Ventunesimo Secolo
Rivista di studi sulle transizioni

Editoriale


È ancora presto per tracciare un bilancio del centocinquantenario dell’Unità d’Italia. Questo numero di Ventunesimo Secolo, tuttavia, vede la luce alla fine del 2011: partecipa, dunque, ancora delle celebrazioni ma risponde anche ad alcune impressioni sedimentatasi col trascorrere dei mesi, che analisi più approfondite giungeranno a confermare, correggere o smentire.

L’impressione preminente dalla quale si è preso spunto nell’ideazione del numero della rivista è che, per quanto riguarda quest’anno di celebrazioni, da un fenomeno negativo siano scaturite delle conseguenze positive.

Il fenomeno negativo è costituito dalle polemiche sull’opportunità di commemorare il 150° anniversario dell’Unità e da un radicale e acritico revisionismo antirisorgimentale che ha caratterizzato molta recente saggistica e al quale non si è sottratta nemmeno la grande stampa. In conseguenza di questa situazione si è risposto con numerose manifestazioni ufficiali, sia a livello locale che nazionale le quali, in qualche caso possono aver assunto un carattere più celebrativo che di rigorosa ricostruzione storica. Sia chiaro: nessuno pretende che delle celebrazioni pubbliche che coinvolgono istituzioni e partiti possano mantenersi impermeabili rispetto al clima politico contingente. È sembrato però che, in questo caso, il tasso di strumentalizzazione abbia superato la soglia della sopportabilità, essenzialmente per mettere in difficoltà lo schieramento governativo e fare esplodere una presunta contraddizione tra la radice nazionale del più grande partito della maggioranza e un residuo anti-unitario e anti-meridionale ancora presente nella Lega  Nord. Su questa trincea una cultura a lungo egemone, in ambito storiografico e non solo, è stata disposta a dismettere antichi giudizi e radicati pregiudizi sui presunti limiti congeniti del processo unitario e lo ha fatto in maniera improvvisa e acritica rendendo scontato, a livello del senso comune, ciò che in questi 150 anni scontato non è stato affatto.

Questo fenomeno negativo ha rinnovato la subordinazione dei processi culturali alla politica, con conseguente affievolimento della sfera di autonomia dei primi. Da esso, però, in questo caso, sono derivate delle buone conseguenze. Lo spirito nazionale si è mostrato assai più vivo di quanto fosse lecito immaginare. E a livello di eventi pubblici alcuni, come il Te Deum celebrato nella Basilica di Santa Maria degli Angeli e la riunione delle Camere congiunte aMontecitorio, per il loro significato simbolico non meno che per i loro contenuti, resteranno pietre miliari della nostra vicenda nazionale. Questo quadro sintetico di come sia stato vissuto l’anniversario suscita alcuni interrogativi: è possibile recuperare la scia positiva delle celebrazioni e insieme evitare quell’effetto paradossalmente distorsivo per il quale il nostro Risorgimento, a lungo ritenuto all’origine di tutti i mali della Nazione, si ritrovi improvvisamente assolto in contumacia? Ed è possibile evitare l’ulteriore paradosso per il quale quella parte di storiografia che a lungo ha difeso il Risorgimento da posizioni minoritarie, sul proprio versante si veda surclassata da un inedito revisionismo “di destra” che tende a occupare il vuoto lasciato da padri ed epigoni di quella che Rosario Romeo definì “la storiografia della disfatta”?

Rispondendo positivamente ad entrambi questi quesiti, Ventunesimo Secolo ha inteso dare un piccolo contributo a quanti ritengono che la complessità della storia non debba inchinarsi alle contingenti necessità della politica e che la ricostruzione dei processi storici incontri sulla sua strada dei problemi ai quali l’interprete cerca delle soluzioni sulla base dei documenti, non preoccupandosi affatto che queste siano o meno delle “revisioni”.

In tale spirito questo numero della rivista propone quattro nodi critici del processo risorgimentale, indagati da una angolatura affatto pregiudiziale. Una più precisa e dettagliata nota bibliografica di Fabio Grassi Orsini, che segue e integra quest’editoriale, consente qui di soffermarsi solo sull’essenziale.

Il primo articolo, attraverso una ricognizione minuziosa delle fonti, intende liberare il concetto di popolo che sottende e precede l’edificazione della Nazione da opposti estremismi: dall’idea che esso venga definito unicamente da materiali identitari immobili nella loro definizione e da quella, per certi versi ancora più insidiosa, che esso si forgi esclusivamente nel crogiuolo della lotta rivoluzionaria. Questo articolo, di contro, mostra bene come il radicarsi di una coscienza nazionale in un popolo sia il risultato di processi assai spesso non voluti, ancor più spesso contradditori, nutriti da radici antiche ma che sono alla costante ricerca di sempre nuova linfa vitale. Se la Nazione è un plebiscito che si rinnova ogni giorno, anche per questo la sua identità tende a sfuggire da definizioni aprioristiche: va dinamicamente compresa assai più che catalogata.

