Ventunesimo Secolo
Rivista di studi sulle transizioni

Editoriale

Non è un numero sul Sessantotto. E neppure una rivalutazione in chiave ideologica di quanti si sono opposti alla sua santificazione. È, piuttosto, un numero che pone alcuni problemi sulla storia dell’Italia repubblicana che fin qui sono stati sottovalutati, o peggio saltati a piè pari.

Leggendo i saggi su coloro che da angoli visuali differenti e con posizioni diverse hanno criticato «l’anno santo» − Gabrio Lombardi, Renzo De Felice, Luigi Giussani, Rosario Assunto, Nicola Matteucci e Panfilo Gentile, Gianni Baget Bozzo, Augusto Del Noce e Nicola Chiaromonte − si comprende infatti la specificità italiana di quell’evento che anticipò, per la sua portata mondiale, la globalizzazione. Tale specificità può essere colta su due versanti convergenti. Il primo concerne le radici stesse della storia repubblicana e investe appieno il problema del fascismo e poi della stagione centrista. Non è un caso che quasi tutti i protagonisti di questa contro-storia, primo fra tutti Renzo De Felice, muovano nelle loro analisi da una contestazione della «vulgata» antifascista. Essa appare loro insufficiente, non in grado di assurgere a religione civile del nuovo Stato. Soprattutto, non idonea a dare risposte ai problemi posti dalla modernità, al cospetto dei quali l’antifascismo rischia di scadere a pura retorica.

Contro questa deriva essi propongono il terreno della storia, dell’indagine e della comprensione. E soprattutto si confrontano con il pericolo centrista − quello dell’Italia degasperiana, per intenderci − senza sufficienze ed alterigie, individuandovi il tentativo di uscir fuori da una fase di estrema difficoltà per il Paese, garantendo l’evoluzione di quella Italia che la guerra aveva lasciato distrutta e ancora prevalentemente contadina verso l’innesco del boom economico.

Non tutti danno il medesimo giudizio su quegli anni. Lo si comprende appieno leggendo le biografie parallele di Panfilo Gentile e Nicola Matteucci che Stefano De Luca ci propone. Alcuni, come Gentile, ritenevano che quel periodo andasse preservato per timore di una involuzione burocratica e statalista; altri, come Matteucci, giudicarono positivamente il tentativo di apertura a sinistra. Per tutti, però, non esisteva alcuna legge positivistica in virtù della quale il sistema dovesse obbligatoriamente evolversi ed evolvere verso il recupero, seppure parziale, di quella unità tra masse cattoliche, socialiste e comuniste che era stata l’architrave della stagione antifascista e resistenziale e che la guerra fredda era poi giunta a mettere in crisi.

Su un piano diverso, ma strettamente intersecato con quello della lettura storica (fino a che punto intersecato lo si comprende bene attraverso la lettura dell’articolo dedicato ad Augusto Del Noce), si pone la riflessione sul ruolo della Chiesa e della religione nel processo di modernizzazione del Paese. In tanti tra i critici del Sessantotto, infatti, ritenevano insufficiente la lettura in chiave di «rottura» della stagione conciliare. Temevano che lungo questa deriva si sarebbe giunti ad una progressiva ideologizzazione delle ragioni della fede trasformandole in elementi di una sociologia tutta mondana che, alla lunga, ne avrebbe determinato lo smarrimento.

Quel che stupisce è che le ragioni al fondo di tale analisi non siano classificabili come confessionali, e tanto meno come integraliste. Piuttosto, l’opposizione a questa tendenza, anch’essa sostenuta da una lettura teologica ed evoluzionistica che tende a considerare inevitabile il processo di secolarizzazione, mira a recuperare spazi di laicità e di contatto con i laici, proprio partendo dalla distinzione tra le ragioni della fede e quelle della politica: tentativo questo, che solo più tardi il referendum sul divorzio sarebbe giunto ad annullare.

Proprio queste convergenti letture sulle insufficienze storiche della stagione repubblicana e del suo impianto portarono la quasi totalità di coloro che in questo numero vengono studiati in quanto critici del Sessantotto a manifestare nei suoi confronti, in un primo tempo, un atteggiamento niente affatto di chiusura. Si andava dall’apprezzamento aperto verso le ragioni del movimento, lette come positiva reazione al troppo asfittico impianto culturale dell’Italia repubblicana, fino all’attiva curiosità. Ma si farebbe fatica a scorgere nelle analisi contenute in questo numero condanne aprioristiche e immediate. Semmai, il giudizio negativo viene a posteriori. Di fronte alla involuzione del movimento, alla sua ideologizzazione, al tentativo di condannare l’Italia ufficiale in nome dell’ideologia piuttosto che della cultura politica.

È a questo punto che i protagonisti dei saggi che seguono possono annoverarsi tutti in una minoranza politica-culturale che ha partecipato con lealtà alla vicenda dell’Italia repubblicana segnalandone però i limiti e le insufficienze. Oggi molte delle ragioni delle loro critiche appaiono superate in quanto recepite e metabolizzate dalla cultura ufficiale. Il fascismo è da tempo divenuto argomento di studio e non solo di propaganda, ed è persino possibile che la televisione di Stato ospiti prodotti estranei a quella che De Felice chiamò la «vulgata». La figura di De Gasperi è stata rivalutata, non più indicata nei manuali scolastici come quella di un servo degli americani, e il centrismo è stato oggetto di indagini autonome e non è più considerato solo come il prodromo di una necessaria e inevitabile apertura a sinistra. E all’alba del terzo millennio, almeno nel campo delle scienze sociali, in pochi sottoscriverebbero l’antica predizione di una ineluttabile secolarizzazione della società, con conseguente perdita di ruolo delle religioni. Fino al punto che, forse, qualcuno in più è oggi disponibile a scommettere sulla diagnosi tocquevilliana per la quale la democrazia, ancor più in mancanza di ideologie, ha bisogno di fedi e passioni forti per non svanire in un nichilistico relativismo.

Se dunque tutto ciò alla fine è passato, resta però la sensazione che le ragioni di questa minoranza informino ancora poco le letture e le interpretazioni complessive della storia dell’Italia repubblicana. È come se la legittimazione delle differenti tesi fosse avvenuta in compartimenti stagni: ognuno per l’ambito specifico che investe. E invece, dalla lettura di questo numero monografico si evince il filo comune che ha legato le analisi sul Sessantotto di coloro i quali, a tempo debito, non si sono prostrati alla sua deificazione.

Questi saggi segnalano spunti, temi, ipotesi che meritano di essere approfonditi e valorizzati in un contesto unitario. Potrebbero consentire letture più mature della fase repubblicana almeno fino al 1994. E anche la comprensione del retroterra di alcune problematiche politico-culturali estremamente attuali, che i cultori acritici del Sessantotto non saprebbero spiegare e con le quali forse non accetterebbero neppure di confrontarsi.