Ventunesimo Secolo
Letture consigliate

Manlio Brosio. Diari di Washington, 1955-1961

di Manlio Brosio12680.gif
a cura di Umberto Gentiloni Silveri

Il Mulino, 2008
Collana "Fuori collana"
pp. 632

Presentazione

Manlio Brosio (Torino, 10 luglio 1897-14 marzo 1980) ricoprì la carica di ambasciatore italiano negli Stati Uniti dal 1955 al 1961: oltre sei anni nei quali tenne un diario delle proprie giornate dense di impegni, incontri, impressioni e giudizi. Le sue pagine raccontano una stagione intensa da un punto di osservazione privilegiato. Uno sguardo in filigrana dalla capitale statunitense che permette di inserire le vicende italiane nel vivo del passaggio tra guerra fredda e distensione: la ricerca di uno spazio possibile per l'Italia costretta tra marginalità e ingerenza straniera, tra il rischio di rimanere esclusa dai circuiti decisionali e il pericolo di diventare terra di conquista per la superpotenza di riferimento.

Il volume di Washington dà inizio alla pubblicazione dei diari che Manlio Brosio ebbe l'abitudine di redigere nel corso della sua lunga e brillante carriera diplomatica: ambasciatore italiano a Mosca (1947-1951), Londra (1952-1954), Washington (1955-1961), Parigi (1961-1964) e segretario generale della NATO (1964-1971). Il piano generale dell'opera prevede l'edizione in quattro volumi di un'ampia selezione delle migliaia di pagine manoscritte.

Recensioni

"Brosio, il torinese atlantico"
di Vittorio Emanuele Parsi

Chi si aspettasse di trovare chissà quale scoop nelle pagine del volume (Diari di Washington, 1955-1961. Il Mulino, pp. 605, euro 46) che raccoglie i diari americani di Manlio Brosio resterebbe probabilmente deluso. E le sue note che, con cadenza quasi quotidiana coprono i cinque anni che vanno dal 1955 al 1961 risultano tutto sommato asciutte anche nei bozzetti dei personaggi incontrati e descritti, da Eisenhower a John F. Kennedy, da De Gaulle ad Allen Dulles. Il valore delle parole di Manlio Brusio è un altro: esse ci trasportano in un tempo che per noi è ormai un lontano passato e ce lo ripropongono nella percezione che ne ebbero allora i suoi protagonisti, alla sua natura di un presente che andava lentamente formandosi sotto i loro occhi, dai caratteri innovativi e, proprio per questo, difficile da afferrare. Sono gli anni centrali della Guerra Fredda, quelli trascorsi i quali, come osserva in un passaggio acutissimo l'ambasciatore Brosio "la distensione è finita, ma nulla tornerà come prima". Sono cioè gli anni in cui la divisione del sistema politico internazionale in due campi, reciprocamente garantiti dall'arma atomica, si ossifica e perde ogni possibile carattere di provvisorietà o reversibilità. Il definitivo accantonamento di qualunque prospettiva a breve termine di riunificazione tedesca nel 1955, la rivolta ungherese e la sua brutale repressione sono i segnali più drammatici che il nuovo ordine internazionale uscito dal Secondo conflitto mondiale è ormai qualcosa di più e di diverso che una semplice sistemazione postbellica. Ma il 1956 non è solo l'anno della rivoluzione ungherese, è anche quello dell'impresa di Suez e della grave crisi internazionale che ne seguì. Crisi tra i blocchi, con le minacce sovietiche di intervenire a sostegno dell'Egitto di Nasser, ma anche crisi all'interno del blocco occidentale, tra gli Stati Uniti di Eisenhower e i governi di Francia e Inghilterra. Budapest e Suez segnano il definitivo passaggio dall'epoca della centralità europea a quella del bipolarismo sovietico-americano. È un segno dei tempi nuovi, e della spietata logica che li governa, il fatto che l'Ungheria sia lasciata alla mercè delle colonne corazzate sovietiche, il cui intervento fa sottolineare a Manlio Brosio la natura intrinsecamente totalitaria e violenta del comunismo, con o senza Stalin. Ed è un segno della difficoltà europea ad afferrare il cambiamento l'iniziativa tardocoloniale di Parigi e Londra, convinte che una riedizione aeronavale della vecchia politica delle cannoniere sia ancora a disposizione dei due declinanti imperi europei. L'ambasciatore Brosio nelle sue riflessioni non si limita a segnalare l'anacronismo dell'impresa anglofrancese, ma sottolinea come il tentativo di farla passare come un'iniziativa volta a riaffermare una qualche autonomia europea, finisca contemporaneamente col minacciare la solidarietà atlantica e col rendere impossibile la nascita della nuova Europa che di lì a poco avrebbe visto i natali con il Trattato di Roma. Tempi lontani, dunque, quelli a cui Brosio ci riconduce. Tempi che sembrano invece non passare mai quelli in cui ci descrive il provincialismo e l'inadeguatezza della classe politica italiana rispetto ai grandi temi della politica internazionale, il suo strumentalizzare a uso interno le relazioni con il potente alleato e in cui nota come le debolezze strutturali e sistemiche della Repubblica non consentano all'Italia di giocare un ruolo e di assumere quelle responsabilità a cui il Paese potrebbe invece aspirare e rendano velleitario l'eterno affannarsi dei governi romani di portare l'Italia tra i grandi del pianeta.

