La pubblica amministrazione dal fascismo alla democrazia
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VENTUNESIMO SECOLO Anno II - Numero 4 Ottobre 2003
La pubblica amministrazione dal fascismo alla democrazia
Direttori : Victor Zaslavsky Gaetano Quagliariello
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Editoriale
L'epurazione è un fenomeno tipico del Novecento, il secolo che, fornendo enormi risorse alle élite politiche motivate ideologicamente, ha consentito loro di perseguire progetti di radicale trasformazione delle proprie società e del sistema internazionale, che nei secoli precedenti non erano realizzabili e neppure immaginabili. In tale contesto, l'epurazione potrebbe definirsi come il proseguimento dello scontro ideologico e il trasferimento obbligato della radicale differenziazione tra bene e male, caratteristica delle guerre novecentesche, al successivo tempo di pace.
L'esasperarsi della logica amico/nemico, per l'influenza esercitata dalle ideologie, caratterizzò già la fase finale della prima guerra mondiale. Il conflitto ideologico all'epoca non era però ancora uno scontro tra religioni politiche che attraversasse le appartenenze nazionali. Inoltre, l'edificazione di sistemi democratici, ritenuta dai paesi vincitori uno specifico obiettivo di politica internazionale, coincise con la fine dell'ordine mondiale fondato sugli imperi. Per questo, secondo quanto immaginato dal presidente americano Woodrow Wilson, la costruzione di un nuovo ordine internazionale si sarebbe realizzata non già attraverso l'epurazione dei vecchi organismi, bensì promuovendo la nascita di nuovi Stati nazionali democratici sulle ceneri degli imperi deceduti.
Questo spiega anche perché furono i bolscevichi, dopo la rivoluzione vittoriosa, a fornire il primo esempio di epurazione ideologica, svolgendo in questo campo il ruolo di pionieri con energia e determinazione. Posti al cospetto del problema di selezionare élite che fossero, al contempo, fedeli al nuovo regime e in possesso del livello di specializzazione richiesto dall'amministrazione di una società complessa, lo risolsero immaginando una doppia fase epurativa. Gli elementi cosiddetti "ideologici" - come filosofi, sociologi, storici - furono mandati in esilio o nei lager già immediatamente dopo la rivoluzione; gli "specialisti borghesi" in scienze esatte e tecnologia, invece, furono mantenuti in servizio il tempo necessario alla rivoluzione per produrre un folto gruppo di nuovi laureati, il cui grado di professionalità e di lealtà fosse ritenuto soddisfacente dal regime sovietico.
Nella seconda guerra mondiale, a partire dal giugno del 1941, si ripropose una radicale contrapposizione tra bene e male. Falliti i tentativi di alleanza tra i due totalitarismi nazista e stalinista, di matrice diversa proprio per ragioni ideologiche, emerse l'alleanza improbabile tra i regimi liberaldemocratici e quello sovietico, il cui cemento fu l'antifascismo. L'ideologia antifascista fu indispensabile agli alleati al fine di "trasformare la potenza economica in forza bellica efficace, e le energie morali della popolazione in effettiva volontà di vittoria" (Richard Overy). Da questa radicale contrapposizione derivò il principio della resa incondizionata imposto agli sconfitti. E questa volta, per i paesi che persero la guerra, non fu possibile fare a meno di ricorrere a pratiche epurative.
Per Germania, Giappone, Italia e per la stessa Francia si pose drammaticamente il problema di conciliare un bisogno di rinnovamento delle classi politiche dirigenti con la necessità di garantire la continuità dello Stato e delle sue attività. Il problema si presentava analogo nei diversi contesti, anche se poi vi erano differenze strutturali che si sarebbero riverberate sulle soluzioni adottate. In primo luogo, la durata dei regimi sconfitti (che andava dai vent'anni del fascismo ai quattro di Vichy); in secondo luogo, il grado d'implicazione nel conflitto e le derive di guerra civile; infine, il peso che ebbero i fattori esogeni nei diversi contesti nazionali.
