nelle formazioni autonome si innestassero processi di politicizzazione che reclamavano un rapporto organico con il Pli, come nel caso delle formazioni Mauri o della Franchi di Edgardo Sogno. Siamo ai prodromi della terza fase, che s'inaugura con la liberazione di Roma e l’insediamento del governo Bonomi. Quando la «ribellione degli italiani», secondo i liberali, avrebbe dovuto assumere progressivamente la forma di una guerra condotta da forze regolari, in grado di far voltare la pagina alla violenza ribellistica. La posizione critica di «Risorgimento Liberale» in merito all’attentato di Via Rasella ed alle sue conseguenze risulta, in merito, emblematico.
Paolo Varvaro si occupa, invece, della resistenza liberale in alta Italia chiedendosi perché ad essa, nonostante l’importanza del ruolo svolto, sia stata dedicata così poca attenzione. Varvaro è convinto che la responsabilità sia da addebitare ad una memoria storica di parte costretta, per necessità, ad oscurare la resistenza come guerra nazionale. A sostegno di questa tesi ricorda nel saggio come oltre la metà del totale delle forze partigiane fosse considerata di «tendenza politica ignota» e documenta il rapporto privilegiato tra formazioni militari e partito liberale che avrebbe determinato una situazione in cui la «prevalenza numerica dei comunisti era significativa ma non indiscussa, tale cioè da assicurare a quel partito una certa supremazia sugli orientamenti del movimento partigiano, senza però garantirne l’egemonia». Sia nell’analisi dell’azione diretta, di personaggi come Sogno o «Mauri», sia in quella della direzione politica, in cui spiccano le figure di Pizzoni, Arpesani, Merzagora, vi è una conferma dell’incidenza esercitata dall’idea di guerra nazionale, tanto che l’eterogeneità delle motivazioni di fondo fu sempre avvertita come un elemento positivo del movimento resistenziale, da preservare gelosamente. Di «metodo liberale» Varvaro parla anche a proposito del profondo senso di autonomia a cui fu ispirata la resistenza in alta Italia, intesa come «ripudio dei vincoli di una presunta ragion di stato partigiana, ma anche delle rigidità di una qualunque disciplina di partito». Particolarmente interessante nel saggio è poi la ricostruzione dell’azione di Pizzoni, Arpesani e Merzagora sul versante finanziario, dove i connotati dell’iniziativa liberale si fanno ancor più evidenti. A questo proposito va posta in luce la grande importanza dell’azione di raccolta dei fondi per la resistenza, dovuta ai loro legami con il mondo finanziario e dell’industria; alla «qualità» di questi rappresentati avvertiti come «rassicuranti» dal mondo dell’imprenditoria e, infine, all’espletamento di un ruolo «tecnico» in molti casi prevalente sull’azione più specificamente «politica». Va considerato a tal proposito che la funzione svolta dalla Commissione centrale economica, presieduta dall’ottobre del 1944 da Cesare Merzagora, fu così rilevante da corrispondere ad un vero e proprio ministero ombra dell’economia, che finì per determinare «ricadute più politiche dello stesso Clnai».
Da quanto fin qui affermato, si comprende bene la riluttanza liberale a considerare, sin dai tempi resistenziali, il problema del partito scisso da un più complessivo problema di equilibri istituzionali. Nicolosi, a tal proposito, evidenzia come azione di governo, idea di partito e ruolo Cln furono sostanzialmente improntati alla fedeltà verso la concezione tradizionale dello stato di dirittto. Da qui un’azione finalizzata alla costruzione di un regime liberaldemocratico che assumesse il significato di diga nei confronti di ogni costruzione istituzionale nella quale non fossero sufficientemente garantite le condizioni minime per la realizzazione di un equilibrio tra i poteri, che sostanzia l’idea stessa di stato liberale. L’opposizione all’instaurazione di una république de comitès e la difesa del Cln come «sede di incontro, di collegamento e di consultazione» distinta da quella del governo e che non avrebbe dovuto soffocare l’individualità e l’autonomia dei singoli partiti, ebbero modo di manifestarsi, in particolare, nel cosiddetto «dibattito delle cinque lettere» apertosi il 30 novembre 1944 per iniziativa del Partito d’azione.
Queste stesse propensioni le si rintraccia anche nel processo di ricostituzione del Pli, analizzato da Grassi Orsini per il periodo compreso tra il 1943 ed terzo congresso del Pli del 1946, nel quale si giunse alla ratifica dell’accordo per la costituzione dell’Udn. Ma, a proposito del partito, il saggio si segnala soprattutto per alcuni aspetti non adeguatamente considerati dal discorso storiografico prevalente. Smentendo la congenita allergia dei liberali verso tutto ciò che fosse organizzato, Grassi Orsini evidenzia come la consapevolezza che la dimensione organizzativa sarebbe stato un elemento determinante nei rapporti di forza tra partiti nel dopoguerra era, invece, ben presente ai liberali. Lo dimostrano, tra l’altro, la sensibilità nei confronti del problema dell’organizzazione giovanile del partito, delle donne, dei rapporti con l’associazionismo del lavoro e del problema sindacale, oltre che lo sforzo di dar vita ad un partito articolato su base nazionale, che valorizzasse la componente settentrionale che era stata protagonista della lotta di liberazione. Egli, inoltre, sottolinea come una peculiarità dei liberali la presenza di una classe politica «esperta»: l’unica con esperienze di governo e collegamenti con la monarchia, l’amministrazione, i corpi militari e la finanza. E che, per di più, aveva avuto anche un’attiva esperienza ciellenistica. Resta da spiegare come la presenza di questi presupposti quantitativi e qualitativi non fu in grado di produrre risultati apprezzabili sul terreno dei rapporti di forza, quando il suffragio universale iniziò a reclamare tutti i suoi diritti. L’ipotesi di Grassi Orsini è che il ridimensionamento elettorale del 1946, particolarmente grave al Nord – assieme ad una serie di altri fattori quali l’incertezza sulla questione istituzionale, i ritardi organizzativi ed anche nella presentazione della formula dell’Udn – fu provocato anche e soprattutto da «un clima sociale gravemente perturbato dal numero incredibile di rapine, estorsioni, aggressioni personali, reati contro il patrimonio, che colpirono in primo luogo la borghesia e che le impedirono in tutto il centro-nord di esercitare in prima persona quella funzione dirigente cui legittimamente aspirava». Un primo spoglio dei giornali di area liberale e delle relazioni prefettizie, sembra confermare quest’ipotesi.
