Ventunesimo Secolo
Rivista di studi sulle transizioni

Editoriale

La sezione monografica di questo numero è dedicata alla storia della seconda guerra mondiale e della sua memoria. E' tema di grande attualità, che non ha mancato di suscitare polemiche. E' anche tema difficile da affrontare in quanto presuppone un nesso tra un ambito - quello della memoria - nel quale passioni, rancori, giudizi e pregiudizi hanno libero corso ed un altro - quello della storia - nel quale vigono, o dovrebbero vigere, criteri di scientificità. Per questo, è facile operare delle confusioni; provocare dei cortocircuiti logici; transitare inconsapevolmente da un piano di discussione ad un altro. Alcune precisazioni preliminari si rendono, dunque, necessarie.

Vi è una prima differenza fondamentale: quella tra memoria individuale e memoria ufficiale. La prima appartiene ai protagonisti di un evento ed è perciò determinata da come essi hanno vissuto quel determinato evento e da come, in seguito, ne hanno elaborato il ricordo. In quest'ambito la memoria non può essere che 'divisa'. Ogni protagonista ha la propria e, qualora l'evento in questione abbia creato una forte polarizzazione, sarà facile individuare, tra le tante proposte, due stereotipi dominanti che riflettono, ed in un certo senso fissano, la frattura originaria.

La memoria ufficiale è altra cosa. Essa è sempre una costruzione a posteriori influenzata dalle contingenze storiche e, più precisamente, dalle forze egemoni in ambito politico e soprattutto in ambito culturale. Giovanni Orsina nel suo articolo 'Quando l'Antifascismo sconfisse l'antifascismo' precisa come gli interessi della politica e quelli della cultura alta, in circostanze differenti, possono divergere, sovrapporsi solo parzialmente o coincidere. Anche per tale ragione, la memoria ufficiale cambia con il cambiare dei contesti e delle contingenze. E' destinata ad evolversi con il trascorrere del tempo ed il modificarsi degli equilibri. Essa può risultare più o meno persuasiva, più o meno accettata e può essere imposta con forza diseguale. Ma, in ogni caso, non avrà mai la forza di annullare del tutto le memorie concorrenti di gruppi particolari. E questi, d'altro canto, per essere spinti a sviluppare memorie separate non debbono avere obbligatoriamente delle visioni antitetiche rispetto a quelle dei gruppi dominanti. L'articolo di Philippe Buton, analizzando la memoria collettiva della seconda guerra mondiale in Francia dimostra come la memoria resistenziale dell'estrema sinistra francese, pur avendo una vita per alcuni versi parallela a quella del paradigma ufficiale, non si è mai pienamente riconosciuta con esso.

Infine, vi è il piano della ricerca sul quale, attraverso l'utilizzo dei ferri del mestiere dello storico, si compie l'interminabile sforzo di conquista della verità. Questo piano - come si dirà in seguito - può essere più o meno distante da quello della memoria ufficiale ma implica, in ogni caso, una differenza insuperabile. Mentre la memoria di un evento - sia essa individuale o collettiva, ufficiale o minoritaria - è essenzialmente un'affermazione di moralità, la ricerca storica su quello stesso evento può anche scontare il radicamento di convinzioni originarie ma impone a chi la pratica la disponibilità di metterle in discussione, nel caso le fonti documentarie conducano a conclusioni differenti.

I saggi raccolti in questo numero spiegano bene i motivi per i quali, nel caso della seconda guerra mondiale, sia stato a lungo difficile tenere questi piani distinti, nonché richiedere agli storici di rispettare l'imperativo metodologico della loro disciplina. In una prima fase ha certamente influito la vicinanza temporale con gli eventi.

L'eccessivo coinvolgimento emotivo degli storici di professione e, a maggior ragione, dei combattenti fattisi in seguito storici, ha fatto sì che la memoria della guerra risultasse fonte diretta di progettualità politica e che alla storia, di conseguenza, fosse richiesto proprio di legittimare questi programmi. Le prime ricerche consacrate alla guerra ed alle sue proiezioni interne si sono così intrise di quello che Raymond Aron ha definito 'romanticismo da guerra civile' che non è svanito neppure quando i totalitarismi hanno definitivamente svelato la parte più odiosa del loro volto. L'aver trasformato la memoria di un tempo di fondazione in un programma politico, infatti, ha avuto l'effetto di eternare lo scontro originario; di negargli una specificità storica; di configurarlo come un conflitto permanente ancora aperto e non ancora determinato nei suoi esiti finali. In tal modo si è reso impossibile individuare con certezza dei vincitori e degli sconfitti, al punto che in Italia, a oltre cinquant'anni degli eventi che hanno segnato la fuoruscita dalla guerra, al cospetto di un libro intitolato Il sangue dei vinti non è mancato chi, erede della tradizione resistenziale, abbia negato che si potesse parlare del fascismo come di un fenomeno sbaragliato dalla storia e dei suoi seguaci come dei vinti.

Quest'opera di relativizzazione storiografica ha di fatto reso impossibile per molto tempo, in Italia e anche in Francia, liberare le ragioni della memoria da quelle della storia e, di conseguenza, ha negato che alla fase finale della guerra si potesse guardare con la moralità dello storico e non con quella del combattente. Che alla prima generazione degli storici repubblicani sia risultato impossibile operare la distinzione di piani della quale la ricerca non può fare a meno è circostanza che va compresa e, al limite, persino apprezzata. Le istituzioni, infatti, sono anche passioni. Per questo, coloro ai quali è spettato rifondare la democrazia, al fine di onorare il compito al quale sono stati chiamati, non hanno potuto fare a meno di attingere al patrimonio di moralità insito nella propria vicenda personale, e di richiedere ai ricercatori che hanno vissuto quell'evento dalla stessa parte di legittimarne la memoria assegnandole il crisma della storicità.