Il secondo grande snodo che questo numero propone è quello della dimensione internazionale nella quale si è calato il Risorgimento italiano: l’aspetto che più fa comprendere perché esso infine determinò la centralità di Casa Savoia. Per giungere a questa conclusione e considerare in tutto il suo significato la costruzione politico-istituzionale che prima D’Azeglio e poi Cavour seppero assicurare alla Monarchia Sabauda, è necessario prendere in considerazione un contesto più ampio: quello nel quale le “grandi potenze” ottocentesche si scontravano per determinare gli equilibri dinamici di un mondo che stava vivendo una lunga stagione di stabilità sostanziale. Solo ripercorrendo il “grande gioco” che per gran parte del XIX secolo vide Russia e Inghilterra competere in una silente contrapposizione, che dai territori del Caucaso si spingeva verso il Mediterraneo; e solo considerando la progressiva perdita di coesione dell’Impero asburgico che per i suoi presupposti rimanda agli affascinanti affreschi che Milos Crnjanski ci offre in Migrazioni, si potrà compiutamente comprendere lo spazio a disposizione per la nascita di una Nazione italiana, e come una classe dirigente in grado di leggere questi scenari riuscì ad occuparlo.

Queste analisi rimandano a Cavour, certamente il maggiore nella schiera dei nostri national builders, e certamente il più sacrificato nel Pantheon dei Padri della Patria. Il contributo che su di lui si propone - il terzo articolo della sezione monografica affronta alcuni aspetti politico-istituzionali della sua azione di governo ed in primo luogo il tentativo di costituire un “grande partito liberale”, anzi una “maggioranza funzionante” ed una riforma del sistema dei partiti. Quest’approfondimento mostra come il concentrarsi di Cavour sui problemi interni non abbia avuto nulla di provinciale, ma fosse il prodotto di un’ampia apertura verso la cultura politica internazionale dalla quale il Conte, al riparo dall’ideologia, seppe selezionare per il giovane Stato unitario risposte che componevano il rispetto indefettibile di pochi “fondamentali” con una massiccia dose di empiria. Cavour, nelle pagine dell’articolo in questione, veste i panni del capostipite di una wiggherie tutta italiana che avrebbe potuto assicurare uno stabile governo moderato al Paese, se gli eventi storici (a iniziare dalla sua morte precoce), congiurando con le contraddizioni politiche e culturali insite nello stesso processo unitario, non si fossero prese il carico di sconfiggere questo esito.

La più grande di queste aporie è senz’altro costituita dalla questione cattolica, oggetto del quarto articolo. Si parte dalla scontata ma spesso sottovalutata considerazione del fatto che l’Italia fu l’unico grande Stato unitario a formarsi contro la Chiesa e da qui si cerca di ripercorrere le tappe che condussero fino al Concordato e ai Patti Lateranensi: scansioni lette non come i capitoli di una insanabile lotta ideologica tra Stato e Chiesa improvvisamente dismessa all’ombra del regime bensì come il complesso e spesso contraddittorio processo d’integrazione delle masse, cattoliche e non solo cattoliche, nella vita di uno Stato che ai suoi esordi, per ragioni di sopravvivenza, aveva dovuto fare a meno di una base popolare sufficientemente ampia.

Dalla considerazione d’insieme dei quattro contributi deriva una conclusione che i due saggi storiografici che integrano e completano la sezione monografica giungono a confermare: le fonti del processo risorgimentale, nei loro riferimenti culturali, simbolici così come nei miti che seppero suscitare, sono state tutt’altro che unitarie o anche solo convergenti. E questa non è stata l’ultima delle ragioni della debolezza di una nazione che, nel corso dei suoi centocinquant’anni di vita, sovente appare sospesa tra l’empirica necessità di consolidarsi e la tentazione di spingersi in avventure che potessero romanticamente ricollegarla a mitici presupposti pre-statuali. In questo contesto, a maggior ragione, alla storiografia spetta il compito di non dismettere mai una divisa critica; di non cedere alle lusinghe di chi, magari per contingente interesse, agitando in modo improvviso quanto ammiccante il drappo della storia condivisa, potrebbe spingere a credere che alla storia - o anche più modestamente a una storia, come quella dei centocinquant’anni italiani -, si possa scrivere la parola fine.