Ventunesimo Secolo
Rivista di studi sulle transizioni

Editoriale

Per illustrare le ragioni che hanno indotto Ventunesimo Secolo a dedicare la parte monografica di questo numero alle leggi razziali del 1938, delle quali quest’anno ricorre il settantesimo anniversario, vogliamo partire da un’altra ricorrenza, sulla quale la rivista si è soffermata nel numero scorso.

Il Sessantotto, nei suoi risvolti sia politici sia culturali, ha tra l’altro segnato l’affermarsi nella sfera pubblica e privata di una sorta di presunzione d’innocenza. A partire da quel momento nei comportamenti individuali la nozione di responsabilità si è indebolita. E nelle grandi opzioni politiche si sono affermate versioni del comunismo che avrebbero preteso di mondarsi dal peccato originale del filosovietismo: basti citare al proposito la forza assunta dalla corrente trozkista all’interno del movimento studentesco francese o la rilevanza che ebbe l’opzione cinese nella sinistra extraparlamentare italiana. Persino nelle espressioni più ufficiali del mondo comunista occidentale, il Sessantotto e i fatti di Praga incoraggiarono revisioni e prese di distanza che, per la loro pretesa di restare ancorate all’universo originario senza pagare lo scotto che la realpolitik avrebbe imposto, con il tempo si sarebbero rivelate, sia sotto il profilo teorico sia per la loro valenza politica, fughe verso il nulla. L’intervista rilasciata a «l’Unità» il 15 agosto scorso da Massimo D’Alema in merito ai drammatici fatti di Praga e alla reazione del Pci, rappresenta a tal proposito un documento emblematico. Sia per le significative ammissioni sull’ambiguità con cui, dopo il Sessantotto, i comunisti italiani continuarono a vivere il rapporto con l’Unione Sovietica; sia per gli imbarazzi, ancor più significativi, con cui D’Alema tenta di spiegare la faticosa invenzione, da parte del Pci post Praga, di una terza via tra socialismo reale e socialdemocrazia.

Questa generalizzata rivendicazione d’innocenza presenta alcune notevoli eccezioni. Una di queste si produsse in Germania e la sua rilevanza può essere colta in prospettiva comparata. Il Sessantotto tedesco, infatti, ha avuto certamente un merito che né quello italiano né quello francese possono rivendicare: risvegliare nei cittadini della Repubblica federale tedesca la consapevolezza di non essere solamente i figli della cosiddetta «società del benessere», ma anche gli eredi della generazione dei colpevoli. Dopo la Fisher’s controversy, la nota disputa tra storici innescata dal polemico articolo di Ernst Nolte sul «passato che non passa» (Historikerstreit), il Sessantotto si presenta come la tappa di un processo di elaborazione critica sfociato nella richiesta di riconoscere in Auschwitz un «elemento di un’identità nazionale spezzata» e, ancor più significativamente, una «rottura di civiltà compiuta, aiutata o tollerata dai tedeschi» (Habermas). A quarant’anni di distanza, quest’assunzione di consapevolezza in Germania – per dirla con le parole di Gian Enrico Rusconi – può legittimamente considerarsi «un’operazione collettiva culturale e morale riuscita». Fino al punto di far sorgere spontaneo il dubbio che la piena assunzione di responsabilità storica per i crimini perpetrati dalla Germania nazista nei confronti degli ebrei abbia a lungo intenzionalmente rafforzato in altri contesti nazionali quanti si erano sentiti esonerati dall’onere della resa dei conti con il proprio passato. Quasi che il riconoscimento di una parte della verità storica – la Shoah come male assoluto di cui «i volenterosi carnefici di Hitler» furono i principali responsabili – avesse contribuito a rendere più difficile la lettura e la comprensione delle altre parti di verità, introiettando nella memoria collettiva l’idea che l’antisemitismo fosse un fenomeno identificabile tout court con il crimine di genocidio perpetrato dai tedeschi nei campi di sterminio.