La Stampa, 28 novembre 2008

"Alla ricerca del Tesoro dei Templari"

MANLIO BROSIO è stato uno dei più importanti diplomatici della Repubblica: nato a Torino nel 1897, liberale giolittiano e poi stretto amico di Piero Gobetti, nel ventennio si ritirò a vita privata svolgendo la professione di avvocato. Durante l’occupazione nazista fu a Roma nel Comitato di Liberazione Nazionale, poi segretario del Partito Liberale, ministro nei Governi Bonomi, Parri (anche vicepresidente del Consiglio) e nel primo De Gasperi. Nel ’47 venne nominato Ambasciatore d’Italia a Mosca (fino al ’51), poi a Londra (’52-’54), a Washington (’55-’61), quindi a Parigi (’61-’64), per divenire addirittura Segretario generale della Nato per ben sette anni fino al ’71. Nell’ultimo decennio di vita (scomparve nel 1980) si impegnò nuovamente nel Partito Liberale anche come senatore.

Di carattere rigoroso e rigido, come lo ricordo anche personalmente, ha lasciato i diari dei suoi venticinque anni di responsabilità internazionali nelle quali ebbe contatti diretti con gran parte degli statisti italiani e mondiali di quei lunghi anni di guerra fredda. Ora vengono pubblicati i suoi Diari di Washington 1955-1961 (il Mulino, pp. 624) che approfondiscono le conoscenze di quando la continua tensione Est-Ovest si ripercuoteva con durezza in paesi di confine com’era l’Italia. L’ambasciatore Brosio, nel tenere stretti rapporti con gli Usa, era costantemente molto informato su ciò che avveniva in Italia e che era strettamente connesso anche agli equilibri internazionali. Nel gennaio 1955 Brosio si imbarcò a Genova sulla Cristoforo Colombo per arrivare a New York dove, al Consolato d’Italia, lo ricevette anche il suo vecchio amico e scrittore Giuseppe Prezzolini: subito parlarono di Gobetti che Prezzolini aveva visto morire a Parigi nel ’26. In Usa l’ambientazione di Brosio fu assai facile, più complesso era il quadro politico italiano: De Gasperi era morto nell’agosto del ’54. Luigi Einaudi stava concludendo il suo settennato al Quirinale e la politica italiana era alla ricerca di un sempre più incerto assestamento: fra il ’55 e il ’61 si intravvede la fine della fase ‘eroica’ della ricostruzione postbellica e del miracolo economico legato innanzitutto a De Gasperi ed Einaudi e si possono notare i primi sintomi della lunga, quasi interminabile, decadenza della politica e della democrazia italiana. Fra gli italiani, si recavano allora negli Usa solamente i leader filo-atlantici, alla ricerca di riconoscimenti dal principale alleato della Nato e di sostegni economici per le attività elettorali in Italia, mentre la sinistra d’opposizione (come Antonio Segni, presidente del Consiglio, riferì al presidente Usa, Eisenhower, nel ’59) era finanziata «direttamente da Mosca a mezzo delle ambasciate dei paesi satelliti in biglietti da 100 dollari e in franchi svizzeri». IL PEGGIORAMENTO del clima politico italiano iniziò con l’elezione del successore di Einaudi al Quirinale: per lunghi giorni si susseguirono le votazioni con la contrapposizione fra il presidente della Camera Giovanni Gronchi ed il presidente del Senato Cesare