Ventunesimo Secolo
La Storia è sempre Storia contemporanea

Ma comandano ancora oligarchie senza consenso

di Fabio Grassi Orsini
Libero, 27 settembre 2009

Può sembrare paradossale che un ministro di un governo di centrodestra accusi le élite dirigenti (o parte di esse, quelle che egli qualifica establishment) di sostenere un progetto di destabilizzazione e che esse siano difese da grandi giornali e dai partiti di opposizione, che contrattaccano accusando l'esecutivo di “populismo”. In realtà il paradosso consiste nel ribaltamento dello schema classico in cui erano i conservatori a essere dalla parte delle élite e le sinistre a sostenere le ragioni del popolo. Di questa situazione si può dare una spiegazione politica, come ha fatto Roberto Chiarini sul Riformista, ricordando come dal '94, cioè dopo il crollo della Dc, l'establishment sia stato complementare al centrosinistra e maldisposto nei riguardi del nuovo assetto politico bipolare che si era venuto a creare dopo la discesa in campo di Berlusconi. Bisogna rendersi conto che il problema non è Berlusconi, che si è limitato a dar voce a una maggioranza che non avrebbe altrimenti avuto rappresentanza.

In realtà ci troviamo dinanzi a “oligarchie” che hanno potere ma non il consenso e non sono delle vere e proprie classi dirigenti, cioè in grado di esprimere il ceto politico-parlamentare (lo riconosce Carlo Carboni sul Sole 24Ore: “L'Italia cerca un'élite decisionista”), e a classi medie che, pur essendo maggioritarie, non sono state sinora in grado di esprimere una “nuova classe politica”, anche se dal '94 vi sono stati progressi in questo senso.

Quello della formazione delle élite politiche è un problema centrale di ogni sistema democratico ed è particolarmente grave nel nostro Paese, come sostenuto sullo stesso giornale confindustriale da Andrea Romano (“Classi dirigenti. L'inutile retorica anti-élite”). Se ne deve dare una spiegazione sul piano storico, politologico e sociologico al di là di ogni polemica politica, come cerca di fare l'ultimo numero di Ventunesimo Secolo (Rivista di studi sulle transizioni) dedicato a “Classi dirigenti ed élites politiche”, con articoli di Francesco Forte, Antonio Galdo, Juan Carlos Martinez Oliva, Gerardo Nicolosi e Luca Verzichelli.

Si può dire che quello della formazione delle classi dirigenti e delle élite politiche è una delle maggiori anomalie italiane. Secondo uno schema valido per quasi tutte le democrazie occidentali: è la società civile che esprime le élite dirigenti sulla base del merito e delle competenze: queste ultime esercitano la loro leadership nei riguardi dell'opinione pubblica e si devono dimostrare aperte alle esigenze del ricambio. A loro volta, contribuiscono a selezionare la classe politica.

In Italia questo schema risulta completamente rovesciato. Per tutta la Prima Repubblica sono stati i grandi partiti di massa (e i sindacati nonché ristretti gruppi accademici e mediatici) ad avere il quasi monopolio della formazione del ceto politico, peraltro soggetto a continui terremoti. E hanno esercitato un controllo sulla società che ha perso la sua autonomia (già con il fascismo); mentre le élite dirigenti sono state caratterizzate da immoblismo e scarsa apertura all'ombra della protezione dello Stato.

A parte il declino dei tradizionali partiti di massa, sul piano sociologico l'unica novità che si può registrare in Italia consiste nella produzione di un ceto medio di massa, risultato non si sa quanto consapevole di una “rivoluzione antropologica” innescata dalla politica antiborghese dei “partiti padroni”. Tale rivoluzione non è stata accompagnata da una politica culturale volta a far acquisire a questo ceto il senso della sua forza, delle sue responsabilità politiche e dei suoi doveri verso la  collettività: il risultato è che non è ancora un ceto dirigente capace di competetre sul piano culturale con le oligarchie tradizionali e, nonostante le sue basi di massa, non si può considerare una borghesia moderna. Solo una rivoluzione culturale di tipo liberale potrebbe risolvere la questione.