Contro il negazionismo, per la libertà della ricerca storica
Il testo integrale dell’appello firmato da storici Il Ministro della Giustizia Mastella, secondo quanto anticipato dai media, proporrà un disegno di legge che dovrebbe prevedere la condanna, e anche la reclusione, per chi neghi l’esistenza storica della Shoah. Il governo Prodi dovrebbe presentare questo progetto di legge il giorno della memoria.
Come storici e come cittadini siamo sinceramente preoccupati che si cerchi di affrontare e risolvere un problema culturale e socialecertamente rilevante (il negazionismo e il suo possibile diffondersi soprattutto tra i giovani) attraverso la pratica giudiziaria e la minaccia di reclusione e condanna.
Proprio negli ultimi tempi, il negazionismo è stato troppo spesso al centro dell’attenzione dei media, moltiplicandone inevitabilmente e in modo controproducente l’eco.
Sostituire a una necessaria battaglia culturale, a una pratica educativa, e alla tensione morale necessarie per fare diventare coscienza comune e consapevolezza etica introiettata la verità storica della Shoah, una soluzione basata sulla minaccia della legge, ci sembra particolarmente pericoloso per diversi ordini di motivi: si offre ai negazionisti, com’è già avvenuto, la possibilità di ergersi a difensori della libertà di espressione,le cui posizioni ci si rifiuterebbe di contestare e smontare sanzionandole penalmente.
Si stabilisce una verità di Stato in fatto di passato storico, che rischia di delegittimare quella stessa verità storica, invece di ottenere il risultato opposto sperato. Ogni verità imposta dall’autorità statale (l’“antifascismo” nella Ddr, il socialismo nei regimi comunisti, il negazionismo del genocidio armeno in Turchia, l’inesistenza di piazza Tiananmen in Cina) non può che minare la fiducia nel libero confronto di posizioni e nella libera ricerca storiografica e intellettuale.
Si accentua l’idea, assai discussa anche tra gli storici, della «unicità della Shoah», non in quanto evento singolare, ma in quanto incommensurabile e non confrontabile con ogni altro evento storico, ponendolo di fatto fuori della storia o al vertice di una presunta classifica dei mali assoluti del mondo contemporaneo.
L’Italia, che ha ancora tanti silenzi e tante omissioni sul proprio passato coloniale, dovrebbe impegnarsi a favorire con ogni mezzo che la storia recente e i suoi crimini tornino a far parte della coscienza collettiva , attraverso le più diverse iniziative e campagne educative.
La strada della verità storica di Stato non ci sembra utile per contrastare fenomeni, molto spesso collegati a dichiarazioni negazioniste (e certamente pericolosi e gravi), di incitazione alla violenza, all’odio razziale, all’apologia di reati ripugnanti e offensivi per l’umanità; per i quali esistono già, nel nostro ordinamento, articoli di legge sufficienti a perseguire i comportamenti criminali che si dovessero manifestare su questo terreno.
È la società civile, attraverso una costante battaglia culturale, etica e politica, che può creare gli unici anticorpi capaci di estirpare o almeno ridimensionare ed emarginare le posizioni negazioniste. Che lo Stato aiuti la società civile, senza sostituirsi ad essa con una legge che rischia di essere inutile o, peggio controproducente.
