Ventunesimo Secolo
Rivista di studi sulle transizioni

Il Pci, il confine orientale e il contesto internazionale (1945-1954)


Un vicolo cieco

La crisi politica internazionale del maggio 1945, innescata quando la nuova Jugoslavia di Tito mise Stati Uniti e Gran Bretagna davanti al fatto compiuto dell’occupazione della Venezia Giulia e dell’annessione di Trieste, si era risolta in poco più di un mese con una vittoria diplomatica occidentale. Al dipartimento di Stato Usa l’iniziativa jugoslava fu percepita essenzialmente come una prova di forza attuata dall’Urss di Stalin, mediante il suo satellite jugoslavo. Si era temuto che il dittatore sovietico cercasse di fissare i diversi territorial settlements con azioni unilaterali al di fuori dell’Europa orientale, sua riconosciuta zona di operazioni. Fu in base a considerazioni di questo tipo che il presidente americano Harry Truman decise di «sbattere Tito fuori da Trieste»: in sostanza per non consentire un disequilibrio di forze all’interno della Grande alleanza. Quanto  a Stalin, di fronte al pressante forcing diplomatico occidentale reagì con fondamentale prudenza, evitando di irritare oltre misura i partner della coalizione antifascista per una questione attinente a un settore strategico di secondaria importanza. Fece così venir meno quel supporto a Tito che in un primo momento sembrava avergli concesso, forse secondo un piano concordato tra i due in aprile. La sua condotta nel caso può essere interpretata come una delle primissime spie della tattica di «prudente espansionismo», seguita dalla politica estera sovietica nell’immediato dopoguerra.
Secondo gli accordi di Belgrado e Duino del giugno 1945 le truppe jugoslave dovevano evacuare Trieste e Gorizia, ritirandosi oltre la linea Morgan (...)