Ventunesimo Secolo
I dibattiti

Appello ai presidenti delle Camere

• In ogni sistema democratico la libera indagine di studiosi e intellettuali è un contrappeso necessario affinché l'accertamento della verità sul passato della nazione non dipenda esclusivamente dagli esiti della lotta politica.
• Per questo, la pubblicità e la trasparenza dei lavori delle Commissioni d'inchiesta parlamentari è condizione indispensabile affinché questi momenti istituzionali accrescano le conoscenze diffuse sui problemi oggetto delle inchieste.
• Tali prerogative debbono essere a maggior ragione assicurate quando l'argomento delle inchieste concerne importanti pagine della recente Storia nazionale, quali le stragi terroristiche che hanno insanguinato il Paese nel corso della Guerra Fredda e la presenza sul suolo italiano di apparati spionistici afferenti a qualsiasi altro paese.
• Per queste ragioni, non può considerarsi né sensato né tanto meno augurabile per la reputazione della nostra democrazia che vengano sottratti alle valutazioni degli studiosi, attraverso una preventiva acritica secretazione, i materiali documentari ed archivistici raccolti dalla "Commissione stragi" e dalla "Commissione Mitrokhin".
• Questa decisione, qualora confermata, rischia di condurre a un esito paradossale: il lavoro delle due Commissioni in oggetto, piuttosto che avvicinare la comprensione della verità, potrebbe contribuire a gettare un più spesso e duraturo velo d'ignoranza su alcuni nodi storici fondamentali della nostra storia. • Tutto ciò considerato, i sottoscritti studiosi di storia, al di là delle rispettive differenze d'idee e d'orientamento storiografico, si appellano ai Presidenti di Camera e Senato affinché venga individuata la soluzione istituzionale più idonea al fine di consentire che ai materiali raccolti dalle Commissioni stragi e Mitrokhin siano applicati gli stessi criteri di conoscibilità e consultazione che vigono per i documenti conservati presso l'Archivio Centrale dello Stato.

Craveri Piero, Università Suor Orsola Benincasa di Napoli
Aga Rossi Elena, Università dell'Aquila
Balzani Roberto, Università di Bologna
Cammarano Fulvio, Università di Bologna
Capozzi Eugenio, Università Suor Orsola Benincasa di Napoli
Cattaruzza Marina, Università di Berna
Chiarini Roberto, Università di Milano
Cofrancesco Dino, Università di Genova
Colarizi Simona, Università "La Sapienza" di Roma
Compagna Luigi, Università Luiss di Roma
Conti Fulvio, Università di Firenze
Donno Gianni, Università di Lecce
Gervasoni Marco, Università del Molise
Grassi Orsini Fabio, Università di Siena
Graziosi Andrea, Università "Federico II" di Napoli
Griffo Maurizio, Università "Federico II" di Napoli
La Puma Leonardo, Università di Lecce
Macrì Paolo, Università "Federico II" di Napoli
Maione Giuseppe, Università di Bologna
Musella Luigi, Università "Federico II" di Napoli
Nicolosi Gerardo, Università di Siena
Orsina Giovanni, Università Luiss di Roma
Perfetti Francesco, Università Luiss di Roma
Pertici Roberto, Università di Bergamo
Sabbatucci Giovanni, Università "La Sapienza" di Roma
Sacco Domenico, Università di Lecce
Scarzanella, Eugenia, Università di Bologna
Sechi Salvatore, Università di Ferrara
Varsori Antonio, Università di Padova
Ventrone Angelo, Università di Macerata
Vidotto Vittorio, Università "La Sapienza" di Roma
Zani Luciano, Università "La Sapienza" di Roma
Zaslavsky Victor, Università Luiss di Roma


