NUMERO 21
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L'Europa dei confini
Ventunesimo Secolo Rivista di studi sulle transizioni Anno IX - Numero 21 - Febbraio 2010
Direttori: Victor Zaslavsky Gaetano Quagliariello
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Editoriale
Perché Victor Zaslavsky mancherà molto a chi ama la libertà
Victor non ha avuto una vita
facile. E' stato un viaggiatore del Novecento che si è costruito, con
pazienza, tenacia e un briciolo di fortuna un'uscita di sicurezza dalle
ombre più buie di quel secolo. E' nato a San Pietroburgo, allora
Leningrado, nel 1937: un anno orribile dello stalinismo. Nell'Unione
sovietica è stato ingegnere minerario, sballottato in lungo e largo per
tutto il Paese. Studiando di notte si è laureato in sociologia ed è
entrato all’università. Nel periodo di Breznev ha visto gli spazi
progressivamente venir meno, fino ad essere costretto a scegliere la
strada del fuoriuscitismo: opzione non facile, dolorosa, ma a un certo
punto senza più alternative. Me ne ha parlato una sola volta. Mi
raccontò di quando, il giorno prima della partenza, dovette dirlo a
Sasha, suo figlio. Ricevette in risposta un silenzio e una sola
lacrima. E’ quanto bastava a Victor per fissare un'intesa. Perché
Victor era uomo di poche parole. Non amava aprirsi. Aveva conosciuto la
sofferenza e, per questo, preferiva trattare gli aspetti anche più
problematici della vita prendendoli di tre quarti, di sottecchi,
ricorrendo all'ironia.
Anche della scelta di abbandonare il suo
Paese ci ha lasciato una testimonianza ironica in uno dei racconti che
compongono Il dottor Petrov parapsicologo, la raccolta pubblicata
dall'editore Sellerio nel 1984. In “Gli stivali di Stalin” accenna alla
“fuga senza fine” che, dopo la scelta di abbandonare l’Unione
Sovietica, si inaugurò per lui e per la sua famiglia. Fino all'approdo
all'università di St. John's in Canada, dove nel corso di un meeting
studentesco gli si pararono davanti le effigi di Marx, Lenin e Stalin.
Allora si sentì scrutato, in particolare da Stalin, quasi gli volesse
dire: “Credevi di svignartela. Sei giunto fino a qui, ma non mi sei
sfuggito!”.
E invece Victor è sopravvissuto non solo agli orrori
del post-stalinismo, ma anche al Novecento, con l'intelligenza che gli
ha dato la capacità di scorgerne l'eredità ma di comprendere anche i
problemi del nuovo secolo che gli si spalancava davanti.
Ciò da
cui non è sfuggito, perché non voleva sfuggirvi, era il suo passato.
Nel suo approccio alla vita, nella sua capacità di comprenderla, in
quel fare apparentemente distaccato di chi, in mezzo alla scena, appare
come seduto sul ramo di un albero, spettatore consapevole della
commedia umana, c'era tanto di quella Russia che il comunismo non era
riuscito ad estirpare.
L'attaccamento di Victor alla sua patria
traspariva da piccoli particolari: dalla costante premura di aiutare
gli amici intellettuali che in Russia erano invece rimasti e per questo
versavano in condizioni materiali peggiori delle sue;
dall'immedesimarsi nel loro stile di vita quando andava a trovarli,
accettandone un'accoglienza che a volte era anche foriera di disagi,
pur di non ferire la loro suscettibilità e non alterare il piano della
reciproca e paritaria ospitalità. E traspariva anche dalla caparbietà
con la quale alimentava i rapporti importanti. Quello con Sasha e con i
suoi nipotini, gli adorati Misha e Masha, dei quali è voluto essere
nonno fino in fondo. Quello con gli amici sparsi in tutto il mondo, e
con i quali ha intessuto relazioni tanto resistenti che nessuna
distanza è mai stata sufficiente ad interrompere. Quello con i luoghi
che amava e che erano stati importanti per la sua vita. Come St.