Merzagora, entrambi parlamentari Dc (Merzagora come indipendente). La Dc e la coalizione centrista di governo furono profondamente incrinate da quella contrapposizione che culminò nella rinuncia di ambedue a favore della rielezione di Einaudi, ma «la rinuncia di Merzagora fu pubblicata, quella di Gronchi no» e, con una inedita maggioranza, che spaccò la Dc e il governo, Gronchi venne eletto al Quirinale. Da allora tutto si complicò: il centrismo andò progressivamente in crisi. Gronchi cercò ripetutamente di attribuirsi poteri e responsabilità istituzionali che costituzionalmente non gli competevano: «Voleva effettivamente presiedere il Consiglio dei Ministri»; aveva una sua personale politica estera (tendenzialmente neutralista e nazionalista) che tentava costantemente di far prevalere su quella del governo in carica. Per Brosio il pensiero di Gronchi e del presidente dell’Eni Enrico Mattei erano di «un atlantismo malcontento che prepara l’abbandono dell’atlantismo e il riavvicinamento ai sovietici». Gronchi, inoltre, teneva dal Quirinale stretti rapporti politici con i suoi più fedeli amici a cominciare da Fernando Tambroni noto soprattutto per il suo così travagliato e breve governo nel 1960: in proposito diversi riferirono a Brosio che allora si temette «un colpo di Stato fra Gronchi e Tambroni: già Tambroni aveva portato alla firma di Gronchi il provvedimento che dichiarava lo stato di emergenza». In quel luglio 1960 Giovanni Malagodi, che aveva osteggiato il governo Tambroni, disse a Brosio che vi era stato il pericolo «di un colpo di testa» di Tambroni, mentre i famosi giornalisti Luigi Barzini e Domenico Bartoli riferirono a Brosio che ritenevano Tambroni «un ladro, un ricattatore» che «meditava il colpo di stato». Insomma, Brosio ricorda quanto fossero gracili le fondamenta della democrazia italiana, un insegnamento da non dimenticare mai.

La Nazione,
11 dicembre 2008

"Manlio Brosio, il patto atlantico di un trombato eccellente"
di Mario Cervi


I Diari di Washington 1955-1961 (Il Mulino, pagg. 624, euro 46) sono il primo dei volumi che raccolgono - per cura di Umberto Gentiloni Silveri - le note tenute da Manlio Brosio durate i suoi importanti incarichi diplomatici. In quegli anni Brosio fu ambasciatore a Washington. In precedenza lo era stato a Mosca (’47-51) e a Londra (’52-54): successivamente lo fu a Parigi (’61-64) e alla Nato (curiosamente lui scrive sempre «il Nato» nei suoi appunti) come segretario generale (’64-71).

Un cursus honorum di tutto rispetto, favorito anche da una bocciatura elettorale. Cooptato come rappresentante del Partito liberale, e con incarichi importanti (fu anche ministro della Difesa) nei primi governi postfascisti, Brosio dissentiva dalle prese di posizione del Pli sul dilemma istituzionale repubblica-monarchia. Di conseguenza dissentiva egualmente dalle tendenze dell’elettorato al quale si rivolgeva. Fortemente critico - a mio avviso giustamente - verso il comportamento del Re e della famiglia reale nella tragedia della disfatta, con la vergognosa «fuga di Pescara», avrebbe voluto che la monarchia fosse salvata da una reggenza non dinastica.

