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Stalin, la consapevolezza storica e l'ItaliaRiprendiamo la polemica generata dalla mancata pubblicazione del libro di Luciano Canfora in Germania, La Democrazia. Storia di un’ideologia. Alcuni hanno ritenuto questo un atto di censura, altri il risultato obbligatorio della consapevolezza sul ventesimo secolo alla quale la ricerca storica è pervenuta... Al direttore de "Il Foglio"di Sergio Soave La discussione sulla figura di Giuseppe Stalin ritorna periodicamente alla ribalta. La più recente occasione è il libro di Luciano Canfora su “La democrazia, storia di un’ideologia”, che l’editore tedesco Beck ha rifiutato di pubblicare perché lo ha ritenuto troppo benevolo nei confronti del dittatore georgiano. In effetti Canfora condivide il nucleo centrale del pensiero di Stalin, quello secondo il quale in Russia, dopo la rivoluzione d’ottobre, si combattè “una guerra civile inin-terrotta condotta con ferocia e senza esclusione di colpi”. Canfora pensa che dopo la vittoria del 1945 quella guerra civile avrebbe dovuto arrestarsi o almeno attenuarsi e critica Stalin per averla invece proseguita ed estesa ai paesi satelliti e che così “nell’ultimo periodo del governo di Stalin furono poste le premesse per larovina del sistema”. La “guerra civile ininterrotta” diventa così la giustificazione dei crimini staliniani, commessi in stato di necessità per impedire la vittoria del “nemico interno”, naturalmente agente dell’imperialismo esterno. Altri storici, quasi tutti gli altri storici, invece sostengono che la guerra civile, dopo il 1925, era un’invenzione propagandistica di Stalin, che se ne servì per liquidare lo stato maggiore bolscevico prima, poi il ceto contadino indipendente, poi gli alti gradi dell’Armata rossa, per ottenere un dominio incontrastato. Il complotto trotzkistazinovieviano espressione dell’imperialismo antisovietico, denunciato da Stalin, aveva lo stesso grado di attendibilità di quello dell’internazionale ebraica evocato da Adolf Hitler. In questo senso, e non solo, non è così insensato il fatto, deplorato da Canfora “che si assimili l’opera di Stalin a quella unicamente nefasta e distruttiva di Hitler”. Una colossale differenza in effetti c’è, ma non riguarda le finalità o i metodi dei due dittatori: consiste nel fatto che Hitler ha perso e Stalin ha vinto. Così Stalin ha potuto a lungo godere della considerazione machiavellica, secondo la quale il fine nobili-ta i mezzi e il buon successo li fa dimenticare. Il fatto che la politica di Stalin abbia avuto successo, infatti, è indubitabile e questa, probabilmente è la ragione delle controversie che continuano a svilupparsi sulla sua figura e sulla sua opera. Su di lui si è realizzata una sorta di capovolgimento della convinzione irenistica e consolatoria secondo la quale “chi ha ra-gione prima o poi vince”, nel suo inverso, “chi vince doveva avere dalla sua almeno qualche buona ragione”. Lo si dice anche perché fa paura considerare l’alternativa a questo “ragionamento”, che obbligherebbe a prendere atto che il terrore spesso è in grado di vincere. Il terrore portò alla vittoria le armate giacobine, indusse il popolo tedesco a resistere fino all’ultimo minuto in una Berlino assediata e senza speranza, impose un’eroica disciplina ai reparti dell’Armata rossa e ai lavoratori delle fabbriche trasferite in Siberia. In tempi più remoti il terrore di Tamerlano e di Gengis Kahn aveva permesso di fondare gli imperi più estesi della storia del mondo. Contrariamente a quel che sostiene Canfora, il terrore non è stata una condizione imposta a Stalin dalla “guerra civile permanente”, ma una lucida ed efficace scelta di governo, premiata alla fine da un esito clamoroso. Questo fatto contrasta con l’opinione diffusa che il dispotismo sia per sua natura votato al fallimento. Questa convinzione equivale, in campo democratico, a quella che, in campo marxista identificava una “freccia della storia” che, attraverso lo “sviluppo delle forze produttive”, avrebbe inevitabilmente portato al superamento della divisione in classi e all’universalismo proletario. Il successo di Stalin contraddice questa visione, come l’affermazione di Hitler nel paese culturalmente e scientificamente più progredito del suo tempo ha falsificato l’illusione positivista che il progresso culturale avrebbe inevitabilmente prodotto una civiltà superiore. A queste obiezioni si risponde, solitamente, che questi sono stati i nefasti effetti delle “ideologie del Novecento”, la nazionalizzazione del proletariato o la proletarizzazione dello Stato, ormai tramontate con la fine della centralità industriale. Con la decolonizzazione, però, sono sorti altri dispotismi, che con le ideologie del Novecento hanno solo rapporti assai superficiali, come si vede nel caso della Cina,o ne hanno di assai tenui, come accade per le dittature africane o per molte di quelleche governano i paesi islamici. Stalin non ha vinto nonostante il dispotismo, ma grazie alla feroce tenacia con cui l’ha perseguito sempre, e questa è la preoccupante lezione storica che ci lascia in eredità. (Il Foglio, 24 novembre 2005) |
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