Un appello per la verità

di Gaetano Quagliariello


C’è un solo antidoto contro le campagne stampa sulla commissione Mitrokhin: conoscere le carte, analizzarle alla luce di una rigorosa critica delle fonti e dare delle valutazioni fondate sulla conoscenza e non su più o meno torbide supposizioni. Per questo 34 docenti di storia hanno sottoscritto un appello ai Presidenti di Senato e Camera. Chiedono, nel rispetto della legge, che sia fatto tutto il possibile per dare pubblicità alle carte raccolte dalla Commissione Mitrokhin. Se si prendono in considerazione i profili professionali e biografici di questi storici (che insieme al testo dell’appello i lettori possono trovare a pagina 10 del Giornale), risalta subito un dato: la richiesta proviene da docenti tra i più illustri dell'accademia italiana, senza distinzioni di appartenenza politica o storiografica. Chiedono che la vicenda della Commissione Mitrokhin non finisca in un assurdo tutto italiano. Abbiamo letto, infatti, sui principali quotidiani veleni di ogni tipo, purtroppo non solo metaforici. Abbiamo letto interviste ad agenti uccisi utilizzate alla bisogna, con un anno di ritardo. Da ultimo, abbiamo letto persino le conversazioni del Presidente della Commissione, frutto d'intercettazioni telefoniche. Tutto è lecito, dunque, e tutto può essere reso pubblico perfino contro la legge. Tranne le carte raccolte dalla Commissione per le quali, invece, è stata disposta la segretazione.
Il risultato di tutto ciò? Una Commissione d'inchiesta parlamentare, anziché produrre più chiarezza su un nodo fondamentale della nostra storia repubblicana, rischia di stendere su di essa un velo d'ignoranza più difficile di ieri da rimuovere. Rischia cioè di trasformarsi in una gigantesca intercapedine di via Gradoli, nella quale documenti storiografici possono restare nascosti con sigillo istituzionale. In tal modo, non soltanto si pongono limiti e freni alla ricerca storica - che non è mai una bella cosa - ma si contribuisce anche ad alimentare quella ridda di supposizioni, rivelazioni e ricatti alla quale attoniti stiamo assistendo. Perché solo quando la documentazione verrà conosciuta sarà possibile capire meglio l'effettiva posizione di alcuni dei protagonisti di questa storia, un giorno presentati come carnefici per ritrovarli, quello appresso, nel ruolo di vittime sacrificali.
Varrà la pena, a questo punto, sgombrare il campo da alcuni equivoci. Il primo è che questa richiesta di chiarezza nulla ha concettualmente a che fare con supposte scorrettezze nella conduzione dell'indagine. I sottoscrittori, dal loro punto di vista, correttamente ignorano il problema. Noi, dal nostro, la pensiamo come il Presidente della Camera Fausto Bertinotti: se vi è qualcuno che può eventualmente sindacare l'operato di una Commissione è la magistratura ordinaria. Non certo il Parlamento e tanto meno il governo. Perché il rischio, in entrambi questi casi, sarebbe quello di decretare la fine dell'autonomia istituzionale delle quali le Commissioni d'inchiesta, per dettato costituzionali, non possono fare a meno. Una circostanza dovrebbe, però, essere a tutti evidente: non si può utilizzare l'alibi della correttezza per distogliere l'attenzione dall'oggetto dell'inchiesta e dalla sua importanza. Si tratta di ambiti differenti, ed è apprezzabile che quanti per mestiere cercano di ricostruire la verità storica li tengano separati.
Sarà bene, a questo punto, chiarire un altro equivoco. E' meschino, provinciale e riduttivo ritenere che l'oggetto della Commissione Mitrokhin - e con essa la documentazione secretata - concerna l'attuale competizione politica italiana. Se sono state accertate responsabilità personali è ovviamente bene che vengano fuori, con tanto di prove. Ma la vicenda del KGB in Europa rappresenta, innanzi tutto un drammatico capitolo della storia della Guerra Fredda. Per quel che concerne l'Italia, esso prescinde persino il rapporto tra Urss e Partito Comunista. Se si cerca all’estero in una qualunque biblioteca alla voce KGB si ritrovano numerose pubblicazioni storiche: alcune molto buone, altre meno. Se invece, la stessa ricerca la si compie in Italia, essa si rivela vana. Chi vuole che le carte restino secretate di fatto chiede silenzio e vuole ignoranza. Il Presidente della Camera e quello del Senato, invece, usando prudenza e accortezza, avrebbero la possibilità di far sì che qualcosa cambi e si sappia.
Abbiamo apprezzato la difesa che il Presidente Marini ha fatto delle prerogative parlamentari condannando le intercettazioni delle quali è stato vittima il Presidente della Commissione Paolo Guzzanti. Il suo, però, è stato solo un atto di protesta, né avrebbe potuto essere altro. Oggi tanti autorevoli storici italiani chiedono a Marini e a Bertinotti di fare qualcosa di più e in positivo. E' un'occasione, piccola ma importante, per reagire contro chi, sempre più spesso, mette il Parlamento con le spalle al muro. Presidenti, non lasciatevela scappare.

