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Grazie Victor
Un ricordo di Victor Zaslavskydi Pietro Grilli di Cortona (Università “Roma Tre”) Il presente testo è stato letto in occasione del convegno tenutosi presso la Fondazione Europea Dragan di Roma martedì 23 febbraio 2010, avente per titolo “Testimoni e protagonisti credibili per il futuro dell’Europa: il contributo di Victor Zaslavsky alla verità storica. Dal collasso dell’Urss al fallimento della democratizzazione russa”. Victor Zaslavsky era nato a Leningrado, oggi San Pietroburgo, il 26 settembre del 1937. Dopo essersi diplomato in ingegneria all'Istituto minerario della stessa città e avere lavorato come ingegnere minerario in varie parti dell'Unione Sovietica, aveva preso una seconda laurea in Storia e iniziato ad insegnare Sociologia. Dotato di una solida cultura e di una marcata curiosità intellettuale, era ben presto divenuto docente universitario. Le vicende della storia politica sovietica ne hanno, diciamo così, segnato il destino: l’eliminazione politica di Chruscëv nel 1964 e l'invasione della Cecoslovacchia quattro anni dopo posero fine alle speranze in una riforma politica del sistema sovietico coltivate da un’intera generazione di intellettuali. La sua passione per le scienze sociali lo fece entrare ben presto nel mirino della censura e delle autorità accademiche allineate col regime. La realtà sovietica, infatti, non permetteva quella libertà di ricerca e di pensiero che sono condizioni imprescindibili per qualsiasi tipo di ricerca scientifica: le difficoltà di accesso ai grandi classici (concessi in lettura solo alle persone più fedeli e ideologicamente fidate) e il ruolo ossessivo e ingombrante dell’ideologia in ogni fase della vita accademica e di studio gli impedirono sistematicamente di svolgere il suo lavoro di ricerca da uomo libero e indipendente. Era quindi inevitabile che la sua attività in Unione Sovietica finisse in rotta di collisione con un potere politico che non consentiva attività di ricerca libera nelle discipline che più lo appassionavano. Zaslavsky ebbe modo di osservare e scoprire poco alla volta i meccanismi della censura e dell'asservimento della scienza. Già nei primi anni Settanta si era reso conto dello stravolgimento delle scienze sociali sotto il regime e dell'oppressione che questi campi di studi e gli istituti che li praticavano finivano per subire, con ripetute soppressioni e conseguenti repressioni dei loro membri. Le ricerche equilibrate e documentate alle quali Zaslavsky ha sempre tenuto, non avrebbero mai potuto trovare posto in un contesto così oppressivo. Quando nel 1974 fu scoperto in possesso di scritti di Solzhenitsyn venne espulso dall'Università. Squalificato sul piano professionale, considerato “politicamente inaffidabile”, costretto a lavorare come guida turistica, Zaslavsky l'anno successivo decise di emigrare in Occidente. Ha insegnato per 19 anni alla Memorial University di Newfoundland, a St. John's (dove anche dopo la sua partenza era rimasto honorary research professor, conservando i library privileges, e che alla notizia della morte ha eretto la bandiera a mezz'asta) e ha svolto corsi anche negli Stati Uniti, a Stanford e Berkeley, come visiting professor. Nel 1994 si è stabilito in Italia, alla Luiss di Roma, dove nel 1994 ha ottenuto la cattedra di Sociologia politica. Sarebbe un errore considerare sic et simpliciter Zaslavsky come un esponente del “dissenso” sovietico. In realtà, lui stesso sosteneva di non sentirsi un dissidente, ma solo un intellettuale che pensava con la propria testa. In Unione Sovietica, infatti, non si era reso protagonista di forme aperte di contestazione, di critica attiva e di partecipazione diretta ad atti di resistenza al potere comunista. E neppure era stato legato al samizdat, strumento tipico dell'azione dei membri di quel movimento intellettuale, di fondamentale importanza per la lunga azione di critica e opposizione al potere. Il suo attaccamento alla ricerca, alla verità dei fatti e al rigore scientifico, nonché la sua insofferenza per le ideologie, vero nemico della ricerca libera, lo avevano condotto su un percorso diverso rispetto a quello della dissidenza vera e propria. Zaslavsky sarebbe rimasto sempre legato allo stile e al modo di pensare dell'intelligencija russa (anche il suo legame con la Russia appare in tutta la sua evidenza in alcuni scritti