Ventunesimo Secolo
Rivista di studi sulle transizioni

Editoriale

Samuel Huntington nel 1991, alla vigilia del collasso dell’Unione Sovietica, pubblicò La terza ondata. I processi di democratizzazione alla fine del XX secolo (trad. it. Il Mulino, 1995): un libro che ha avuto una larga eco ed una notevole influenza sugli studi. Esso ha identificato la transizione verso la democrazia dei regimi autoritari dell’Europa meridionale e dell’America Latina come il più rilevante trend storico degli anni Settanta e Ottanta. Huntington, scrivendo agli inizi degli anni Novanta, prevedeva che tale processo si sarebbe ancora più rafforzato a causa della fine del comunismo in Europa e della correlata esplosione dell’Unione Sovietica.

A poco più di dieci anni dalla caduta del muro di Berlino, possiamo affermare che la sua previsione è stata in larga parte smentita dal corso degli eventi storici. Pur utilizzando parametri ispirati dall’ottimismo della volontà, non si può fare a meno di rilevare che dei 28 vecchi o nuovi Stati fuoriusciti dal comunismo, non più di 8 possono ritenersi approdati con certezza a regimi liberal-democratici. La maggioranza dei restanti sono stati conquistati da regimi autoritari ed altri si trovano in mezzo al guado, sospesi tra autoritarismo e democrazia. Non casualmente, il politologo americano Michael McFaul, sintetizzando questo stato di fatto, ha suggerito che la formula La quarta ondata di democrazia e dittatura («World Politics», gennaio 2002) può descrivere meglio gli incerti esiti della fuoriuscita dal sistema sovietico, individuando la differenza fra transizione democratica e transizione postcomunista nel fatto che in quest’ultima il processo di democratizzazione non riesce a consolidarsi, ripiegando spesso verso forme di autoritarismo.

Si pone a questo punto un quesito: per quale ragione alcuni Stati che hanno abbandonato il regime comunista sono giunti a esiti liberaldemocratici, altri si sono rifugiati in forme differenti di dittatura ed altri ancora pencolano tra autoritarismo e democrazia senza raggiungere un consolidamento? Gli articoli della parte monografica di questo numero di «Ventunesimo Secolo» tentano di fornire una risposta, analizzando le tremende difficoltà incontrate sulla via della democratizzazione da tutti i paesi ex comunisti e, ovviamente, in primo luogo dalla Russia, che ha rappresentato il centro della costruzione del “socialismo reale”. Questi scritti, in primo luogo, forniscono l’empirica conferma del fatto che un’economia di mercato può essere distrutta e rimpiazzata da un sistema a pianificazione centralizzata nel volgere di pochi anni ma, di contro, l’obiettivo di ricostruire un mercato funzionante nella cornice di uno stato di diritto richiede lo sforzo almeno di una generazione. Fanno emergere, quindi, i due elementi che maggiormente differenziano la terza dalla cosiddetta quarta ondata e che, per questo, meritano un’attenzione particolare.

Nei decenni Settanta e Ottanta, i processi di democratizzazione avvennero quasi sempre attraverso transizioni di tipo pattizio, delle quali il caso spagnolo può considerarsi l’idealtipo. In questa specie di transizioni il potere, in una prima fase, è passato di mano senza rotture traumatiche, attraverso un accordo politico ed istituzionale tra i sostenitori dei vecchi regimi autoritari e i loro oppositori. Cosicché, quando Huntington afferma che la negoziazione ed il compromesso tra élites ha rappresentato il punto focale della democratizzazione della terza ondata, lega ad un percorso tipico le differenti soluzioni nella distribuzione del potere alle quali si è giunti nei diversi paesi in via di transizione, favorendo l’istituzionalizzazione del principio democratico dei pesi e contrappesi. Le transizioni post-comuniste degli anni Novanta, invece, si sono verificate in contesti nei quali i precedenti regimi comunisti avevano distrutto le rispettive società civili (con l’eccezione parziale dei casi polacco, cecoslovacco ed ungherese, laddove erano sopravvissuti ambiti seppur minimi di autonomia). Proprio per questo, il ruolo delle élites democratiche che avevano fatto proprio e sedimentato il modello occidentale è risultato non soltanto importante, ma addirittura essenziale. Esse, laddove esistevano, hanno dovuto gestire “il monopolio” della transizione, senza possibilità di trovare accordi o compromessi con élites preesistenti. Questo aiuta a capire perché l’esito democratico sia stato possibile soltanto laddove queste classi dirigenti occidentalizzate, erano sufficientemente radicate socialmente ed attrezzate politicamente.

