Ventunesimo Secolo
Rivista di studi sulle transizioni

Editoriale

«Ventunesimo secolo» nasce da un'esperienza concreta, sviluppatasi negli ultimi due anni all'interno del Centro studi sulle transizioni della Luiss «Guido Carli». Coinvolge un gruppo di persone di diversa formazione scientifica, estrazione generazionale e provenienza geografica, che hanno stabilito un rapporto di collaborazione e discussione a partire dalla propria ricerca e dalla comune esigenza di ampliarne i confini attraverso il confronto e la conoscenza di altri ambiti del sapere. Il Centro studi sulle transizioni ha offerto a questi storici, sociologi, economisti e scienziati della politica un luogo d'incontro che, progressivamente, è divenuto parte integrante di una rete scientifica che include altre istituzioni di ricerca italiane ed estere.

Il termine «transizione», che si trova nel nome del Centro e nel sottotitolo della rivista, implica l'idea del mutamento, cioè dell'oggetto d'analisi privilegiato dalle scienze sociali nel loro complesso, e si riconnette alla fisiologia del processo storico. Proprio perché non rimanda a un settore o a un campo di ricerca specifico, richiede necessariamente una definizione precisa dei suoi confini cronologici e geopolitici. L'interesse dei ricercatori che collaborano con il Centro e con la rivista si concentra principalmente sulla ricostruzione e l'analisi dei processi di transizione che hanno caratterizzato la storia europea dal periodo tra le due guerre mondiali ad oggi, in particolare per quel che concerne lo sviluppo, il consolidamento e l'interconnessione di tre fenomeni storici di enorme portata: la democratizzazione, una nuova ondata di costruzione di Stati nazionali e l'integrazione europea.

All'alba del nuovo secolo, possiamo constatare che la democrazia è diventata la modalità di funzionamento dei sistemi politici più diffusa, il che ha posto l'analisi del processo di democratizzazione al centro dell'attenzione delle scienze sociali. Nel periodo tra le due guerre mondiali era parso che potesse affermarsi una tendenza inversa: il crollo di alcuni regimi democratici europei aveva fatto temere l'avvento di un'«era delle tirannie». Né l'esito della seconda guerra mondiale aveva segnato una svolta definitiva: aveva certo determinato lo smantellamento dei regimi totalitari e l'edificazione di democrazie in Germania e Italia, ma contemporaneamente aveva portato al rafforzamento dell'Urss staliniana e all'espansione dei sistemi di tipo sovietico, giunti a governare un terzo della popolazione mondiale. La ripresa decisiva della democratizzazione è cominciata soltanto una generazione fa, con la fine dei regimi autoritari in Portogallo, Spagna e Grecia, ma da allora ha compiuto progressi straordinari. Dopo il 1989 il crollo del blocco comunista, con l'estinzione dei regimi totalitari di tipo sovietico, ha posto fine alla guerra fredda e ha dato un forte impulso alla democratizzazione. La transizione alla democrazia nell'Est europeo si è presentata tuttavia assai complessa per due ragioni fondamentali, interdipendenti tra loro. Da una parte sono emerse difficoltà fisiologiche in paesi nei quali la società civile eradebolissima e la tradizione culturale democratica risultava quasi inesistente o, nel migliore dei casi, era stata spezzata e interrotta per almeno due generazioni. Dall'altra sono esplosi i problemi imprevedibili di una transizione, mai sperimentata prima, dall'economia a pianificazione centrale verso un sistema di mercato. I neonati regimi liberal-democratici, cercando di costruire un nuovo assetto istituzionale, non hanno potuto limitarsi a emulare le consolidate esperienze europee e nordamericane, poiché si sono trovati di fronte compiti, problemi e obiettivi in gran parte inediti. La democratizzazione dell'Europa orientale e dell'ex Unione Sovietica non si è sviluppata in modo scontato, né lineare. Essa ha conosciuto, e tuttora conosce, fasi di difficile assestamento e di ancor più problematico consolidamento. Ha prodotto, e tuttora produce, crisi di rigetto. Ha provocato, e tuttora provoca, tentativi, anche disperati, di resistenza.