(Il Giornale, 6 dicembre 2006)


Aria pura nelle segrete stanze

di Fulvio Cammarano


La “ragion di stato”: è questa la formula che da sempre giustifica l’esistenza dei servizi segreti. Esistono cioè, detto brutalmente, questioni relative alla sicurezza dello stato che richiedono operazioni illecite dal punto di vista dei tradizionali canoni del diritto pubblico e di quello internazionale. Il problema, ovviamente, pur avendo poco o nulla a che fare con considerazioni d’ordine morale non può però prescindere, se si vuole preservare il profilo istituzionale e dunque non “deviato” del ruolo dei servizi segreti, dalla questione della responsabilità politica. In altre parole, le attività di spionaggio e di controspionaggio debbono comunque, a modo loro, essere oggetto di indagine e critica da parte delle opinioni pubbliche dei paesi democratici. Se la segretezza delle operazioni è un aspetto decisivo nel momento dell’azione lo è molto meno quando tali operazioni e i loro esiti, entrando a far parte del tessuto storico del paese, finiscono per condizionarne il futuro. Il sistema politico italiano, per qualche strano motivo, non riesce ad accettare l’idea che si debba far luce su vicende del nostro recente passato ancora pervicacemente al riparo dallo sguardo dell’indagine critica. Uno dei punti dolenti a tale proposito è la costante indisponibilità del Parlamento a rendere trasparenti gli atti relativi ai lavori delle Commissioni d’inchiesta parlamentari. Nel recente passato, come è noto, sono state istituite alcune di queste commissioni con l’obiettivo di esaminare e comprendere più a fondo importanti e drammatiche pagine della travagliata storia nazionale come quelle delle stragi terroristiche che hanno insanguinato l’Italia negli anni della “guerra fredda”. E’ di questi giorni la notizia di una iniziativa in corso da parte di un folto gruppo di storici italiani per chiedere ai Presidenti di Camera e Senato di liberare l’Italia da questa sorta di tutela posta sui materiali archivistici raccolti dalla “Commissione Stragi” e dalla “Commissione Mitrokhin”. Al momento, infatti, questi documenti sono stati, attraverso una preventiva e acritica secretazione, sottratti alle valutazioni presenti e future degli studiosi. Tali documenti, insomma, non diventeranno materiale da depositare, secondo le regole stabilite per tutti gli atti pubblici, all’Archivio Centrale dello Stato. Il fatto che finiscano, invece, in qualche fondo segreto e riservato non è, badiamo bene, una questione che riguarda gli storici e la loro “insana” curiosità, ma rappresenta un grave segnale di debolezza della nostra democrazia che si suppone sia ancora “immatura” per poter venire a contatto con verità scomode. Il consolidarsi della linea della “secretazione” sembra quindi, in altre parole, il prodotto dei timori dell’attuale classe politica (senza troppe distinzioni tra schieramenti) ossessionata dalla paura che eventuali verità storiche possano in un modo o nell’altro essere utilizzate in campagne scandalistiche. Insomma sull’esigenza di chiarezza sembra spuntarla il timore, certo per nulla infondato, dell’esasperato uso pubblico della storia con cui, in Italia più che altrove, si cerca di delegittimare l’avversario per spostare qualche decimo di percentuale elettorale. Allo stato attuale delle cose, quindi, ci troviamo di fronte a un risultato paradossale: le Commissioni parlamentari, istituite per appurare la verità, rischiano di diventare strumento per la conservazione del segreto e dell’ignoranza, allontanando i cittadini dalla comprensione degli avvenimenti su cui il Parlamento (cioè i nostri rappresentanti) aveva deciso d’indagare. Speriamo che la richiesta degli storici trovi la dovuta eco a livello istituzionale ma certo poco potrà essere fatto se tale richiesta non troverà la dovuta considerazione da parte di un’opinione pubblica stanca di recitare il ruolo del minore sotto tutela. Di scheletri negli armadi nazionali ne abbiamo conservati già troppi e troppo a lungo. Ormai è ora di far entrare aria pura nelle segrete stanze.


