Ventunesimo Secolo
Letture consigliate

La difesa della razza

di Francesco Cassata,einaudi_1.jpg
Torino, Einaudi, 2008,
pp. XVIII-414, 34 euro

Molto citata ma ancora poco conosciuta nelle sue vicende specifiche, la rivista «La Difesa della razza» fu pubblicata con cadenza quindicinale dal 5 agosto 1938 al 20 giugno 1943 sotto gli auspici del ministero della Cultura Popolare e giocò un ruolo fondamentale nella definizione della «questione razziale» in Italia e nella diffusione dell'antisemitismo negli anni cruciali della discriminazione e persecuzione degli ebrei. In questa prima approfondita ricostruzione storiografica, settant'anni dopo la promulgazione delle leggi razziali, Francesco Cassata ricompone la parabola politica e intellettuale del periodico fascista: i cospicui finanziamenti che lo sostennero, la linea editoriale e le sue variazioni, il linguaggio e i contenuti, la veste grafica aggressiva e non convenzionale. Un lavoro fondamentale per comprendere il volto autentico del fascismo.

«La Difesa della razza» nasce nell'agosto 1938 dalla saldatura di due distinti ambiti razzisti: da un lato il gruppo di giornalisti legati da tempo a Telesio Interlandi e ai periodici da lui diretti; dall'altro, alcuni degli scienziati firmatari, nel luglio 1938, del cosiddetto Manifesto della Razza. Tale nucleo originario si caratterizza per l'impostazione prevalentemente biologica del problema razziale: una linea che impegnerà la rivista in aspre polemiche con le altre correnti del razzismo fascista: rispettivamente quella nazionalista (Acerbo, Pende) e quella esoterico-tradizionalista (Preziosi, Evola).
Al di là delle contrapposizioni politico-ideologiche, la rivista si configura in realtà come una macchina sincretica in cui argomentazioni biologizzanti e culturalizzanti, dosate e gerarchizzate di volta in volta in modo diverso, convergono in un progetto di trasformazione palingenetica della società, della cultura e dell'arte italiane.
Lungi dall'essere il frutto di un'improvvisazione estemporanea dettata dalle esigenze dell'alleanza con la Germania nazista, «La Difesa della razza» appare in quest'ottica come il prodotto di una logica tutta interna al fascismo. L'ultimo atto della rivoluzione antropologica perseguita dal regime, il culmine estremo dei dibattiti sull'«italianità» della cultura e dell'arte che avevano attraversato il fascismo.

Francesco Cassata (Torino, 1975) è dottore di ricerca in Storia delle società contemporanee e assegnista presso il Dipartimento di Economia «S. Cognetti de Martiis» dell'Università di Torino. Storico del pensiero politico e delle culture scientifiche, ha pubblicato A destra del fascismo. Profilo politico di Julius Evola (Bollati Boringhieri 2003), Molti, sani e forti. L'eugenetica in Italia (Bollati Boringhieri 2006), Le due scienze. Il caso Lysenko in Italia (Bollati Boringhieri 2008), Il fascismo razionale. Corrado Gini tra scienza e politica (Carocci 2006) e «La Difesa della razza». Politica, ideologia e immagine del razzismo fascista (Einaudi 2008).

Recensione

"Santi poeti navigatori e razzisti Oltre i luoghi comuni La storia mai raccontata del periodico fascista La difesa della razza"
di Miguel Gotor

Sono trascorsi settant'anni dalla promulgazione delle leggi razziali in Italia. Un tema di cui sempre più spesso si fa un uso pubblico distorto, volto a isolare i provvedimenti del 1938 dal fascismo nel suo insieme e, di conseguenza, a relativizzare i caratteri strutturalmente violenti e illiberali di quel regime e le sue aspirazioni totalitarie. Certo non aiuta a una maggiore consapevolezza il successo pubblicistico di un'insistita vulgata anti-antifascista tesa ad affermare l'idea che in Italia il razzismo non fu un fenomeno radicato, ma il frutto tardivo dell'opportunismo di Mussolini e che le leggi razziali vennero applicate all'acqua di rose.

