Questo numero della rivista è centrato su due temi principali: l’anniversario della Primavera di Praga e i rapporti tra l’Italia e il suo vicino orientale, la Jugoslavia.
Nel 2007 un gruppo di ricercatori, di cui fa parte anche la rivista «Ventunesimo secolo», ha raccolto presso l’Archivio statale della Storia contemporanea di Mosca alcune centinaia di documenti inediti riguardanti l’invasione della Cecoslovacchia da parte delle truppe del blocco di Varsavia nel 1968. Sulla base di questa documentazione sono stati organizzati due convegni internazionali a New Orleans e a Messina e ne sono previsti altri due a Vienna e a Milano, mentre l’intera collezione documentaria verrà pubblicata entro la fine del 2008. In questo numero presentiamo una selezione di documenti che riguardano i rapporti tra il Partito comunista italiano e l’Unione Sovietica durante la crisi cecoslovacca.
Questa nuova documentazione mette in forte risalto alcune profonde contraddizioni che lacerarono allora il tessuto del Pci già alla fine degli anni Sessanta. La prima di queste si verificò all’interno della stessa leadership comunista. I membri della Direzione del Pci, da Longo a Berlinguer, in stragrande maggioranza appoggiarono i sinceri tentativi dei riformisti cecoslovacchi di introdurre diverse misure economiche per far crescere lo standard di vita della popolazione, allontanare i vecchi stalinisti e limitare la censura. La distruzione da parte dei carri armati sovietici del riformismo cecoslovacco, che aveva tentato di costruire il socialismo «dal volto umano», suscitò la reazione indignata della Direzione del Pci. Evidentemente l’identità comunista, l’odio viscerale verso la socialdemocrazia e una forte dipendenza dai finanziamenti sovietici non permettevano al partito di rompere i legami di ferro che da sempre lo univano all’Unione Sovietica. Così il vertice del Pci si trovò ad oscillare tra attrazione e rigetto del sistema sovietico che rappresentava pur sempre un indispensabile punto di riferimento, nonché la base materiale della sua stessa esistenza.
Un’altra spaccatura che attraversò il Pci fu quella tra la parte più liberale degli iscritti e la maggioranza della base che si era formata alla luce dell’ideologia marxista-leninista inculcata dalla stessa leadership e abituata a seguire ciecamente la guida sovietica. Ulteriore contraddizione fu, poi, la totale assenza di analisi, delegata agli ideologi di Mosca: insoddisfatti dal sistema sovietico e scottati dalla violenza con cui era stato interrotto il riformismo cecoslovacco, i comunisti italiani restarono tuttavia incapaci di analizzare il senso dei cambiamenti nel sistema internazionale. I leader del Pci non osarono chiedersi in che direzione sarebbe andata la Cecoslovacchia se le riforme fossero andate in porto. Proprio per questo, osservando lo sviluppo della situazione, giunsero a prevedere e mettere sullo stesso piano le due «catastrofi», che avrebbero potuto abbattersi sulla Cecoslovacchia, come ebbe a dire Longo: l’uscita dal campo socialista con il ritorno al mercato, alla proprietà privata e alla democrazia e la soppressione del movimento riformista con la forza bruta.
Quando si realizzò la seconda previsione il Pci insieme con partiti comunisti francese e spagnolo cominciò la sterile ricerca di una «terza via» non tra socialismo e capitalismo, ma tra il «socialismo reale» sovietico e la socialdemocrazia europea, finendo nel vicolo cieco dell’«eurocomunismo». La documentazione pubblicata in questo numero conferma la testimonianza di Anatolij Cernjaev, uno degli alti funzionari del Comitato Centrale del Partito comunista sovietico responsabile per i rapporti tra Mosca e i partiti comunisti occidentali, secondo la quale proprio dopo la crisi cecoslovacca diversi membri dell’apparato del Pcus avrebbero iniziato a comprendere il declino e la crescente irrilevanza del movimento comunista internazionale.
I nuovi documenti mettono inoltre in evidenza i meccanismi di controllo e di pressione sovietica sul Partito comunista italiano e i metodi usati dai sovietici per raccogliere informazioni sulla situazione interna del Pci e, più in generale, sul governo italiano. Da essi si evince, ad esempio, che molti documenti segreti della Farnesina, dopo pochi giorni si trovavano sui tavoli dei dirigenti sovietici. Avendo deciso di ricomprenderne alcuni nel dossier di questo numero, siamo stati costretti a ritradurli dal russo in italiano perché, pur essendo formalmente accessibili, essi, per ragioni diverse, non sono ancora stati resi disponibili dall’archivio del ministero degli Esteri italiano. Si verifica così una situazione paradossale: una parte della documentazione sulla politica estera italiana è consultabile negli archivi di Mosca e non in quelli di Roma.