La storia agli storici

di Salvatore Sechi


Insieme al problema della quantità delle fonti da esaminare, esiste quello dell’accesso ad esse. Fortissima è la tendenza dei ministeri a conservare le proprie carte, senza che a questo spirito proprietario si accompagni una cura adeguata degli archivi detenuti.
Quelli delle questure, come ho potuto constatare, si stanno rapidamente impoverendo a causa della distruzione sistematica conseguente alla mancata cura dei depositi, degli inventari, del personale ecc. Si tratta di materiale prezioso che invece di essere versato rapidamente agli Archivi di Stato, inesorabilmente va al macero in sottoscale, cantine, magazzini sottoposti a infiltrazioni di acqua e all’opera di addentatissimi sciami di roditori.
Inutilmente nel corso delle mie ricerche ho informato i ministri, compresi quelli in carica, della necessità di liberalizzare la consultazione disponendo il trasferimento del materiale che non serve più a fini operativi nelle strutture degli archivi statali. E’ un’esigenza che ho visto condivisa allo stesso personale delle questure che ho visitato. Ma finora non c’è stato niente da fare. Roma tace, sorniona e intrigante.
Malgrado i poteri di cui le Commissioni dispongono, la liberalità e la gentilezza di capi-gabinetto e funzionari (mi sia permesso ricordare il gen. Biagio Abrate del Ministero della Difesa, e il Dott. Vincenzo Scopece del Ministero dell’Interno al pari del personale delle questure di Bologna, Genova, Milano, Reggio Emilia, Modena, Imperia, Savona, Torino,Napoli ecc. e del sovrintendente dell’Archivio Centrale dello Stato prof. Aldo M. Ricci), i ministeri continuano ad avere una discrezionalità quasi assoluta.
Anche in questo caso, credo basti qualche esempio. Su argomenti come lo spionaggio politico, militare, industriale ecc. sovietico in Italia, sulla cd rivolta antifascista di massa dell’estate 1960, sugli attentati ai treni, sull’addestramento di migliaia di comunisti in Cecoslovacchia, sui prelievi di tangenti da parte dei Pci sull’import-export con i paesi dell’Europa orientale, sul Cominform, sull’Urss ecc., ho ricevuto dal Ministero della Difesa del materiale incredibilmente scarso. E’ costituito prevalentemente dalle relazioni dei dirigenti del servizio segreto (Sifar) relativamente ad una manciata di anni, quando era diretto dai generali U. Broccoli ed E. Musco.
Più ricco, grazie alla maggiore liberalità del ministro Giuseppe Pisanu, il bottino raccolto presso il Ministero dell’Interno. Pochissimo o nulla è filtrato dagli archivi praticamente impenetrabili, in violazione della legislazione esistente, dell’Arma dei Carabinieri. Eppure non esiste nessuna legge che la esenti dal versare le propri carte all’Archivio Centrale dello Stato o di ammettere gli studiosi alla loro utilizzazione nelle stesse sedi dell’Arma.