Il secondo processo che caratterizza il passaggio tra i due secoli concerne la terza ondata di costruzione degli Stati nazionali nel Novecento. La prima ondata, infatti, si era verificata in seguito alla guerra mondiale del 1914-18, con la dissoluzione dei grandi imperi austro-ungarico, ottomano e russo, accompagnata dal tentativo di edificare un equilibrio fondato sull'idea di nazione e di Stato nazionale. La seconda è venuta dopo la distruzione dei regimi nazifascisti, con l'emergere del mondo bipolare e la divisione dell'Europa, che ha comportato la perdita della sua centralità: tra le conseguenze epocali della seconda guerra mondiale non si può fare a meno di considerare la spinta verso la decolonizzazione e la simultanea diffusione dell’idea nazionale nei paesi extraeuropei. Dopo meno di cinquant'anni, la fine della guerra fredda e il crollo dell'Unione Sovietica hanno portato alla creazione di più di venti nuovi Stati nazionali, quanto mai eterogenei dal punto di vista dei precedenti storici: alcuni di essi, come la Russia, possono vantare un passato imperiale; altri hanno conosciuto una fase d'indipendenza più o meno prolungata; altri ancora si sono organizzati per la prima volta come Stati nazionali sovrani nel decennio scorso. La fine del mondo bipolare, però, ha rinfocolato le identità regionali e alimentato movimenti nazionalisti e separatisti, sfociati di recente addirittura in guerre etniche. La situazione dei Balcani è lì a confermare la persistenza di questi pericoli ed a smentire chi, troppo in fretta, ha sperato di poter chiudere i conti con un secolo dimostratosi meno breve di quanto si fosse ritenuto.

Questa realtà è ulteriormente complicata dal terzo aspetto sul quale si vuole richiamare l'attenzione: l'affermarsi di un processo d'integrazione europea, inedito sia per le dimensioni, che per la portata delle sue soluzioni. La fine della divisione dell'Europa in due blocchi contrapposti sta determinando, tra l'altro, il progressivo scolorirsi della differenza tra Europa occidentale e orientale. D'altro canto, questa aspirazione al rafforzamento dell'omogeneità e la spinta all'allargamento dell'Unione Europea sono carichi di problemi e contraddizioni sempre più evidenti. L'accelerazione del processo di unificazione può portare a crescenti tensioni interne nei paesi che cercano di entrare nella comunità pur trovandosi in una fase di sviluppo notevolmente inferiore. E, al tempo stesso, può provocare nei paesi membri dell'Ue una parallela ostilità di settori importanti dell'opinione pubblica verso l'allargamento dell'Unione.

«Ventunesimo secolo» ha come obiettivo l'analisi dell'interdipendenza fra questi tre grandi fenomeni della transizione europea. Ciò determina anche il carattere della rivista, che vuole essere aperta a contributi internazionali, multidisciplinare, con una spiccata propensione alla comparazione. Non per questo, però, i redattori intendono dimenticare che «Ventunesimo secolo» esce in Italia e si rivolge innanzitutto a lettori italiani. Anche perché lo studio del caso italiano, all'interno del contesto fin qui descritto, è in grado d'illustrare meglio di altri i problemi storici con i quali il processo di democratizzazione si è dovuto confrontare, non meno delle sue sfide odierne. Esso consente di riconsiderare il passaggio dal ventennio fascista al sistema democratico; le questioni connesse alla collocazione geopolitica del paese all'interno del mondo bipolare; i limiti imposti alla costruzione e allo sviluppo degli istituti democratici da una realtà di forte polarizzazione politica; le tensioni connesse all'emersione di un'esigenza identitaria, a cospetto di un più incisivo processo d'integrazione sovranazionale.

Tutti questi percorsi di ricerca possono oggi avvalersi di risorse nuove e più ampie rispetto al passato. La fine della guerra fredda e l'apertura di archivi rimasti a lungo inaccessibili – innanzitutto quelli dell'ex Unione Sovietica – rappresentano una sfida per la storiografia: sia per quel che concerne la sua capacità di revisionare vecchie conclusioni alla luce di nuove fonti; sia per quanto si riferisce alla capacità di superare le passioni ideologiche che hanno segnato in profondità la seconda metà del Novecento e che, inevitabilmente, si sono riflesse nel campo degli studi.

«Ventunesimo secolo» non intende eludere queste sfide. Quanti vi lavorano sono convinti che nei momenti di grande trasformazione sia necessario mettere in discussione i paradigmi più consolidati e la ricerca debba ampliare i propri orizzonti, perché solo in tal modo si può contribuire alla comprensione del presente e fornire un apporto alla soluzione dei suoi problemi.

di Gaetano Quagliariello e Victor Zaslavsky