Ventunesimo Secolo
Letture consigliate

Il mito della democrazia sociale. Giovanni Gronchi e la cultura politica dei cattolici italiani (1902-1955)

di Maurizio Serio,SERIO.jpg
Rubbettino editore, 2009

Presentazione

L’elezione di Giovanni Gronchi a presidente della Repubblica nel 1955, con l’appoggio tacito o e
splicito di buona parte dell’arco costituzionale del tempo, si inserisce nelle pieghe della storia repubblicana come un “mistero della democrazia”. E’ vero che, sulla scorta di una storiografia ormai consolidata, l’autore ritiene che un “punto di non ritorno” nella storia repubblicana sia stata la bocciatura della c.d. “legge truffa” nel corso delle elezioni politiche del 1953. Infatti è da questa vicenda che si deve partire: senza la sconfitta del maggioritario, Gronchi non sarebbe stato eletto alla massima carica dello Stato. Concorrono alla sua nomina tutti quei gruppi (le minoranze interne alla dc) e partiti (comunisti, socialisti, missini e monarchici) che si sono sentiti “esclusi” dalla gestione del potere politico e che hanno visto incarnata nella figura e nelle prese di posizione dell’allora presidente della Camera la possibilità della fine del centrismo, come retorica e come prassi.
Ma è anche vero che alcune domande rimangono senza risposta, se affrontate solo sulla base della razionalità del calcolo politico e delle contingenti alleanze parlamentari. In particolare, come altro spiegare l’ascesa al Colle di un personaggio:
i) che ha sostenuto la collaborazione al fascismo e che è stato sottosegretario del primo governo Mussolini sulla base di un calcolo politico non condiviso neanche dal leader del suo partito, don Luigi Sturzo; 
ii) che,  mentre i suoi colleghi di partito vengono esiliati e ridotti al silenzio insieme agli esponenti delle altre forze politiche, si ritira semplicemente “a vita privata” dandosi ai commerci e all’industria; 
iii)       che presenta con una retorica suggestiva le rivendicazioni operaie rivolgendosi alla borghesia come “detrito di classe dirigente” per poi confidare a un diplomatico americano di avere in piedi un’attività industriale invocando la sua comprensione perché lo stipendio da presidente della Camera non basta per mantenersi;
iv)  che, forse anche per questo, è «il politico democristiano probabilmente più inviso agli usa» (Mario Del Pero);
v)  che viene acclamato come difensore della Resistenza contro tutti i fascismi, pur non avendo materialmente fatto la guerra partigiana, e la cui “clandestinità” si è risolta nella partecipazioni a riunioni programmatiche  nei salotti romani o milanesi mentre i suoi futuri elettori combattevano sulle montagne contro i nazisti...
Pertanto salva la consapevolezza sul “modo in cui avvenne”, l’elezione del politico toscano presenta però almeno un altro problema di ordine storiografico: “il modo in cui è potuta avvenire”. A questa domanda cerca di trovare una riposta l’autore del libro, Maurizio Serio, ricercatore di sociologia dei fenomeni politici presso l’Università Guglielmo Marconi di Roma. E lo fa sulla scorta di una ricognizione dei miti politici che sono alla base della neonata Repubblica italiana e in particolare di una parte della cultura politica dei cattolici italiani. I miti politici consentono infatti la penetrazione dell’elemento irrazionale nell’asetticità delle procedure e nella regolarità dell’equilibrio sistemico di quella Italia degli anni Cinquanta, compressa tra la conventio ad excludendum e il rigido quadro delle alleanze internazionali. 
In questa maniera il mito della democrazia sociale, con i suoi simboli e le sue rappresentazioni identitarie, si rivela essere uno straordinario produttore di consenso e di rendita politica, proprio se considerato alla luce dell’epilogo della carriera di Giovanni Gronchi. Egli riuscì a scuotere tutte le sensibilità dello spettro politico, con un linguaggio che, citandoli direttamente o rimandando al loro campo semantico, contempla termini quali libertà, patria, popolo, nuovo risorgimento, diritti individuali, spirito, onore, democrazia (sostanziale), depotenziandoli dal loro registro originario per creare l’illusione paraliturgica di una cultura politica unitaria in un Paese ancora diviso dalla guerra civile.  
Vale allora la pena seguire le tappe dell’ascesa al Colle di Giovanni Gronchi, secondo un’ottica di lungo periodo che affianchi l’impiego di fonti storico-documentarie al taglio politologico con cui l’autore opera una disamina della collocazione del pensiero sociale cattolico nel contesto dei dibattiti e delle esperienze di intervento sociale maturati tra anni Trenta e Cinquanta, seguendo lo strutturarsi del percorso di un “mito politico” che avrebbe portato Gronchi alla presidenza della Repubblica italiana.

Maurizio Serio è ricercatore e docente di Sociologia dei fenomeni politici e di Sociologia dell’amministrazione all’Università degli Studi “Guglielmo Marconi”. Dirige il Dipartimento di Teoria politica, Economia e Scienze sociali del Centro Studi “Tocqueville-Acton”. Laureatosi in Scienze politiche presso l’Università di Roma “ La Sapienza ”, ha conseguito il  dottorato di ricerca in “Analisi e interpretazione della società europea” presso la Scuola Superiore per l'Alta Formazione dell'Università di Napoli “Federico II”. Oggetto delle sue ricerche è il ruolo dei miti politici all'interno delle culture politiche italiane e europee, con speciale attenzione al mondo cattolico.

Indice del libro
Introduzione

Capitolo primo:
Momenti e figure nella formazione del giovane Gronchi (1902-1941)
Leone xiii: dalla questione romana alla questione sociale
Il cardinale Maffi e il movimento cattolico pisano
La distanza e l’influenza di Giuseppe Toniolo
Il murrismo come prima scuola di democrazia
Il popolarismo e le differenze con Sturzo
La fine delle illusioni
Il “fondamentale problema”
Prime conclusioni

Capitolo secondo:
Mitopoiesi antiliberale (1941-1948)
Nel laboratorio della nuova Democrazia cristiana: gli ex popolari e le nuove generazioni
La ”direzione superiore della vita economica”
L’antiliberalismo come cifra di governo
La “preminenza del lavoro”
Un “terreno di empirismo costituzionale”

Capitolo terzo:
Il mito del programma (1948-1955)
Una funzione di disturbo
La fine dell’unità sindacale e i gruppi di «Politica sociale» 
Oltre il centrismo
Il mito del “ritorno alle origini”
Una “politica nuova”
Il mito come rendita politica