Un archivio in pericolo
L’ultima osservazione che intendo fare concerne la fine del materiale archivistico accumulato dalle Commissioni. La sua destinazione è l’Archivio storico del Senato. Avrei preferito, insieme ai colleghi della Società Italiana per lo studio della storica contemporanea, quella dell’Archivio Centrale dello Stato dove esiste un personale specializzato e spazi adeguati per accogliere studiosi e ricercatori, anche se la tragica mancanza di fondi rende l’informatizzazione e la stessa a manutenzione e salvaguardia di queste carte non poco problematica. Purtroppo anche per la tenuta degli archivi siamo il fanalino di coda dell’Europa.
Il versamento delle carte acquisite dalle Commissioni parlamentari di inchiesta esige una procedura che può richiedere anche lunghissimi anni. Nelle more le carte diventano oggetto di una sorta di usucapione, se non di monopolio privato, dei responsabili degli uffici stralcio. Rude pagana burocratica razza padrona.
Possibile che il Presidente del Senato Franco Marini e della Camera Fausto Bertinotti e in generale le stesse assemblee elettive non abbiano l’interesse, e la forza, per segnare una discontinuità con questa prassi, imponendo agli uffici-stralcio di sottoporre ad un regime di apertura, cioè di consultabilità, i materiali acquisiti dalle Commissioni?
La Commissione fa valere il vincolo di segretezza, per 20 anni, anche sulle schede degli ufficiali del Sifar che riguardano pettegolezzi, notizie raccolte di terza o quarta mano sulla vita del Pci la cui importanza è semplicemente ridicola o nulla. Oppure su segnalazioni relative a riunioni di sezioni o di segreterie di federazioni su armamenti, manifestazioni ”sediziose”, il cui fondamento viene smentito dallo stesso Sifar nel giro di qualche mese. Oppure si blindano i dossier (privi di ogni valore) su Pietro Secchia, Massimo D’Alema e su vecchi dirigenti partigiani. Per non parlare delle numerose carte dell’intelligence sull’inchiesta relativa alla Gladio rossa condotta da Franco Ionta, che si trova allegata al relativo processo a Piazzale Clodio, a Roma, o alla strage di Bologna.
Il protagonista di queste carte è certamente il Pci. Ma essendo uscito di scena, condannato dalla storia e dagli elettori, per quale ragione si ritiene che possa essere vulnerato e offeso dal rendere pubbliche le prove del suo passato grande e terribile? Insomma, aveva o no un braccio militare che dall’Italia si estendeva a Praga e Mosca? Riceveva o no vagoni di miliardi di dollari dai cari compagni sovietici e dal Kgb? Prelevava o no tangenti miliardarie dall’import-export con i paesi dell’Europa orientale?
In base all’infausta delibera proposta dal sen. Paolo Guzzanti e approvata dalla Commissione Mitrokhin, le carte trasferite alle commissioni parlamentari dai ministeri perdono l’eventuale classifica (cioè il vincolo di segretezza che ne vieta la consultazione) solo se l’ente erogatore (Ministero della Difesa, Presidenza del Consiglio, Sismi ecc.) accetta di rimuoverlo nell’arco di trenta giorni dal momento in cui viene informato che tali carte saranno trasferite all’Archivio storico del Senato.
Sia per la sindrome proprietaria esclusiva da cui sono dominati i ministeri sia per l’impossibilità di rinvenire, ed esaminare attentamente fino a rimuoverlo, il vincolo di segretezza apposto, per 20 anni si badi bene, su migliaia di carte prelevate dai consulenti e avviare una procedura per la loro de-classificazione, esse restano segrete, riservate, cioè inconsultabili anche quando approdano al Senato.
Questa procedura sembra essere assai insensata. Non si vede perché le commissioni parlamentari, che sono espressione, e anzi veri e propri organi, fonti primarie della sovranità legislativa rappresentata da Camera e Senato debbano sottostare alla volontà di organi secondari, come i ministeri e, peggio, gli uffici stralcio.
In altre parole, le Commissioni devono poter prescindere, a parte i problemi di etichetta, da autorizzazioni e decisioni esterne, de-classificando, se lo si ritiene necessario e opportuno, i documenti qualunque siano i vincoli con cui sono pervenuti dagli enti erogatori.
Stabilire un principio diverso significa fare strame delle funzioni e dell’identità stessa del potere del parlamento.

