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Rivista di studi sulle transizioni |
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NUMERO 19
La nuova costellazione del terrorismo
di Peter Baehr
Come è noto, è estremamente difficile comprendere la specificità della propria epoca. Ci manca la necessaria distanza dagli eventi, e dunque una prospettiva sobria su di essi. Pigrizia intellettuale e ingenuità ci spingono a riproporre modi di pensare triti. Un altro ostacolo saliente al pensiero creativo è l’inerzia del nostro linguaggio. Termini adatti a situazioni passate vengono spesso applicati a tempi del tutto differenti; ecco perché i moderni commentatori definiscono i jihadisti di al-Qaeda «fascisti», «totalitari», o «islamo-fascisti». La prima cosa da rilevare riguardo tali analogie è che esse, ironicamente, offrono una sorta di consolazione intellettuale, poiché implicano che ci troviamo in territorio a noi familiare. Dopotutto, sappiamo bene cosa fossero il bolscevismo o il nazionalsocialismo. Un secondo punto, meno ovvio, è che il linguaggio del totalitarismo nel contesto islamico, più che sfuggire a precedenti semplificazioni, le inverte. Nel corso degli anni Novanta una serie di studiosi americani, esperti a modo loro di Medio Oriente, minimizzarono l’ondata crescente di radicalismo arabo e islamico, concedendogli numerose attenuanti. Ci dissero che il Medio Oriente stava attraversando una «riforma» (il professore dell’Università di Teheran, Abdolkarim Soroush, per un po’ fu scelto per il ruolo di Martin Lutero); che al Fatah era un’organizzazione palestinese «democratica» o «progressista»; e che la West Bank e Gaza erano incubatrici di «società civile». Tali raffigurazioni appaiono alquanto stupide oggi, ma avrebbero comunque potuto essere di qualche utilità ove i loro fautori avessero voluto riconoscere che la democrazia può essere oppressiva e che la società civile è capace di assumere forme violente... ... continua |
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