NUMERO 18
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Il "secolo breve" della democrazia italiana (1919-2008)
Ventunesimo Secolo Rivista di studi sulle transizioni Anno VIII - Numero 18 - Febbraio 2009
Direttori: Victor Zaslavsky Gaetano Quagliariello
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Editoriale di Gaetano Quagliariello e Victor Zaslavsky Vai all'indice del numero Abbonati/Acquista il numero/Acquista singoli articoli
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Editoriale
Questo volume di «Ventunesimo Secolo» non è un semplice numero monografico. Intende dimostrare una precisa tesi storiografica, che il saggio introduttivo di Stefano De Luca illustra compiutamente e che può sintetizzarsi come segue. In Italia il sistema politico ha impiegato novant’anni per abbandonare le caratteristiche che, già agli inizi del secolo scorso, il politologo americano Abbot Lorence Lowell individuò come i tratti genetici che differenziavano la politica sul Vecchio Continente da quella del mondo anglosassone: pluripartitismo frammentato, polarizzazione ideologica, instabilità governativa. Tutti aspetti che, in Italia, si sono presentati per la prima volta nel 1919 per essere superati solo nel 2008.
Questa tesi non nega affatto che l’evoluzione del sistema politico italiano possa descriversi utilizzando anche altre periodizzazioni. Ma gli aspetti evidenziati si ritrovano, a ben vedere, in tutte le stagioni della politica nazionale. E, superando indenni persino le cesure di sistema, si propongono come filo rosso di una trama unitaria che ha saputo tenere insieme diversi regimi.
L’origine di questo «secolo breve» rimanda alla Grande Guerra come trauma incompreso della nazione. Se ci sono voluti decenni affinché la storiografia abbandonasse le tesi autoctone e un po’ provinciali sulla fine della stagione liberale italiana ricollocandola nel solco della più profonda crisi europea indotta dal primo conflitto mondiale, le conseguenze che quell’evento ebbe sul sistema istituzionale attendono di essere ancora compiutamente sistematizzate.
La stagione liberale aveva trovato un suo equilibrio consentendo la convivenza tra la prerogativa regia così come originariamente prevista dallo Statuto e i nuovi assetti derivati dalla parlamentarizzazione che il sistema aveva ricevuto già per l’azione politica di Camillo Benso di Cavour. In questa dinamica Re e Parlamento si ergevano a pilastri tra i quali l’azione esecutiva descriveva un arco di ponte, ricavando il proprio spazio di autonomia accostandosi – a seconda delle circostanze – ora più all’uno ora più all’altro pilastro. Quest’equilibrio instabile non consentiva in nessun caso di addossarsi a uno dei due sostegni identificandosi con esso. Quando ciò accadeva, l’equilibrio dinamico si rompeva e il governo andava in crisi.
Da questo meccanismo istituzionale è derivato un sistema, certamente instabile, ma nel quale personalità forti sono state in grado di dar vita a maggioranze variabili in Parlamento garantendo la centralità di quest’ultimo sui partiti extraparlamentari, che anche per questo hanno a lungo rivestito un ruolo ancillare rispetto alle istituzioni legali del Paese.
Visto il sistema in quest’ottica, si può affermare che quest’equilibrio si sarebbe definitivamente spezzato con il Patto di Londra, che sancì l’ingresso in guerra della nazione. Al momento in cui l’Italia fu chiamata a compiere il più impegnativo salto nel buio della sua storia sotto la spinta della piazza, la prerogativa regia rompeva gli argini costringendo la maggioranza parlamentare ad abdicare, pena una insopportabile crisi di regime. Quest’azione tra l’altro mandava in frantumi le solidarietà di fondo di quel mondo liberale che bene o male – e più bene che male – per un cinquantennio aveva consentito al sistema politico italiano, nonostante tutte le sue debolezze congenite, di marciare lungo il sentiero della democrazia.
Le conseguenze di questa rottura si sommarono a quelle politico-sociali indotte dal periodo bellico e si manifestarono in tutta la loro portata al termine delle ostilità. Fu nel 1919 che con i nuovi regolamenti parlamentari, l’adozione del sistema elettorale proporzionale, la nascita del partito cattolico il sistema cambiò definitivamente pelle. Si trattò di una rivoluzione che, anche a causa delle profonde divisioni interne, il vecchio ceto politico liberale – che d’altra parte restava l’unica classe dirigente ancora a disposizione – non fu in grado di governare.