Fu bocciato (1946) nelle elezioni della Costituente e, per dirlo un po’ rozzamente, cambiò mestiere. Potè farlo perché i governi del tempo - un tempo in cui nelle maggiori prefetture s’insediavano gli esponenti dei Comitati di liberazione nazionale - decisero di affidare alcune sedi diplomatiche di primo piano a personaggi non appartenenti alla «carriera», ma associati al processo di democratizzazione del Paese. Fu il caso, appunto, di Brosio, dell’azionista Sergio Fenoaltea (mandato in Canada, e poi successore di Brosio a Washington), di Giustino Arpesani (liberale monarchico)

destinato a Buenos Aires, di Eugenio Reale, comunista inquieto, nominato ambasciatore a Varsavia.

Dei quattro, Brosio era quello che più aveva talento di diplomatico e capacità di negoziatore. Il soffermarsi, oggi, sui temi che assillarono, allora, le cancellerie, dà un’idea di quanto il mondo sia cambiato. La riunificazione tedesca, per la quale battibeccarono fino allo stremo gli occidentali e l’Urss, è roba da archeologia;

eventi epocali come la rivolta d’Ungheria e la «guerra di Suez» del ’56 hanno per un ragazzo d’oggi quasi la stessa distanza del ratto delle sabine. Ciò che non dico allarma, ma stupisce, compulsando le pagine di questo diario affollate di nomi di politici e politologi eccellenti, è l’incapacità della dirigenza mondiale di percepire in anticipo alcune grandi incognite oggi alla ribalta. Per restare all’Italia, si ragionava in termini di eccesso di nascite e di necessità dell’emigrazione, senza il sospetto che l’Europa sarebbe stata afflitta dalla denatalità, e che l’Italia sarebbe diventata terra d’immigrazione.

Brosio, liberale repubblicano, si andò poi accostando sempre più

all’impostazione rigidamente anticomunista di Washington. Il che non gli impediva d’ammirare chi dalla sua visione politica dissentisse, e d’avere invece espressioni diffidenti per chi era in sintonia con lui. Così non mancava mai di sottolineare la brillantezza un po’

narcisistica di Giovanni Gronchi che al Quirinale era fautore di una politica estera personale, e sollecitato da tentazioni di presidenzialismo. Non mancano invece i rilievi negativi sul ministro degli Esteri liberale Gaetano Martino che in alcune occasioni parve a Brosio poco incisivo. E un apprezzamento decisamente sprezzante su Fernando Tambroni. Migliore il giudizio su Mario Scelba.

Fondamentale fu il rapporto di Brosio con l’amministrazione Eisenhower: per la quale ebbe grande stima (era freddo invece nei confronti di Kennedy: d’un suo discorso disse che c’era più slancio che concretezza). Ebbe stima in particolare per il segretario di Stato Foster Dulles, morto nel 1959.

Ambasciatore politico, Brosio dovette vedersela con un altro ambasciatore politico che era poi un’ambasciatrice, Clara Boothe Luce, mandata a Roma a rappresentare gli Usa. Questa energica signora, miliardaria e intelligente, aveva una concezione molto ampia dei suoi compiti diplomatici. Consapevole di quanto l’aiuto e il sostegno degli Stati Uniti contassero per l’Italia, pensava di poter essere una maestra, più che una consigliera, per i politici italiani. Brosio scriveva in data 27 marzo 1955, nell’imminenza d’una visita di Scelba premier e di Martino ministro degli Esteri negli Usa: «La Luce ieri mattina mi ha telefonato per dirmi. 1)

Scelba non sfugga alle domande sui preti protestanti. 2 ) Dettagli sul programma televisivo, o ci va Scelba o Martino ma non entrambi insieme», e via dicendo. Probabilmente i suggerimenti di Clara Luce erano per lo più condivisibili. Un po’ meno il suo tono da severa istitutrice.