John's, dove tutte le estati tornava nella stagione dei funghi. Victor,
insomma, anche quando la sua fuga senza fine è finita, ha saputo
mantenere intatto tutto il suo mondo, con l'aiuto di Elena che in ciò
l'ha incoraggiato e sostenuto.
Ma l’aspetto della sua personalità
più peculiare è un altro: il suo apparente distacco, il suo badare alla
sostanza, il suo realismo facevano in realtà velo a una propensione
quasi fanciullesca all’entusiasmo: un misto di ingenuità e di
curiosità. Questo particolare stato d'animo che lo contraddistingueva
mi richiama negli occhi tante immagini, ma dall'albo dei ricordi vorrei
trarne tre, risalenti al periodo in cui Victor, insieme ad Elena, era
visiting professor a Stanford, ed io fui ospite per alcuni giorni nella
loro casa, in attesa che il mio appartamento fosse pronto.
Vidi
allora Victor respirare, come mai più mi sarebbe capitato, a pieni
polmoni l'aria della libertà. Ricordo la sua trascinante ingenuità
quando mi mostrava il fuoco finto in un caminetto che si accendeva da
un interruttore. Mi è rimasta impressa la felicità con cui prendeva
parte alla vita del campus. E il contagioso entusiasmo col quale,
quando si andava in gita, fotografava la California, affascinato dalla
natura e dagli animali: i suoi preferiti erano i leoni marini della
baia di Monterey.
Erano i primi anni Novanta. Era da poco caduto
il Muro e Victor era allora uno dei sociologi più ricercati dalle
università americane. Perché era uno dei pochi che avevano previsto
quell'esito. La sua analisi del crollo aveva un sapore tocquevilliano,
del Tocqueville di “dall'Ancien regime alla rivoluzione”, perché
coglieva l'aspetto strutturale della crisi dell'impero sovietico.
Quanto, cioè, la rottura finale fosse dovuta a cause che in realtà
affondavano nel tempo, e che lui sintetizzò nella categoria della
contro-modernizzazione: quella per cui il sistema del partito unico e i
suoi legami con il complesso militare-industriale da una certa fase in
poi avrebbero portato ad un arretramento progressivo delle condizioni
del Paese, mettendo in crisi l'accordo tra le diverse nazionalità che
inevitabilmente, al cospetto degli effetti di questa progressiva
regressione, si sarebbe infine spezzato.
Victor riteneva insomma
che il virus della gerontocrazia che aveva colpito la dirigenza del
Pcus da Breznev in poi non fosse altro che l'aspetto esteriore di una
crisi strutturale più profonda. Per questo, non credette neppure per un
istante che Gorbaciov ce la potesse fare. Contro l'ultimo segretario
del Pcus congiurava la sua storia: una storia che egli avrebbe voluto
razionalizzare e che invece era minata alle fondamenta.
Nondimeno,
per Victor l'elemento personale contava. Come ogni storico di razza
sapeva che le idee e i progetti camminano sempre sulle gambe degli
uomini, e che anche gli orrori del Novecento erano stati tali perché le
idee del secolo avevano trovato grandi, tragici interpreti. Ed è per
questo che mentre non ebbe remore a stroncare la sua figura di
riformatore, avrebbe attribuito poi a Gorbaciov, sulla base di
documenti e testimonianze, tutto ciò che gli spettava per aver
consentito che l'ultimo atto si compisse senza spargimento di sangue:
un esito affatto scontato. Il Gorbaciov di Zaslavsky, insomma, ha una
cifra di drammatica grandezza: quella che solo i romanzi russi sanno
offrirci. E' colui che accompagna il corso della storia anche a prezzo
della sua personale sconfitta storica.
Quando nel 1994 Victor
approdò alla Luiss, dunque, era un intellettuale di livello mondiale.
