Ventunesimo Secolo
Rivista di studi sulle transizioni

Hans-Dietrich Genscher: un impegno credibile per l’Europa

Introduzione

Il fattore «credibilità» ha avuto senza dubbio un ruolo importante, se non determinante, nella recente crisi di rigetto dell’Europa che, in particolare, ha visto i popoli di Francia e Olanda, due dei paesi fondatori, bocciare con una netta maggioranza il referendum per la ratifica del trattato costituzionale. Più precisamente, è verosimile, come è stato ormai da più parti fatto notare, che l’aumentata distanza tra le élite e i cittadini nella concezione e nell’interpretazione della politica europea sia largamente correlata alla crescente e manifesta incapacità da parte dei primi, da Maastricht in poi, di definire con chiarezza e in maniera convincente l’orizzonte politico, ma anche valoriale, verso cui indirizzare il processo d’integrazione [1]. Si potrebbe rispondere che da un punto di vista tecnico il trattato costituzionale rappresenta sicuramente un, sia pur non facile da decifrare, concreto passo in avanti rispetto alle precedenti tappe integrazioniste, Maastricht compreso. D’altra parte, quest’osservazione non coglie quella che, ai nostri occhi, rappresenta una differenza di cruciale importanza per capire le difficoltà del presente: laddove ancora quindici anni fa le due «anime» del confronto, quella comunitaria e quella intergovernativa, così come i loro principali interpreti, erano chiaramente riconoscibili, oggi ci troviamo dinanzi ad un dibattito molto più complesso, che si articola lungo un complicato intreccio di livelli di analisi, evidentemente non riducibile alla dicotomia richiamata, e all’interno del quale i singoli attori non prendono, e perché non riescono e perché non vogliono, nettamente posizione. In altre parole, l’impressione generale è che oggi si fatichi molto di più a delineare la visione d’Europa dei principali protagonisti coinvolti nel processo d’integrazione europea, laddove ancora all’inizio degli anni ’90, e tra gli «euroentusiasti» e tra gli «euroscettici», spiccavano personaggi politici che non si astenevano dal caldeggiare la loro particolare idea di Europa, dal definirla in termini istituzionali e soprattutto dal tentare di tradurla in progettualità politica. Questa è la premessa di fondo che ci porta a riscoprire l’impegno per l’Europa di Hans-Dietrich Genscher [2], «[…] forse l’uomo politico europeo che con maggiore coerenza ha condotto la battaglia per l’unione politica europea, talvolta anche in contraddizione con parte della coalizione di governo» [3]. Siamo, inoltre, convinti che l’analisi dell’operato di Hans-Dietrich Genscher consenta di giungere a una migliore comprensione sia del legame tra l’unificazione tedesca e l’unificazione europea, sia del ruolo controverso che la Germania ha svolto nel corso della prima crisi jugoslava.


Il saggio si articola in successivi paragrafi:

1. L’iniziativa per un «Atto europeo»: un missile a tre stadi

2. La solenne dichiarazione di Stoccarda

3. L’Atto unico europeo

4. Sulla via di Maastricht

5. L’Unione europea e la tesi dello scambio geopolitico

6. La guerra in Jugoslavia e la tesi dell’«unilateralismo» e della «prevaricazione»

Conclusioni


Note

1. J-P. Fitoussi, La Costituzione è stupida, «la Repubblica», 6 giugno 2005; J. Habermas, Soltanto un sogno può salvare l’Europa, «la Repubblica», 9 giugno 2005; G. Quagliariello, Ora esame di coscienza per un’Europa diversa, «il Messaggero», 31 maggio 2005. Anche il premier britannico Tony Blair, che di questa leadership fa parte, sembra condividere questa diagnosi sui mali dell’Europa: «[…] L’altra spiegazione è che la Costituzione sia stata semplicemente il mezzo con il quale la popolazione ha segnalato un’insoddisfazione più vasta e più profonda sulla situazione vigente in Europa. Sono convinto che questa sia la spiegazione corretta. Se le cose stanno così, allora la crisi non interessa le istituzioni, bensì la leadership politica […]». Tratto dal discorso di Tony Blair sulle linee guida del semestre di presidenza britannica tenuto dinanzi al Parlamento europeo il 23 giugno 2005, pubblicato in «il Riformista», 24 giugno 2005.
2. La rilevanza storica di Hans-Dietrich Genscher è ben nota: egli è stato il ministro degli Esteri della Repubblica federale tedesca per diciotto anni consecutivi (1974- 1992), in assoluto, il politico tedesco che per più tempo ha ricoperto quest’incarico nella storia della Bundesrepublik. Nella letteratura specialistica, tuttavia, Genscher è conosciuto per essere stato uno dei protagonisti della Ostpolitik, sin dai tempi dell’«era Brandt» (1969-1974), quando all’epoca era ministro degli Interni, per il suo impegno per una politica europea di distensione e di sicurezza nei rapporti tra Est e Ovest, culminata con l’adozione della Csce nel 1975, e, soprattutto, per il fatto di essere stato uno dei principali artefici o, come è stato definito, «il grande tessitore» (Bertini e Missiroli 1994, p. 110) della riunificazione tedesca; relativamente poca risonanza (soprattutto fuori dalla Germania) ha avuto, invece, lo straordinario contributo che Genscher ha saputo dare al processo di integrazione europea negli anni che lo hanno visto protagonista della politica estera tedesca. Sul tema si segnala, in particolare, il contributo di H.W. Lautenschläger, «Auf dem Wege zur Einheit Europas: ein Jahrzehnt entscheidendender Weichenstellungen europäischer Integrationspolitik (1983-1992)», in H-D. Lucas, Genscher, Deutschland und Europa, Nomos-Verlag, Baden Baden 2002. Per quanto riguarda la letteratura italiana, si veda G.E. Rusconi, Germania Italia Europa. Dallo stato di potenza alla potenza «civile», Einaudi, Torino 2003 e, in particolare, i capitoli XI, XII e XIII.
3. Cfr. B. Olivi, L’Europa difficile, il Mulino, Bologna 2001, p. 223.