NUMERO 19
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Classi dirigenti ed élite politiche nella storia d'Italia
Ventunesimo Secolo Rivista di studi sulle transizioni Anno VIII - Numero 19 - Giugno 2009
Direttori: Victor Zaslavsky Gaetano Quagliariello
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Editoriale di Gaetano Quagliariello e Victor Zaslavsky Vai all'indice del numero Abbonati/Acquista il numero/Acquista singoli articoli
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Rassegna stampa
"Ma comandano ancora oligarchie senza consenso", Libero (27 settembre 2009)
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Editoriale
La parte monografica di questo numero è dedicata agli studi sulla formazione e il rinnovamento della classe politica nella storia d’Italia. Come ha sottolineato Fabio Grassi Orsini, curatore del numero, la storiografia italiana ha finora dimostrato una scarsa attenzione a questi processi.
L’anomalia della storia italiana, secondo Grassi Orsini, consiste nel fatto che a fronte della relativa stabilità delle classi dirigenti si è provveduto a continue decapitazioni delle élite politiche perché «ogni dieci, al massimo quindici, vent’anni, si sono determinate delle rotture, molto spesso parziali e con recuperi, ma comunque delle fratture» nei processi di loro formazione. Questa mancanza di «continuità e di sedimentazione di esperienze, competenze, responsabilità, senso di stato» ha determinato l’immaturità delle élite politiche, mentre l’efficienza dell’ordinamento politico nei sistemi democratici dipende dalla loro capacità di individuare e perseguire l’interesse generale della collettività.
L’analisi dei principali studi su borghesia e ceti medi, condotta da Grassi Orsini e Gerardo Nicolosi, porta gli autori a concludere che negli anni della Repubblica questi gruppi sono stati fortemente influenzati dalla contingenza politica e hanno risposto agli interessi dei grandi partiti di massa. La nuova classe politica che si forma a partire dagli anni Cinquanta fu costituita quasi esclusivamente dai partiti, con scarsi apporti della società civile. Come dimostra Grassi Orsini, l’ascesa sociale del nuovo ceto medio è stata così rapida da non lasciare il tempo necessario per acquisire una sufficiente cultura e la consapevolezza dei suoi doveri verso la società. Il ceto medio italiano risulta, quindi, «mancante di requisiti meritocratici ed esperienze politiche» e privo di autonomia per essere e sentirsi classe dirigente. La «questione borghese» rimane, dunque, ancora oggi sostanzialmente aperta.
Continuando questa linea di ragionamento, Francesco Forte in un’intervista che supera di molto i limiti normalmente associati a questo genere e che per la profondità d’analisi si avvicina a un vero e proprio saggio, introduce un’importante distinguo tra la classe dei politici di professione, cioè politici operativi dai quali dipendono i programmi dei partiti e dei governi, e i dottrinari della politica che generano e rinnovano i principi guida delle dottrine politiche. Sulla base sia dell’esperienza storica che della sua vasta esperienza personale, Forte afferma che il ruolo di «politico attivo» e quello di «dottrinario della politica», tranne rare eccezioni, non riescono a coesistere a lungo nella stessa persona, perché «esigono diverse qualità e competenze». Sostiene, quindi, che il ruolo dei dottrinari in politica deve considerarsi particolarmente importante nei periodi in cui si consuma una brusca rottura nella continuità: una rivoluzione, una guerra, o una grave crisi economica.
In questo senso particolarmente interessanti sono le osservazioni di Forte sulla nuova generazione che si è affermata come classe dirigente e come classe politica negli ultimi due decenni. La classe politica degli anni Ottanta è stata spazzata via da una campagna di tipo giudiziario con un’arbitraria discriminazione fra le forze politiche, che ha comportato «la distruzione di tutti i partiti laici diversi dal Pci e la frantumazione della Dc». Per questo negli anni Novanta il mutamento generazionale viene a coincidere con lo shock della caduta del comunismo sovietico e del tramonto del maoismo in Asia. Forte conclude indicando il paradossale esito dell’eliminazione di un intero sistema partitico per via giudiziaria. Da un lato, sul versante del centrodestra, esso produce un nuovo schieramento politico che l’autore, concedendo qualcosa di troppo alla continuità, interpreta come erede dei partiti di governo e d’ordine della Prima repubblica, con un suo ceto omogeneo di politici di professione provvisto di principi condivisi e interessi comuni. Dall’altro, nello schieramento politico opposto, esplode, invece, una crescente disomogeneità. Per Forte il ceto dei politici di professione di sinistra riesce a sopravvivere, ma non a superare lo shock della rottura politica interna e soprattutto internazionale, per archiviare il quale vi sarebbe bisogno di coerenti produttori di dottrine, finora assenti.
Antonio Galdo sottolinea un altro effetto della scomparsa del sistema partitico della Prima repubblica. I partiti di massa nel dopoguerra svolsero anche il ruolo di scuole di formazione. Per cui, con la loro uscita di scena, sono scomparsi anche i luoghi di preparazione e di selezione dei politici di professione.