Contro il negazionismo
di Gaetano Quagliariello
24 gennaio 2007
Il ministro della Giustizia, Clemente Mastella, presenterà nel Consiglio dei Ministri del prossimo 27 gennaio - in occasione della Giornata della Memoria - un disegno di legge contro il diritto di negare l'Olocausto. L'iniziativa del ministro, sostenuta anche dalla Comunità Ebraica, è stata duramente criticata da alcuni storici in nome della libertà di ricerca e di espressione. Gaetano Quagliariello ha risposto con una lettera aperta. Cari colleghi storici,
proviamo, se è possibile, a metterci d'accordo su due o tre cose preliminari. Innanzi tutto: esiste una differenza abissale tra libertà d'espressione e libertà di menzogna. La prima s'arresta laddove l'altra ha inizio. E la bugia pubblica deve essere sanzionata in modo proporzionato al danno che produce, al singolo o alla comunità. Se si prescinde da questo principio elementare, si corre il rischio d'introdurre il relativismo nella cittadella della storia. E, in questo modo, di trasformarla in null'altro che una collazione di opinioni più o meno autorevoli. Le verità della storia sono sempre provvisorie, perché possono essere smentite da studi più documentati e da ricostruzioni più convincenti. Ma sono, pur sempre, verità. Non possono essere degradate a opinioni e tanto meno ad affermazioni ideologiche quando riguardano gli individui e, ancor più, quando concernono drammi collettivi dell'umanità che hanno causato morti innocenti, distruzioni, sofferenze mai prima immaginate. Nessuna legge potrà, dunque, punire un lavoro serio che, sulla base di documenti, giunga a nuove acquisizioni. Ma tale circostanza è completamente differente da quella per la quale, fregiandosi dell'autorità di storico, si spaccino per vere farneticazioni che disorientano e creano le premesse per lo sviluppo dell'anti-semitismo. In questo caso la libertà d'espressione non c'entra niente e neppure la libertà di ricerca. Ci si trova al cospetto di un comportamento che può causare un danno alla società e che, come tale, può essere perseguito. Abbiamo applicato questo criterio per fatti storici per noi italiani essenziali, come il fascismo e l'unità nazionale ma che, si converrà, hanno una portata storica nemmeno comparabile all'Olocausto.
Si pone, allora, un solo un problema d'opportunità: è conveniente o meno stabilire una sanzione? Al proposito, scrive Timothy Garton Ash sulla Repubblica di ieri: "in una società libera ogni restrizione della libertà di parola necessita di una giustificazione convincente che in questo caso non si trova". La premessa è condivisibile; la conclusione lascia francamente basiti. Così come, cari colleghi sottoscrittori dell'appello contro la punizione del negazionismo, lasciano basite alcune affermazioni del vostro documento, tanto da suggerire di non lasciarlo passare senza una replica. Scrivete, con stizza, che negli ultimi tempi il negazionismo è stato troppo spesso al centro dell'attenzione dei media. Vi faccio sommessamente notare che non si è trattato di un caso. Se ciò è accaduto è perché mai prima di oggi esso è divenuto obiettivo politico perseguibile. Vi siete accorti o meno che Mahmud Ahmadinejad, Presidente della Repubblica di uno Stato che potrebbe presto avere la bomba atomica, ha trasformato il più grande orrore della storia dell'umanità in programma politico attuale? Vi siete accorti o meno che in Europa c'è una ripresa d'antisemitismo come mai s'era vista dal termine della Seconda Guerra Mondiale, che ha portato all'incendio di Sinagoghe e a violenze fino a qualche anno fa inimmaginabili nei confronti d'inermi cittadini? E, per restare anche solo nell'ambito degli storici, vi siete accorti o meno che quelle che erano farneticazioni di pochi isolati si sono trasformate in programma per convegni celebrati in pompa magna a Teheran?
Nell'appello, poi, aggiungete che attraverso il reato di negazionismo, si accentuerebbe la discutibile idea dell'unicità della Shoah. Create, in tal modo, un'ulteriore confusione: quella tra una menzogna storica e una tesi storica. Io l'unicità della Shoah la difendo, in quanto ritengo che nessun programma di sterminio del genere umano - neppure quello perseguito nei Gulag - sia mai giunto a tanta perfezione e sia mai stato più assoluto. Ma mentre su questa tesi sono pronto a confrontarmi, non sono disposto neppure a prendere in considerazione la negazione dell'Olocausto suffragata soltanto da aberranti opinioni ideologiche. Quel cortocircuito fa sorgere il sospetto che, in realtà, vi sia in giro un'inconfessata voglia di diminuire la rivelanza storica di un evento, mettendolo sullo stesso piano dei crimini coloniali italiani o, come scrive Ash, delle vignette contro Maometto che offendono i mussulmani.