Amato e Parisi, Lor Signori delle carte
La domanda di essere autorizzato a consultare le stesse fonti qui richiamate l’ho riproposta al nuovo governo di centro-sinistra di Romano Prodi, che ha sostituito quello di centro-destra di Silvio Berlusconi. Ma i nuovi ministri della Difesa e dell’Interno hanno ritenuto di non dovermi dare una risposta. Né scritta né orale.
Sia pure in una maniera così rusticana, da Lor Signori, credo abbiano voluto comunicarmi il loro veto alla consultazione degli archivi indispensabili per accertare lo spionaggio del Kgb in Italia, l’esistenza dell’apparato militare del Pci e le sue diverse incarnazioni nel tempo ecc., cioè i postumi, gli strascichi della guerra civile che si è combattuta in Italia anche dopo il biennio del “roveto ardente” 1943-1945.
Temo che l’argomento non sia considerato di qualche importanza. Ma è anche possibile che i due ministri pensino di affidarlo a storici loro amici o ben timorati di Dio e delle alleanze di governo di quanto, in verità, possa assicurare io. Non avrebbero torto. In questo senso io non do garanzie.
Ritengo tuttavia il loro comportamento omissivo (o non permissivo, che dir si voglia) un contributo (consapevole o meno) di prima grandezza non a cercare di dipanare, diradando le pesanti cortine di nebbia che l’avvolgono, ma piuttosto a conservare, alimentandone l’esistenza, ogni possibile mistero sulla storia dell’Italia repubblicana.
Ampie tracce di questa cultura demonizzante e complottistica è facile cogliere nelle relazioni e anche tra i consulenti delle commissioni parlamentari presiedute, per circa un decennio, dal senatore diessino Giovanni Pellegrino. Mi pare, però, corretto e doveroso ricordare che a lui si devono delle ricostruzioni della storia d’Italia e dei suoi misteri (1) segnate da grande equilibrio e onestà, poco e nulla in sintonia con la storiografia del suo partito e dei suoi stessi principali consulenti.
Confesso che l’interpretazione Cia-centrica della storia d’Italia mi è sempre sembrata solo il frutto di una concezione pigra, malthusiana, della ricerca storica. Forse è solo un’ossessione da “uffici riservati” o più banalmente da politicanti.
Chi, nella navigazione tra i palazzi romani, è abituato a troncare e a sopire, a sopire e a troncare ogni cosa possa irritare o solo disturbare il maggiore alleato di governo (ieri ed oggi nella sinistra sono sempre i comunisti), non esita a fare strame della stessa possibilità di studi un minimo disinteressati sulle principali vicende del nostro passato più recente.
Col negare la consultazione degli archivi ai singoli studiosi, a centri universitari (come nel caso dell’Ateneo di Ferrara, presso il quale peraltro lavoro) e col consentirla in misura parziale alle stesse commissioni parlamentari di inchiesta, si finisce per alimentare irresponsabilmente l’esistenza di una regia politica (individuata costantemente nei nostri alleati del Patto atlantico) dietro “misteri”, “stragi” e “colpi di Stato”. Da Portella della Ginestra arrivano all’intentona Segni-De Lorenzo, dal golpe del principe Borghese al rapimento e all’assassinio di Aldo Moro, agli attentati ai treni, alla strage di Bologna del 2 agosto 1980 ecc.