Davanti a un simile scenario in cui l'urgenza della cronaca e gli interessi delle opposte propagande si mescolano a correnti culturali profonde, la prospettiva storica può forse agire come un fascio di luce in grado di illuminare il volto oscuro di tanti stereotipi del tempo presente e aiutare a capire meglio il nostro stretto, ma stratificato paese. A questo proposito giunge particolarmente opportuno il libro di Francesco Cassata "La difesa della razza". Politica, ideologia e immagine del razzismo fascista (Einaudi, pp. XVI-413, e34). Il giovane autore ricostruisce una storia mai raccontata prima, quella del periodico fascista La difesa della razza, fondato a Roma nell'agosto 1938, che cessò le pubblicazioni nel giugno 1943. Il saggio è la storia di un progetto culturale, ma anche dell'intellettuale che lo promosse, il siciliano Telesio Interlandi, giornalista dalla prorompente personalità, la cui avventura attrasse anche Sciascia che avrebbe voluto dedicargli il suo ultimo romanzo. Ancora più soverchiante fu la compagnia di "antisemiti di penna" da lui riunita, di cui Cassata ricostruisce con notevole finezza la parabola: i rapporti con l'università, le tensioni con il Vaticano, le rivalità interne al regime, le formidabili ascese, le ambizioni frustrate, l'indefessa fedeltà al duce, arbitro e giudice delle loro fortune. Il legame diretto tra Interlandi e Mussolini garantì alla rivista il sostegno istituzionale del MinCulPop, quello economico delle principali banche e un'ampia diffusione, favorita dal costo contenuto, dall'accattivante veste grafica e da una tiratura di lancio di 140.000 copie. L'autore fa giustizia di due luoghi comuni che spiegano perchè questa rivista sia stata più citata che studiata. In primo luogo, La difesa della razza non fu una tabe scaturita dall'esigenza contingente dell'alleanza con Hitler, bensì il prodotto di una lunga incubazione, che recuperò stilemi tardo ottocenteschi dell'antisemitismo europeo di stampo irrazionalista e rivitalizzò atteggiamenti presenti in una parte non minoritaria della tradizione cattolica italiana. Fra questi intellettuali il razzismo, l'antidemocraticità, il disprezzo anti-borghese furono scelte profondamente vissute, insieme con l'odio verso l'ebreo visibile, ma soprattutto nei confronti di quello invisibile, "quell'animale estraneo, che è ospite occasionale del paese italiano. È l'ebreo, è il mezzo ebreo, è il discendente di accoppiamenti occasionali fra italiani e stranieri, è il nazionalizzato di fresco, è il meticcio". In secondo luogo, si approfondiscono come non mai le diverse correnti in cui si articolò il razzismo fascista, il che rende impossibile ogni forma di indulgenza per qualsivoglia versione: quella biologica di Interlandi e dei seguaci Almirante, Landra, Lelj, Sottochiesa, quella nazionalista di Acerbo e di Pende e quella esoterica-tradizionalista di Evola e Preziosi. Infatti, secondo Cassata, quando si passa dal livello politico a quello ideologico, la contrapposizione si attenua e prevale un "sincretismo" che costituisce la summa di tutto il razzismo fascista: "la biologia si culturalizza e la cultura si biologizza" ". Tra le pagine più interessanti, quelle in cui si analizzano le modalità con cui era orchestrata la rubrica della posta: un coro di voci anonime, dal professore di scuola al "liceale avanguardista", fino alla "giovane impiegata" che chiedeva l'applicazione di un "bracciale giallo" per gli ebrei, plurisecolare pratica cromatica che i ghetti della Controriforma avevano reso familiare: "Ciò è molto importante perchè il governo fascista, eliminando gli ebrei dall'esercito, dalla scuola e dagli impieghi pubblici, ci difende soltanto in parte da questi parassiti" e dunque come riconoscerli e tenerli lontani? Quella "giovane impiegata" oggi potrebbe avere l'età dei nostri nonni. Il razzismo è una bestia velenosa, che cambia colore adeguandosi ai tempi, simile al mostruoso nemico evocato da Benjamin: anche i morti non saranno al sicuro se egli vince. E questo nemico non ha smesso di vincere. Vive, ad esempio, nei preamboli di tanti discorsi quotidiani, in cui la scaltrezza e l'innocenza appaiono miracolosamente amalgamati: "Non sono razzista, però...". Però, leggiamo questo libro, de te Italia fabula narratur.

La Stampa (13 ottobre 2008)