Il trascorrere del tempo, il coraggio di alcuni precursori, la caduta del comunismo hanno consentito un progresso effettivo della conoscenza, facendo delle memorie di quel periodo un oggetto di studio più che un principio di legittimazione. E la ricostruzione fattuale del corso degli avvenimenti ha, a sua volta, permesso di verificare le interpretazioni tradizionali e, in alcuni casi, di creare nuovi paradigmi. Quest'evoluzione del giudizio storico sulla base dell'accertamento dei fatti e dell'accresciuta distanza temporale si è inevitabilmente riverberata sulla memoria pubblica. Il saggio di Marco Messeri sui decennali paralleli di De Gasperi e Togliatti nella stampa italiana esemplifica le modalità attraverso le quali si è progressivamente verificata questa trasformazione.

Oggi però, mentre ci si accinge a celebrare il sessantesimo anniversario della fine delle ostilità, non manca chi chiede a gran voce un ritorno al passato. Ma agli 'eredi' non può essere concesso ciò che è spettato ai 'fondatori' se non si vuol correre il rischio di frenare l'avanzamento della ricerca storica e, quel che è più grave, la maturazione della vita civile di una nazione. Compito degli storici più giovani, infatti, è di prendere distanza dalle passioni dei padri; sottrarre ai protagonisti il giudizio storico su avvenimenti che li hanno visti coinvolti per far sì che storia e memoria ufficiale possano avvicinarsi senza che, per questo, siano sacrificate le memorie divise degli individui, né che s'impongano pacificazioni coatte tra i contendenti. Una nazione può non avere interesse a possedere una memoria ufficiale condivisa, soprattutto se questa è il risultato di una pacificazione operata dall'alto tra visioni mitologiche contrapposte. Ha certamente interesse, invece, ad una memoria ufficiale che sia il più vicina possibile alle risultanze di una ricerca storica non provinciale, che sappia interpretare la drammaticità complessiva della guerra e non guardi soltanto ai particolari di natura casalinga. Perché quando il lavoro della comunità degli storici è portato avanti in modo scientifico ed è condiviso dall'opinione pubblica, esso fornisce una base comune per la formazione dell'identità e della coscienza nazionale. Il saggio di Olivier Wieviorka 'L'epoca del sospetto' spiega molto bene che, invece, quando storia e memoria albergano su sponde opposte lo scoopismo, le rivelazioni eclatanti e spesso infondate, i tentativi di minare la coesione della società civile vengono incoraggiati, con l'effetto di rinvigorire dispute della peggiore specie.

Per tutte queste ragioni il superamento delle memorie 'divise', e dello iato fra memoria e storia, ha bisogno di una prospettiva che si elevi dalla dimensione nazionale, per abbracciare un orizzonte europeo. E' in quest'altra dimensione che oggi si possono comprendere meglio i rischi della strumentalizzazione della memoria e della rirproposizione del suo conflitto. Due esempi, tratti dall'attualità, li fanno apparire in tutta la loro evidenza. Il primo ce lo offre la imminente celebrazione internazionale della fine delle ostilità del secondo conflitto mondiale, che si svolgerà il 9 maggio con una grandiosa manifestazione sulla Piazza Rossa di Mosca. Il presidente Putin ha voluto che quella celebrazione avvenga in nome della guerra patriottica, combattuta dai sovietici dal giugno 1941 al maggio 1945. Gli intenti di questa memoria selettiva appaiono evidenti: fare dimenticare che la guerra, in effetti, è iniziata quasi due anni prima nell'agosto del 1939 con il patto siglato dalla Germania nazista e dall'Unione Sovietica comunista che ha portato alla spartizione della Polonia e alla annessione sovietica dei paesi Baltici, di una parte della Finlandia, della Bessarabia e della Bucovina del Nord; recuperare in chiave nazionalista e patriottica l'eredità del comunismo. E' perciò evidente che il compito di demolire il lavoro di falsificazione storica, frutto degli sforzi dell'intero apparato della propaganda e dei 'servizi di disinformazione' dei regimi totalitari, non è stato ancora portato a termine.

L'altro esempio è più datato ed indiretto, ma non meno esemplificativo. Ci si riferisce alle proposte contrapposte, portate in sede di Unione Europea, di proibire l'utilizzo pubblico dei simboli del nazi-fascismo e del comunismo. La prima è stata portata avanti dai Paesi dell'Europa Occidentale al cospetto del riproporsi di fenomeni nostalgici; la seconda da quelli dell'Est, ancora troppo segnati da un passato che non passa o, quanto meno, passa con difficoltà. Non siamo d'accordo né con l'una né con l'altra proposta, perché riteniamo che sia inutile, se non proprio dannoso, evirare la storia. Ma non è questo il punto. L'iniziativa di Putin, così come quelle che concernono i simboli, evidenzia la difficoltà di riconciliare le memorie divise non soltanto in ambito nazionale ma anche in quello internazionale e, più specificamente, europeo. Ci si può arrendere al cospetto di questa evidenza. Oppure operare affinché le memorie contrapposte si riconcilino in una comune affermazione di rigetto di tutti i totalitarismi che hanno insanguinato il Novecento. E' questo, in fondo, quello che ci chiede la storia. E' questo quello che ci impone il comune sentire di cittadini del Ventunesimo Secolo, senza il quale l'Europa unita resterà sempre non molto di più di una concessione alla retorica.

di Gaetano Quagliariello e Victor Zaslavsky