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Stalin, la consapevolezza storica e l'ItaliaRiprendiamo la polemica generata dalla mancata pubblicazione del libro di Luciano Canfora in Germania, La Democrazia. Storia di un’ideologia. Alcuni hanno ritenuto questo un atto di censura, altri il risultato obbligatorio della consapevolezza sul ventesimo secolo alla quale la ricerca storica è pervenuta... Se si fa finta di non vedere censure e manette per l'intellettuale nemicodi Pierluigi Battista Ma è così difficile attenersi al principio in base al quale sul piano delle idee bisogna pubblicare tutto e censurare niente? Aveva ragione Cioran a sostenere che la tolleranza liberale ha un che di irrimediabilmente esangue e insipido perché contrasta gli imperativi dell' istinto profondo, dell' incoercibile pulsione a far tacere il nemico e tappargli la bocca? L' atmosfera non è tra le più limpide se persino un intellettuale mite ma risoluto come Victor Zaslavskj, un perseguitato del totalitarismo sovietico, uno studioso che ha accumulato documenti inoppugnabili per smentire la leggenda autoconsolatoria di un Pci sostanzialmente immune dal morbo stalinista, gioisce sul Corriere della Sera perché un importante editore tedesco ha deciso di non pubblicare un libro di Luciano Canfora. Fatta salva l' ovvia autonomia di un editore libero di inserire nel suo catalogo ciò che più gli aggrada, criticato tutto il criticabile delle tesi di Canfora, non resta forse il senso di disagio per un libro che non esce, per un' argomentazione che non può essere discussa, per un' idea che non può farsi conoscere, apprezzare o anche demolire? Perché complimentarsi per una censura? E' così complicato essere liberali e tolleranti con le idee anche dei più irriducibili nemici? Una ragnatela di divieti, intimidazioni, ingiunzioni, censure sembra imprigionare la vita intellettuale europea. In Francia uno studioso tra i più seri come Alain Finkielkraut è costretto a fare pubblica abiura di una sua intervista rilasciata al giornale israeliano Haaretz dopo aver suscitato lo sdegno scandalizzato di Le Monde. Il «Movimento contro il razzismo e per l' amicizia tra i popoli», lo stesso che aveva invocato il carcere per Michel Houellebecq e Oriana Fallaci, ha minacciato di trascinare Finkielkraut in tribunale per «incitamento all' odio razziale». Una sciocchezza proterva, ma pedagogicamente efficace, un poderoso incentivo al silenzio e all' autocensura: perché in futuro rischiare le manette per un' idea capace di innescare una persecuzione giudiziaria? In Croazia, Pedrag Matvejevic è stato condannato a cinque anni di galera, colpevole di aver «ingiuriato e diffamato» (cioè criticato, culturalmente deplorato) gli intellettuali dell' ex Jugoslavia che hanno incendiato con i loro scritti quel Paese martoriato e martirizzato. In Turchia lo scrittore Orhan Pamuk (conosciuto in Italia per i suoi scritti pubblicati da Einaudi: ma quanti collaboratori einaudiani hanno protestato?) è stato incarcerato e ha subìto maltrattamenti feroci per aver osato ricordare il genocidio del popolo armeno, cancellato per legge dai ricordi della nazione turca. Intellettuali diversi tra loro, che scrivono e discutono in contesti culturali talvolta imparagonabilmente differenti. Possono farsi paladini di battaglie detestabili, persino odiose, ma questa circostanza non dovrebbe impedirci che il ricorso facile alla via giudiziaria come modalità consueta nella risoluzione delle controversie culturali e storiografiche. Molto è stato detto sull' inopportunità di arrestare David Irving, il negazionista che spende la sua vita a cercare di dimostrare l' indimostrabile, e cioè che i campi di sterminio nazisti non siano esistiti. Ma come ha notato Paolo Valentino sulle colonne di questo giornale, l' autorità giudiziaria austriaca ha negato la libertà provvisoria per Irving, adducendo a suo sfavore la possibilità di «reiterare il reato». Ma in questo caso cosa sarebbe mai la reiterazione del reato, se non la «reiterata» pubblicazione di libri e di articoli? Pubblicare sempre, censurare mai: è davvero impossibile, troppo semplicistico e superficiale, attenersi a questa regola, possibilmente non a giorni alterni? (Corriere della Sera, 28 novembre 2005) |
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