degli anni Ottanta), ma con in più una visione a tutto campo della cultura, della scienza e dei compiti dello scienziato e dell'intellettuale. Abituato alla condizione di solitudine che caratterizza spesso il vero studioso che non si piega ai luoghi comuni e che persegue la ricerca con impegno e serietà, Zaslavsky aveva approfondito la storia della Russia e dell'Unione Sovietica, della loro collocazione nella storia del Novecento, fino a raggiungere livelli di grande qualità e profondità, confermandosi come uno dei maggiori specialisti a livello mondiale. Nella seconda metà del Novecento, gli studi sul sistema sovietico si sono alimentati di due figure distinte. Da un lato, quegli istituti e studiosi occidentali che hanno potuto accedere alla documentazione pervenuta in Occidente dopo la fine della Seconda guerra mondiale: ne fu uno dei capostipiti Merle Fainsod, con il suo libro How Russia is Ruled del 1953, poi ripubblicato, in edizione arricchita e aggiornata insieme a Jerry Hough nel 1979, con il titolo How Russia is Governed. Dall’altro lato, la conoscenza del mondo sovietico è stata alimentata da quegli studiosi e intellettuali sovietici fuggiti dall’Urss che hanno arricchito la documentazione in mani occidentali con i loro racconti e le loro testimonianze: uno dei primi esponenti di questo secondo filone è stato Victor Kravchenko, autore di Ho scelto la libertà, uscito in italiano nel 1948, di cui è impossibile dimenticare le ricchissime e drammatiche pagine che descrivono la vita in Urss e il rapporto tra il Partito unico, la burocrazia comunista e la popolazione e che ha faticato non poco a correggere le informazioni distorte su quanto avveniva in Urss, allora predominanti presso gli intellettuali occidentali. Victor Zaslavsky è stato testimone e studioso allo stesso tempo e si è posto a cavallo fra queste due figure che tanto hanno contribuito allo sviluppo della conoscenza del mondo e della storia sovietici. Egli infatti conosceva molto bene i meccanismi politici del sistema sovietico, il modo di comportarsi della burocrazia e della polizia segreta, i meccanismi del consenso totalitario, della repressione e dell'inganno permanente. A questa competenza univa quella di storico di grande levatura che, con la sua libertà e onestà intellettuale, ma anche con grande modestia e umiltà, sa accostarsi ai documenti e analizzarli. Anche se di fatto le scienze umane venivano letteralmente maciullate dalla macchina ideologica sovietica, Zaslavsky aveva imparato a conoscere la rilevanza della metodologia della ricerca, l'importanza della teoria quale bussola per orientarsi, il valore dell'elaborazione e dell’argomentazione scientifica: tutti strumenti che caratterizzano la professionalità del ricercatore e che devono conservare un necessario distacco rispetto al paese nel quale si vive e alla cultura che si è respirato, perché sono strumenti di rilevanza universale. Da qui sorgeva in lui il culto per l'analisi spassionata e per i fatti, per le metodologie e per le scoperte di altri paesi, ma anche l'impegno morale che determinate ricerche implicano e che proprio per questo vanno condotte con il maggiore rigore possibile. Unione Sovietica e Russia sono stati quindi l’oggetto privilegiato delle sue ricerche. Uno dei pochissimi ad accennare alla possibilità (prima del 1989) di un possibile crollo dell’Urss, Zaslavsky ha pubblicato una quantità di lavori su questi temi. Ne cito solo alcuni tra i più importanti: "Il consenso organizzato" (Il Mulino, 1981); "The Neo-Stalinist State, (M.E. Sharpe 1982, nuova ed. 1994); "Dopo l'Unione Sovietica. La perestroika e il problema delle nazionalità (Il Mulino, 1991); "La Russia senza soviet (Ideazione, 1996), "Storia del sistema sovietico. L'ascesa, la stabilità, il crollo" (Carocci, 2001), e, in collaborazione con Lev Gudkov, "La Russia postcomunista. Da Gorbaciov a Putin" (Luiss University Press, 2005). L'emigrazione in Occidente gli ha consentito di far fruttare al meglio le sue grandi capacità analitiche. Zaslavsky aveva una concezione delle scienze sociali e politiche, così come di quelle storiche, come di discipline dinamiche, che si sviluppano e progrediscono alimentate continuamente dall'evoluzione dei fatti storici e della stessa conoscenza. Non si può non ricordare la grande originalità e modernità del suo approccio interdisciplinare che sapeva magistralmente combinare metodologia