Venti anni dopo l’Historikerstreit:
“Il passato che non vuole passare”
di Gabriele D’Ottavio
(redazione Ventunesimo secolo)
10 dicembre 2006
Negli ultimi mesi alcuni dei massimi esponenti del mondo della cultura tedesca hanno rianimato, con le loro pubblicazioni, il dibattito sul nazismo e, più in generale, sulla Vergangenheitsbewältigung (concetto traducibile, sia pure approssimativamente, con “resa dei conti con il passato”). In particolare, ci riferiamo all’autobiografia di Günter Grass, a quella del recentemente scomparso Joachim Fest, dal titolo inequivocabile “Ich nicht”, all’ultimo saggio di Ralf Dahrendorf e, infine, all’ultimo contributo di Ernst Nolte sulla Repubblica di Weimar.
Le due autobiografie hanno avuto l’eco maggiore sulla stampa tedesca, ma anche su quella italiana, se non altro per le polemiche che hanno generato, da un lato, la rivelazione di Grass sulla sua iscrizione volontaria alle SS all’età di 17 anni, dall’altro la decisione del tribunale di Amburgo di ritirare, provvisoriamente, le memorie di Fest dal commercio per espungere un passaggio che è stato giudicato diffamatorio, neanche a farlo apposta, nei confronti di un altro protagonista della celebre “disputa tra storici”, Jürgen Habermas. Più precisamente, nel passaggio incriminato il biografo di Hitler allude maliziosamente ad una presunta adesione al nazismo da parte del filosofo tedesco, riportando una notizia che sembrerebbe, a tutti gli effetti, essere falsa.
Molto minor clamore ha suscitato, invece, il saggio di Ralf Dahrendorf che, sia pure da una prospettiva più distaccata, si confronta proprio con il tema del rapporto degli intellettuali con i totalitarismi. D’altra parte, il noto sociologo, tedesco di nascita ma britannico di adozione, più che a coloro che hanno ceduto, si interessa agli intellettuali che hanno resistito a quelle che egli definisce “le tentazioni della non libertà” (“Die Versuchungen der Unfreiheit”). Quest’opera può essere considerata come un vero e proprio manifesto per il pensiero liberale e, in particolare, per tre dei suoi massimi esponenti: Raymond Aron, Isaiah Berlin e Karl Popper. La ragion d’essere della loro “impermeabilità” al fenomeno totalitario -e questa è anche la tesi centrale del libro di Dahrendorf- risiederebbe, infatti, in alcune virtù che sono distintive e, allo stesso tempo, qualificanti dello spirito liberale: “il coraggio della lotta individuale per la verità”, “la rettitudine del vivere con le contraddizioni”, “l’assennatezza della riflessione impegnata” e “la saggezza della ragione passionale”.
Si segnala, infine, il libro sulla Repubblica di Weimar, uscito di recente in italiano con la casa editrice Marinotti, di Ernst Nolte, lo storico che scatenò l’Historikerstreit con il suo articolo del 1986 “Il passato che non vuole passare”. In questo volume Nolte raccoglie, con alcune aggiunte, le lezioni tenute nel 1966. La chiave interpretativa suggerita dallo storico tedesco, come si evince anche dal sottotitolo “Un’instabile democrazia tra Lenin e Hitler”, invita a considerare l’avvento al potere del nazismo nella controluce del comunismo. Si tratta di una tesi di certo non nuova nell’opera di Nolte, ma tuttora molto controversa.

Ralf Dahrendorf, Versuchungen der Unfreiheit. Die Intellektuellen in Zeiten der Prüfung, C.H Beck, München, 2006, pp. 240
Ernst Nolte, La Repubblica di Weimar. Un’instabile democrazia fra Lenin e Hitler, Christian Marinotti Edizioni, Milano, 2006, pp. 410
Joachim C. Fest, Ich nicht. Erinnerungen an eine Kindheit und Jugend, Rowohlt (2a edizione), Reinbek bei Hamburg, 2006, pp. 366

Günter Grass, Beim Häuten der Zwiebel, Steidl Verlag, Göttingen, 2006, pp.480