Ma Parigi val bene una messa per quanti agguantare un ministero, saltare sulla tolda di comando di un governo o di un governicchio, considerarsi una “riserva della repubblica” o la personificazione del “nuovo che avanza”, dell’incorruttibilità ecc. assomiglia ad un assalto al cielo. Ho l’impressione si tratti, invece, del solito giro fisso intorno al proprio ombelico. Ipertroficamente rigonfiato da un’alta considerazione di sé. Di questa solfa sono spesso fatti i potentati politici italiani.
Ovviamente mi auguro che i ministri Amato e Parisi, anche senza dover sottostare agli obblighi del parlamento e della magistratura, vogliano imitare i loro predecessori, Antonio Martino e Giuseppe Pisanu, in liberalità e rimozione di veti.
Escludere dal contenzioso politico tra centro-destra e centro-sinistra l’accesso agli archivi e la loro più ampia e indiscriminata consultazione sarebbe un segno di fine della reciproca perdurante demonizzazione. Diciamo pure una piccola, ma robusta, conquista di civiltà in un paese in cui la politica spesso pregiudica gli stessi diritti di cittadinanza.
Ma non si tratta di una facile conquista. Mentre scrivo vengo informato di due decisioni. La prima: il Ministero dell’Interno sul materiale di archivio rinvenuto dai consulenti ha ribadito il proprio parere “relativo alla persistenza del vincolo della vietata divulgazione della documentazione acquisita, a prescindere dall'originaria classifica di riservatezza, consentendone la pubblicazione per le esclusive finalità interne della Commissione stessa”. La seconda: le carte sull’apparato militare del Pci, sul Cominform, sullo spionaggio sovietico, cioè su realtà dileguatesi, ormai fuori mercato, di cui ho nuovamente sollecitato la consultazione, avrebbero un ”interesse ancora attuale”. Pertanto, non sono consultabili!
E’ difficile sottrarsi all’impressione che al Ministero dell’Interno o quello della Difesa ci siano ministri e anche semplici funzionari o collaboratori convinti di rappresentare, e non solo interpretare, le ragioni superiori dello Stato.
Temo che a questo micidiale culto di sé, del proprio ruolo e addirittura della propria persona, si deve il malthusianesimo nel concedere l’accesso ai documenti e sulla loro pubblicabilità.
Questo significa nascondere o soltanto far mancare la prova. Il suo uso, come un indispensabile principio di realtà, ha accomunato giudici e storici, fino ad alimentare una storiografia moralistica ispirata ad un modello giudiziario.
Da Marc Bloch abbiamo imparato che il mestiere dello storico consiste nel comprendere (chi era Robespierre) e non nel giudicare (dicendosi robespierristi o anti-robespierristi). (2) I politici vorrebbero riportarci a questo secondo corno del dilemma. E’ come brandire una clava, un’arma, direi dare fiato ad una cultura che può annunciare solo un pervertimento autoritario dello Stato. Poco importa se con un segno di destra o di sinistra.

(1) Penso a Segreto di Stato. La verità da Gladio al caso Moro, Torino 2000; La guerra civile, Milano 2005, redatte per l’editore Einaudi e la Bur in collaborazione con Claudio Sestieri e soprattutto con un giornalista parlamentare di “Panorama”, Giovanni Fasanella. La sua spiccata sensibilità alla ricerca storica è dimostrata dalle interviste Il misterioso intermediario (con G. Rocca), Torino 2003 e Che cosa sono le Br (con A.Franceschini), Milano 2004 e Guido Rossa, mio padre (con Sabina Rossa), Milano 2006.
(2) M. Bloch, Apologia della storia o mestiere di storico, Einaudi, Torino 1969, pp, 123-125.