L’altra grande differenza tra terza e quarta ondata risiede nel ruolo dei partiti all’interno dei sistemi politici, come elemento di consolidamento del regime democratico, che nel contesto degli anni Novanta presenta tratti completamente inediti rispetto al passato. Il saggio di comparazione sul corso dei partiti in Italia ed in Francia nel secondo dopoguerra, riportato in questo numero, spiega come l’importanza politico-istituzionale del partito di massa in Europa fosse già in crisi a partire dagli anni Cinquanta. In tal senso il caso italiano, dove il partito ha mantenuto una sua centralità fino alla fine degli anni Settanta, va considerata un’assoluta eccezione, mantenuta in vita dal combinato disposto tra la mancata modernizzazione del sistema istituzionale e la perdurante presenza di un forte e radicato partito comunista al quale era interdetto, per il peso che i vincoli internazionali esercitavano sulle libere scelte degli elettori, l’accesso all’area del governo. Nondimeno, la caduta del comunismo ha comportato una rilevante accelerazione del declino dei partiti. Dopo il 1989 il rafforzarsi dei processi d’integrazione su scala mondiale; l’affievolirsi del ruolo degli stati nazionali; la riformulazione dei conflitti e dei principali cleavages che hanno assunto una portata sovranazionale, sono stati tutti fenomeni che hanno contribuito a privare il partito della capacità di mobilitazione e della forza di identificazione che esso aveva posseduto in tutte le altre fasi di transizione a partire dal secondo dopoguerra. Conseguentemente, la costruzione di sistemi democratici nelle società in transizione non si è risolta nella pur necessaria emersione di un sistema partito pluralistico. A differenza del passato, questa dinamica è risultata una condizione necessaria, ma non pure una condizione sufficiente al consolidamento della democrazia.

Michael Mandelbaum, membro dell’American Council on Foreign Relations, in un recente libro dal titolo emblematico, The Ideas That Conquered the World: Peace, Democracy, and Free Markets in the Twenty-first Century (Pubblic Affairs, New York 2002), ha sostenuto che le forme più efficienti di organizzazione politica debbano oggi saper sfruttare la forza di attrazione globale di idee quali la pace, il controllo degli armamenti, il libero mercato, la democrazia. D’altro canto, l’importanza del ruolo dell’Occidente nella promozione e nel sostegno di nuove e spesso traballanti democrazie è confermato proprio dall’andamento delle transizioni postcomuniste. Giorgio La Malfa nel suo saggio, non certo casualmente ammonisce come l’estensione ad est dell’Unione Europea dovrebbe essere considerata non soltanto in termini economici ma soprattutto come estensione dei principi della pace e della democrazia in luogo delle regole delle precedenti società comuniste.

Dal loro canto, Daniel Pipes, Fiamma Nirenstein e gli altri autori che, in questo numero, affrontano il problema mediorientale, analizzando i tratti caratteristici del terrorismo internazionale hanno evidenziato come esso poggi, più che sulla prospettiva di una guerra di religione o di un conflitto tra le civiltà, sul combinarsi di radicalismi pseudoreligiosi con la potenza di regimi autoritari. Per questo, la via per contrastare il fenomeno non può essere quella di rimpiazzare sistemi dittatoriali in rotta di collisione con l’Occidente con dittature ritenute, presumibilmente, più affidabili. La strada, piuttosto, deve essere quella di appoggiare la diffusione della modernizzazione e della democrazia in quella parte del mondo arabo attualmente dominata da regimi antidemocratici. La lunga resistenza nei confronti del totalitarismo sovietico ha già dimostrato come l’Occidente nella lotta contro il terrorismo possa prevalere solo combinando gli effetti di una politica di contenimento e deterrenza con un’opera di diffusione delle libertà, soprattutto nel settore dei mass-media, di emancipazione delle donne e di educazione. Immaginare quest’itinerario per giungere ad una progressiva e graduale modernizzazione del mondo arabo significa certamente concepire un progetto di lunga scadenza. D’altro canto, la storia ci ha ammaestrato che per i regimi liberaldemocratici combattere la povertà, l’ignoranza e la repressione nel mondo è anche il modo più sicuro per proteggere sé stessi dalle terrorizzanti conseguenze della disperazione. Ed oggi in Medio Oriente, in particolare, anche dalla rabbia devastante di fanatici suicidi.

di Gaetano Quagliariello e Victor Zaslavsky