E così, dopo aver coltivato l'antifascismo storico militante negli Istituti Storici della Resistenza; non aver mosso un sopracciglio quando Renzo De Felice era oggetto di scherno e di minacce per le sue ricostruzioni del fascismo; sopportato in silenzio il tentativo di tacitare la professoressa Pellicciari per difendere il diritto di esprimere le proprie opinioni sul risorgimento - da me personalmente in gran parte non condivise -, ci si mobilita in massa contro una legge che punisce il negazionismo, nel momento storico nel quale esso diventa una minaccia effettiva. Si raggiunge in tal modo il bel risultato di trasformare un principio quale la libertà d'opinione, da trattare con empiria e buon senso, in principio teologico al fine di rendere nella notte, in nome della storia, tutte le vacche egualmente nere.
La condanna del negazionismo limita la libertà di ricerca?
di Marina Cattaruzza
26 gennaio 2007
Marina Cattaruzza è professore ordinario di Storia contemporanea generale all’Università di Berna. Ha curato assieme a Marcello Flores, Simon Levi Sullam e Enzo Traverso la “Storia della Shoah” UTET (Torino, 2005-2006). Il suo saggio sulla storiografia della Shoah è stato pubblicato anche in lingua inglese nella rivista “Totalitarismus und Demokratie – Totalitarianism and Democracy” dell’ Istituto Hannah Arendt di Dresda per la ricerca sul totalitarismo.
Ho declinato l’invito a firmare il “Manifesto dei Centocinquanta”, a cui ha intanto dato l’adesione la stragrande maggioranza degli storici contemporaneisti italiani, con cui si protesta contro il progetto di legge sull’istigazione e l’apologia di crimini contro l’umanità presentato in questi giorni dal governo. Originariamente, le notizie trapelate sui giornali facevano pensare ad una legge simile a quella tedesca, introdotta poi in diversi paesi europei, sulla “bugia su Auschwitz” (Auschwitzlüge), mirata a sanzionare posizioni negazioniste rispetto allo sterminio degli ebrei europei. Probabilmente anche in seguito alle reazioni contrarie in diversi ambienti accademici e politici, il testo definitivo ha assunto poi una connotazione più generale, tralasciando il passo concernente la negazione dell’esistenza dei genocidi e dei crimini contro l’umanità.
Anche nella sua versione definitiva, comunque, il progetto di legge Mastella, analogamente ad altre leggi in vigore in diversi paesi europei, ci pone di fronte al dilemma di una “competizione di valori” (Max Weber). Al bene della libertà di opinione fa da contrappeso il bene di una sanzione del negazionismo e dell’antisemitismo. Qualsiasi misura legislativa viene formulata in un simile campo di forze valoriale: per esempio, nella legislazione di regolamentazione sull’aborto o sull’uso delle droghe al bene della libertà individuale fa da contrappeso il bene della tutela della vita e della salute. E’ quindi il caso di chiederci, nell’attuale situazione europea e internazionale, a quale bene vada data la priorità, fatto salvo che nessun principio può essere affermato in termini assoluti e che – d’altra parte – pesanti pene detentive sembrano inopportune anche per i negazionisti più incorreggibili, come il caso di David Irving insegna.
Il progetto di legge italiano si colloca nell’ambito di un’iniziativa europea durante il semestre di presidenza tedesca dell’UE che dovrebbe essere lanciato a Bruxelles nei prossimi giorni. Proprio in una fase di esistenza dell’Unione Europea in cui l’apertura ad est ha portato al rapido ingresso di nuovi stati membri in cui l’antisemitismo ha radici antiche e in cui non ha avuto luogo una riflessione storiografica e culturale sulla Shoah come quella avvenuta in Germania e nella maggior parte dei paesi dell’Europa occidentale, affermare a livello legislativo che il negazionismo non può avere diritto di cittadinanza nell’Europa unita mi sembra una misura opportuna. Questo potrebbe essere un passo importante in direzione di un’identità europea basata su valori condivisi, di cui giustamente, finora, si lamenta l’evanescenza.