L'epurazione è un fenomeno che sembrava non dover più fortemente caratterizzare la transizione verso la democrazia. Generalizzando, si può affermare che sia le transizioni degli anni Settanta sia quelle dei decenni successivi furono meno condizionate da epurazioni e dalle loro conseguenze di quanto era avvenuto negli anni Ottanta del XX secolo. Esse non derivarono da guerre cruente e si compirono in un clima meno esasperato di quello che segnò l'ondata del secondo dopoguerra. La Spagna assurse così a modello di "transizione pattizia", basata tra l'altro sull'accordo tra una parte consistente della vecchia classe dirigente e le nuove élite democratiche. E questo esempio, nei decenni successivi, fu studiato e recepito da molti paesi ex comunisti, nei quali il lungo monopolio del partito unico avrebbe di fatto reso impossibile prescindere dall'utilizzo di almeno una parte della vecchia nomenklatura.
La situazione è cambiata con l'avvento del nuovo secolo, l'esaurirsi dell'equilibrio mondiale postbellico, l'esasperarsi della sfida terroristica e la rinnovata connessione - proposta da studiosi e statisti - tra pratica democratica ed equilibrio internazionale. La distinzione tra bene e male si è fatta nuovamente radicale e, in presenza di nuove guerre cruente, l'epurazione è tornata ad essere un problema non soltanto attuale, ma addirittura scottante: la realtà dell'Iraq del dopo Saddam Hussein è lì a dimostrarlo. Ed il risultato dei primi sforzi dell'amministrazione americana nel realizzare un ampio processo di ricambio, che dovrebbe toccare non solo i gerarchi, ma anche i funzionari, i quadri e gli specialisti che sotto Saddam occupavano posti di rilievo, dimostra che le lezioni dell'epurazione in Europa, all'indomani della seconda guerra mondiale e, per altri versi, dopo il crollo del comunismo, non hanno sortito effetti.
Questa rinnovata attualità del problema, d'altro canto, pone con inedita forza dei quesiti ai quali le indagini sul secondo dopoguerra debbono sforzarsi di trovare risposta.
Qual è stato il bilancio delle politiche di epurazione allora praticate?
E' possibile che esse si sviluppino in un quadro di certezza del diritto sufficientemente consolidato?
La necessità connesse alla continuità dell'apparato dello Stato non finiscono per avere il sopravvento sulle esigenze astratte di giustizia?
Non si rischia così di provocare più ingiustizie di quelle che si sarebbero volute eliminare?
Sono questi alcuni dei quesiti ai quali i saggi sull'epurazione presentati in questo numero cercano di rispondere, in modo sia esplicito sia implicito.
Il fascicolo comprende anche una ricostruzione delle vicende che nel 1978 portarono alle dimissioni del presidente della Repubblica Giovanni Leone. Si vuole dimostrare come esse abbiano segnato la fine dell'egemonia dei partiti, intesa come la loro capacità di determinare autonomamente gli equilibri politici e istituzionali del paese. Si inaugurò così il "lungo decennio", protrattosi fino al 1992, nel quale elementi del vecchio ordine si combinarono con persistenti e differenti tentativi di cambiamento, senza che fosse possibile approdare ad una nuova stabilizzazione.
Infine, un saggio di Juan Corradi risponde alla domanda su come un paese moderno, dotato di un enorme territorio ricco di ogni tipo di risorse e di una popolazione con buon livello di istruzione, possa arrivare al collasso economico-finanziario. Corradi dimostra come in Argentinaa abbia trionfato una moderna variante del populismo (nota come peronismo), basata su un patto tra élite politica e sindacati teso esclusivamente a mantenere il livello di occupazione e migliorare le condizioni dei lavoratori sindacalizzati. Questo patto ha garantito una notevole stabilità sociale a scapito di produttività ed efficienza, portando così il paese al successivo fallimento economico nella competizione sul mercato mondiale. I politici riformatori, che avevano puntato su una maggiore flessibilità del mercato del lavoro e sull'aumento degli investimenti nella ricerca e nello sviluppo, sono stati sconfitti dal succedersi degli scioperi generali, o sono stati battuti alla elezioni. Per Corradi, dunque, il caso argentino assurge a parabola ammonitrice per quei governi nazionali che cercano di rifiutare gli imperativi della globalizzazione, illudendosi di mantenere il consenso interno basandosi prevalentemente su politiche di tipo corporativo.
di Gaetano Quagliariello e Victor Zaslavsky