Lo vollero, per chiara fama, innanzi tutto Dario Antiseri e Luciano
Pellicani. Ma non vi sarebbe giunto senza l'aiuto di Giovanni Nocco. Ha
dato tanto alla sua università, nell'insegnamento e nella ricerca. Non
si è mai integrato fino in fondo, invece, nella vita accademica. Quella
italiana gli pareva asfittica, troppo attenta al potere e per questo
esposta al rischio di smarrire la dimensione più importante che il
mestiere di ricercatore può offrire: la libertà.
Anche nel
rievocare questo suo disagio, mi torna alla mente un'immagine intrisa
d'ironia. Un giorno, in consiglio di facoltà si discuteva
dell'introduzione di una materia alla quale lui si opponeva fortemente,
considerandola una inutile frammentazione del sapere. Ma quando gli fu
detto che l'inserimento non era in programma per il successivo anno
accademico ma sarebbe stato posticipato nel tempo, la sua avversione si
placò. Alla fine della riunione gli chiesi conto di tanta
arrendevolezza, e lui mi fulminò con questa battuta: “Io vengo dalla
Russia, so bene che fine fanno i piani quinquennali a cui voi
universitari italiani siete così attaccati”.
Furono questi gli
anni nei quali la sua attenzione si concentrò sugli archivi sovietici,
che in quelle temperie erano più accessibili di oggi. Uscivano allora
le prime sintesi del Novecento dalle penne di Furet e di Hobsbawm.
Victor capì, e ci fece capire, come oltre le sintesi ci fosse la storia
di un secolo da riscrivere. E lo si sarebbe potuto fare sulla base dei
documenti, che avrebbero confermato o smentito quelle che fino ad
allora erano state analisi a sfondo ideologico.
Victor ha subìto
il comunismo e lo ha combattuto, ma la cifra principale del suo impegno
intellettuale non è stata l'anticomunismo. E' stata la verità. Una
verità che egli voleva fosse letta in un orizzonte più ampio di quello
descritto dalle baruffe politico-ideologiche di casa nostra.
In
questa prospettiva l'incontro umano e intellettuale con Elena Aga
Rossi, storica della guerra fredda e colei che, nel panorama della
storia politica italiana, aveva tra le prime trasceso i confini della
penisola, si è rivelato un incredibile propellente. Il loro “Togliatti
e Stalin” rimarrà un caposaldo della storiografia. Non solo perché vi
si rintraccia la prova di dove fu elaborata e da chi venne dettata la
svolta di Salerno. Assai di più perché esorta a leggere le vicende del
Partito comunista italiano nell'ambito delle dispute mondiali del
Ventesimo secolo e della complessità del sistema staliniano.
Victor,
con la sua opera, ha contribuito a trasformare una storia a sfondo
prevalentemente ideologico, che assecondava innanzi tutto il bisogno di
una sub-cultura, in una storia di ampio respiro che serviva prima di
ogni altra le ragioni della scienza storica. Si consideri a tal
proposito l'importanza che egli ha attribuito, nel discernimento delle
vicende italiane, alla rottura tra Stalin e Tito; si vedano le sue
riflessioni sulla politica staliniana nei Balcani e sui condizionamenti
che essa inevitabilmente ebbe sulla penisola. Io credo che presto
questo riconoscimento gli giungerà anche da tanti studiosi
ideologicamente orientati in un senso differente dal suo, le cui
elaborazioni hanno tratto un indiscutibile giovamento dall'esigenza di
rispondere alle tesi e alle analisi di Victor.
Questa sua capacità
di leggere la storia del secolo scorso con la testa tutta proiettata
nel secolo nuovo è una delle ragioni di ispirazione di fondo della
rivista Ventunesimo secolo, che nove anni fa fondammo insieme e che da
allora riunisce i giovani storici cresciuti alla Luiss.
Nell’Ottantanove
Victor non si illuse nemmeno per un attimo che la storia fosse finita.