A livello internazionale va rilevato come il negazionismo, fino alcuni anni fa fenomeno puramente folcloristico, sia assunto, per esempio in un paese come l’Iran, a vera e propria dottrina di stato. In assenza di un’efficace contrapposizione e di un segnale forte da parte dell’Europa, che è il “luogo” in cui lo sterminio degli ebrei si è verificato, il negazionismo sarebbe destinato a diventare un legittimo linguaggio con cui veicolare il progetto di distruzione dello Stato di Israele. Non può non suscitare stupore il giudizio dei promotori del “Manifesto”, secondo cui è stata data troppa attenzione alle posizioni del presidente iraniano Ahmadinejad, sulle quali, sarebbe stato evidentemente opportuno glissare, dato che l’attenzione finisce per moltiplicarne “inevitabilmente e in modo controproducente l’eco”.
Entro ora nel merito delle argomentazioni del “Manifesto”:
si offre ai negazionisti la possibilità di ergersi a difensori della libertà di espressione. Vedi le considerazioni svolte più sopra.
si stabilisce una verità di stato…Ogni verità imposta dall’autoritä statale…non può che minare la fiducia nel libero confronto di posizioni e nella libera ricerca storiografica e intellettuale. Non esistono nella ricerca storica sulla Shoah posizioni negazioniste con cui cercare il libero confronto ai fini di un progresso delle conoscenze. E’ destituita quindi di significato l’affermazione che una legge antinegazionista ostacolerebbe la ricerca storica. Una legge puntuale contro la “negazione di Auschwitz” non può essere paragonata ad ideologie autoritarie o ad una legislazione negazionista come quella turca o quella cinese. La Società Italiana per lo Studio della Storia Contemporanea avrebbe fatto meglio ad esprimere in positivo la propria solidarietà ai pochi temerari storici (e storiche) turchi che a rischio della vita investigano la realtà del genocidio degli armeni, piuttosto che a impegnarsi contro un progetto di legge antinegazionista.
si accentua l’idea...dell’unicità della Shoah. Prendo atto che i colleghi fanno propria una concezione „relativista“ (un genocidio tra i tanti) della Shoah. Trattasi di una concezione più che legittima, sostenuta, tra gli altri, da Ernst Nolte al tempo della famosa „Controversia tra gli storici“ (1986), con il quale non penso che la maggioranza die firmatari del „Manifesto“ si trovi in sintonia. Una legge antinegazionista non tange, in ogni caso, la pluralità delle interpretazioni e degli approcci di ricerca sulla distruzione degli ebrei in Europa. Si limita a prevedere sanzioni per chi nega che il fenomeno sia esistito.
Possiamo poi concordare sull’auspicio che la storiografia italiana approfondisca maggiormente diverse pagine nere della storia nazionale. Anche unendoci a tale auspicio non possiamo però esimerci dal chiederci in che misura la difficoltà a fare i conti con il passato da parte della nostra società civile non sia dovuta alla persistenza di contrapposizioni ideologiche apparentemente insormontabili che coinvolgono in pieno anche la storia contemporanea e che inficiano pesantemente la ricerca spassionata della verità storica. A più di sessant’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale il passato recente continua a venir lottizzato tra le diverse parti politiche, impedendo un’assunzione di responsabilità di carattere nazionale, che segnerebbe senz’altro un salto di qualità nella maturità civile del paese.
Concludo con una nota di ottimismo, auspicando che dopo che duecento storici contemporanei dei più diversi schieramenti si sono pronunciati a favore della “fiducia nel libero confronto di posizioni e nella libera ricerca storiografica e intellettuale”, tale fiducia riverberi anche nella loro prassi quotidiana di ricercatori con effetti indubbiamente positivi per la storia contemporanea e la coscienza civile del nostro paese.