Si potrebbe pensare ad un cambiamento che, in ogni caso, ebbe breve respiro, dato che nel 1922 l’avvento di Benito Mussolini al potere l’avrebbe prima fiaccato e poi travolto. Ma, a ben vedere, non è così. Nicola Lupo, nel suo saggio sui regolamenti parlamentari, dimostra come l’impianto dei regolamenti del 1919 sarebbe stato rinverdito e conservato, una volta caduto il fascismo, nel corso di tutta la stagione repubblicana fino ai nostri giorni. Griffo e Quagliariello, dal loro canto, segnalano la differenza fondamentale che vi è tra la legge proporzionale (uno specifico sistema elettorale) e il proporzionalismo (una logica di sistema). E individuano in quest’ultimo una traccia di lunga durata risalente nelle sue radici più lontane proprio al 1919, che la ripresa della vita democratica avrebbe sublimato. Quanto meno a partire dalla fine del periodo degasperiano. Vera Capperucci, pur evidenziando le differenze d’ordine culturale e organizzativo che hanno attraversato le diverse fasi del partito cattolico in Italia, situa molto tardi la rottura del significato sistemico della sua presenza. Addirittura oltre le colonne d’Ercole della fine della Democrazia cristiana. Piero Craveri, infine, non solo evidenzia come proprio nel primo dopoguerra si sarebbe precisato quel modello di partito associativo caratteristico dell’esperienza italiana fino a tempi a noi assai prossimi. Dimostra pure come quell’esperienza avrebbe raggiunto la dimensione di massa che poi avrebbe caratterizzato quasi cinquant’anni della Repubblica, proprio nel corso del periodo fascista. Rafforzando così la tesi di quanti hanno individuato proprio in quel modello di partito il lascito più importante e duraturo che il Ventennio ha concesso al pluralismo della successiva stagione democratica.
Neppure la fine dei partiti protagonisti di quella che impropriamente viene definita «prima repubblica» ha fatto venire meno le caratteristiche genetiche che il sistema conseguì nel 1919. È vero che, con l’adozione del sistema maggioritario, la scelta del governo dal 1994 è derivata sempre più chiaramente dall’espressione della sovranità popolare. Ma, d’altra parte, il pluralismo frammentato si è trasferito all’interno delle coalizioni, l’impianto proporzionalistico dei lavori delle Camere è restato pressoché immutato e lo stesso sogno della ricomposizione di un partito cattolico è stato sospeso ma non disdetto. In attesa che l’influenza di un fattore di perturbazione carismatica cessasse di esplicare i suoi effetti.
Solo con le elezioni del 2008 l’assetto antico è stato definitivamente superato. Sono nati due partiti tendenzialmente maggioritari. Nel Parlamento si è stabilito un continuum di fatto tra governo e maggioranza e, d’altra parte, l’opposizione ha iniziato a configurarsi come «governo in attesa», più interessata a far conoscere le proprie proposte alternative che a trovare soluzioni consociative. I voti cattolici sono stati assorbiti in gran parte dai due partiti principali, trasformando il partito che si richiama esplicitamente alla vecchia Democrazia cristiana più in un residuo centrista che nella prefigurazione di una nuova edizione del partito dei cattolici.
Tutto ciò resta essenzialmente legato all’orientamento, prevalente sia nella leadership della maggioranza sia in quella dell’opposizione, di utilizzare la legge elettorale vigente per semplificare il sistema dei partiti, riducendo così la frammentazione che nel corso della XV legislatura era giunta a livelli di assoluta patologia. Se si prescinde dalla decisione di elevare la soglia di sbarramento per le elezioni del Parlamento Europeo al 4%, per ora non possono registrarsi altri elementi istituzionali che abbiano contribuito a rafforzare quella scelta. E le decisioni politiche, si sa, per loro stessa natura sono sempre reversibili. Nulla ci assicura, dunque, che l’attuale bipartitismo tendenziale potrà consolidarsi. Non di meno, si può però affermare che il «secolo breve» del sistema politico italiano si è definitivamente chiuso. E che indietro non si torna.