Ciò è senz’altro vero per la Francia, dove il collaborazionismo di Vichy è rimasto per molto tempo nel dimenticatoio della memoria storica, fino a quando non ha travolto come un ciclone la coscienza nazionale, al momento dell’intervista televisiva shock del presidente Mitterand giunto visivamente in prossimità della fine dei suoi giorni terreni. Ma ciò è vero anche per l’Italia dove, a dispetto di numerosi studi sul fascismo, le leggi razziali del 1938 hanno rappresentato per un lungo periodo un tabù storiografico. Negli ultimi anni la ricerca storica sta colmando questa grave lacuna, ma dovrebbe far pensare il fatto che, nel contesto italiano, il primo che si ribellò contro tale interpretazione riduttiva dell’antisemitismo fu proprio Renzo De Felice, il quale, anche in quel caso, fu tacciato di revisionismo: come se revisionare convinzioni più o meno radicate alla luce dei documenti, smentire la memoria ufficiale o, ancor peggio, il luogo comune non suffragato da elementi di prova, non costituisse il primo imperativo di ogni storico.

I saggi raccolti in questo numero monografico, dunque, rappresentano in primo luogo la continuazione di un impegno per portare alla luce i tanti risvolti, ancora troppo poco noti, di un fenomeno colpevolmente sottovalutato dalla ricerca storica nostrana. Si tratta di un contributo certamente limitato ma non trascurabile. Se il contributo introduttivo di Tommaso Dell’Era consente di rilevare proprio le contraddizioni dei percorsi analitici e ricostruttivi che hanno segnato la memoria storica di quell’evento, Elena Mazzini affronta l’analisi della costruzione della memoria delle leggi razziali nella stampa ebraica italiana tra il 1948 e il 1968, spostando i termini della ricerca dalla parte delle «vittime». I saggi di Ilaria Pavan e di Raffaella Perin portano l’attenzione su due aspetti centrali del dibattito che accompagnò l’approvazione delle leggi: l’impatto sulla cultura penale fascista il primo, il ruolo della Chiesa cattolica nel caso specifico del Triveneto il secondo. Chiude, infine, la sezione Dan Michman che, seguendo la strada della comparazione, propone una nuova prospettiva nel dibattito sull’antisemitismo nazista.

Oltre a colmare un’importante lacuna storiografica, questo numero vuole essere un punto di partenza per ripensare l’antisemitismo come fenomeno politico di lunga durata, ed eventualmente per riflettere sul modo con cui l’Occidente – la civiltà che l’ha partorito – ha cercato di contrastarne il ritorno negli ultimi sessant’anni. Infatti la circostanza per la quale oggi si assiste, anche in Europa, a una ripresa dell’antisemitismo come mai si era registrato dalla fine della seconda guerra mondiale, è un fatto di per sé indicativo di quanto sia sostanziale la dimensione politica del problema. E, di fronte ad esso, la storia non può esimersi dall’assumersi le sue responsabilità.

Lo conferma, tra l’altro, il dibattito che si è sviluppato in tutta Europa sull’opportunità che la politica decida di intervenire, anche attraverso sanzioni penali, per contrastare il cosiddetto negazionismo. Come la rassegna curata da Gabriele D’Ottavio ben ricostruisce, una parte consistente degli storici, in nome della ricerca, ha preso posizione contro quelle norme.

È un segno di quanto il ritorno dell’antisemitismo sotto nuove forme investa in pieno la responsabilità degli storici. A nostro avviso quanti sono giunti implicitamente a negare attraverso pubblici appelli la differenza tra la libertà d’espressione e la libertà di menzogna, corrono il rischio d’introdurre il relativismo culturale nelle mura della cittadella della storia, trasformandola in tal modo in una collazione di opinioni più o meno autorevoli.

Nessuno meglio di noi conosce e rivendica la provvisorietà della verità storica. Ma essa è pur sempre verità che dev’essere smentita solo da studi più documentati e da ricostruzioni più convincenti e, per questo, non può essere degradata a opinione o a mera affermazione ideologica. Soprattutto quando tratta di drammi collettivi dell’umanità causa di sofferenza, morti, distruzioni mai prima immaginate possibili. Nessuna legge, dunque, potrà mai punire alcun lavoro storico. Ma tale circostanza è completamente differente da quella per la quale, fregiandosi dell’autorità della storia, si spacciano per verità plausibili autentiche farneticazioni, con lo scopo di disorientare e creare un terreno di coltura favorevole per lo sviluppo di un nuovo antisemitismo. I tempi sono cambiati ma, in fondo, un problema d’innocenza presunta resta, anche tra gli storici. C’è chi rinnova il vizio antico, provando a sottrarsi alla regola comune che lega il legittimo esercizio di una libertà alla necessaria accettazione di una responsabilità. Una ragione di più per non far passare l’anniversario delle leggi razziali sotto silenzio.

La redazione esprime le sue condoglianze al curatore della sezione speciale, Tommaso Dell’Era, per la grave perdita del padre.