storica, sociologica e politologica, introducendo in Italia un modo di fare ricerca già diffuso nel mondo anglosassone, che ha affascinato molti studiosi più giovani (tra i quali il sottoscritto). Durante il suo periodo italiano prenderà sempre più corpo nelle sue opere la rottura di vecchi schemi storiografici. Il tema del rapporto fra i vertici del Partito Comunista Italiano e il Cremlino è tutt'uno con questa logica innovativa di contaminazione tra storia e scienze sociali, nella quale Zaslavsky era pienamente inserito e che aveva rielaborato anche grazie ai fruttuosi contatti con comunità di studiosi più libere, più abituate a dibattere e a criticare, ma anche ad accettare tendenzialmente le autentiche scoperte quando si rivelano tali e a cancellare o correggere quelle che risultano falsificate. Nel volume scritto con Elena Aga Rossi, Togliatti e Stalin. Il PCI e la politica estera staliniana negli archivi di Mosca, uscito nel 1997 e riedito nel 2007, vengono completamente stravolti alcuni luoghi comuni storiografici e politici circa i rapporti tra Partito comunista italiano e Unione Sovietica. Emerge un quadro di incredibile allineamento e appiattimento del PCI agli obiettivi della politica estera sovietica: tutte le scelte del primo – dalla svolta di Salerno, alla questione triestina, fino alla posizione nei confronti del rimpatrio dei prigionieri dalla Russia o nei confronti del Piano Marshall – furono ampiamente determinate dalle finalità della politica estera sovietica. Un libro, questo, che ha suscitato polemiche più che dibattito, indignazione ideologica più che volontà di rivedere tesi falsificate dalla documentazione scovata negli archivi di Mosca. Un libro che, oltretutto, meriterebbe di uscire dall’elenco delle ricerche scientifiche e accademiche per trovare una diffusione ben più ampia nel nostro paese, magari nelle scuole. Neanche quest’opera, peraltro, sembra sia riuscita ad abbattere il mito del Togliatti “buono” e a fornire – come scrivono i due autori – un’equilibrata valutazione storica di una figura complessa e ambigua (quella di Togliatti, appunto), la quale univa in sé tutte le contraddizioni di un leader del movimento comunista che viveva in un mondo democratico. Sarebbe poi sbagliato non ricordare anche la ricerca, assai dolorosa e imbarazzante per un russo, sulla tragedia di Katyn, sulle sue cause e responsabilità, sulla verità (per lungo tempo occultata) contrapposta a una grande, interminabile menzogna, che ha per lungo tempo impedito di rendere giustizia ai polacchi quali vittime di una violenza che ha tutti i caratteri della violenza totalitaria e della pulizia etnica (Victor la definì, per la verità, “pulizia di classe” e il titolo del volume è, infatti, Pulizia di classe. Il massacro di Katyn, Il Mulino, 2006). Katyn è un bosco di betulle tra Mosca e Minsk dove i sovietici nel 1940 trucidarono a freddo almeno 25 mila ufficiali polacchi, presi prigionieri grazie al patto Molotov-Ribbentrop dell’anno prima. Katyn però rappresenta metaforicamente anche quella lapide che attribuiva la strage ai tedeschi e che anche in Occidente è stata a lungo avallata. Infine Katyn, come ha voluto rimarcare Zaslavsky anche in molte interviste, è la dimostrazione della stretta e radicale parentela tra i due grandi totalitarismi del Novecento. Rendere giustizia mediante la verità storica è stato il culmine del dovere morale sentito da Zaslavsky nell'ultima fase della sua vita, che trova però radici proprio nel suo periodo russo, nel quale aveva già preso coscienza del valore della verità. Le ultime analisi sulla Russia rivelano una profonda comprensione dei problemi della continuità storica, della politica e delle peculiarità della stessa. La cultura libera italiana gli è debitrice sotto molti aspetti. Victor non è stato solo un valente storico e un valente sociologo politico. E’ stato qualcosa di più, perché ha saputo valorizzare l’interdisciplinarietà, riaffermare l’indipendenza della ricerca e indicare l'umiltà e la modestia come virtù importantissime per ogni studioso. Inoltre, ha contribuito in modo decisivo a smontare certe mitologie costruite da una cultura troppo spesso intrisa di ideologia, senza però mai scivolare a sua volta in un'ideologia contrapposta o nel livore settario. E' stato un esempio per tutti noi e gli dobbiamo immensa riconoscenza.
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