Stalin cinquant'anni dopo
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VENTUNESIMO SECOLO Anno II - Numero 3 Marzo 2003
STALIN CINQUANT'ANNI DOPO
Direttori : Victor Zaslavsky Gaetano Quagliariello
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Editoriale
Quindici anni fa, all’inizio della perestrojka, il noto storico russo Michail Gefter, scomparso nel 1995, definiva lo stalinismo come un fenomeno di enorme portata, capace di sorprendere ancora per la sua terrificante misteriosità. Lo studioso, fino al suo ultimo giorno, lavorò a un manoscritto, L’anno 1940, rimasto poi incompiuto. Un suo famoso articolo del 1987 è intitolato Stalin è morto ieri per sottolineare l’attualità di un personaggio con il quale la storia non aveva ancora fatto i conti. Gli scritti contenuti in questo numero speciale di «Ventunesimo Secolo», dedicato al cinquantesimo anniversario della morte di Stalin, mostrano che tale sconsolante riflessione rimane tuttora valida. «Stalin è ancora tra noi, sotto altre sembianze», afferma, concludendo il suo saggio Stalinismo ed eurostalinismo, Vittorio Strada.
Infatti l’accurata analisi del sociologo russo Boris Dubin dimostra che, nel decennio successivo al crollo dell’Urss, è aumentata in Russia l’ostentata nostalgia popolare per la «mano forte» di un leader supremo e indiscusso. In questo clima stanno crescendo gli indici della popolarità di Stalin, mentre la memoria delle repressioni e del terrore di massa sbiadisce e retrocede in secondo piano. E neanche in Italia mancano gli intellettuali che continuano a definire Stalin un grande statista, paragonabile a Pericle, oppure ne giustificano l'operato, ritenendo che «un processo rivoluzionario non possa essere giudicato dal numero delle vittime, ma sulla qualità dei suoi ideali e sugli effetti che ha prodotto nel mondo» (Domenico Cacopardo, «l’Unità», 11 giugno 2002.
Non mancano però segnali che vanno in direzione opposta. È indicativo che, dopo decenni di martellante esaltazione della vittoria ottenuta nel 1945 dall'Urss sotto la guida di Stalin, avvenimento cui veniva assegnata un'importanza superiore a quella della rivoluzione d’Ottobre, i russi comincino a riconsiderare il prezzo di quel trionfo ed a nutrire sospetti circa la responsabilità personale di Stalin per l’accordo del 1939 con la Germania nazista e per l’impreparazione delle forze sovietiche alla vigilia della guerra. In un recente sondaggio effettuato in Russia, più di due terzi degli intervistati hanno dichiarato di non conoscere la verità sulla seconda guerra mondiale.
Dopo la fine dell'Urss, la storiografia ha cominciato a interrogarsi sul periodo 1939-41, individuando in esso un momento cruciale del XX secolo, nel quale i regimi liberaldemocratici ebbero di fronte una formidabile minaccia alla loro stessa sopravvivenza. Con il patto Ribbentrop-Molotov, cui seguirono la spartizione della Polonia, il massacro dei prigionieri polacchi a Katyn, la guerra russo-finlandese e l’annessione dei paesi baltici, la leadership staliniana trascinò l’Unione Sovietica e tutto il movimento comunista internazionale in una stretta alleanza con Hitler. Uniti dal loro odio verso il capitalismo, la democrazia e il parlamentarismo, i regimi totalitari nazista e stalinista possedevano le risorse necessarie per cancellare ogni traccia di libertà, almeno in Europa. Ma era effettivamente possibile una loro alleanza duratura contro i paesi liberaldemocratici?
Nella ricerca storiografica non si può mai dare nulla per scontato. Il compito dello storico consiste anche nell’indagare su ipotesi alternative, per spiegare come mai, nel ventaglio delle possibili ipotesi, sia emerso un determinato sviluppo degli eventi anziché un altro. Evgenij Gnedin, stretto collaboratore del ministro degli Esteri sovietico Maksim Litvinov, silurato da Stalin in quanto promotore dell’avvicinamento ai paesi occidentali, scrisse nelle sue memorie che l’alleanza tra i regimi del Terzo Reich e dell'Urss gli era apparsa molto probabile per via delle loro «affinità strutturali». Mancava però una specifica documentazione archivistica in grado di confermare o smentire l’effettiva disponibilità del Cremlino a un’intesa del genere.
