Ventunesimo Secolo
Rivista di studi sulle transizioni

La crisi della cultura liberale in Italia nel primo ventennio repubblicano

1. Nell’articolo di congedo dai lettori del «Mondo», Mario Pannunzio tornava a porsi (e a porre) la domanda che «tante volte in questi lunghi anni, quando le cose sembravano più buie e aggrovigliate» era stata formulata sulle pagine del suo settimanale:

Come mai correnti di ispirazione liberale e democratica, fedeli a una tradizione di pensiero di grande nobiltà, che trae le sue origini dal sorgere dell’Italia moderna e che ha avuto maestri come Cavour, Mazzini, Benedetto Croce, Gaetano Salvemini, Giovanni Amendola, hanno trovato e trovano così poca udienza nel nostro paese e insieme una così unanime, agguerrita ostilità da renderle simili a pattuglie isolate di frontiera, quasi separate dal tessuto vitale della nazione? La pressione di enormi masse che votano per i cattolici, per i comunisti e perfino per i monarchici e i fascisti impone con la forza del numero ideali e concezioni politiche, culturali e morali, lontane, bisogna pur dirlo, dal mondo moderno. Parlano le cifre. Su un elettorato di trenta milioni di individui, ventidue milioni di voti vanno a partiti diciamo così indigeni che, ad esempio, in Inghilterra, in America, in Scandinavia in pratica neppure esistono.

Il direttore del «Mondo» registrava esplicitamente lo stato di minoranza e di emarginazione della cultura a cui apparteneva, lo collegava immediatamente con una determinata situazione politica (l’esistenza di grandi partiti di massa portatori di subculture tanto radicate nella storia italiana, quanto estranee ai paesi occidentali più progrediti), ma avvertiva anche che questi caratteri «originari» della storia repubblicana avevano subito un ulteriore deterioramento nel clima degli anni Sessanta, che a Pannunzio sembrava lontanissimo dalla «cultura politica che negli anni della Resistenza aveva dato grandi esempi di intransigenza morale e di vigore intellettuale»: con una punta di gobettismo (insolito in lui), stigmatizzava il «linguaggio disossato, enigmatico, conciliante [che] invade giornali, convegni, riviste e comizi», la diffusione di una cultura permeata di sociologia, il clima di dialogo postconciliare fra cattolici e marxisti (il «dialogo esistenziale tra mistici e materialisti»[1]). In quella sede (e del tutto legittimamente all’interno di una «retorica» di congedo), Pannunzio intrecciava dunque un abbozzo di analisi storica a qualche recriminazione e insieme ad accenti nostalgici, che non sono mancati – bisogna dirlo – nemmeno in successive ricostruzioni più propriamente storiografiche, ma che risultano di scarsa utilità in un’indagine che ricerchi le cause complesse di quella situazione. La fine del «Mondo», infatti, era sintomo di una vicenda più generale: la sua crisi non derivava dalla dimensione minoritaria del pubblico a cui si rivolgeva (che era sempre stato sostanzialmente elitario), ma dal fatto che la cultura, di cui si faceva portatore, sembrava non trovare più una corrispondenza, un aggancio nella realtà di quegli anni, quasi avesse smorzato la sua capacità analitica e la sua forza aggregante. Due, quindi, sono i problemi, connessi ma distinti, che deve affrontare chi analizza la parabola della cultura liberale del primo ventennio dell’Italia repubblicana: quello della situazione di minoranza in cui venne a trovarsi all’indomani della liberazione, situazione per molti aspetti inattesa per non pochi dei suoi protagonisti, ma che non le impedì di svolgere un ruolo di notevole rilievo fin verso il 1960, e l’altro della grave impasse in cui si trovò nel decennio successivo, che la ridusse a una pressoché completa paralisi alla vigilia del 1968.

(continua)


Note

1. M. Pannunzio, Ai lettori, «Il Mondo», 8 marzo 1966, p. 1.