La sezione del numero dedicata ai rapporti tra l’Italia e la Jugoslavia contiene importanti approfondimenti di tipo sia saggistico che documentario sugli avvenimenti verificatisi nelle zone di confine tra l’Italia e la Jugoslavia alla fine della seconda guerra mondiale e nell’immediato dopoguerra. Dopo lo studio pionieristico, I prigionieri italiani in Russia(Il Mulino, 2003), Maria Teresa Giusti estende la sua ricerca alle sorti di diverse decine di migliaia dei prigionieri di guerra italiani nei campi di concentramento jugoslavi, fornendo materiale inedito di notevole interesse. Questo tema a lungo è stato rimosso dall’agenda storiografica e la ragione di questa rimozione, secondo la Giusti, sta nel fatto che l’argomento avrebbe inevitabilmente investito sia i difficili rapporti tra l’Italia e la Jugoslavia nel dopoguerra, sia il problema delle pretese territoriali dell’Jugoslavia verso l’Italia, appoggiate all’epoca non solo dall’Unione Sovietica ma anche dal Partito comunista italiano.
Un documento inedito proveniente dai National Archives di Londra, introdotto da Elena Aga Rossi e Antonio Carioti, ricostruisce il clima di scontro tra i partigiani di Tito e la Osoppo alla vigilia dell’eccidio di Porzûs. Come dimostrano gli autori dell’articolo, la strage di Porzûs era «parte di un piano stabilito dagli sloveni e accettato, quanto meno nelle sue premesse, dai comunisti italiani».
Marina Cattaruzza e Orietta Moscarda esplorano il significato storico dell’«esodo» istriano argomentando che la sua rilevanza storica supera quella di mero episodio regionale assegnatogli dalla storiografia fino a tempi assai recenti. L’esodo istriano è stato un caso storico emblematico del fenomeno di pulizia etnica, nonché delle migrazioni forzate verificatasi in diverse parti d’Europa dopo la seconda guerra mondiale. Le autrici illustrano le difficoltà e le resistenze che incontrano gli studiosi che cercano di liberare la storiografia e la memoria collettiva dai miti nazionalistici e dagli atteggiamenti apologetici verso la propria storia nazionale dovute all’inerzia storiografica e alla resistenza di gruppi, organizzazioni e sistemi d’istruzione nazionali che ancora oggi continuano ad opporsi fermamente ad una tale opera di revisione. Cattaruzza e Moscarda derivano una conclusione assai poco incoraggiante: la politica della memoria negli Stati che si affacciano sull’Adriatico nord-orientale appare oggi «fortemente ancorata a vecchi schemi interpretativi e poco propensa a mettere in discussione la validità esplicativa dei singoli punti di vista nazionali».
Nel medesimo solco Sanela Hodzic conclude la sua analisi comparata dell’immagine italiana nella nuova storiografia serba e croata, dimostrandoche in Croazia prevalgono ancora le interpretazioni titine dell’occupazione italiana, mentre in Serbia, dopo il crollo dell’Jugoslavia, si è verificata una radicale trasformazione dell’immagine dei militari italiani presentati talvolta come «salvatori dei serbi» dalla persecuzione degli Ustasci. Hodzic sottolinea quindi le affinità strutturali tra le due storiografie che mettono al centro dell’interesse la propria nazione nelle sue lotte storiche per l’indipendenza, senza cercare di liberarsi dai radicati miti nazionali, per concedere finalmente il primato alla libera ricerca. I documenti e gli articoli sui rapporti italo-jugoslavi pubblicati in questa parte del numero dimostrano quanti ostacoli dovrà superare ancora la storiografia per riuscire a scrivere una storia europea comune e condivisa.
Il presente numero contiene, inoltre, un importante articolo di Antonio Varsori, «Puerto Rico (1976): le potenze occidentali e il problema comunista in Italia» che prende in esame l’elaborazione della strategia comune delle maggiori potenze occidentali di fronte alla possibilità che il Pci, nel caso di un successo elettorale, potesse giungere al governo. Varsori fornisce una dettagliata e innovativa analisi dell’atteggiamento dei leader occidentali verso la democrazia italiana, «apparentemente debole e condizionata da varie e serie contraddizioni».
Dal numero nel suo complesso è possibile desumere un compito da affidare a ulteriori contributi storiografici: esplorare fino a che punto l’esperienza dell’invasione della Cecoslovacchia abbia influito sulla dichiarata volontà di Berlinguer di mantenere l’Italia nel quadro dell’Alleanza atlantica e quanto il suo «eurocomunismo», contraddittorio e inconcludente, incapace di rompere con l’Unione Sovietica, abbia invece legittimato la diffidenza delle grandi potenze occidentali.