Sul negazionismo e sul modo migliore di combatterlo*
di Andrea Graziosi
Care socie e casi soci della Sissco,
ho firmato con convinzione il manifesto contro la perseguibilità penale del negazionismo. L'ho fatto, e lo rifarei, per tre ordini di motivi, che provo a spiegare con la speranza di introdurre qualche altro elemento di riflessione.
Il primo motivo, e il più banale, ma di per sé sufficiente, è la mia opposizione alla perseguibilità dei reati d'opinione -qualunque essi siano- da parte dello stato. Gli individui sono colpevoli se fanno danni, non se pensano, anche se i loro pensieri sono abominevoli. Va da sé che sono invece a favore della persecuzione di ogni reato eventualmente associato a questi pensieri abominevoli.
Vorrei aggiungere, anche se è questione in fondo secondaria, che l'argomento che l'Italia-posso chiedere cos'è? un'entità storica immutabile? Un soggetto collettivo immodificabile cui nessun membro può sfuggire?-si è resa colpevole in passato di leggi razziali e quindi., non solo non regge ma è pericoloso. Quelle leggi gettano vergogna su e sono colpa di chi le ha varate, applicate e favorite, non degli individui che allora e oggi hanno condannato quell'azione. Altrimenti ricorriamo, sia pure in buona fede e forse senza accorgercene, al criterio della "responsabilità collettiva oggettiva", basato per di più sull'appartenenza nazionale, base dei molti macelli di sotto elencati. Il secondo, che mi interessa di più e che vorrei sottoporre alla vostra attenzione, seguendo in parte, ma non nelle conclusioni, quanto ha scritto Benvenuti, è il seguente. Nel XX secolo vi sono diversi casi di stermini di entità numerica paragonabile alla Shoah. Ne faccio di seguito una lista, premettendo che il criterio quantitativo assoluto non è ovviamente soddisfacente. I ceceni, che hanno perso nei due anni seguenti la deportazione alla fine della seconda guerra mondiale circa il 20% della popolazione, erano meno di 500.000 -quindi siamo di fronte "solo" a meno 100.000 morti, e fuori classifica. Ma che diremmo noi se in pochi giorni 60 milioni di italiani venissero deportati, con 12 milioni di morti in 24-36 mesi? Pensate al lascito di foibe e esodo giuliano, rispettivamente poche migliaia e poche centinaia di migliaia di vittime, confinate in una regione precisa del paese.
Dunque, tornando alla lista, oltre alla Shoah abbiamo almeno:
1.. i 20-25 milioni di morti del grande balzo in avanti cinese (ora riconosciuti anche da quel governo che li imputa però a catastrofi naturali) e le vittime della rivoluzione culturale;
2.. i 4 milioni circa di contadini ucraini morti in sei mesi tra la fine del 1932 e il giugno 1933 (qui la natura c'entrò assai poco -l'ideatore del termine "genocidio" negli anni Cinquanta partecipava alle marce contro quello che definiva il genocidio ucraino);
3.. i circa tre milioni di prigionieri di guerra sovietici lasciati morire di fame intenzionalmente dai nazisti;
4.. i circa 1,5 milioni di cambogiani sterminati da Pol Pot nel 1976-1979 (mi pare che il termine da questi usato per le persone da distruggere fosse i "depositati" dalle città nelle campagne);
5.. i circa 1,3 milioni di kazaki (il 33-38% della popolazione) morti in Urss durante la denomadizzazione e la carestia del 1931-33;
6.. le centinaia di migliaia, o forse il milione di armeni sterminato dai Giovani turchi; 7.. il genocidio-su cui sembra esservi accordo generale-in Rwanda;
8.. i 700.000 fucilati (il dato è quello ufficiale) in 14 mesi, scelti in base all'appartenenza aprioristica a determinate categorie, vittime delle grandi purghe sovietiche dal luglio 1937 al novembre 1938.