Il Giornale, 14 dicembre 2008

"I Diari di Washington"
di Sergio Romano

Quando l'ambasciata d'Italia a Washington apprese che Giovanni Gronchi era stato eletto alla presidenza della Repubblica, i sentimenti prevalenti furono «sorpresa e costernazione». Era il venerdì 29 aprile 1955.

Nel suo diario americano, ora pubblicato dal Mulino a cura di Umberto Gentiloni Silveri (Diari di Washington 1955-1961, pp. 624, € 46) Manlio Brosio, ambasciatore negli Stati Uniti dal 31 gennaio di quell'anno, scrisse: «Dove va l'Italia? Le sinistre manovrano compatte, la Democrazia cristiana è chiusa e i piccoli partiti sfocati. Non ho simpatia né profonda stima per il nuovo presidente. Speriamo che sia all'altezza del compito, ma con lui non si può sperare né in forti misure anticomuniste, né in una difesa anticomunista in caso di elezioni dubbie. È un pericolo».

Le ragioni dell'antipatia erano politiche e caratteriali. Il piemontese Brosio era un liberale di tradizione giolittiana (anche se iscritto per qualche tempo al Partito repubblicano). Il pisano Gronchi aveva partecipato nel 1919 alla fondazione del Partito popolare, aveva organizzato i sindacati bianchi ed era stato sottosegretario all'Industria nel primo governo Mussolini; ma aveva guidato i popolari nella secessione dell'Aventino e perduto il mandato parlamentare nel 1926 grazie a un ukaz del governo. Il primo era stato neutralista, con argomenti giolittiani, negli anni in cui aveva rappresentato l'Italia in Urss (1947-1951), ma l'esperienza sovietica lo aveva convertito all'Alleanza atlantica. Il secondo era contrario alla Nato, voleva dialogare con Mosca e, come si diceva allora, «aprire a sinistra». Mentre Brosio temeva i comunisti e riteneva che la sicurezza dell'Italia sarebbe stata garantita soltanto da un saldo rapporto con gli Stati Uniti, Gronchi era stato eletto al Quirinale da una maggioranza composita (democristiani, socialisti, comunisti e missini) in cui il dato comune era rappresentato da varie gradazioni di antiamericanismo. Arrivato negli Stati Uniti soltanto tre mesi prima, il nuovo ambasciatore capì che la elezione di un presidente «filosovietico» (questo era il giudizio che molti americani, un po' sommariamente, davano di lui) avrebbe terribilmente complicato i suoi rapporti con l'amministrazione repubblicana del presidente Eisenhower e del segretario di Stato Foster Dulles.

I guai non tardarono a venire. Nel febbraio del 1956, mentre si stava preparando a visitare gli Stati Uniti, Gronchi dette una intervista a Edmund Stevens del Christian Science Monitor in cui spezzò una lancia per l'ammissione all'Onu della Repubblica popolare cinese, criticò il rigido anticomunismo degli americani e accennò all'opportunità che i liberali (per lui troppo conservatori) uscissero dalla coalizione che governava allora l'Italia. L'intervista fu smentita dal Quirinale, ma qualche giorno dopo Gronchi ricevette l'ambasciatore sovietico e cominciò a discutere con lui, dietro le spalle del governo, la neutralizzazione della Germania. Al dipartimento di Stato cominciarono ad aggrottare le ciglia e ad avere qualche dubbio sull'utilità della visita.