Un esempio paradigmatico di quella classe dirigente che, formatasi tra le due guerre, contribuì con il suo apporto al successo della ricostruzione postbellica dell'Italia è rappresentato da Donato Menichella. Juan Carlos Martinez Oliva illustra alcune tra le fasi più delicate della storia economica italiana del dopoguerra - la stipula del trattato di pace, la stabilizzazione del 1947, la ricostituzione delle riserve valutarie - per mostrare come Menichella, governatore della Banca d'Italia tra il 1948 e il 1960, abbia condiviso con la ristretta élite dei grandi tecnici e politici del suo tempo, Einaudi, De Gasperi, Merzagora, Vanoni, La Malfa, Pella, gli obiettivi fondamentali della ricostruzione del Paese. La comunanza di idee e di intenti con la grande classe dirigente del periodo ampliò grandemente la portata della sua azione, che coinvolse anche i rapporti con gli alleati, non spingendosi comunque mai oltre i limiti di una consulenza tecnica esercitata con equilibrio e rigore. A rendere più efficace e incisivo il suo operato contribuì l'eccezionale bagaglio di conoscenze e competenze maturate nel corso della sua esperienza ai vertici dell'Iri nel periodo prebellico.
Luca Verzichelli, che fornisce un’analisi empirica della élite parlamentare italiana, vede nella maggiore variabilità nel percorso tipico di selezione e autoselezione dei politici di professione uno degli importanti mutamenti nel processo di circolazione delle élite. Secondo i dati di Verzichelli, che si occupa dell’aggiornamento dell’Archivio sulla Classe Politica Italiana presso il Centro Interdipartimentale di Ricerca sul Cambio Politico dell’Università di Siena, il professionismo politico ha superato il modello «partitico-clientelare». Emerge ora un’élite politica parlamentare capace di rispondere meglio alle domande della democrazia rappresentativa, in quanto garantisce una rappresentanza più equa della società italiana aumentando la rappresentanza femminile, abbassando l’età elevata dei parlamentari, assicurando un maggiore legame col territorio e una crescita della loro professionalità. L’evoluzione del sistema partitico negli ultimi anni ha fatto sì che il ceto parlamentare della maggioranza e quello di opposizione «sono assai più simili tra di loro di quanto non accadesse in passato». Verzichelli conclude la sua analisi empirica dell’élite parlamentare sottolineando il trend verso un modello unitario che assicura un’ottimizzazione dei modelli di reclutamento e circolazione dell’élite parlamentare e, più in generale, della classe politica italiana.
È un’analisi che fa ben sperare. E che, nel contesto complessivo di questa parte monografica, pone spontaneo un interrogativo: sta veramente volgendo a termine quella mancanza di legittimazione del potere evidenziata già negli studi di Guglielmo Ferrero, per la quale l’uomo politico italiano è acriticamente ossequiato nel momento del suo fulgore, mentre viene vilipeso e sostanzialmente criminalizzato nel momento in cui inizia la sua decadenza? A ben vedere, questo paradigma potrebbe essere applicato a molte delle vicende politiche dell’Italia del secondo dopoguerra: le più drammatiche. E leggendo le cronache giornalistiche – si pensi soltanto alla vasta letteratura sulla cosiddetta «casta» – non sembrerebbe che da esso si possa ancor oggi prescindere. Le analisi contenute in questo numero istillano un dubbio: che sotto l’apparente virulenza della polemica contro la classe politica e il parlamentarismo siano in realtà in atto processi di maturazione e stabilizzazione. È questa per ora un’ipotesi e non ancora una diagnosi, ma vale la pena tenerla presente nella lettura dell’evoluzione del nostro sistema politico nei prossimi anni.
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I saggi di Jamil Hasanli, Lucia Bonfreschi e Marzia Maccaferri pubblicati in questo numero rappresentano un’importante analisi storiografica delle origini e dell’andamento della guerra fredda, testimoniando la costante attenzione della rivista a questo tema.
Il noto storico azerbaijano Hasanli continua il suo studio della politica staliniana nell’immediato dopoguerra. Così come l’articolo precedente scritto insieme con Vladislav Zubok («Ventunesimo secolo», n. 13), anche il presente saggio sulla Turchia e suoi rapporti con il regime sovietico è basato su documentazione inedita rinvenuta negli archivi di Baku e di Mosca. Hasanli dimostra come la politica aggressiva staliniana servì da importante scatenante per lo scoppio della guerra fredda. In particolare, egli sostiene la tesi che la leadership staliniana fu pienamente responsabile per la «crisi turca» nell’immediato dopoguerra, provocata dalle pretese territoriali sovietiche verso la Turchia e dai tentativi di realizzare il vecchio sogno imperiale di acquisire il controllo sugli Stretti del Mar Nero. Questa politica espansionista non solo contribuì al decisivo peggioramento dei rapporti turco-sovietici, spinse anche la Turchia a divenire un importante partner strategico degli Stati Uniti. L’incessante pressione sovietica, infatti, produsse una forte reazione dell’amministrazione americana che nel febbraio 1947 proclamò la cosiddetta Dottrina Truman, promettendo di fornire aiuto militare ed economico alla Turchia, alla Grecia e ad altri paesi minacciati dall’aggressione sovietica. La Dottrina Truman fu uno dei passaggi decisivi nella formazioni dei due blocchi opposti che hanno dominato la scena internazionale fino al crollo dell’Unione Sovietica.