Conscio di quali stravolgimenti avesse determinato l'esperimento di
ingegneria sociale più importante mai concepito nella storia
dell'umanità, sapeva che il “residuo” di quella stagione avrebbe
resistito a lungo. Il suo realismo nel giudicare i fatti e gli uomini
della Russia nasceva da questa consapevolezza: ci sarebbero volute
delle generazioni per voltare definitivamente pagina.
Ma sapeva
anche che non per questo si poteva fare a meno di proiettarsi verso le
inedite fratture proposte dal nuovo secolo. Sin dai primi anni Duemila
egli ci ha offerto un ripensamento delle categorie di nazione e di
nazionalità, chiarendone gli ingredienti in gran parte inediti. Le sue
analisi sull'immigrazione l'hanno descritta come un fenomeno epocale,
da scandagliare mettendo da parte giudizi e pregiudizi della lunga
stagione della colonizzazione che nulla hanno a che fare con il moderno
fenomeno. Così come precorrendo i tempi, prima che divenisse tema à la
page, egli ci esortò ad occuparci di demografia.
Ora Victor non
c'è più. Ci mancherà la sua apertura mentale, la sua critica in
apparenza conclusiva ma sempre disponibile ad ammettere di essersi
sbagliato. Ne sanno qualcosa tanti giovani da prima stroncati e poi,
col tempo, apprezzati come validi ricercatori. Ci mancherà non trovarlo
più nel bel giardino della sua casa ad Amelia e ci mancheranno le sue
zuppe di funghi con la panna acida.
Ma c'è qualcosa di unico che
Victor ci ha dato e che i giovani che lo hanno incontrato lungo la loro
strada porteranno sempre con sé: è la curiosità, la volontà di capire
oltre la convenzione, spingendo il proprio orizzonte sempre un po’ più
in là. E' la volontà ferrea di risolvere un problema ricercando la
verità, senza giri di parole, senza cadere nell'intellettualismo. E' la
capacità di liberarsi dell'ideologia.
Victor sapeva che in Italia
non è così facile e che i suoi lavori, così poco ideologici, così
protesi verso un’idea di democrazia più comprensiva, si sarebbero
inevitabilmente prestati a una lettura di parte, da entrambe le parti.
Ma sapeva anche, ne abbiamo parlato tante volte, che è un rischio dal
quale non ci si può sottrarre se si vuol cercare di cambiare le cose.
Il tempo, che è galantuomo, forse gli darà ragione. Victor ci mancherà
anche perché nemmeno per un attimo avevamo pensato di doverne fare a
meno. Ma oggi il pensiero va, almeno per un attimo, alla morte di
Petrov, il personaggio del suo racconto più noto, che andò via da
questa terra lievemente, senza soffrire. E che, per consolarsi, amava
dire: “anche la peggior salute regge fino alla morte”. Victor è morto
come Petrov ma in buona salute. Lui avrebbe voluto così. L’avrebbe
considerata un’altra uscita di sicurezza. E per chi gli ha voluto bene
è questa una grande consolazione.
Giovedì 26 novembre, è venuto a mancare il nostro direttore e carissimo amico Victor Zaslavsky.
Per
tanti anni, ha insegnato sociologia politica alla Luiss Guido Carli
dove ha cresciuto generazioni di studenti nella lettura critica e acuta
della realtà. Inestimabile è il contributo che ha portato alla
conoscenza e alla riflessione sulla storia dell'Unione Sovietica e del
Partito Comunista Italiano. Tra le sue numerose attività, aveva
fortemente voluto la creazione della rivista "Ventunesimo Secolo", nella quale aveva coinvolto studiosi di diverse generazioni per analizzare l'evoluzione del mondo contemporaneo.
Il
dolore di questo momento si addolcisce nel ricordo delle tante
manifestazioni di affetto e amicizia che, in modo molto personale, ha
sempre manifestato a ognuno di noi.
La redazione