Per continuare a perseguire la sua linea atlantica, Brosio poteva contare sul presidente del Consiglio (Antonio Segni), sul ministro degli Esteri (Gaetano Martino) e su Amintore Fanfani, eletto alla segreteria della Dc. Ma il governo era soggetto a una doppia pressione: la diplomazia del capo dello Stato, deciso a fare la politica estera del Paese, e le continue invasioni di campo con cui l'ambasciatore degli Stati Uniti cercava di fare altrettanto. L'ambasciatore era una donna, Clare Boothe Luce, brillante, dinamica, ma aggressiva, imperiosa e invadente. Come autrice teatrale aveva conquistato Broadway. Come moglie di Henry Luce, (il fondatore di Time e Life) e inviata speciale in Europa, Africa, Asia, aveva dominato il mondo giornalistico americano. Come deputata repubblicana al Congresso dal 1942 al 1944 e fiera oppositrice di Roosevelt, aveva rivelato un bellicoso temperamento politico. E come neocattolica (si convertì nel 1944, dopo la tragica morte della figlia) si era subito dimostrata molto più fervente e battagliera di molti vescovi e cardinali.

Il suo anticomunismo e il suo cattolicesimo furono alcune delle ragioni per cui il presidente Eisenhower, eletto alla Casa Bianca nel 1952, le dette l'incarico di ambasciatore a Roma. Sembrò un omaggio alle tradizioni della società italiana e all'importanza che il papato aveva assunto negli equilibri politici della guerra fredda. Ma Clare Boothe Luce interpretò la sua missione come una sorta di proconsolato. Dava consigli che suonavano come ordini. Convocava gli uomini politici italiani al soglio di Villa Taverna (la residenza dell'ambasciatore americano). Sosteneva che la Dc era molle e il suo anticomunismo fiacco. Chiedeva a Valletta di cacciare i sindacati comunisti dalla Fiat. Dava lezioni di cattolicesimo al papa e di democrazia a tutti. Si fece alcuni amici nella diplomazia italiana e fra i giornalisti (Barzini jr., Montanelli) e parecchi nemici fra cui il ministro degli Esteri (Martino) e il ministro del Tesoro (Ezio Vanoni). Le sue relazioni con l'Italia ufficiale furono complicate dagli aiuti americani che il governo chiedeva ufficialmente e altri imploravano sotto banco.

Vanoni disse a Brosio di essere convinto che finanziasse il Borghese di Leo Longanesi. Dal diario di Brosio risulta che due diplomatici italiani in incognito apparvero in ambasciata, nel gennaio del 1956. Erano stati mandati da Fanfani per chiedere 30-40 milioni di dollari da usare nelle elezioni amministrative che si sarebbero tenute cinque mesi dopo. Qualche giorno prima la Luce aveva detto a Brosio, parlando di Fanfani: «È un uomo abile. Ma come faccio a dare quattrini a lui, se poi servono a lottare contro Scelba o Pella, e viceversa?».

Schiacciati tra il «filocomunista» Gronchi e la bellicosa anticomunista signora Luce, Brosio, Segni e Martino attraversarono momenti difficili, raccontati in questi diari con rassegnata precisione. La visita del presidente della Repubblica ebbe e luogo dal 27 febbraio al 14 marzo 1956 e andò, tutto sommato, meglio del previsto. Ma vi furono anche piccoli battibecchi come a un banchetto di Washington dove Frank Holman, presidente dell'American Bar Association (l'Ordine degli avvocati) paragonò Gronchi alla torre di Pisa «che pende un pochino a sinistra, ma finora non cade».

Gronchi rispose che «lui non pende da nessuna parte, e preferisce rigare dritto: comunque la Torre di Pisa è inclinata a Nord-Ovest». Sarà stato filocomunista, ma era anche, e soprattutto, toscano; e le battute non gli restavano sulla lingua.

Corriere della Sera,  18 dicembre 2008




Umberto Gentiloni Silveri insegna Storia contemporanea nella Facoltà di Scienze politiche dell'Università di Teramo. Tra le sue pubblicazioni: "L'Italia e la nuova frontiera. Stati Uniti e centro sinistra 1958-1965" (Il Mulino, 1998); "Conservatori senza partito. Un tentativo fallito nell'Italia giolittiana" (Studium, 1999); "Bombardare Roma. Gli Alleati e la città aperta (1940-1944)" (con Maddalena Carli, Il Mulino, 2007); "Sistema politico e contesto internazionale nell'Italia repubblicana" (Carocci, 2008).