I saggi di Bonfreschi e Maccaferri, seguendo un percorso parallelo, analizzano il ruolo della crisi di Suez sia dal punto di vista della storia dei rapporti tra le vecchie potenze coloniali con il Medio Oriente che da quello delle relazioni tra Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti. La crisi di Suez dette ai protagonisti della guerra fredda, gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, la possibilità di riaffermare la loro preminenza all’interno dei rispettivi blocchi e di rafforzare la loro influenza nel Medio Oriente. Simultaneamente servì come ulteriore prova del tramonto della Francia e della Gran Bretagna in quanto grandi potenze sulla scena mondiale.
L’analisi del dibattito inglese e francese intorno alla crisi di Suez condotto dalle autrici getta un’ampia luce sul ruolo e la funzione del dibattito intellettuale nella politica contemporanea in generale e, in particolare, sul forte impatto che questa crisi ebbe nell’influenzare l’autopercezione nazionale francese ed inglese per tutta la seconda metà del Ventesimo secolo. Interessanti sono le osservazioni sulle notevoli differenze che la crisi di Suez ha avuto sulle rispettive vicende nazionali. Maccaferri ha dimostrato come a seguito di quell’episodio si sviluppò in Gran Bretagna una «ideologia declinista». Addirittura una specifica mentalità di declino, in aperto contrasto con l’espansione economica e la diffusa prosperità vissuta dalla Gran Bretagna in quelli anni. Anche attraverso questi percorsi si è consolidata la posizione inglese di alleato privilegiato e «junior partner» degli Stati Uniti. Per converso, la Francia dopo il fallimento di Suez fece ricorso a una risorsa che mancava alla Gran Bretagna, appellandosi all’uomo politico carismatico de Gaulle. La sua strategia politica, secondo molti influenti intellettuali francesi, avrebbe permesso al paese non solo di evitare di essere coinvolto in un eventuale conflitto tra Russia e America, ma anche di sostenere la pretesa (o presunzione?) di restare una vera potenza in grado di difendere i propri interessi. La crisi di Suez favorì, quindi, la strategia del «fare l’Europa», in contrasto con il filoatlantismo inglese. Per questo, la recente decisione di Sarkozy di far rientrare la Francia nella Nato potrebbe essere anche letta come un simbolico cambiamento rispetto al lungo corso politico intrapreso oltr’Alpe proprio al fine di correggere il «discredito morale» procurato dall’avventura di Suez: corso che non di rado ha determinato un notevole scarto tra le pretese francesi e la realtà.
Infine, Peter Baehr in un breve ma importante articolo dimostra come, nelle scienze storico-sociali, molti concetti ereditati dal tempo precedente e applicati a situazioni inedite hanno l’effetto di confondere più che aiutare. Per dimostrarlo, egli non nega le affinità strutturali tra l’islamismo radicale, soprattutto quello del marchio Al Qaeda – e il totalitarismo del XX secolo. In particolare, il sociologo di Hong Kong sottolinea come cruciale «il perseguimento del sogno arcaico di restaurazione del califfato con tutti i mezzi della tecnologia moderna, coerente con il “modernismo reazionario” dei precedenti movimenti totalitari». Ciò non di meno, Baehr esprime seri dubbi sull’utilità dell’uso del linguaggio e delle categorie del totalitarismo nel contesto islamico. Tale pratica potrebbe fornirci «una sorta di consolazione intellettuale, poiché implica che ci troviamo in territorio a noi familiare», ma può nascondere dietro facili analogie quelle differenze cruciali che potrebbero aiutare ad arrivare al cure del fenomeno. Baehr argomenta che il movimento dell’islamismo radicale di oggi si differenzia dai totalitarismi del Ventesimo secolo per tre caratteristiche cruciali. Prima di tutto, il jihadismo opera in un ordine geopolitico uni-multipolare molto diverso dal mondo multipolare del totalitarismo classico. Inoltre, secondo Baehr, l’idea che l’islam radicale è un fenomeno aterritoriale richiede una seria rettifica: esso non solo ottiene un importante sostegno da diversi Stati come l’Iran o la Siria, ma cerca di colonizzare territori in cui gli Stati non funzionano o sono falliti, come il Sudan o la striscia di Gaza. La caratteristica nuova del jihadismo, dunque, è la sua quasi-territorialità che non esclude l’esistenza di una sua base geografica. Infine, la pericolosità particolare dell’islamismo radicale dipende dall’emergere di un mercato clandestino delle armi di distruzione di massa come armi biologiche, chimiche e nucleari disponibili per attori non statali e organizzazioni terroristiche a prezzi sempre più economici. Baehr non prevede la vittoria dell’islamismo radicale ma sottolinea la necessità di restare vigili di fronte a questo nuovo fenomeno che potrebbe causare forti danni all’umanità.