E' probabile che la lista (in cui come vedete il GULag non c'è, ma ci potrebbe forse stare la dekulakizzazione, che fece in due anni alcune centinaia di migliaia di vittime, tra cui moltissimi bambini) si possa allungare. Mi sono fermato alle vittime superiori al mezzo milione e concentrate in breve tempo, che mi venivano subito alla mente.
Tenuto conto dei sentimenti umani (pensate a quel che ho scritto sulle possibili reazioni all'immaginata deportazione degli italiani), non forse è ragionevole pensare un domani (ma dei casi vi sono già oggi) a richieste di leggi che puniscano il negazionismo anche di questi altri crimini? E chi e come si arrogherà il diritto di dire che alcuni sono più orribili di altri e di scegliere quale "negazionismo" vada punito? L'argomento, avanzato anche da Benvenuti, di fare della Shoah una sorta di capro espiatorio, riconoscendogli unicità assoluta, non potrebbe reggere anche se fosse giusto. Si scontrerebbe infatti con i sentimenti e con le azioni di chi porta i segni degli altri massacri. A questo proposito aggiungo che di unicità assoluta non mi sembra possibile parlare. La Shoah è unica perché è il vertice della piramide sopra tratteggiata -è l'unico caso in cui ci si è proposti di ammazzare tutti e li si è perseguiti finché e fin dove possibile. Ma concepirla fuori di quella piramide è difficile, e credo che non ci permetterebbe tra l'altro di comprenderne la natura. Infine, è giusto trasformare la storia direttamente in un tribunale morale, e gli storici in giudici? E dove ci si dovrebbe fermare?
Aggiungo che va da sé la storia è anche un tribunale e che noi siamo anche giudici, ma implicitamente, maturando dei giudizi in base alla ricerca, "secondariamente" -se non fosse così non credo andremmo troppo avanti.
Il terzo ordine di motivi è di natura politica. Lasciare allo stato e ai suoi strumenti il perseguimento di fini morali anche nel campo del giudizio storico e la punizione di opinioni anche aberranti m sembra-da studioso di stati cattivi-una cattiva idea. Tra l'altro gli stati cambiano idea in base ai loro interessi: oggi perseguono il negazionismo della Shoah (e anche il genocidio armeno in Francia, ma non negli Stati Uniti che gli ha negato mi sembra la qualifica per ovvi motivi di interesse). E domani? Chiedo provocatoriamente: sarebbe giusto perseguitare i tantissimi intellettuali e storici che in perfetta buona fede hanno negato le vittime dello stalinismo e del maoismo? E che fare con la Turchia che molti, tra cui il presidente del governo che pensava alla legge in questione, vogliono nell'Unione europea?
E infine, c'è davvero bisogno di perseguire le opinioni negazioniste per dire che l'Italia e la Francia, così moraliste, dovrebbero smettere di appoggiare un governo iraniano che non opera affatto nel campo delle opinioni, ma prepara lo sterminio degli ebrei, lo annuncia e si vanta di farlo?
Chiederemmo a un governo che per motivi di ragion di stato, di interesse e di buonismo si oppone a sanzioni che colpiscano il presidente iraniano e la vasta comunità degli imprenditori italiani che fa affari con lui (protetta tra l'altro anche dal governo precedente), di varare leggi che puniscano degli individui, per quanto odiosi, per le loro odiose idee?
Insomma, penso che gli storici debbano fare ricerca, partendo dalla politica ma spingendosi oltre essa, anche per nutrirla con nuove idee e nuove categorie; che questa sia la sostanza del loro impegno civile. Sono convinto che, se sono bravi e hanno fortuna, possono col loro lavoro e col tempo cambiare la "memoria" storica e quindi anche "perseguire" e "giudicare".
Cordialmente, Andrea Graziosi
*Il testo, originariamente inviato al forum della Sissco, viene riprodotto sul sito di XXI secolo col permesso dell'autore.