Se, però, il problema del declino del liberalismo in Italia viene affrontato da una prospettiva più culturale che politica, la periodizzazione non sembra perfettamente coincidente. Lo si arguisce dal contributo di Roberto Pertici che ricostruisce la parabola della cultura liberale nel primo ventennio repubblicano. Egli individua, innanzitutto, il nucleo originario di questa cultura in quegli ambienti che tra il 1943 ed il 1946 non esitarono a richiamarsi esplicitamente alla tradizione del liberalismo. Si trattò, in gran parte, di esponenti di quella generazione nata nel primo quindicennio del secolo, che guardavano a «maestri» appartenenti all’Italia prefascista, come Croce, Einaudi, Burzio, e che nel dopoguerra si strinsero attorno a Pannunzio nell’esperienza di «Risorgimento Liberale». Alcuni di essi ebbero anche incarichi in seno al Pli mentre più tardi li ritroveremo, ancora con Pannunzio, tra le firme del «Mondo». A questo gruppo originario lungo la via si aggregarono uomini di diversa provenienza: i «radicali del Mezzogiorno» (Compgna, De Caprariis, Macera, Giordano); alcuni esponenti dell’ala democratica del Pda; il gruppo milanese dello «Stato Moderno» di Mario Paggi ed anche esponenti dell’area socialista democratica. Il saggio giunge a lambire l’esperienza del «Mulino», impegnata in quegli anni a superare le tradizionali distinzioni ideologiche, per una collaborazione tra cattolici, socialisti e liberali.
Pertici cerca di individuare i tratti unificanti di una galassia così composita. Ma, soprattutto, giunge a formulare un giudizio sull’incidenza di questa corrente nei processi culturali che non ricalca l’impressione liquidatoria di crisi tante volte formulata. Egli è convinto, infatti, che intorno alla fine degli anni Cinquanta la situazione di minoranza nella quale indubbiamente versava la cultura liberale non implicasse, però, il rischio di una vera e propria emarginazione. A parte la posizione che molti esponenti di quest'area continuavano ad occupare nel mondo accademico e culturale, va a suo avviso considerato il fatto che durante i governi centristi furono soprattutto le forze liberali a sostenere lo scontro con la cultura comunista. A tal proposito, in riferimento al 1956, Pertici parla di «occasione perduta» ed individua un primo, significativo, momento d'arretramento. Egli è infatti convinto che la fine dell’esperienza degasperiana, la nuova segreteria Fanfani, l’ascesa di Malagodi alla guida del Pli, la fondazione del Partito radicale, la maggiore visibilità della destra monarchica e missina e la prospettiva di una sua utilizzazione da parte della Dc, furono tutti elementi congiunturali del quadro politico che distrassero la cultura liberale dall’affrontare la «gravissima crisi comunista», anche per il timore che ciò potesse avvantaggiare la destra economica e politica. La paura della destra prese subito dopo nuovo vigore per la crisi della quarta repubblica francese ed il conseguente ritorno al potere di De Gaulle e, soprattutto, per i fatti del 1960 in Italia. È qui che Pertici colloca il definitivo momento del non ritorno. Smarrita la grande occasione, la sconfitta della cultura liberale venne infine sancita dalla profonda trasformazione della società italiana nei primi anni Sessanta. In merito a questa svolta, Pertici è convinto della necessità di ricondurre in un contesto unitario sia i ritardi di una cultura liberale rimasta troppo a lungo ignara dei nuovi rapporti di lavoro, dei tipi di impiego nonché degli stili di vita che andavano diffondendosi nel paese; sia le propensioni dei «nuovi italiani» che si determinarono al riparo dall’influenza significativa della cultura liberaldemocratica.
Il prospetto del numero, nella sua parte monografica, è così completo. Esso apporta nuove conoscenze alle vicende del mondo liberale nella fase di transizione tra la fine dell’omonima stagione e la stabilizzazione politica della repubblica. A noi pare, però, che queste acquisizioni non possano essere chiuse nell’orto della storia di un’idea, di un movimento e di un partito politico. Esse, in realtà, rappresentano anche e soprattutto dei materiali che partecipano alla scrittura di un capitolo di storia di quell’antifascismo con la «a» minuscola che a lungo ha dovuto cedere il passo al cospetto di tradizioni retoriche e ricostruzioni manichee. In tale prospettiva, potranno anche aiutare a considerare con maggiore equanimità l’unità di fondo che attraversa la nostra storia nazionale, oltre le svolte e le cesure che non vanno negate ma che mai hanno avuto una profondità tale da far venire completamente meno la consistenza del filo comune.
di Gaetano Quagliariello e Victor Zaslavsky