Ventunesimo Secolo
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Assolvere Stalin, negazionismo all'italiana

di Sergio Luzzatto


Esplosi a pochi giorni di distanza l' uno dall' altro, i «casi» dei due storici David Irving, arrestato in Austria per il reato di negazionismo della Shoah, e Luciano Canfora, non pubblicato in Germania per avere ridimensionato i crimini dello stalinismo, si prestano bene a una riflessione congiunta (vedi Corriere, 22 novembre). E ciò a dispetto del fatto che Irving sia ormai uno storico ampiamente screditato, mentre Canfora goda tuttora di un prestigio tanto diffuso quanto motivato. Trattare insieme i due casi consente anzitutto di meglio definire il problema dell' opportunità o meno di ammanettare gli storici. La sola idea che in alcuni Paesi dell' Est europeo Canfora stesso potrebbe venire arrestato, per quanto sostiene in materia di stalinismo, appare talmente ridicola da gettare una luce inquietante sul principio generale di una qualunque limitazione alla libertà di espressione (e tanto più se la si coniuga al passato, intorno a eventi vecchi di decenni). Per quanto disgustose risultino le sue pagine di pseudostoria, neppure David Irving avrebbe dovuto trascorrere foss' anche una sola notte dietro le sbarre di una galera. Ma trattare congiuntamente il caso Irving e il caso Canfora presenta un ulteriore vantaggio: consente di porre la vexata quaestio dei rapporti fra i giudici e gli storici in una prospettiva all' apparenza paradossale, in realtà corretta e, forse, necessaria. Immaginiamo dunque che Canfora possa cadere nell' errore compiuto a suo tempo da Irving medesimo, quando denunciò per diffamazione la storica americana Deborah Lipstadt, che gli aveva dato del nazista. Com' è noto, Irving perse rovinosamente il relativo processo, tenutosi a Londra nel 2000. Processo che rappresentò, quello sì, un' autentica vittoria del diritto e una genuina rivincita della storia: perché era stato Irving a ricorrere al giudice, non un giudice a rincorrere lui. Se mai Canfora denunciasse per diffamazione chi gli dà dello stalinista, un ipotetico processo di Roma o di Bari riuscirebbe tutt' altro che inutile. Lo scontro in tribunale fra Irving e Lipstadt marcò un punto di non ritorno nella percezione collettiva della Shoah: fissò i confini di un senso comune storiografico, oltre il quale ogni affermazione contraria andava riconosciuta quale puro delirio. Analogamente, uno scontro in tribunale tra Canfora e i suoi diffamatori (veri o presunti) segnerebbe una svolta nella storia della nostra percezione collettiva del «socialismo reale». Perché uno scrutinio sistematico non solo dei libri di Canfora, ma dei testi e dei discorsi di tanta parte dell' intellighenzia ex, post o neocomunista, rivelerebbe qualcosa come un negazionismo all' italiana: il desolante spettacolo di una sinistra culturale che continua a minimizzare i crimini del comunismo. Per valutare il ritardo accumulato in materia dalla nostra cultura «progressista» gli storici del futuro potranno utilmente prendere in mano un numero di inizio 2005 della rivista MicroMega, dove autorevoli personalità della sinistra erano state interrogate congiuntamente intorno a fatti e misfatti del nazismo e del comunismo. Con rare eccezioni, le loro risposte avevano manovrato un armamentario quasi incredibile di ammissioni e di omissioni, di funambolismi e di eufemismi, di doppi pesi e di doppie misure. In sostanza, avevano intonato la litania secondo cui il nazismo fu sin dall' inizio un' abiezione, mentre il comunismo rappresentò piuttosto una deviazione: insomma il ritornello - tanto politicamente consolante quanto moralmente insufficiente - che addebita ai nazisti tutto l' orrore dei loro fini, ai comunisti soltanto l' orrore dei loro mezzi. Se questo è il senso comune storiografico diffuso ancora oggi nella sinistra italiana, allora l' assurdo paradosso di un «processo Canfora» potrebbe valere da occasione per un esame di coscienza. Qui, non si tratta di entrare nel merito dell' una o dell' altra pagina mancante dal libro La democrazia. Canfora ha certamente ragione nel sostenere che né il patto Molotov-Ribbentrop, né il massacro di Katyn c' entravano per nulla con il suo discorso intorno alla vicenda della democrazia come ideologia. E Beck ha altrettanta ragione nel respingere l' accusa di avere «censurato» Canfora: ci mancherebbe altro, che un editore non potesse rinunciare a pubblicare un libro per il quale pure ha sottoscritto il contratto con un autore! Qui, si tratta di mettere a fuoco una faccenda molto più estesa e molto più grave: la persistente reticenza di tanti ex, post e neocomunisti a proposito del «socialismo reale». Perfino sul Gulag circolano dotte precisazioni, che tengono a distinguerlo dai Lager. Il lavoro forzato nel Gulag - si legge in tanti libri di storia - aveva una valenza «economicistica», di contro allo «spreco» nazista di forza lavoro nelle camere a gas. E poi, lo stalinismo ereditò dallo zarismo l' idea e la pratica del campo di concentramento e del lavoro coatto, mentre il nazismo le produsse in proprio, con l' aggiunta dei campi di sterminio. Tutto esatto, tutto importante. Ma a quando il giorno in cui leggeremo nelle pagine di Canfora, o di altri storici italiani «di sinistra», affermazioni chiare e nette che pure si ritrovano nella migliore storiografia internazionale? Quando li sentiremo dire che il «socialismo reale» produsse una macchina industriale che funzionava precisamente attraverso la morte di massa dei deportati? E quando li vedremo ragionare apertamente sui nessi politici, economici, morali fra il progetto marxista, la teoria leninista, la pratica stalinista?

(Corriere della Sera, 24 novembre 2005)