Ora lo storico Vladimir Volkov, dopo un’attenta analisi della documentazione emersa dall’archivio di Stalin, cui ha avuto accesso in quanto membro del Consiglio del presidente della Federazione Russa, ci presenta una convincente interpretazione degli avvenimenti del 1940, riguardante in particolare il significato del consenso sovietico alla proposta tedesca di adesione dell'Urss a un patto quadripartito con Germania, Italia e Giappone. Come dimostra Volkov, la leadership staliniana aveva calcolato che una simile alleanza avrebbe portato alla creazione di un blocco geopolitico quasi invulnerabile dal punto di vista economico e sicuramente invincibile in campo militare. Se le cose fossero andate in questo modo, conclude Volkov, «Stalin avrebbe offerto a Hitler la vittoria, assicurandogli risorse materiali ed umane, persino nel caso in cui le operazioni militari fossero durate a lungo». Si spiega così l’insistenza dei leader sovietici, nelle trattative con i tedeschi, per affermare le proprie rivendicazioni a qualunque costo, pur nel quadro delineato dal possibile patto quadripartito. Da questa analisi non emerge né uno Stalin saggio e previdente, quello tanto caro alla propaganda comunista, che cerca di guadagnare tempo e rafforzare l’esercito prima della resa dei conti finale con Hitler; né uno Stalin ingenuo e insicuro, ingannato dall’imprevedibile Führer. Si delinea, invece, l'immagine di un leader freddo, cinico e calcolatore, che propone al possibile alleato un accordo così vantaggioso da non poter essere rifiutato.
Vladislav Zubok, nel suo saggio sulla politica estera di Stalin nel dopoguerra, anch'esso basato su una documentazione inaccessibile fino a due anni fa, conferma e rafforza l'immagine del dittatore come aggressore prudente, disposto a fermarsi solo di fronte a una risoluta resistenza da parte delle forze democratiche occidentali.
Come dimostrano gli autori dei saggi contenuti in questo numero, il termine «stalinismo» non riguarda soltanto un particolare periodo della storia dell'Urss e di tutto il movimento comunista ad essa legato, ma anche la fase formativa del sistema sovietico. Esso ha costituito una distinta formazione sociale, dotata di proprie strutture istituzionali, dinamiche di sviluppo e tratti culturali: un tipo specifico di civiltà, pur se imperfetta e incompiuta, dotata di manifestazioni peculiari e di una identità riconoscibile. Inoltre lo stalinismo ha lasciato una duratura impronta non soltanto sui paesi dell’ex blocco sovietico, ma su tutta l’Europa. Vittorio Strada ne individua giustamente l’eredità nella mentalità e nella cultura politica comunista anche in Occidente. Allo stalinismo risalgono diversi teoremi ideologici: la visione del processo storico come scontro continuo tra il campo sedicente democratico «socialista» e quello cosiddetto antidemocratico «imperialista»; l’interpretazione permanente dell’antifascismo non come opposizione al fascismo e al nazismo «storici», ma come lotta continua contro un fascismo «eterno», sempre in agguato perché insito nel capitalismo in quanto tale; l’impostazione manichea della politica internazionale come «lotta per la pace» contro i guerrafondai.
Per capire come abbia pesato questa impronta sul dibattito pubblico, è utile tornare con alcuni documenti inediti sull’episodio storico della cosiddetta «legge truffa», il cui cinquantesimo anniversario coincide con quello staliniano. Quest'evento della vita politica italiana si pone al crocevia tra due diverse stagioni dell'equilibrio internazionale e da ciò è inevitabilmente influenzato. L’acutizzarsi della guerra fredda nell'ultima e più aggressiva fase dello stalinismo, con la sinistra italiana d'opposizione allineata al fianco del blocco sovietico, indusse infatti la coalizione centrista a vedere in una legge elettorale maggioritaria l'unico strumento utilizzabile per garantire la stabilità del sistema politico. In Italia, così come in Francia nel 1951, appariva urgente modificare l’assetto istituzionale formatosi sulla base di una premessa ormai del tutto consumata: quella dell’accordo tra i grandi partiti di massa (cattolici, socialisti e comunisti), proiezione interna della grande alleanza tra l’Urss e le potenze occidentali che aveva sconfitto il nazifascismo.
L’asprezza dello scontro a livello internazionale trovò un corrispettivo nella violenza della polemica interna sulla proposta d'introdurre un premio di maggioranza e l'epiteto «legge truffa» si presenta agli occhi degli storici di oggi come marchio di garanzia attestante a quale stagione della lotta politica quella vicenda sia appartenuta. La morte di Stalin, avvenuta pochi giorni prima che la riforma elettorale fosse approvata, avrebbe peraltro segnato un relativo allentamento della tensione tra Est e Ovest, proiettando i suoi effetti sulla successiva campagna elettorale. E questa circostanza, come attestano le recenti memorie di Paolo Emilio Taviani, non fu l'ultimo dei motivi che determinarono il fallimento della legge maggioritaria.
di Gaetano Quagliariello e Victor Zaslavsky